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Brasile, condannato a 4 anni Eduardo Bolsonaro: la sentenza per aver provato a influenzare il processo contro il padre Jair

17 Giugno 2026 ore 10:29

Quattro anni e due mesi di reclusione. È la condanna inflitta dalla Corte Suprema del Brasile all’ex deputato federale Eduardo Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro: l’accusa nei suoi confronti era di coercizione nell’ambito del procedimento legato al processo che lo scorso anno ha portato alla condanna del padre a 27 anni di carcere per tentato colpo di Stato.

Secondo la Corte, che ha inflitto la pena con decisione unanime, Bolsonaro jr avrebbe esercitato pressioni indebite sull’amministrazione statunitense affinché minacciasse funzionari brasiliani nel tentativo di influenzare o interrompere il procedimento giudiziario nei confronti del padre. Durissime le parole del giudice Alexandre de Moraes, relatore del caso e già presidente del collegio che ha giudicato Jair Bolsonaro, che proprio per questo motivo era stato sanzionato assieme alla moglie dal governo statunitense di Donald Trump nel luglio dello scorso anno, quando la Casa Bianca aveva anche imposto dazi contro il Brasile del 50% chiedendo esplicitamente alla magistratura brasiliana di chiudere il processo contro Jair Bolsonaro: per de Moraes il ruolo di un parlamentare federale “non è quello di fare pressione all’estero contro il proprio Paese”.

I legali di Eduardo Bolsonaro hanno contestato l’esito del processo e il verdetto, sostenendo che le prove raccolte non fossero sufficienti per una condanna. Eduardo Bolsonaro, che vive in Texas dal febbraio 2025 dove si è di fatto rifugiato per sfuggire alla giustizia brasiliana, è ora impegnato nella campagna elettorale del fratello, il senatore Flávio Bolsonaro, indicato come possibile sfidante di Lula alle elezioni presidenziali di ottobre anche col sostegno esplicito dell’amministrazione Trump, con i due fratelli che in più occasioni hanno incontrato esponenti del “cerchio trumpiano” a Washington.

“Nessuno era incaricato dei controlli finali”: il team ammette l’errore che ha portato alla morte della 21enne con il bungee jumping. Il post “premonitore”, la fuga e la GoPro scomparsa

17 Giugno 2026 ore 09:37

L’assenza totale di un protocollo di sicurezza, un’attività condotta in maniera completamente abusiva e il sospetto inquinamento delle prove sulla scena della tragedia. Si aggrava la posizione degli istruttori coinvolti nella morte di Maria Eduarda Rodrigues de Freitas, la ragazza di 21 anni precipitata sabato scorso dal Ponte dello Scheletro (Ponte do Esqueleto) a Limeira, nello Stato di San Paolo. Come riportato dal “New York Times”, che ha visionato i rapporti della Polizia Civile brasiliana, l’indagine ha portato all’arresto di tre uomini legati alla società organizzatrice. Dagli interrogatori è emersa la piena ammissione delle negligenze che hanno portato gli operatori a lanciare la giovane nel vuoto da un’altezza di quasi 30 metri senza averle agganciato la corda salvavita.

L’ammissione di colpa: “Nessun addetto ai controlli finali”

I video diffusi in rete mostrano la dinamica esatta dell’incidente: la vittima, seppur equipaggiata con casco e imbracatura, è stata sollevata dagli operatori dell’azienda “Entre Cordas” sopra le loro teste in posizione “superman” e spinta dallo strapiombo, mentre i moschettoni della sua imbracatura erano vuoti e la corda giaceva a terra. Messo alle strette dagli investigatori, uno degli organizzatori ha formalmente ammesso l’errore fatale, spiegando che all’interno del gruppo di lavoro non esisteva alcuna figura specificamente incaricata dei controlli finali prima del salto. La verifica dell’attrezzatura, ha dichiarato l’uomo, veniva svolta “collettivamente” dal personale presente in modo del tutto informale. Una disorganizzazione che non ha lasciato scampo alla ventunenne: all’arrivo delle forze dell’ordine, un’infermiera presente sul posto stava già tentando le manovre di rianimazione, ma la polizia non ha potuto far altro che constatare l’assenza di segni vitali.

Il tentato inquinamento delle prove: la fuga e la GoPro scomparsa

Il rapporto visionato dal “New York Times” evidenzia dettagli inquietanti sui minuti successivi alla tragedia. Dopo essere stati inizialmente interrogati dalla polizia giunta sul ponte, due dei tre istruttori arrestati hanno tentato la fuga allontanandosi dalla scena del crimine, per poi essere rintracciati e fermati poco dopo dalle autorità. Sull’indagine pende inoltre il giallo di una prova fondamentale misteriosamente sparita. La Polizia ha confermato che Maria Eduarda, al momento del salto, indossava una piccola videocamera in stile GoPro per riprendere l’esperienza in prima persona. Tuttavia, gli agenti non sono riusciti a ritrovarla né sul corpo né nell’area dell’impatto. Interrogati in merito, gli istruttori hanno dichiarato di non sapere dove si trovi il dispositivo.

Attività abusiva e l’ultimo post sui social

A confermare il quadro di totale illegalità è intervenuto il Ministero della Gestione e dell’Innovazione nei Servizi Pubblici del Brasile, il quale ha certificato che la società “Entre Cordas” non disponeva di alcuna autorizzazione per condurre attività di salto dal viadotto in disuso. Il quotidiano statunitense precisa inoltre la natura dell’attività: si trattava di “rope jumping”, una disciplina simile al bungee jumping ma che utilizza una fune meno flessibile progettata per far oscillare il saltatore verso l’esterno una volta tesa. A rendere la tragedia ancora più drammatica sono i contenuti pubblicati dalla vittima sui social network poco prima di morire. La giovane, sepolta domenica scorsa, aveva condiviso fotografie del ponte alternando entusiasmo e timore. In uno dei post aveva inquadrato un cartello di avvertimento sul rischio di morte presente sul viadotto, mentre in un’altra storia su Instagram aveva ironizzato sul salto imminente: “Chi è stato il pazzo che mi ha lasciato saltare da un ponte?”. I nuovi sviluppi investigativi hanno riacceso il dibattito nazionale in Brasile sull’urgenza di regolamentare severamente i protocolli di sicurezza per gli sport estremi.

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