L’anarchismo ha sempre avuto un rapporto particolare con i simboli. Un movimento che rifiuta autorità, gerarchie e appartenenze imposte potrebbe sembrare poco incline a riconoscersi in bandiere ed emblemi. Eppure, nel corso della sua storia, ha prodotto un immaginario visivo immediatamente riconoscibile. La bandiera nera, la bandiera rosso-nera, la A cerchiata, il gatto nero, la stella nera e, in contesti più recenti, diverse bandiere bicolori sono entrati nel linguaggio politico anarchico. Non tutti questi simboli hanno però la stessa origine, la stessa importanza storica o lo stesso significato. Alcuni provengono direttamente dal movimento anarchico, altri dal movimento operaio e sindacale
L’anarchismo non nasce in un momento preciso né dall’opera di un unico pensatore. È il risultato di un lungo processo storico nel quale critica dell’autorità, socialismo, movimento operaio, federalismo, rivoluzione sociale, autogestione e libertà individuale si incontrano e si trasformano. Dalle prime formulazioni di William Godwin e Pierre-Joseph Proudhon allo scontro tra Marx e Bakunin nella Prima Internazionale, dalla nascita del comunismo anarchico alle grandi organizzazioni sindacali, fino alla Rivoluzione spagnola e alle successive trasformazioni del pensiero libertario, la storia dell’anarchismo attraversa oltre due secoli di conflitti politici e sociali. La mappa concettuale della storia dell’anarchismo permette di seguire questo
un’altra parte dell’Ai Act, il Regolamento Ue 2024/1689, è entrata in vigore, dal 2 agosto. «Ho l’impressione che poche persone se ne siano accorte. Riguarda anche il Terzo settore», dice Alberto Almagioni, consigliere Associazione italiana fundraiser – Assif. Con queste nuove norme «diventano applicabili anche gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’Ai Act. Non riguardano solo chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale, ma anche chi li utilizza».
Che cosa, precisamente, è entrato in vigore dal 2 agosto dell’Ai Act?
Sono importanti due aspetti. Il primo è l’entrata in vigore dell’articolo 50 dell’Ai Act, ovvero l’obbligo di trasparenza che, dal punto di vista etico, dovrebbe esserci da sempre, però ovviamente conviene normarlo. Quindi, d’ora in avanti tutto ciò che è prodotto con intelligenza artificiale richiede una valutazione rispetto al fatto che sia comunicato o meno. Ci sono degli elementi che obbligatoriamente dobbiamo comunicare, ad esempio la creazione di immagini o di video, ce ne sono altri che non lo sono. Se elaboro un testo con l’utilizzo di uno strumento di intelligenza artificiale, siccome la responsabilità redazionale è mia, nel momento in cui lo pubblico posso anche non dire che è costruito con intelligenza artificiale. La norma obbliga a essere trasparenti: un’immagine, per quanto perfetta, è palesemente figlia di uno strumento di Ai. Mentre per l’origine di un testo è più difficile dimostrare che sia al 100% frutto dell’intelligenza artificiale o sintetica.
Nel Terzo settore parliamo spesso di fiducia. Forse dovremmo ricordarci che la trasparenza nell’uso dell’intelligenza artificiale non è soltanto un obbligo europeo. È una naturale conseguenza della relazione di fiducia che chiediamo alle persone di costruire con noi
Alberto Almagioni, consigliere Associazione italiana fundraiser – Assif
Peraltro, già molte piattaforme tendono a etichettare in automatico. Se si pubblica su Facebook, su LinkedIn, su Instagram una immagine fatte con l’intelligenza artificiale, viene etichettata anche se non lo si fa spontaneamente con un’indicazione. Adesso questa cosa è un obbligo, non è più una scelta della piattaforma e ha molto a che fare col tema della responsabilità, col fatto di scegliere che cosa pubblicare e cosa non pubblicare. Questo primo tema della trasparenza è fondamentale, anche perché poi su questo si innestano altri discorsi.
Quali altri discorsi?
Per rispondere faccio un esempio. C’è un caso famoso di Amnesty International, che nel 2023 ha rimosso dai propri canali social alcune immagini generate con l’intelligenza artificiale usate per illustrare la repressione delle proteste in Colombia del 2021. L’organizzazione aveva avuto grossi problemi con quelle immagini, per questo ritirò la campagna. Ovviamente la scelta era stata fatta a fin di bene, per tutelare la riservatezza di chi manifestava, ma questo fatto ha comportato nei lettori una caduta di credibilità della notizia. Si può pensare che, se è finta l’immagine, è finta anche la notizia, che nel momento in cui è manipolata una foto, si ha la percezione di essere manipolati. Quindi, il tema della trasparenza è strettamente collegato alla fiducia, alla credibilità.
La seconda parte dell’Ai Act che è entrata in vigore, invece, cosa riguarda?
Con il “Digital Omnibus”, il pacchetto di semplificazione normativa dell’Unione Europea entrato in vigore il 27 luglio 2026, viene fissata al 2 agosto la parte di vigilanza sul titolo 4 dell’Ai Act, che introduce il principio della Ai Literacy. Riguardo la formazione, al contrario di quello che succede con altri strumenti, non c’è un obbligo specifico. Se si cerca un corso che certifichi la formazione sull’Ai rispetto all’articolo 4, non esiste perché non esiste una certificazione. Ciò che il legislatore intelligentemente ha previsto è che la formazione non è qualcosa che compri, ma è un processo, e bisogna garantire che quel processo stia avvenendo.
Nessuno chiede che le persone che lavorano per te o con te abbiano un certo livello di formazione, ma che abbiano una formazione adeguata. Questo è il vero problema perché per “adeguata” si intende che tenga dentro anche tutti i temi dell’etica. L’articolo 4 non dice semplicemente che bisogna imparare a usare questi strumenti, ma dice che le organizzazioni devono garantire che le persone che li utilizzano abbiano competenze adeguate, tenendo conto del ruolo che ricoprono, del contesto in cui operano e dei possibili impatti. Per me i due articoli si parlano. L’articolo 50 ci dice: siate trasparenti. L’articolo 4 ci dice: imparate. Siamo di fronte ad una sfida.
Quale sfida?
La vera sfida è passare dall’uso dell’Ai alla sua governance. Più o meno a distanza di 40 anni dall’introduzione della mail siamo arrivati all’esistenza, almeno nelle grandi organizzazioni, di un’infrastruttura It e di qualcuno che la governi. L’Ai lo richiede, solo che non abbiamo 40 anni di tempo perché questa è una rivoluzione davvero veloce. Nel Terzo settore parliamo spesso di fiducia: delle persone che donano, di chi si rivolge ai nostri servizi, delle comunità con cui lavoriamo. Forse dovremmo ricordarci che la trasparenza nell’uso dell’intelligenza artificiale non è soltanto un obbligo europeo. È una naturale conseguenza della relazione di fiducia che chiediamo alle persone di costruire con noi.
Quello che il Terzo settore fa quando chiede sostegno economico per una causa non deve essere manipolare né convincere, ma deve essere raccontare, testimoniare e rendere partecipe la persona, che fa una libera scelta. Quindi, il rispetto della normativa e la fiducia si legano tantissimo. Ce lo insegnano i vari casi mediatici. Se qualcosa di sbagliato emerge da una grande, piccola, media organizzazione, il rischio reputazionale ci riguarda tutti. Se domani qualcuno utilizza gli strumenti dell’Ai in modo inadeguato, anche per ingenuità a volte, perché si ha uno strumento che non si sa come funziona e si vuole testarlo, si rischia di creare un problema non solo per quella azienda.
L’importanza di conoscere la normativa e la fiducia sono due temi strettamente collegati, che viaggiano insieme dal Dgpr Act, che disciplina i dati personali e la loro protezione, al Services Act, che disciplina i servizi digitali. Tutte le nuove normative europee che non sono prescrittive, ma che danno degli indicatori per vivere in un mondo più giusto, se vogliamo usare un termine ottimista, si muovono nella stessa direzione dell’Ai Act. L’intelligenza artificiale ha una capacità manipolatoria altissima in termini di convincimento perché riesce a personalizzare, a leggere segnali che sono più difficili da analizzare massivamente. La normativa è un ottimo strumento per creare un’idea di governance.
In apertura, fotografia di Beatriz Cattel Lyca su Unsplash