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Ue. Il trattato con il Mercosur e il costo invisibile sui popoli indigeni

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 14:30

di Alessandro Pompei –

L’accordo tra Unione Europea e Mercosur comporta, oltre a un massivo impatto ambientale in Sud America (una delle aree con la più alta biodiversità del pianeta), anche un enorme impatto sulle comunità indigene di Brasile, Argentina e Paraguay. Aspetto che, al di là delle dichiarazioni di facciata, nei fatti non interessa minimamente alla stessa Commissione, determinata invece a chiudere la questione quanto prima nella speranza di salvare qualcosa della manifattura tedesca. Questa è rimasta colpita dai rincari energetici dovuti alla chiusura di Hormuz e alla distruzione del Nord Stream, operata da un gruppo di sabotaggio ucraino nel 2022, oltre che dalle contromisure russe seguite ai 21 pacchetti di sanzioni e all’invio massivo di armi in Ucraina, la quale non ha mai rispettato gli accordi di Minsk 2 di cui Francia e Germania erano garanti.
Così, a fronte delle garanzie di tutela dichiarate dalla stessa Commissione, la realtà materiale sudamericana racconta una storia opposta. L’incentivazione delle esportazioni verso il continente europeo accelererà inevitabilmente l’erosione territoriale e culturale di comunità già relegate ai margini della sicurezza socio-economica e giuridica. Secondo le rilevazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), vi è una vulnerabilità strutturale preesistente: pur rappresentando meno del 9% della popolazione dell’America Latina, le comunità indigene costituiscono oltre il 18% della fascia in condizioni di povertà estrema. Questa situazione è il risultato diretto di una prolungata insicurezza fondiaria: in Brasile l’offensiva politica e legislativa della Bancada Ruralista, la potente lobby dell’agrobusiness, ha mantenuto in un limbo giuridico la demarcazione di circa 1.400 territori ancestrali, dando luogo a contenziosi che sfociano regolarmente in violenze aperte.
I rapporti della Commissione Pastorale della Terra confermano che oltre la metà degli omicidi ai danni di leader indigeni si concentra proprio negli Stati a più alta vocazione agricola e zootecnica. L’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur agisce su questa polveriera come un potente fattore moltiplicatore. L’apertura del mercato europeo a contingenti agevolati di 99mila tonnellate di carne bovina, 180mila tonnellate di pollame, zucchero ed etanolo, unita alla stabilizzazione della domanda di soia per la mangimistica continentale, innesca un immediato aumento del valore fondiario dei terreni. Questo meccanismo alimenta il fenomeno dell’accaparramento delle terre (“land grabbing”) ai danni delle aree non ancora coperte da omologazione statale definitiva, spingendo la deforestazione ben oltre i confini legali attraverso pratiche opache come il “riciclaggio del bestiame”, in cui i capi nati su terre indigene occupate illegalmente vengono registrati in allevamenti regolari prima dell’abbattimento.
L’impatto si manifesta già con violenza differenziata a seconda dei biomi e delle specifiche etnie coinvolte: nel Cerrado e nel Pantanal brasiliani, epicentro dell’espansione intensiva di soia, mais e canna da zucchero, i popoli Guarani-Kaiowá e Terena subiscono da decenni una sistematica espulsione dalle terre d’origine, con azioni aggressive verso le comunità indigene che stanno aumentando a seguito dell’accordo UE-Mercosur.
Confinati in microscopiche riserve o accampati lungo i cigli delle autostrade federali, questi gruppi affrontano sia le aggressioni armate delle milizie private sia una contaminazione cronica da pesticidi irrorati per via aerea su scala industriale, divenuti sistematici con l’agricoltura intensiva ed estensiva. Molti di questi pesticidi sono proibiti nell’Unione Europea, come l’atrazina e il paraquat, entrambi con potenti effetti tossici sull’uomo.
Nel bacino amazzonico l’avanzata delle monocolture e dei corridoi logistici per l’export, come l’idrovia Tapajós e i nuovi assi ferroviari, minaccia direttamente i Munduruku e i Kayapó. Qui la frammentazione della foresta primaria distrugge le rotte di caccia tradizionali e contamina i corsi d’acqua indispensabili alla sussistenza, compromettendo la sovranità alimentare e la capacità di vendita/scambio delle comunità, in un attacco diretto all’identità culturale delle popolazioni indigene. Vi è anche un impatto sul clima dell’ecozona, che registra una riduzione del regime pluviometrico, intaccando, nel medio-lungo periodo, la produttività agricola della regione e delle aree limitrofe del Cerrado e della Pampa.
Nel Gran Chaco argentino, la conversione massiccia della foresta secca per fare spazio alla soia transgenica colpisce duramente le comunità Wichí e Qom, esasperando situazioni di malnutrizione infantile acuta e privando intere famiglie dell’accesso a fonti idriche non inquinate, mentre più a nord-est, nel Gran Chaco Boreal paraguaiano, caratterizzato da uno dei tassi di deforestazione più rapidi al mondo per far posto al pascolo bovino estensivo, il trattato mette a repentaglio l’esistenza stessa degli Ayoreo, compresi gli ultimi sottogruppi che vivono in stato di isolamento volontario, per i quali il contatto forzato e la distruzione dell’habitat equivalgono a un collasso demografico ed etnico. A rendere il quadro ancor più contraddittorio è il profilo normativo dell’accordo. Nei venticinque anni di negoziati, le organizzazioni indigene, a partire dall’APIB in Brasile, non sono mai state consultate, violando apertamente il principio del Consenso Preventivo, Libero e Informato (FPIC), sancito dalla Convenzione OIL 169, formalmente ratificata da tutti i Paesi del blocco sudamericano. Inoltre, il capitolo su Commercio e Sviluppo Sostenibile (TSD) inserito nel trattato manca di denti sanzionatori: in caso di violazione dei diritti territoriali o di deforestazione illegale, non sono previsti blocchi tariffari o contromisure commerciali cogenti, riducendo le clausole di salvaguardia a dichiarazioni di principio non verificabili. A questo paradosso si aggiunge quello chimico: l’azzeramento dei dazi industriali consentirà alle multinazionali europee di esportare massicciamente verso il Sud America molecole fitosanitarie e pesticidi vietati da anni all’interno del mercato unico per la loro tossicità, i cui residui finiscono per riversarsi nei bacini idrici indigeni prima di rientrare in Europa sotto forma di derrate alimentari. L’architettura dell’accordo UE-Mercosur evidenzia così una profonda fessura etica e strategica. Da un lato, Bruxelles impone standard stringenti ai propri agricoltori e promuove internamente la narrativa della sostenibilità; dall’altro, per difendere le quote di esportazione industriale della propria manifattura, sottoscrive un patto che esternalizza i costi ambientali e umani, trasformando i diritti ancestrali delle popolazioni indigene nella merce di scambio di una globalizzazione asimmetrica.

Colombia. Bogotá chiede a Washington la sospensione dei dazi dopo il terremoto

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 14:00

di Giuseppe Gagliano –

Il presidente colombiano Abelardo de la Espriella ha chiesto agli Stati Uniti una sospensione temporanea dei dazi sulle esportazioni del Paese dopo il terremoto di magnitudo 7,4 che il 10 agosto ha provocato 289 morti, 3.937 feriti e 143 dispersi, causando ingenti danni alle infrastrutture e all’economia nazionale.
De la Espriella, insediatosi appena tre giorni prima del sisma, ha rivolto la richiesta al presidente Donald Trump con l’obiettivo di garantire alle imprese colombiane l’accesso al principale mercato di esportazione durante la fase di ricostruzione. Secondo le autorità, oltre 95mila abitazioni sono state danneggiate e circa 14mila distrutte, mentre risultano compromessi ospedali, scuole, strade, acquedotti e cinque aeroporti.
Un’eventuale sospensione dei dazi potrebbe sostenere settori come petrolio, caffè, fiori, prodotti agricoli e manifatturieri, ma non sarebbe sufficiente a compensare le conseguenze economiche del terremoto. I danni alle infrastrutture di trasporto e agli impianti produttivi limitano infatti la capacità stessa delle imprese di produrre ed esportare.
La richiesta assume anche una rilevanza politica nei rapporti tra Bogotá e Washington. L’amministrazione Trump utilizza le politiche commerciali anche come strumento di politica estera e un’eventuale concessione potrebbe accompagnarsi alla richiesta di una maggiore collaborazione colombiana nella lotta al narcotraffico, nel controllo delle frontiere, nella gestione dei rimpatri e nel contenimento dell’influenza cinese nella regione.
Il sostegno espresso da Trump a de la Espriella durante la campagna elettorale potrebbe favorire un riavvicinamento tra i due Paesi. Per Washington, il nuovo governo colombiano rappresenta infatti un interlocutore potenzialmente più disponibile a rafforzare la cooperazione politica, economica e militare con gli Stati Uniti.
Il terremoto ha inoltre conseguenze sulla sicurezza interna. I danni ad aeroporti, strade e reti di comunicazione possono ridurre temporaneamente la capacità delle forze armate e della polizia di controllare alcune aree del Paese, con il rischio che organizzazioni criminali, gruppi armati e reti del narcotraffico approfittino dell’emergenza.
Gli Stati Uniti potrebbero intervenire fornendo trasporto aereo, mezzi del genio, intelligence e assistenza alle forze colombiane. Un sostegno che contribuirebbe alla gestione dell’emergenza, ma rafforzerebbe contemporaneamente la dipendenza operativa di Bogotá da Washington.
La richiesta di sospendere i dazi diventa così il primo importante banco di prova nei rapporti tra il nuovo governo colombiano e l’amministrazione Trump. Per de la Espriella l’intesa con Washington potrebbe accelerare la ricostruzione, mentre per gli Stati Uniti l’emergenza rappresenta un’occasione per consolidare la propria influenza su uno dei principali alleati strategici dell’America meridionale.

Israele. Netanyahu a Kushner: disarmo di Hamas, nessuna apertura allo Stato palestinese

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 13:30

di Daniele Priori –

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito agli Stati Uniti che qualsiasi avanzamento del piano per Gaza dovrà essere subordinato a un disarmo effettivo e verificabile di Hamas, escludendo al tempo stesso concessioni che possano aprire la strada alla costituzione di uno Stato palestinese. È quanto emerge dall’incontro tenuto a Gerusalemme con Jared Kushner, inviato e genero del presidente statunitense Donald Trump, impegnato in una nuova iniziativa diplomatica per superare lo stallo sull’attuazione del piano americano per la Striscia.
Durante il primo mandato di Trump, Kushner era stato promotore di un piano denominato “Nuova Palestina”, che prevedeva la nascita dello Stato palestinese con la sicurezza garantita da Israele, un’ipotesi respinta da Netanyahu, il quale da lì a poco fece approvare alla Knesset una proposta di legge per l’annessione della Cisgiordania.
Secondo Ynet, che cita una fonte israeliana presente ai colloqui, “La parte israeliana ha chiarito durante l’incontro che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese”. La precisazione assume particolare rilievo perché il nuovo percorso negoziale sostenuto dagli Stati Uniti prevede, oltre al disarmo di Hamas, il progressivo ritiro delle forze israeliane e una futura amministrazione palestinese della Striscia affidata a tecnocrati.
Il nodo immediato rimane però quello delle armi di Hamas. La fonte israeliana citata da Ynet ha spiegato che “c’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle ‘zone pilota’, ma ora non se ne parla più così. Bensì: Hamas deve dimostrare impegno nella distruzione delle armi, va accertato che non consegni armi non funzionanti. Gli americani sono determinati a continuare il Piano, per Netanyahu la prova sta nell’effettiva consegna delle armi da parte di Hamas”.
Secondo i24News, dai colloqui sarebbe emersa anche un’intesa sulla modalità iniziale del disarmo: nella prima fase le armi consegnate da Hamas dovrebbero passare direttamente alle forze statunitensi, che ne curerebbero la distruzione. L’obiettivo sarebbe quindi quello di creare un meccanismo verificabile, evitando che la consegna di materiale inutilizzabile possa essere presentata come adempimento degli obblighi previsti dal piano.
La missione di Kushner arriva dopo un passaggio diplomatico particolarmente significativo al Cairo, dove l’inviato americano ha incontrato il leader di Hamas Khalil al-Hayya. Secondo fonti informate citate da Axios, i rappresentanti del movimento palestinese avrebbero confermato la disponibilità alla demilitarizzazione di Gaza nell’ambito di una roadmap comprendente cessate-il-fuoco permanente, ritiro israeliano, ricostruzione e trasferimento dell’amministrazione a un governo palestinese tecnocratico nel quale Hamas non avrebbe un ruolo futuro.
Il confronto di Gerusalemme è durato diverse ore e vi hanno partecipato anche esponenti del Board of Peace, tra cui l’ex premier britannico Tony Blair e Nickolay Mladenov. Il tentativo americano è quello di recuperare il proprio piano in 15 punti, che nelle ultime settimane si era arenato proprio sulle differenti interpretazioni della successione tra disarmo palestinese e ritiro israeliano.
Netanyahu aveva già respinto l’ipotesi di un ritiro israeliano prima del completo disarmo di Hamas. Il Board of Peace aveva tuttavia precisato nei giorni scorsi che il piano rimane operativo e che l’attuazione dovrebbe procedere per fasi, sulla base di impegni sottoposti a verifica.
Dietro la disputa sulle modalità tecniche emerge così una divergenza politica più profonda. Washington tenta di costruire un percorso nel quale demilitarizzazione, ritiro israeliano, forza internazionale di stabilizzazione e nuova amministrazione palestinese siano parti dello stesso processo. Netanyahu punta invece a separare nettamente la questione della sicurezza da quella politica: prima la completa eliminazione delle capacità militari e di governo di Hamas, poi l’eventuale ritiro, senza che il processo possa trasformarsi in un passaggio verso il riconoscimento di uno Stato palestinese.
Il successo della missione di Kushner dipenderà quindi dalla possibilità di trasformare la disponibilità dichiarata da Hamas in atti concreti e verificabili e, contemporaneamente, di ottenere da Israele l’accettazione delle successive fasi del piano. È proprio su questa reciprocità che resta aperta la distanza tra le parti: entrambe chiedono che sia l’altra a compiere per prima il passo considerato irreversibile.

Ungheria. Il governo Magyar rivede Paks II, tra siccità e dipendenza dalla Russia

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 12:00

di Giuseppe Gagliano –

Il governo ungherese guidato da Peter Magyar ha ordinato una revisione completa del progetto nucleare Paks II, affidato nel 2014 alla società statale russa Rosatom, mentre il caldo estremo e la siccità hanno ridotto la portata del Danubio mettendo in difficoltà la produzione nucleare della regione.
La centrale di Paks, che normalmente garantisce circa un terzo dell’elettricità ungherese, ha ridotto il proprio contributo a poco più del 10%. Problemi analoghi hanno interessato la Romania, costretta a fermare anche l’ultimo reattore operativo di Cernavoda per l’insufficiente disponibilità di acqua destinata al raffreddamento e ad acquistare elettricità dall’Ucraina attraverso la società moldava Energocom.
La situazione ha riportato al centro del dibattito Paks II, progetto voluto dal precedente governo di Viktor Orbán e basato sulla costruzione di due nuovi reattori con un finanziamento russo fino a 10 miliardi di euro. Magyar contesta ritardi e costi dell’opera, che secondo il programma originario avrebbe dovuto essere operativa entro il 2024. Budapest avrebbe già investito circa mille miliardi di fiorini, equivalenti a 2,8 miliardi di euro.
Rosatom sostiene che la preparazione del calcestruzzo per l’Unità 5 sia completata per oltre l’80%, che i lavori dell’Unità 6 stiano avanzando e che alcuni componenti siano già in produzione. Il governo ungherese ritiene invece necessario verificare la sostenibilità economica e tecnica dell’intero progetto.
Uno dei principali problemi riguarda il sistema di raffreddamento. La dipendenza diretta dalla portata del Danubio può obbligare una centrale a ridurre la produzione durante periodi di siccità e temperature elevate, proprio quando cresce la domanda di elettricità. Magyar ha quindi sollevato la questione dell’assenza di un sistema a circuito chiuso, la cui eventuale introduzione comporterebbe però nuovi investimenti, autorizzazioni e ulteriori ritardi.
Budapest dovrà decidere se proseguire con il progetto esistente, rinegoziarlo introducendo modifiche tecniche oppure ridimensionarlo a favore di fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e maggiori collegamenti con le reti europee. Una cancellazione potrebbe comportare penali e contenziosi con Mosca, mentre il completamento dell’opera manterrebbe l’Ungheria legata per decenni alla tecnologia, all’assistenza e potenzialmente alle forniture russe.
Paks II rappresenta infatti anche una questione geopolitica. Il progetto è stato uno dei principali simboli dei rapporti privilegiati costruiti da Orbán con Mosca e la sua revisione potrebbe segnare un riavvicinamento dell’Ungheria alla linea prevalente nell’Unione Europea. Bruxelles potrebbe favorire una ristrutturazione basata su maggiore diversificazione tecnologica e adattamento alle nuove condizioni climatiche.
Per la Russia, al contrario, la perdita o il ridimensionamento del progetto significherebbe rinunciare a un importante strumento di presenza economica e strategica nell’Europa centrale. Mosca potrebbe quindi chiedere compensazioni o utilizzare i rapporti energetici ancora esistenti con Budapest come leva negoziale.
La decisione su Paks II supera così la dimensione industriale. Per il governo Magyar si tratta di stabilire quanto del futuro energetico ungherese possa dipendere contemporaneamente dal Danubio, dalla tecnologia russa e dai finanziamenti di Mosca, in un momento in cui cambiamento climatico e tensioni geopolitiche stanno modificando gli equilibri energetici dell’Europa centrale.

Schengen: più sicurezza non significa meno Europa

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 11:30

di Gerardo Petta * –

ZURIGO (CH). Di fronte alle critiche della sinistra, che considera la posizione del Governo italiano su Schengen una scelta meramente strumentale e dannosa, è necessario fare chiarezza. La tutela dei confini non è una bandiera ideologica: è una responsabilità di governo. La possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne è prevista dalle regole europee. Ricorrervi, quando ne sussistono le condizioni, non significa essere contro l’Europa, né mettere in discussione i rapporti di amicizia e collaborazione con la Spagna. Significa utilizzare uno strumento contemplato dall’ordinamento europeo per tutelare la sicurezza, la legalità e gli interessi del Paese.
Non si tratta, peraltro, di una scelta estranea alla prassi europea: diversi Stati membri hanno fatto ricorso, negli anni, a controlli temporanei alle frontiere interne. È quindi difficile sostenere che l’utilizzo di uno strumento previsto dalle stesse regole europee costituisca, di per sé, una scelta antieuropea.
Anche sulla questione migratoria occorre evitare confusioni. Il decreto flussi italiano riguarda ingressi regolari e programmati, disciplinati da procedure definite e stabiliti anche sulla base delle esigenze del mercato del lavoro. Ben diverso è il problema dell’immigrazione irregolare. Distinguere chiaramente tra questi due fenomeni è indispensabile per qualsiasi politica migratoria seria e credibile.
Naturalmente è legittimo, e in una democrazia doveroso, chiedere al Governo trasparenza sui numeri, sulle provenienze e sui meccanismi di ingresso. Ma è altrettanto necessario riconoscere che uno Stato ha il diritto e la responsabilità di governare i flussi migratori e di contrastare l’immigrazione irregolare.
È su questo punto che emerge una differenza politica sostanziale. Ritengo che solidarietà e accoglienza debbano necessariamente accompagnarsi a legalità, sicurezza, integrazione e sostenibilità. L’Italia non può adottare una politica delle porte aperte, ma deve essere nelle condizioni di decidere e controllare chi entra nel proprio territorio, contrastando gli ingressi irregolari e favorendo quelli legali, secondo regole e procedure precise.
Si può naturalmente discutere nel merito dell’efficacia e della proporzionalità delle singole misure. È questo il terreno sul quale dovrebbe svilupparsi un confronto politico serio. Ma liquidare automaticamente ogni rafforzamento dei controlli come una scelta meramente propagandistica significa eludere la questione centrale: come garantire sicurezza e legalità, governando al tempo stesso il fenomeno migratorio in maniera ordinata e sostenibile.
Governare significa anche prevenire situazioni fuori controllo. Tutelare i confini, nel rispetto delle regole europee, non significa essere contro l’Europa. Significa assumersi la responsabilità di governare e svolgere, con serietà, le funzioni che i cittadini hanno affidato alle istituzioni.

* Articolo in mediapartnership con Giornale Diplomatico.

Filippine. Manila tratta con Pechino per petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 11:00

di Giuseppe Gagliano –

Le Filippine e la Cina potrebbero avviare esplorazioni congiunte di petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale. Lo ha affermato il presidente filippino Ferdinand Marcos junior, secondo il quale i negoziati con Pechino avrebbero compiuto progressi sufficienti a rendere possibile un’intesa nonostante le persistenti dispute territoriali tra i due Paesi.
Per Manila la ricerca di nuove risorse energetiche è diventata prioritaria a causa del progressivo declino del giacimento di Malampaya, per anni fondamentale per la produzione elettrica nazionale. La diminuzione della produzione interna costringe infatti le Filippine a ricorrere maggiormente alle importazioni, esponendo il Paese alle oscillazioni dei prezzi internazionali.
Al centro dei negoziati potrebbe esserci il Banco di Reed, chiamato Banco Recto nelle Filippine, un’area potenzialmente ricca di idrocarburi che Manila considera parte della propria zona economica esclusiva. Pechino include invece quelle acque nelle proprie rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale.
La sentenza arbitrale internazionale del 2016 ha respinto le pretese storiche cinesi su gran parte del bacino, decisione che Pechino continua a non riconoscere. Un eventuale accordo dovrebbe quindi consentire lo sfruttamento delle risorse senza definire formalmente la sovranità sulle acque interessate, disciplinando investimenti, ricavi, sicurezza e gestione delle infrastrutture.
Per Manila il principale rischio politico consiste nell’evitare che la cooperazione venga interpretata come una rinuncia ai diritti rivendicati sulla base della sentenza del 2016. Pechino, parallelamente, difficilmente accetterebbe una formula che riconoscesse esplicitamente la giurisdizione filippina. Una soluzione potrebbe quindi prevedere un’intesa temporanea esclusivamente economica, rinviando la questione territoriale.
L’eventuale scoperta di riserve sfruttabili permetterebbe alle Filippine di ridurre le importazioni energetiche e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti, anche se sarebbero necessari anni prima dell’avvio della produzione commerciale. Servirebbero infatti piattaforme, condotte, infrastrutture costiere e consistenti investimenti.
Per la Cina l’intesa avrebbe invece un valore sia economico sia strategico. Pechino potrebbe ottenere accesso alle risorse e nuove opportunità per le proprie imprese, rafforzando contemporaneamente il proprio ruolo di interlocutore indispensabile nelle controversie regionali.
La possibile cooperazione energetica si inserisce tuttavia in un quadro caratterizzato da frequenti tensioni tra unità filippine e cinesi. Manila accusa da tempo la guardia costiera cinese e altre imbarcazioni di ostacolare le proprie attività nelle zone contese attraverso manovre pericolose e cannoni ad acqua. Marcos ha ribadito che qualsiasi collaborazione economica non comporterà una rinuncia ai diritti territoriali filippini.
Sul negoziato pesa anche il rapporto di alleanza tra Filippine e Stati Uniti. Manila ha ampliato negli ultimi anni la cooperazione militare con Washington e l’accesso americano alle proprie basi, una presenza che Pechino considera parte della strategia statunitense di contenimento della Cina nel Pacifico e attorno a Taiwan.
Un accordo limitato al Banco di Reed potrebbe quindi rappresentare la soluzione più praticabile, consentendo alle parti di sfruttare le risorse senza risolvere la controversia territoriale. Il fallimento dei colloqui potrebbe invece spingere Manila a procedere autonomamente o insieme a società di Paesi alleati, aumentando il rischio di nuovi confronti con la Cina.
L’esplorazione congiunta rappresenta così molto più di un’intesa energetica. Nel Mar Cinese Meridionale, dove si sovrappongono risorse, rotte commerciali e interessi militari, il negoziato mette alla prova la capacità delle Filippine di soddisfare le proprie esigenze energetiche senza compromettere le rivendicazioni territoriali e rafforzare ulteriormente l’influenza strategica di Pechino.

Arabia Saudita. Riad lancia una coalizione navale mentre torna a crescere la tensione nello Yemen

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 10:00

di Giuseppe Gagliano –

L’Arabia Saudita ha annunciato l’avvio operativo di una coalizione multinazionale per proteggere la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, mentre il confronto con gli Houthi torna a intensificarsi dopo circa quattro anni di relativa calma. Tredici Paesi hanno completato le procedure di adesione e quindici hanno sottoscritto la dichiarazione comune.
Riad fornirà il primo comandante della coalizione, mentre il Pakistan dovrebbe indicare il vicecomandante. La struttura avrà il compito di coordinare la raccolta e la condivisione delle informazioni, le esercitazioni e le operazioni navali destinate alla protezione del traffico mercantile.
L’iniziativa arriva mentre nello Yemen aumentano nuovamente gli scontri. Gli Houthi hanno attaccato campi militari delle forze governative sostenute dall’Arabia Saudita, sostenendo di avere individuato preparativi per un’offensiva contro i territori sotto il loro controllo. Almeno trenta militari governativi sarebbero rimasti uccisi.
La tensione era aumentata il 13 luglio, quando le forze appoggiate da Riad hanno colpito l’aeroporto di Sana’a per impedire a un velivolo iraniano di riportare nello Yemen una delegazione Houthi. Il movimento ha successivamente dichiarato conclusa la tregua e annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita. Da allora sono state rivendicate operazioni contro infrastrutture marittime e petrolifere saudite, mentre Riad ha ripreso gli attacchi contro installazioni militari nello Yemen.
La sicurezza del Mar Rosso è diventata particolarmente importante per l’Arabia Saudita anche in seguito alle difficoltà della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha aumentato il trasferimento di greggio attraverso l’oleodotto che collega la parte orientale del Paese al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Da giugno le operazioni di carico avrebbero superato mediamente i quattro milioni di barili al giorno, oltre quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente.
La strategia consente di ridurre la dipendenza da Hormuz, ma espone una quota crescente delle esportazioni saudite alle minacce nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el Mandeb. Petrolio e derivati rappresentano oltre tre quarti delle esportazioni del regno e un deterioramento simultaneo della sicurezza sui due principali corridoi marittimi avrebbe conseguenze dirette sulle entrate pubbliche e sui programmi economici di Riad.
Gli Houthi non dispongono di una marina convenzionale paragonabile a quella saudita, ma possono utilizzare missili antinave e balistici, velivoli senza pilota, mine e imbarcazioni esplosive telecomandate. Strumenti relativamente economici che permettono di minacciare il traffico commerciale e aumentare i costi delle assicurazioni e dei trasporti.
La coalizione potrà rafforzare la sorveglianza, scortare le navi e migliorare l’intercettazione delle minacce, ma la sua efficacia dipenderà dall’integrazione tra ricognizione aerea, sorveglianza satellitare, difesa antimissile, sminamento e protezione dei porti, oltre che dalla definizione di regole d’intervento condivise.
Particolare rilievo assume la partecipazione del Pakistan, che dispone di esperienza navale nell’Oceano Indiano e mantiene stretti rapporti militari con l’Arabia Saudita. Islamabad potrebbe contribuire con personale e capacità operative, anche se resta da verificare fino a che punto sia disposta a essere coinvolta in un confronto diretto con gli Houthi e indirettamente con l’Iran, con il quale condivide una lunga frontiera.
Per Teheran, gli Houthi rappresentano uno strumento di pressione sull’Arabia Saudita e sulle rotte commerciali tra Asia, Europa e Mediterraneo. La coalizione è formalmente destinata alla sicurezza della navigazione, ma assume quindi anche una funzione di contenimento dell’influenza iraniana nella regione.
Il rischio principale resta quello di una nuova escalation nello Yemen. Un’offensiva delle forze sostenute da Riad potrebbe provocare attacchi Houthi contro porti, infrastrutture energetiche e territorio saudita, collegando ulteriormente le crisi del Mar Rosso, di Bab el Mandeb e dello Stretto di Hormuz. La nuova coalizione rappresenta così il tentativo saudita di proteggere uno dei corridoi energetici più importanti del mondo, mentre la ripresa delle ostilità yemenite minaccia di trasformare nuovamente il Mar Rosso in un fronte della competizione regionale.

Russia. Unità missilistiche russe vicino a Hokkaido dopo la visita di Putin alle Curili

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 12:00

di Giuseppe Gagliano –

Quattro unità missilistiche della Flotta russa del Pacifico sono transitate a circa 40 chilometri da Hokkaido, senza entrare nelle acque territoriali giapponesi, pochi giorni dopo essere state avvistate nella stessa area e all’indomani della visita del presidente Vladimir Putin a Iturup, una delle Curili meridionali controllate da Mosca e rivendicate da Tokyo come Territori del Nord.
Le navi sono state individuate il 14 agosto al largo di Capo Soya e seguite da un velivolo da pattugliamento marittimo P-3C giapponese. Le stesse unità erano state osservate il 9 agosto nei pressi dell’isola di Rebun, prima di attraversare lo stretto di Soya e dirigersi successivamente verso ovest.
Le imbarcazioni appartengono al Progetto 12411M Molniya-1, classificato dalla Nato come classe Tarantul III, unità veloci equipaggiate con missili antinave. Il passaggio, pur avvenuto in acque internazionali, assume particolare rilievo nel quadro delle crescenti tensioni tra Russia e Giappone sulla sovranità delle Curili meridionali e della crescente militarizzazione dell’arcipelago.
La visita di Putin a Iturup ha provocato una dura reazione di Tokyo, che ha convocato l’ambasciatore russo presentando una protesta formale. Mosca ha respinto le contestazioni giapponesi, mentre Dmitrij Medvedev ha minacciato pesanti conseguenze qualora Tokyo insistesse nelle proprie rivendicazioni territoriali.
Le Curili meridionali furono occupate dall’Unione Sovietica nel 1945 e la controversia ha impedito a Russia e Giappone di concludere un trattato di pace definitivo dopo la Seconda guerra mondiale. I tentativi di raggiungere un compromesso sono progressivamente naufragati, soprattutto dopo l’adesione giapponese alle sanzioni occidentali contro Mosca e il rafforzamento della cooperazione militare tra Tokyo e Washington.
Per la Russia l’arcipelago riveste una rilevanza strategica particolare, poiché controlla gli accessi tra il Mare di Ochotsk e il Pacifico e contribuisce alla protezione delle forze della Flotta del Pacifico. L’aeroporto militare di Burevestnik, sull’isola di Iturup, rafforza inoltre la capacità russa di sorvegliare le rotte marittime e aeree della regione.
Alla dimensione militare si aggiunge quella economica. Le acque delle Curili sono ricche di risorse ittiche e la posizione dell’arcipelago consente di controllare importanti passaggi marittimi. Allo stesso tempo, nonostante le tensioni politiche, il Giappone continua ad attribuire importanza alle forniture energetiche provenienti dall’Estremo Oriente russo, in particolare a quelle legate ai progetti di Sachalin.
Il transito delle quattro unità russe appare quindi soprattutto come una dimostrazione militare calibrata, sufficientemente vicina al territorio giapponese da essere percepita come un segnale politico, ma condotta senza violare le acque territoriali. La disputa sulle Curili si inserisce ormai nel più ampio confronto strategico nel Pacifico tra Russia, Giappone e Stati Uniti.

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