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Vannacci promette sovranità e prepara l’impotente solitudine nazionale

17 Agosto 2026 ore 04:45

Non ho mai incontrato Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale. Ma ho conosciuto abbastanza bene il coordinatore del suo programma: un brillante giovane ultracattolico, nato dalle mie parti, esponente di un fondamentalismo clericale di matrice – non saprei spiegarmi meglio – più lefebvriana che ruiniana. Non mi sono quindi stupito nell’individuare i caratteri eccezionalmente antiliberali e organicistici del programma politico di Vannacci. Vediamoli punto per punto.

Uno Stato confessionale e identitario
Il programma definisce «non negoziabili» la difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale», la «famiglia naturale» e l’«identità cristiana». Descrive la nazione come comunità «di diritto e di sangue», richiama i tratti fisici degli italiani e afferma che «per fare un italiano non ci vuole un corso di educazione civica: ci vogliono secoli». Soprattutto, ripete la formula vannacciana secondo cui «viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni». In una democrazia costituzionale e liberale basata sullo stato di diritto, lo Stato non stabilisce quale sia la «vera» identità religiosa o antropologica dei cittadini; la cittadinanza è un’appartenenza giuridica e politica, non etnica, biologica o confessionale; le istituzioni non sono subordinate a una presunta essenza della nazione, interpretata dal partito che governa. E i diritti non dipendono dall’adesione alla morale cattolica. Dietro la parola «libertà» compare una concezione sostanzialmente antiliberale: l’individuo è libero solo finché la sua condotta coincide con ciò che il programma considera naturale, cristiano e funzionale alla continuità della nazione. Lo stesso testo arriva a qualificare come «perversioni e piaghe sociali» alcuni comportamenti che l’«ideologia liberale» trasformerebbe in diritti individuali.

La «remigrazione» come discriminazione di Stato
Il capitolo più chiaro è quello intitolato non casualmente «Assimilazione e Remigrazione». Vannacci non si limita a proporre un controllo rigoroso dell’immigrazione clandestina, obiettivo compatibile con una politica liberale. Vuole ridurre anche la presenza degli stranieri regolari fino a renderla «eccezionale», «percentualmente irrilevante» e priva di «alcun impatto sociale». Tra le misure previste: selezione degli ingressi in base alla religione e alla «compatibilità culturale», privilegiando i paesi cristiani (si attendono ondate di austriaci, francesi e sloveni?); venti anni di residenza per ottenere la cittadinanza; dichiarazione obbligatoria di assimilazione alla civiltà «greca, romana e cristiana» (ebrei non graditi?); revoca della cittadinanza ai naturalizzati che commettano determinati reati; esclusione generalizzata degli stranieri da prestazioni sociali; stop ai ricongiungimenti familiari; incentivazione della partenza anche degli immigrati regolari; espulsioni automatiche, riduzione delle garanzie familiari e ricorsi da esercitare dopo il rimpatrio; preferenza occupazionale e contributiva per la manodopera italiana (oggi sacrificata? Non saprei).

Vannacci non propone una politica migratoria: la sua è una gerarchia legale tra persone costruita sull’origine, sulla religione e sul modo in cui si è acquisita la cittadinanza. La distinzione permanente tra cittadini «originari» e naturalizzati rompe il principio liberale di eguaglianza davanti alla legge. Smontare l’Unione europea senza dichiarare subito l’uscita La linea europea di Vannacci non è una riforma dell’Unione. È un progetto di regressione dall’Ue alla vecchia Cee: mercato comune tra Stati sovrani, senza vera autorità politica europea.

Il programma propone le seguenti misure: uso sistematico del veto, a partire dal prossimo bilancio pluriennale; prevalenza della Costituzione sui trattati e sul diritto europeo; restituzione agli Stati delle competenze trasferite; rifiuto del federalismo europeo, definito «federalismo al contrario» e «elefante eurocomunista»; creazione di cooperazioni alternative all’Ue con Ungheria, Slovacchia e altri governi nazional-conservatori; possibilità di uscire dall’euro; introduzione di una «moneta fiscale» nazionale; possibilità di recedere persino dalla Nato.

Quella di Vannacci è una strategia di disgregazione per tappe: non proclamare oggi l’Italexit, ma rendere l’Italia incompatibile con il funzionamento dell’Unione, paralizzarne le decisioni e tenere aperta l’uscita dall’euro. Vannacci pare non tener conto che nessuno Stato europeo, neppure grande, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere sicurezza, tecnologia, industria, moneta e autonomia strategica nel confronto con Stati Uniti, Cina e Russia. La «sovranità nazionale» di Vannacci non restituirebbe sovranità effettiva all’Italia: la renderebbe più debole e più esposta alle grandi potenze – a una in particolare, minacciosa ma amica: la Russia.

Una politica estera aperta alla Russia e ostile all’Ucraina
Il documento non definisce la guerra come aggressione russa contro uno Stato sovrano. La chiama «operazione militare russa» e attribuisce un ruolo causale all’espansione della Nato, richiamando George F. Kennan e John J. Mearsheimer. Considera sbagliato l’invio prolungato di armi, insiste sui danni delle sanzioni all’Italia e propone di riaprire rapidamente i rapporti energetici e commerciali con Mosca. Ancora più significativo è il quadro generale: il programma presenta il multipolarismo delle «sfere d’influenza» come un’evoluzione positiva e immagina una convergenza tra l’Europa cristiana occidentale e la Russia cristiana orientale. In questa concezione, la libertà degli ucraini rischia di diventare una variabile subordinata all’equilibrio tra potenze e alla convenienza energetica italiana. Vannacci non accetta l’idea che l’interesse nazionale italiano non consista nel premiare l’aggressione e nel riconoscere implicitamente alle grandi potenze il diritto di dominare i vicini, e che coincida con un ordine europeo nel quale i confini non si cambiano con la forza e gli Stati scelgono liberamente le proprie alleanze.

Dalla sicurezza al diritto penale del nemico
Il programma contiene alcune proposte condivisibili – rafforzamento degli organici, digitalizzazione della giustizia, separazione delle carriere, interventi sulle carceri – ma le colloca dentro un impianto securitario e autoritario. Sono particolarmente critici i seguenti punti: l’affermazione che la sicurezza del cittadino onesto venga «prima dei diritti del criminale»; la contrapposizione tra vittima e garanzie dell’imputato; la presunzione assoluta di proporzionalità nella difesa domiciliare; la legittimazione dell’uso della forza anche per difendere beni materiali e durante la fuga dell’aggressore; l’esclusione del risarcimento persino nell’eccesso colposo di difesa; l’abbassamento a dodici anni dell’imputabilità; i riti sommari come regola per i reati in flagranza; l’impiego strutturale delle Forze armate nelle città; le «zone rosse» senza limiti temporali; il lavoro carcerario obbligatorio, con aumento della pena per chi lo rifiuta; la revisione del reato di tortura per ampliare la protezione degli agenti. Il liberalismo – inutile spiegarlo a Vannacci – non è indulgenza verso il crimine. È la convinzione che le garanzie valgano proprio quando lo Stato esercita la sua forza. La presunzione d’innocenza non protegge «il criminale»: protegge ogni cittadino dal rischio di essere trattato come colpevole prima di una sentenza.

Libertà economica proclamata, dirigismo nazionalista praticato
Nel capitolo economico si trovano anche obiettivi liberali ragionevoli: semplificazione fiscale, riduzione del cuneo, stabilità delle regole, tutela della concorrenza, proprietà diffusa. Ma l’impianto complessivo è quello di un’economia nazionale protetta e politicamente guidata: fondo sovrano pubblico; uso esteso del golden power; protezionismo, dazi e preferenze nazionali; restrizioni agli investimenti e alle acquisizioni estere; moneta fiscale parallela; deroghe ai vincoli di bilancio pur senza una quantificazione credibile; flat tax senza aggiustamenti fiscali, riduzioni dell’Iva, quoziente familiare, incentivi demografici e nuove spese, senza un quadro finanziario coerente.

Il documento di Vannacci promette contemporaneamente meno tasse, maggiori investimenti pubblici, più sicurezza, più carceri, più sostegni familiari, protezione industriale e maggiore libertà di deficit. Manca una stima dei costi e manca soprattutto una strategia seria per il debito pubblico. È un nazional-corporativismo economico rivestito di lessico liberale: il mercato viene accettato finché produce risultati conformi all’interesse nazionale definito dal governo.

Demografia e famiglia come strumenti di omologazione sociale
È legittimo sostenere natalità e famiglie. Diventa illiberale quando la politica demografica si trasforma in un criterio per distribuire diritti e opportunità. Il programma propone persino «quote azzurre» nei concorsi pubblici riservate ai genitori di famiglie numerose. In questo modo il merito, pure continuamente invocato, viene sacrificato a un’ideologia della procreazione. Chi non ha figli, chi non può averne o chi vive in una famiglia diversa da quella riconosciuta dal partito viene implicitamente collocato a un livello inferiore di utilità nazionale e quindi di minore partecipazione all’acquisizione dei diritti civili e sociali. Naturalmente, anche Vannacci, come gli autocrati di ogni stagione, propone – come ho segnalato – di fare cose buone. La mia opposizione radicale a Futuro Nazionale non nasce dal fatto che sia un partito di destra, ma dal fatto che propone una destra radicalmente antiliberale e antieuropea.

Nel suo programma la nazione viene prima delle istituzioni, l’identità religiosa prima della libertà di coscienza, l’origine dei cittadini prima della loro eguaglianza, la sicurezza prima delle garanzie e la sovranità nazionale prima della costruzione europea. Gli immigrati vengono selezionati secondo la religione, i naturalizzati rimangono cittadini revocabili, la cittadinanza richiede l’adesione a una civiltà ufficiale, la famiglia è definita dallo Stato e i diritti individuali sono subordinati a una morale collettiva.

In Europa Vannacci non propone di correggere l’Unione, ma di riportarla a una semplice area commerciale, usando il veto, rimettendo in discussione l’euro e costruendo alleanze con i nazionalismi illiberali. In politica estera sostituisce la solidarietà con l’Ucraina con l’accomodamento verso la Russia e il diritto internazionale con la logica delle sfere d’influenza. Anche quando parla di libertà economica, il programma approda al protezionismo, al dirigismo strategico e a una quantità di promesse fiscali e di spesa prive di copertura. E quando parla di sicurezza, considera le garanzie costituzionali un ostacolo, legittima una concezione sproporzionata della difesa privata e trasforma il diritto penale in uno strumento di esclusione sociale.

I liberali, i riformisti, chiunque si riconosca nella Costituzione e nella storia dell’Italia repubblicana, cercano un’altra Italia: una repubblica laica, liberale ed europea, nella quale la cittadinanza dipende dalla legge e non dal sangue o dalla religione; lo Stato protegge la libertà individuale senza imporre un’identità; la sicurezza è garantita nel rispetto del giusto processo; e la sovranità si esercita insieme agli altri europei, non nell’impotente solitudine degli Stati nazionali. E non possono condividere in nessun modo la concezione etnico-confessionale della cittadinanza, l’attacco all’Unione, la subordinazione dei diritti all’identità nazionale e l’indebolimento delle garanzie.

Un tempo avremmo chiamato il programma politico di Vannacci in un modo semplice: fascismo. Ma oggi, quando l’antifascismo proclamato si spinge a proporci modelli altrettanto autoritari, occorre trovare un altro termine. Chiamiamolo vannaccismo, per ora.

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