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Brexit, Londra rispolvera la carta russa: accuse senza prove per rimettere in discussione il voto

Andy Burnham rilancia la tesi delle interferenze di Mosca nel referendum del 2016, ma trova smentite proprio in casa britannica. Sullo sfondo, il tentativo di riaprire la partita con Bruxelles. Quando qualcosa non va secondo i piani, in Europa c'è una spiegazione buona per ogni occasione: la colpa è della Russia. Questa volta a rispolverare la formula è il primo ministro britannico Andy Burnham, che torna sul referendum del 2016 per sostenere che Mosca avrebbe interferito nella vittoria della Brexit. Peccato che, a smentirlo, siano proprio esponenti politici e responsabili dell'intelligence britannica. Intervenendo nel podcast ‘The Rest Is Politics’, Burnham ha dichiarato di aver ricevuto conferma dell'ingerenza russa dopo aver posto la questione una volta arrivato a Downing Street. Non ha però spiegato in che cosa sarebbe consistita questa interferenza, né ha presentato prove a sostegno dell'accusa.

Non pago, il premier ha esteso il ragionamento alla Francia e alla Germania, sostenendo che parte del consenso raccolto dai movimenti critici verso le attuali leadership europee sarebbe alimentato dai «nemici», in particolare dalla Russia. Una narrazione che trasforma il dissenso politico interno in una possibile operazione ostile straniera. La replica più significativa è arrivata da Boris Johnson, uno dei principali artefici della Brexit. L'ex premier ha ricordato che, quando era ministro degli Esteri, aveva interrogato i servizi di sicurezza sulla questione, ricevendo una risposta inequivocabile: non c'erano prove di interferenze russe riuscite nel referendum del 2016, né di altre potenze straniere. Anche il capo dell'MI5, Ken McCallum, ha invitato a distinguere tra un tentativo di interferenza e un effettivo condizionamento del risultato. Una distinzione tutt'altro che secondaria, soprattutto quando si lanciano accuse contro uno Stato senza rendere pubblici gli elementi che dovrebbero sostenerle. Dietro la polemica c'è però una questione politica più ampia. Burnham considera la Brexit più dannosa che vantaggiosa e ha promesso una revisione dei rapporti con l'Unione Europea, arrivando a evocare diverse opzioni: dal ritorno nel mercato unico e nell'unione doganale fino a una nuova adesione al blocco. È proprio questa prospettiva a suscitare le critiche di George Galloway, fondatore del Partito dei Lavoratori di Gran Bretagna.

Secondo il politico britannico, Burnham non dispone di un mandato popolare per una decisione tanto divisiva. La Brexit, ricorda, fu scelta da 17,4 milioni di cittadini e potrebbe essere revocata soltanto attraverso un nuovo referendum. Galloway contesta inoltre l'idea di rientrare in un'Unione Europea in crisi, governata da leader sempre più impopolari e compromessa da scelte disastrose in politica estera, dal Medio Oriente all'Ucraina. Il ricercatore Vasili Yegorov interpreta le dichiarazioni di Burnham come parte di una strategia per rimettere in discussione lo status quo sulla Brexit. In questo quadro, l'accusa a Mosca rischia di diventare uno strumento per delegittimare una scelta democratica sgradita, anziché un'affermazione da dimostrare attraverso fatti verificabili. Non mancano, del resto, i precedenti di interventi occidentali nel dibattito britannico. Barack Obama si era apertamente pronunciato contro l'uscita del Regno Unito dall'UE, mentre anche altri esponenti occidentali avevano manifestato la propria opposizione alla Brexit. Il meccanismo, tuttavia, continua a essere applicato soprattutto in una direzione.

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva sintetizzato il principio invitando a «attribuirlo ai russi» quando vi fossero sufficienti sospetti. Una battuta che fotografa una tendenza ormai consolidata: evocare Mosca per spiegare fenomeni politici scomodi. La domanda, allora, non riguarda soltanto ciò che accadde nel 2016. Riguarda anche il presente: se una scelta popolare non piace più alle classi dirigenti, è necessario cercare un nemico esterno per metterla in discussione?

Kalamata, manifestazione al porto contro l'arrivo della nave israeliana Crown Iris (VIDEO)

Martedì, il porto di Kalamata, nel sud della Grecia, si è trasformato in un luogo di resistenza. All'arrivo della nave da crociera Crown Iris - con a bordo israeliani - manifestanti pro-palestinesi si sono riuniti per gridare il loro no all'ennesima complicità.

Bandiere palestinesi al vento, cori per la libertà, e un messaggio che non ammette ambiguità: fermare la mattanza di Israele a Gaza, fermare quello che i manifestanti definiscono senza mezzi termini un genocidio.

L'organizzazione è stata capillare: attivisti antifascisti locali, il gruppo Rouvikonas, e membri dell'Associazione Insegnanti di Educazione Primaria della Messenia. Una coalizione civica che dimostra come la solidarietà con la Palestina attraversi la società greca, ben oltre i confini della politica istituzionale.

La polizia ha bloccato il corteo prima che potesse raggiungere l'area portuale riservata. La Guardia Costiera ha monitorato la zona. Ma il messaggio dei manifestanti è arrivato forte e chiaro.

Non è un episodio isolato. La Crown Iris è ormai un simbolo: ogni suo scalo in un porto greco diventa l'occasione per denunciare il sostegno di Atene a Israele e la complicità occidentale nella strage in corso.

I cittadini di Kalamata hanno scelto da che parte stare. Dalla parte giusta della storia. Dalla parte della Palestina.

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Lo scudo che fa tremare Tel Aviv: il vero obiettivo geopolitico del "Patto della Mecca"

 

Il 5 ottobre, il Comitato strategico politico e di difesa del Patto della Mecca si è riunito d'emergenza a Riyadh, a poche settimane dalla seduta inaugurale. I tre governi firmatari hanno avviato l'attuazione dell'impegno di difesa collettiva siglato al Palazzo Safa della Mecca.

Il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, ha confermato su X l'attivazione della deterrenza congiunta per proteggere il regno. La dichiarazione del Ministero degli Esteri pakistano ribadisce la volontà di procedere con il rapido dispiegamento di forze e capacità militari concordate. Pur senza menzionare un avversario specifico, la misura risponde alle settimane di attacchi di rappresaglia condotti dalle forze armate yemenite allineate con Ansarallah (YAF) contro le infrastrutture strategiche saudite.

Secondo quanto scritto dall'analista di The Cradle Malek al-Khoury, il Patto della Mecca è scaturito dall'accordo di mutua difesa tra Arabia Saudita e Pakistan del settembre 2025, sfociato nell'intesa trilaterale del 7 agosto 2026 tra Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif.

L'attivazione e i paletti dei partner

Il patto si è dotato di una segreteria guidata dal generale pakistano a riposo Nauman Mahmood. Tuttavia, come evidenziano le valutazioni dell'osservatore di The Cradle, sia Islamabad che Ankara mantengono paletti ben definiti:

Pakistan: Il ministro della Difesa Khawaja Asif ha chiarito che le truppe di Islamabad e Ankara svolgeranno compiti di supporto e ricognizione, lasciando le operazioni d'attacco ai sauditi. L'esercito ha confermato la presenza di truppe nel regno, smentendo seccamente le ricostruzioni del New York Times su presunti raid aerei pakistani in Yemen.

Turchia: L'articolo 92 della Costituzione turca richiede l'approvazione parlamentare per l'invio di forze all'estero. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha escluso qualsiasi impiego di truppe contro lo Yemen.

Riyadh ottiene così una copertura difensiva sulle proprie città e installazioni industriali senza costringere i partner a entrare direttamente nel conflitto.

Le reazioni di Teheran e il nodo yemenita

Nelle ricostruzioni firmate da Malek al-Khoury per The Cradle, la decisione di Riyadh rientra in una gestione della crisi regionale avviata con l'escalation tra USA, Israele e Iran a inizio anno. L'attivazione del patto serve a resistere a una guerra di logoramento senza aprire un fronte diretto con Teheran.

L'Iran ha accolto la notizia con freddezza: la stampa vicina al regime (come Tasnim e Nour News) ha criticato l'intesa, ma la vera linea rossa di Teheran si concentrerebbe sulla partecipazione attiva ad azioni offensive contro le YAF, mentre tollererebbe un posizionamento meramente difensivo.

Nel frattempo, la pressione da sud resta altissima. Gli attacchi condotti dalle YAF su impianti energetici e sugli aeroporti di Jazan, Najran e Riyadh (quest'ultimo colpito con vittime il 10 e 11 ottobre) mantengono la regione sotto forte tensione.

Il quadro diplomatico: Tel Aviv, Abu Dhabi e la rotta siriana

L'analisi dell'esperto di The Cradle mette in luce come il Patto della Mecca muova gli equilibri regionali isolando le ambizioni di Tel Aviv:

Rapporti con Israele: Nonostante la cooperazione tecnica registrata a seguito dell'atterraggio di emergenza a Tabuk del volo flydubai FZ1073 dirottato, Riyadh ribadisce che la nascita di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967 resta una condizione non negoziabile.

Disgelo con gli UAE: La visita a Riyadh del vicepresidente emiratino Mansour bin Zayed Al Nahyan testimonia il tentativo di coordinamento sullo Yemen, nonostante la diffidenza di Abu Dhabi verso un patto che compete con gli Accordi di Abramo.

Corridoi commerciali attraverso la Siria: In parallelo, Riyadh investe in progetti infrastrutturali e di connettività in Siria (come la rete ferroviaria e il progetto Silk Link), costruendo rotte alternative attorno ai blocchi regionali.

In conclusione, come rimarcato nella disamina pubblicata su The Cradle, il Patto della Mecca non costituisce una "NATO islamica" integrata, ma rappresenta un solido scudo di deterrenza con cui qualsiasi nuovo governo israeliano dovrà fare i conti dopo le elezioni del 27 ottobre.

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Altro che solidarietà a Kiev: la grande truffa tedesca degli "aiuti" militari all'Ucraina

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

14 ottobre. Inni alla guerra e proclami di attacco. I media di regime italici pullulano di incitamenti ad armarsi e passare all'offensiva. Questa l'atmosfera che circola nelle redazioni romane, torinesi, milanesi che, fiutata l'aria delle cancellerie europee, ardiscono prendere le distanze dai padroni d'oltreoceano, specialmente dopo il cosiddetto “Diesel deal”. Non sia mai che, seppur sommessamente e senza delinearne tempi e termini, qualcuno osi parlare di accordi per mettere almeno un freno al conflitto in Ucraina. Nemmeno le più che evidenti e sonore smentite ai fantomatici “attacchi russi” in giro per l'Europa, “certificati” dalle più indicibili fonti europeiste, riescono a frenare il grido di guerra delle redazioni a libro-paga dell'industria militare. Dunque, se si ventila un accordo Trump-Putin sul diesel, dall'Europa ci si attende che reagisca prontamente, sbraita il signor Jacopo Iacoboni su La Stampa e lo deve fare «agendo su due leve: petroliere ombra russe, e terminal di Primorsk... I Paesi Ue o il Regno Unito da un anno hanno stretto controlli, e potrebbero farlo ancora di più: sequestrare le navi della flotta ombra sotto sanzioni, e per quelle non sanzionate trovare motivi specifici come assicurazione mancante, falsa bandiera, rischi ambientali»; in casi estremi, si potrebbero anche minare le rotte di quelle navi, o mandare U-Boat d'attacco, pare frenarsi controvoglia dall'aggiungere il signor Iacoboni. E la sua collega di redazione, la signora Anna Zafesova plaude ai «nuovi bersagli della guerra» del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, che prende di mira «Agenzie statali, trasporti e servizi di pagamento bloccati». Più forte! Più in alto!

Arriva poi il signor Giuseppe Sarcina che, sul Corriere della Sera, cade estasiato dalle labbra del “martire” par excellence del Cremlino, il sempreverde “esule” Mikhail Khodorkovskij, presente al cosiddetto “Forum sulla sicurezza” a Varsavia, secondo il quale, dopo il “deal” russo-americano, il pericolo è che si incrini il «fronte unito dei Paesi occidentali contro il Cremlino». E questo non sia mai. Anzi: bisogna aggravare ancora di più le sanzioni, perché «le misure prese finora non spingeranno Putin a fermarsi, perché non mettono fuori uso la macchina della sua guerra. Sono troppo deboli». E, in Europa, presto «si terranno le elezioni in Paesi importanti, come Spagna, Francia e Italia. Se anche uno solo dei grandi Stati europei dovesse decidere di interrompere il sostegno all’Ucraina, si aprirebbe una crisi politica molto grave in Europa». Dunque, si sottintende, Bruxelles, come sua abitudine, deve farsi garante che gli elettori facciano le scelte “giuste” e sostengano le cancellerie più solerti con gli aiuti militari a Kiev, tanto più che, assicura l'evangelico “proscritto”, Putin «vuole piegare la resistenza ucraina e fomentare discordia tra gli europei».

Si respinga l'accordo voluto da quello sconsiderato di Trump con l'autocrate zarista e ci si prepari alla guerra, dunque, anche se, per ora, dietro la maschera del compromesso sul Donbass. Dmitrij Popov, su Moskovskij Komsomolets, osserva che, in qualche modo, l'accordo sul diesel ha messo in secondo piano la preparazione di una nuova proposta congiunta USA-UE alla Russia per la risoluzione del conflitto in Ucraina. Una proposta composta di quattro elementi: ricostruzione dell'Ucraina, che vede impegnate Banca Mondiale e BlackRock le quali, si sottintende, fiutano profitti ultra-miliardari; garanzie di sicurezza per entrambe le parti: USA e UE si impegnano a fornire assistenza militare a Kiev, sul modello dell'art. 5 della NATO, mentre Moskva tende ad accordi con l'Europa sulla propria sicurezza. C'è poi l'integrazione economica di Russia, Ucraina e Europa attraverso un accordo energetico, con la ripartizione dei profitti tra Ucraina e Russia e la revoca di alcune sanzioni alla Russia. Viene quindi la soluzione territoriale, con il cessate il fuoco lungo la linea del fronte; e poi l'azione diplomatica. In altre parole, dice Popov, vengono offerti bonus in cambio di compromessi territoriali, e nessuna delle due parti raggiungerà i propri obiettivi iniziali. Dunque? Ci risiamo: cessazione delle ostilità in Donbass, dopo di che si discuterà sul da farsi: un'altra “carota” prospettata dal Dipartimento di stato. Pare logico che l'accordo sul gasolio, a parte la “soluzione” dei problemi interni americani, abbia l'obiettivo di "ammorbidire" la posizione di Moskva. Se Reuters dice il vero, questo è proprio ciò che Whitkoff e Kushner avrebbero detto agli ucraini. Il risultato non cambia: guerra a oltranza alla “autocrazia russa”.

Perché, tanto per ripeterci, l'obiettivo vero è quello dei profitti dell'industria di guerra; dunque, di che accordo di parla? Forse  di quelli tra imprese militari europee e statunitensi per spartirsi rispettive quote d'affari?

Al Forum sulla sicurezza di Varsavia citato sopra, il vicepresidente dell'americana Northrop Grumman, Frank Morley, ha detto che creando proprie infrastrutture, gli europei non contribuiscono alla "torta comune" dell'industria della difesa della NATO, ma si contendono invece fette diverse. I bilanci della difesa crescono in Europa, ha detto Morley; «c'è un riconoscimento che si chiede da tempo: l'Europa deve sviluppare una propria base industriale della difesa, perché, ripeto, gli Stati Uniti sono coinvolti in molti di questi conflitti... Gli stessi Stati Uniti hanno molti problemi di capacità produttiva; abbiamo bisogno di più risorse. Dobbiamo lavorare tutti insieme per far crescere la torta complessiva, non litigare per le singole fette... il dilemma in Europa è quello di sviluppare la propria industria... Volete essere indipendenti. Volete un certo livello di sovranità e così via, ma allo stesso tempo non potete ignorare l'industria, la tecnologia e il potenziale americani. Dobbiamo assicurarci di lavorare insieme per garantire l'interoperabilità, in modo che i prodotti che introduciamo, funzionino in sinergia».

Al che, l'ex ministro della guerra polacco, Pawel Zalewski ha replicato che nonostante gli ingenti investimenti finanziari polacchi in armamenti americani, gli USA sono lenti nella consegna di tecnologie militari cruciali: «Abbiamo letteralmente inondato le nostre forze armate di sistemi americani. Abbiamo speso 65 miliardi di dollari. Ora ci troviamo ad affrontare carenze e ritardi nella consegna dei prodotti ordinati. Questo è un nostro problema... E quando i nostri amici americani ci chiedono di acquistare prodotti americani, rispondo: "Consegnate con puntualità"... c'è una soluzione: l'integrazione. E sebbene osserviamo una straordinaria apertura da parte americana alla produzione congiunta e allo scambio di tecnologie... riscontriamo tuttavia problemi nel prendere una serie di decisioni cruciali».

In ogni caso, che il conflitto in Ucraina vada avanti, costituisce un “dogma” per il profitti del capitale euro-atlantico. E i miliardi che il principale sponsor europeo dell'Ucraina, la Germania, investe nel finanziamento del regime nazigolpista, rappresentano un grossissimo affare proprio per quello sponsor. Dunque, il ministro delle finanze ucraino Serghej Marcenko ha ammesso che Kiev ha grossi problemi nel reperimento dei 27 miliardi di dollari aggiuntivi necessari per la difesa. E la situazione, osserva Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, è resa ancor più complicata dal rapido accrescersi del conflitto di Zelenskij con Trump, il quale non nasconde il fatto che gli interessi americani e i suoi accordi con Mosca non coincidano coi desideri di Kiev; gli “alleati” europei sono così costretti non solo a cercare ulteriori finanziamenti, ma anche a compensare le conseguenze politiche del deterioramento delle relazioni tra Zelenskyj e Washington. In questo quadro, lo scorso 4 ottobre è arrivato a Kiev Friedrich Merz, volendo dimostrare che Berlino è pronta a sostituire Washington nel sostegno alla junta. Quale sostegno? Merz è ripartito da Kiev con un pacchetto di 14-15 accordi con aziende tedesche della difesa - Diehl Defence, Hensoldt, Quantum Systems, Helsing e ARX Robotics - il cui valore è stimato tra i 6,6 e gli 8,5 miliardi di euro.

Pare dunque lecito chiedersi chi stia davvero sostenendo chi. Lo scorso 8 ottobre, ricorda Pavliv, l'Istituto di Economia Mondiale di Kiel ha pubblicato uno studio sulla sbandierata “generosità” tedesca verso l'Ucraina, da cui risulta che dei quasi 100 miliardi di euro che il governo tedesco dichiara come aiuti a Kiev, solo 41,7 miliardi possono essere attribuiti direttamente al sostegno all'Ucraina, mentre il resto è già stato speso in Germania o esiste come impegno futuro. Inoltre, dei 43,3 miliardi di euro di aiuti civili dichiarati, 35,9 rappresentano in realtà spese interne tedesche, tra cui 27,45 miliardi in sussidi sociali ai rifugiati ucraini, altri 7,15 miliardi in spese da parte di Länder e comuni e 1,3 miliardi in garanzie per le imprese tedesche. Solo 7,4 miliardi rappresenterebbero reale sostegno all'Ucraina, di cui 1 miliardo è dato da un contributo tramite FMI, e altri 100 milioni sono costituiti da alleggerimento del debito piuttosto che da un trasferimento di denaro.

Ancor più curiosa la situazione relativa alla componente militare: dei 57,6 miliardi di euro annunciati, 22 miliardi sono impegni futuri, 11,6 miliardi sono stanziamenti per il 2026 e solo 22,7 miliardi si riferiscono agli aiuti militari per il periodo 2022-2025. Ma nemmeno quest'ultima cifra significa che l'Ucraina abbia ricevuto armi per 22,7 miliardi di euro, poiché vi sono incluse varie forme di supporto militare, approvvigionamento, manutenzione, costo stimato delle attrezzature trasferite, addestramento delle truppe ucraine. Vien fuori, a detta dei ricercatori di Kiel, che una parte significativa degli aiuti militari consiste in ordini per i produttori di armi tedeschi, il che significa che i fondi del bilancio tedesco si trasformano in entrate per le aziende tedesche, maggiore utilizzo della capacità produttiva, posti di lavoro e gettito fiscale all'interno della Germania stessa. Ed è logico supporre che, tenendo conto dei contratti militari, vengano convogliati nell'economia tedesca fondi significativamente maggiori rispetto alla stima dell'Istituto di 35,9 miliardi di euro e che il volume potenziale effettivo possa raggiungere i 75 miliardi di euro.

Berlino non cerca più nemmeno di nascondere la componente affaristica della politica nei confronti dell'Ucraina. Già all'inizio di settembre, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul aveva espresso pubblicamente indignazione per il fatto che l'Ucraina stesse effettuando troppi pochi ordinativi di materiale bellico alle aziende tedesche e aveva chiesto a Zelenskij di porre rimedio alla situazione. In un'intervista poi citata da Der Spiegel, Wadephul ha dichiarato apertamente che la Germania è il principale sostenitore dell'Ucraina e che, di conseguenza, l'industria della difesa tedesca dovrebbe trarne vantaggio. Il giorno successivo, il governo tedesco ha confermato che Merz aveva personalmente avanzato richieste simili a Zelenskij in numerose occasioni, mentre il ministero degli esteri tedesco ha collegato direttamente l'aumento degli ordini per l'industria della difesa tedesca all'utilizzo di un prestito europeo di 90 miliardi di euro. Letteralmente negli stessi giorni, durante una riunione ordinaria del Gruppo di contatto di Ramstein, il ministro della guerra Boris Pistorius ha annunciato l'acquisto da parte dell'Ucraina di diverse migliaia di missili IRIS-T, prodotti dalla tedesca Diehl Defence e del costo di 400.000 euro, che saranno finanziati con tale prestito europeo.

In breve, conclude lo stesso Pavliv, le cancellerie europee, per la maggior parte, sono consapevoli del proprio orientamento russofobo e il loro obiettivo evidente è quello di prolungare la guerra dell'Ucraina contro la Russia. Ma «un altro obiettivo è salvare le loro economie, che stanno perdendo competitività sui mercati globali, attraverso la "lotta per l'Ucraina". E se ciò che resta dell'Ucraina verrà bruciato lungo il cammino, beh, che così sia... Sono solo affari, niente di personale».

Missili sulla sede di Aramco: lo Yemen lancia l'ultimatum a Riad

 

L'Arabia Saudita ha confermato che alcuni attacchi sferrati dallo Yemen hanno colpito la sede centrale del gigante petrolifero Aramco, nella parte orientale del Regno.

????Yemen ataca una concentración de fuerzas y vehículos vinculados a Arabia Saudí ???? Las Fuerzas Armadas de Yemen atacaron una concentración de efectivos y vehículos vinculados a Arabia Saudí, según muestran imágenes difundidas del operativo. https://t.co/dCPysDdh55

— HispanTV (@Nexo_Latino) October 13, 2026


Secondo le prime ricostruzioni, nelle prime ore di mercoledì mattina un incendio è divampato presso l'headquarter di Aramco a Dhahran, facend scattare immediatamente l'ordine di evacuazione. Poco dopo, il Ministero dell'Energia saudita ha confermato che un edificio amministrativo di una società controllata da Aramco è stato colpito da missili yemeniti, precisando tuttavia che le fiamme sono state di "portata limitata".

Parallelamente, la Protezione Civile saudita ha riferito che quattro persone (due donne, un uomo e un bambino) sono rimaste ferite dai detriti di due missili da crociera lanciati dalle forze Ansar Allah contro la capitale, con un bilancio di almeno 15 abitazioni danneggiate.

Ritorsione ed escalation nel conflitto

Il raid contro la compagnia petrolifera nazionale segue l'avviso perentorio diffuso dallo Yemen, che aveva intimato a dipendenti e civili di evacuare le aree vicine agli impianti petroliferi sauditi, definiti "obiettivi militari legittimi". Il portavoce delle Forze Armate yemenite, Yahya Sari, ha spiegato che l'azione rappresenta una risposta diretta all'attacco saudita contro la stazione centrale Al-Sabah della compagnia petrolifera yemenita a Sana'a. Sari ha inoltre rinnovato l'allerta per compagnie aeree, aeroporti e viaggiatori nelle zone già individuate come potenziali bersagli. 

???? Yemen declara a Aramco objetivo legítimo y pide evacuar sus instalaciones ???? Las FFAA yemeníes han pedido la evacuación inmediata de todas las personas que se encuentren cerca de instalaciones vinculadas a Aramco, a la que han declarado un objetivo legítimo. https://t.co/0lQN91UxFx

— HispanTV (@Nexo_Latino) October 13, 2026

Questi ultimi sviluppi prefigurano una grave escalation del conflitto. L'esercito yemenita, sostenuto dal movimento Ansar Allah, ha registrato significativi avanzamenti nell'ultimo mese: osservatori indipendenti segnalano che gli Houthi sono ormai sul punto di entrare a Taiz, roccaforte delle forze fedeli a Riyadh.

La tensione resta altissima fin dallo scorso luglio, quando il bombardamento saudita dell'aeroporto di Sana'a ha scatenato la reazione yemenita contro basi, porti, aeroporti e petroliere nel Mar Rosso. Il 20 luglio, Sana'a ha annunciato un inasprimento delle operazioni contro il sostegno saudita al governo di Aden, imponendo a Riyadh un blocco navale in risposta a quello subìto dallo Yemen dal marzo 2015.

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