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Guerra e cambiamento climatico affamano 645 milioni di persone nel mondo: quasi l’intera popolazione dell’Europa

14 Ottobre 2026 ore 17:45

Nel 2025, 645 milioni di persone – quasi l’intera popolazione dell’Europa – hanno sofferto la fame. Tra questi, 147,4 milioni si trovano in 19 Paesi sconvolti da conflitti e 87,5 milioni in 16 Paesi colpiti da eventi climatici estremi. E il conto rischia di salire: il nuovo El Niño, che si annuncia tra i più intensi mai registrati, potrebbe portare alla fame acuta altri 49 milioni di persone entro la fine del 2027.

È il quadro che emerge dall’Indice Globale della Fame 2026 (Global Hunger Index – Ghi), tra i principali rapporti internazionali sulla misurazione della fame nel mondo, curato da Cesvi per l’edizione italiana e redatto da Welthungerhilfe (Whh), Institute for International Law of Peace and Armed Conflict (Ifhv) e Helvetas.

A pagare il prezzo più alto sono i bambini: nel 2025, 35,5 milioni hanno sofferto di malnutrizione acuta, quasi 10 milioni nella forma più grave. Nello stesso anno, per la prima volta, la carestia è stata confermata in due contesti contemporaneamente, la Striscia di Gaza e il Sudan, e nel 2026 il rischio di carestia riguarda anche altri tre Paesi: Somalia, Sud Sudan e Sudan.

Mondo in guerra, clima fuori controllo

Il 2025 ha registrato 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale, mentre Acled ha censito oltre 204mila episodi di violenza in dodici mesi, con più di 240mila vittime [4]. Intanto siccità, alluvioni e tempeste si susseguono a ritmo crescente: l’anno scorso i disastri legati a eventi naturali, inclusi i terremoti, sono stati 358, con oltre 110 milioni di persone coinvolte. Il rapporto Ghi di quest’anno descrive un mondo sempre più instabile. Nel 2026, l’Ufficio per il Coordinamento per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, ha già registrato 64 emergenze legate a eventi climatici estremi. El Niño, destinato a durare almeno fino all’inizio del 2027, rischia di colpire proprio i Paesi più fragili, con siccità in Africa meridionale, Sahel e Asia e alluvioni nel Corno d’Africa. A tutto questo si aggiungono gli effetti della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran: il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti, potrebbe spingere alla fame acuta altri 45 milioni di persone.

Dopo quasi vent’anni di sostanziali miglioramenti, la fame nel mondo è peggiorata rispetto al 2018, in un contesto di molteplici crisi sovrapposte: il punteggio globale del Ghi 2026 è 18,1, livello moderato, ma conferma una situazione preoccupante se guardiamo ai dati regionali e per Paese. Dal rapporto emerge che la fame è allarmante in 8 Paesi – Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen – e grave in 36; in 32 Paesi il livello di fame è più alto che nel 2018. A pesare più di tutto sono le guerre: nei Paesi segnati da conflitti cronici il punteggio mediano è oggi di 22,1, più alto di quello dei Paesi in pace nel 2000 (15,2). Quasi una generazione di progressi di lotta contro la fame perduta.

«Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», afferma Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi. «La fame non è solo una conseguenza dell’instabilità, ne è un moltiplicatore. Per questo il messaggio del Ghi di quest’anno è netto: non c’è sicurezza senza sicurezza alimentare. Tagliare gli aiuti proprio dove la fame è più grave significa preparare le crisi di domani».

Somalia, quando tutte le crisi si incrociano

Il Paese con il punteggio più grave del Ghi 2026 (47,0, livello allarmante) è la Somalia, dove più di una persona su due è denutrita e un bambino su dieci muore prima dei cinque anni. Qui si sommano tutti i fattori descritti dal rapporto: la siccità, che ha spinto il governo a dichiarare l’emergenza nazionale; il conflitto con Al-Shabaab; i prezzi spinti dalla crisi in Medio Oriente; il taglio degli aiuti, che ha fatto chiudere oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali . Nel 2026 la fame acuta è cresciuta del 43% e 1,92 milioni di bambini soffriranno o rischiano di soffrire di malnutrizione acuta entro giugno 2027. Ora, con El Niño, alla siccità potrebbero seguire le alluvioni: si tratta di milioni di persone esposte, tra 2,5 e 3,5 milioni . Eppure, il Paese mostra che il cambiamento è possibile: nel 2026 il punteggio scende al di sotto della soglia estremamente allarmante per la prima volta tra gli anni di riferimento, in miglioramento rispetto al 64,4 del 2000.

«In Somalia ritroviamo tutte le cause della fame che il rapporto descrive: siccità, conflitto, prezzi spinti da una guerra lontana e aiuti che si riducono proprio dove servono di più», sottolinea Piziali. «Ora l’acqua che è mancata per mesi rischia di arrivare tutta insieme, con le alluvioni. Per questo lavoriamo insieme sulla cura dei bambini malnutriti e sulla preparazione delle comunità: intervenire prima costa meno, in denaro e in vite, che rincorrere l’emergenza. A Hobyo e Beletweyne prevediamo di assistere oltre 8.500 bambini con malnutrizione acuta e lavorare con le comunità per riconoscere in anticipo siccità e inondazioni».

Sudan, Afghanistan, Etiopia

Il Ghi 2026 rileva situazioni critiche anche in Sudan, Afghanistan ed Etiopia. In Sudan, dopo oltre tre anni di guerra, quasi 19,5 milioni di persone – due su cinque – sono in grave insicurezza alimentare e nel 2026 si attendono 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta [11]. Il conflitto impedisce persino di calcolare il punteggio Ghi del Paese, classificato come allarmante in via provvisoria. In Afghanistan i progressi si sono fermati: il 42% dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo nella crescita e ad agosto 3,7 milioni soffrivano di malnutrizione acuta. In Etiopia, tra conflitto in Amhara, prezzi del mais saliti del 60% in un anno e rischio di alluvioni nel sud-est, per il 2025 non è stato possibile nemmeno stimare quante persone soffrano la fame acuta.

Non c’è sicurezza senza sicurezza alimentare

Il Ghi 2026 raccoglie alcuni sguardi dalle diverse aree del mondo, che mostrano come fame e insicurezza si alimentino a vicenda secondo dinamiche diverse. Africa e Sud del Sahara detengono ancora il livello di fame più elevato al mondo e mostrano un’inversione dei progressi compiuti in precedenza. Il punteggio di Ghi 2026 della regione, pari a 27,5, è considerato grave ed è superiore a quello del 2018, segnando il primo aumento tra gli anni di riferimento.

America Latina e Caraibi. I Paesi della regione America Latina e Caraibi hanno continuato a compiere progressi nella riduzione della fame. Si produce cibo a sufficienza per sfamare la popolazione, eppure milioni di persone restano in insicurezza alimentare a causa di disuguaglianze ed esclusione. In Guatemala il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo nella crescita, con punte più alte nelle comunità indigene e rurali.

Asia occidentale e Nord Africa. Dopo anni di miglioramenti, la fame in Asia occidentale e Nord Africa sta nuovamente aumentando. Con circa 480 metri cubi di acqua dolce per abitante all’anno, sotto la soglia di scarsità assoluta, la regione dipende dalle importazioni di cibo ed energia. Il punteggio di GHI 2026 della regione, pari a 12,5 e classificato come moderato, è salito rispetto all’11,9 del 2018, interrompendo la diminuzione costante dal 18,1 del 2000.

Asia orientale e Sud Est Asiatico. Qui c’è stata una sostanziale riduzione della fame rispetto al 2000, sebbene i miglioramenti abbiano subito un forte rallentamento dal 2018. Nel 2026 il punteggio di GHI della regione è pari a 8,1, dopo essersi più che dimezzato tra il 2000 e il 2018 e poi essere rimasto sostanzialmente stabile.

Il rapporto contiene anche segnali incoraggianti: dal 2018 31 Paesi hanno ridotto il proprio punteggio di almeno il 10% e la mortalità infantile continua a scendere. Anche nel 2026 le persone in condizioni di fame catastrofica sono calate, da 1,4 milioni a circa 327mila, grazie a meno combattimenti e più aiuti a Gaza e in Sudan.

Ma sono progressi fragili e in parte difficili da verificare. I tagli agli aiuti – quelli umanitari sono previsti in calo del 40% tra il 2024 e il 2026 – stanno indebolendo anche i sistemi che misurano la fame: per 14 Paesi, tra cui Sudan, Sud Sudan e Yemen, i dati non bastano a calcolare un punteggio GHI completo e nel 2025 almeno cinque Paesi sono rimasti senza dati sulla fame acuta proprio per mancanza di fondi. Secondo le stime citate nel rapporto, una forte riduzione degli aiuti allo sviluppo potrebbe causare 5,4 milioni di morti in più tra i bambini sotto i cinque anni.

«Vent’anni di progressi dimostrano che la fame si può ridurre e la Somalia che esce dalla fascia più grave lo conferma», conclude Piziali. «Ma oggi rischiamo di non accorgerci di quanto le cose stiano peggiorando: i tagli stanno spegnendo anche i sistemi di monitoraggio. Una fame che non si misura è una fame che non riceve risposta. I dati che mancano, dal Sudan all’Etiopia, non raccontano Paesi più stabili: raccontano Paesi che non riusciamo più a vedere».

 Il Ghi 2026 chiede di integrare la sicurezza alimentare nelle politiche di sicurezza, investire in sistemi alimentari resilienti, fermare i tagli e finanziare i sistemi di monitoraggio e allerta precoce, intensificare la diplomazia preventiva e perseguire chi usa la fame come arma di guerra.

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L’Ue non sogna in grande: il nuovo bilancio scontenta tutti

14 Ottobre 2026 ore 16:12

«Equally unhappy». Il rapporto della riunione degli ambasciatori dei Paesi Ue non dà adito ad equivoci: con un taglio di oltre 140 miliardi di euro rispetto alla bozza presentata dalla Commissione, la proposta del nuovo quadro finanziario pluriennale avanzata dal Consiglio dell’Unione europea ha lasciato insoddisfatte tutte le delegazioni. E dal Parlamento, Popolari, Socialisti, Liberali e Verdi hanno già fatto sapere che su queste basi non sono disposti a sedersi al tavolo negoziale per disegnare il futuro finanziario dell’Unione.

Cos’è il quadro finanziario pluriennale dell’Ue

La “nego-box” presentata dalla presidenza di turno – in questo caso, quella irlandese – del Consiglio dell’Ue è il documento che dovrebbe dare il via al negoziato con Commissione e Parlamento per arrivare alla definizione del Quadro finanziario pluriennale, cioè il bilancio dell’Ue. L’iter è lungo: la Commissione presenta una proposta, il Consiglio la rivede, i capi di Stato o di governo danno il via libera e quindi parte la discussione in Parlamento. Il testo non può essere emendato, ma solo approvato a maggioranza assoluta oppure respinto.

Sia la bozza della Commissione che quella del Consiglio dell’Ue impegnano per il bilancio 2028-2034 dell’Ue poco più dell’1% del pil. Dei 1.763 miliardi di euro immaginati dall’esecutivo Ue, però, il Consiglio ne ha tagliati 141, riducendo il budget del prossimo settennato a 1.622 miliardi. In valore assoluto, si tratta di una cifra maggiore rispetto al bilancio 2021-2027 ma a causa dell’inflazione a valori correnti si tratta di un taglio tra l’8 e il 10%, come segnalato anche da Siegfried Muresan, relatore al Parlamento europeo per il Quadro finanziario pluriennale. Una contrazione che stona con l’aumento della spesa pubblica degli Stati nazionali: in questi anni, i bilanci di 27 sono aumentati mediamente del 23%.

Tagli a competitività e difesa, si salvano Pac e coesione

Le voci di spesa più colpite – in termini assoluti – dalla tagliola del Consiglio sono quelle che riguardano competitività, prosperità e sicurezza, cioè proprio i temi su cui Ursula von der Leyen aveva puntato per modernizzare l’Europa aggiungendo risorse in settori come decarbonizzazione e difesa. Così, dai 522 miliardi di euro proposti dalla Commissione, il Consiglio è sceso fino a 456 miliardi, -11%. In termini relativi, invece, il taglio più consistente riguarda il capitolo dedicato a politica estera e azione esterna dell’Ue: -17%, un taglio di 33 miliardi. Lapidario il commento del presidente della commissione Sviluppo del Parlamento Ue, Barry Andrews: «Sarebbe un grave errore, un errore che l’Europa pagherà con la sua stessa sicurezza e la sua posizione nel mondo». Anche il capitolo amministrativo è stato rivisto al ribasso, con un taglio di quasi il 9%, da 104 a 95 miliardi di euro: senza queste risorse, sarà impossibile assumere nuovi funzionari, reputati indispensabili dalla Commissione.

Sono stati quasi completamente preservati, invece, gli stanziamenti “classici” dell’Ue: la Politica agricola comune (Pac) e i fondi di coesione economica, sociale e territoriale. Il taglio è di appena il 3%, da 946 a 915 miliardi, che si concentrano però sugli strumenti di emergenza e di flessibilità, mentre i pagamenti diretti della Pac e i finanziamenti per la coesione sono rimasti al loro posto.

A ben guardare, si tratta di una bozza che ha cercato di accontentare i due fronti: “i frugali” – Germania, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Austria -, che spingono per tagli consistenti, e tutti gli altri Paesi, che puntano innanzitutto a preservare Pac e coesione. In questo modo, però, si è finito per scontentare tutti, tagliando su settori strategici. In un momento storico segnato dall’imprevedibilità degli Stati Uniti, dall’aggressività russa e dalla crescita, geopolitica e commerciale, della Cina, si tratta di un’abdicazione dal ruolo che, a parole, l’Europa dice di voler recitare.

Una risposta insufficiente alle sfide dell’Europa

«È la proposta peggiore di sempre», commenta con VITA Luca Jahier, relatore del Comitato economico e sociale europeo sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. «Non sblocca il dibattito e rende difficile il sostegno delle varie famiglie politiche europee, come i gruppi parlamentari hanno già fatto capire». L’obiettivo comune iniziale era quello di arrivare a una bozza finale entro la fine dell’anno, in modo tale da procedere con il voto in Parlamento entro la primavera. Ora, invece, i tempi slitteranno. Sul tavolo del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, infatti, ci sono già diversi temi: la gestione delle politiche migratorie dopo la crisi di Ceuta, il sostegno all’Ucraina, i rapporti con la Cina e quelli con gli Stati Uniti. Difficile che i capi di Stato e di governo trovino il tempo per discutere la bozza di bilancio. Più facile, invece, che ciascuno ribadisca le sue priorità. «L’unica spiegazione che mi do», riflette Jahier, «è che la presidenza irlandese abbia presentato questo documento per far prendere coscienza ai 27 della necessità di cambiare approccio: bisogna uscire dalla logica in cui ciascuno Stato fa i suoi interessi e ragionare sui beni comuni».

Tra i tagli più gravi, rileva Jahier, quelli al programma Agorà, che finanzia cultura, media, sport e il “Democratic shield”, cioè lo scudo per proteggere l’informazione e contrastare le fake news. «Investire sulla sicurezza significa investire sulla società civile, sulla protezione dei media, rafforzare gli strumenti di controinformazione. Invece, una voce di spesa di appena 8,5 miliardi di euro in sette anni verrebbe tagliata del 30%».

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Secondo Jahier, la proposta del Consiglio è largamente insufficiente. «Nel suo Rapporto, Mario Draghi aveva indicato la necessità di un Next Generation Eu all’anno per 10 anni. Già la proposta della Commissione copriva appena un quinto delle necessità di investimenti segnalate da Draghi, ora siamo ancora più lontani». L’Ue, però, avrebbe a disposizione degli strumenti per raggiungere questi obiettivi. «Bisogna rompere il tabù del debito: serve un debito europeo per finanziare i beni comuni, che non sono solo l’agricoltura e i territori ma anche la difesa e gli investimenti sul digitale», puntualizza Jahier. Non solo. «Se si vogliono tagliare i contributi degli Stati membri bisogna incrementare le risorse proprie dell’Unione, eppure nessuna delle proposte che il Cese e Parlamento – come la tassa sul digitale o sul gioco d’azzardo – sono state prese in considerazione». Per questo, conclude Jahier, la proposta della presidenza irlandese è una «cleas melada», che in gaelico significa una «presa per il culo».

In apertura: Paws and prints via per Unsplash

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I messianismi che tengono sotto scacco il mondo

14 Ottobre 2026 ore 14:42

Hamas che battezza l’operazione lanciata il 7 ottobre del 2023 “Diluvio di Al-Aqsa”, un’immagine carica di risonanze palingenetiche. La destra ebraica che lavora per la ricostruzione del Tempio a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee come preludio del ritorno del messia. Negli Usa un presidente come Trump che fa sistematicamente ricorso a temi biblici nei suoi interventi pubblici arrivando a presentarsi sui social travestito da Gesù. Come se non bastasse questa febbre ha contagiato anche il mondo tecnologico con figure come quella di Peter Thiel, fondatore di PayPal, che vede nella la potenza geopolitica e militare degli Stati Uniti l’argine al prevalere dell’Anticristo. Sempre più assistiamo a situazione nelle quali le categorie religiose vengono mobilitate per finalità politiche, mentre il discorso politico assume tratti tipicamente teologici. 

La narrazione mainstream che racconta palestinesi e israeliani sempre gli uni contro gli altri, è davvero l’unica storia possibile? No, è la più comoda. Così in questo book, “L’antidoto”, raccontiamo chi sono e cosa fanno gli attivisti che ogni giorno si riconoscono come persone, e non si guardano come nemici.
L’ANTIDOTO

Per tutti questi motivi è di grande interesse e attualità l’appuntamento proposto da Fondazione Oasis e dall’Alta scuola di economia e relazioni internazionali (Aseri) dell’università Cattolica per giovedì 15 ottobre. “Precipitare la fine. I messianismi e la politica internazionale” è il titolo della giornata che vede la partecipazione di figure autorevoli, da vari centri sudi del mondo.

Il tema è doppiamente urgente anche perché ci troviamo davanti ad un ritardo nella capacità interpretativa di questi fenomeni, un ritardo che incide sulla possibilità di combatterli e arginarli. Nel saluto inviato per questo incontro il cardinal Pierbattista Pizzaballa riconosce «che noi, almeno noi, noi cattolici non siamo molto ben preparati ad affrontare queste narrazioni, queste argomentazioni, questi discorsi». D’altra parte questo è un tema sempre più presente anche nella vita quotidiana delle persone. Come sottolinea Pizzaballa «L’interpretazione delle Scritture, ciò che sta accadendo ora in Cisgiordania, ciò che molti – non tutti, ma molti – coloni stanno affermando, le visioni messianiche provenienti da diverse parti e da diverse interpretazioni stanno influenzando pesantemente la vita concreta della nostra gente qui, non solo dei palestinesi, ma anche all’interno di Israele.».

Il messianismo politico contemporaneo non si presenta come un semplice ritorno della religione nello spazio pubblico, ma come una sua trasformazione, che ne modifica le finalità. Questo linguaggio religioso si intreccia in modo nuovo e drammatico con la politica: non è più confinato ai margini radicalizzati dello spazio pubblico, come è avvenuto per esempio negli ultimi decenni all’interno dell’islam sunnita con i movimenti jihadisti, ma è entrato nei palazzi e nei circoli del potere anche di alcune democrazie mature. Come sta accadendo negli Usa dove Trump è sostenuto da un’ampia base evangelica che interpreta la sua figura in chiave provvidenziale. Siamo di fronte quella «strumentalizzazione del nome di Dio» più volte denunciata da papa Leone in tanti suoi interventi recenti, che assegna alla politica un compito escatologico e rende di conseguenza impossibile ogni compromesso.

Come dimostra la storia recente le guerre si trasformano in fenomeni permanenti da cui nessuno vuole né riesce ad uscire. E la religione diventa fattore che delegittima qualsiasi tentativo di mediazione. «Stiamo aspettando con impazienza di ricevere da voi indicazioni su come affrontare queste situazioni anche qui, in questa terra», chiede Pizzaballa. «Il fine è creare, ri-creare queste relazioni, che sono importanti e necessarie qui, ma su basi solide e nel rispetto reciproco». Per questo è importante, e non solo teorico, il compito affidato ai relatori dell’appuntamento milanese, tra i quali Jocelyne Cesari, professoressa all’università di Birmingham e alla Georgetown, Blandine Chelini-Pont dell’università di Marsiglia, Shlomo Fischer, ricercatore del Jewish People Policy Institute di Gerusalemme, Farhad Khosrokhavar, Emerito all’Ehess di Parigi e Aymen Tamimi, ricercatore e analista britannico-iracheno.

L’incontro si tiene nella sede di Aseri in via San Vittore 18 a Milano, a partire dalle 9.

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