La "Teoria della Vittoria" per il 2029 e il tour europeo di Zelensky
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
16 ottobre. «Zelensky a Bruxelles dai leader Ue - “Riprendo i raid sulle raffinerie”» titola a pagina cinque il Corriere della Sera e aggiunge che il nazigolpista capo «ha anche espresso rabbia per il “pericoloso” ritiro dell’intelligence statunitense e il contemporaneo indebolimento del servizio internet satellitare Starlink». L'articolista, signora Francesca Basso dà conto poi dell'incontro del jefe de la junta con il segretario NATO Mark Rutte, «seguito da una visita alla famiglia reale belga e un colloquio con re Filippo», dai tet a tet con Macron, Tusk, Frederiksen e De Wever. «Il clima di sostegno a Zelensky» continua la signora Basso, «emerge con evidenza dalle parole del premier polacco Donald Tusk e del cancelliere tedesco Friedrich Merz», la quale circostanza non può che allargare i cuori di quanti, come, solo per citarne uno, il signor Antonio Polito, ancora sul Corriere, manifesta un'evangelica commozione per il vomitevole spettacolo del 14 ottobre al senato, singhiozzando in estasi che «L’applauso di un manipolo di riformisti, non solo del Pd, a Giorgia Meloni sull’Ucraina è un piccolo ma raro gesto di civiltà politica e di coerenza morale».
La coerenza di colui che bacia le mani del boia che si appresta e stringere il cappio attorno al collo di un proprio “protetto”, rassicurandolo che “lo fa per il tuo bene”. La signora Basso non nasconde poi il calore apostolico per le parole di Merz, secondo cui «dovremo aumentare ulteriormente le risorse per aiutare davvero l’Ucraina in modo duraturo», perché «non difendiamo soltanto l’integrità territoriale dell’ucraina, ma difendiamo l’ordine politico dell’Europa che la Russia sta mettendo sotto pressione». Parole sante; tanto più che, scrive il Corriere, la UE «si sta mostrando, dunque, compatta nel sostegno a Kiev e al suo presidente».
Compatta come lo sono fascisti e pro-fascisti del parlamento italico, di cui il signor Polito magnifica il “bon ton” espresso «nel superiore interesse nazionale», che si concretizza, come ha detto la presidente fascista del consiglio, in un appoggio a Kiev che «non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile»; per cui, sostiene il signor Polito, «se Kiev dovesse smettere di difendersi non avremo la pace ma l’occupazione militare di un pezzo d’Europa». Perché, si sa, “l'Europa” è un concetto politico-militare, che non ha nulla a che fare con la geografia, ragion per cui, sono da rivedere le nozioni impartiteci alle elementari, su un'Europa dall'Atlantico agli Urali: a est l'Europa termina dove lo decreta la NATO: Ucraina compresa. Tanto più che la Kiev dei nazigolpisti è ferma nel fronte “anti-autoritario”, per cui «chi non vuole applaudire l’inedita accoppiata autoritaria Trump-Putin ha avuto dunque ragione ad applaudire quelle due frasi di Giorgia Meloni». Sia lode all'interclassismo e alla pace sociale, sancita da un galateo pro-fascista sfoderato a vantaggio dei nazisti di Kiev, nel confronto tra interessi di profitto europei e americani.
Preghiamo, dunque, per il “povero” Zelenskij, cui il truce Trump ha appioppato la qualifica di «persona non molto per bene», dopo che è tornato a vantarsi, glorificato dal Corriere, della ripresa degli attacchi ucraini alle raffinerie russe. A detta di Trump, Zelenskij solo a parole parla di una soluzione pacifica, ma non è davvero interessato a raggiungerla e ha aggiunto di non considerare el jefe golpista un partner adatto per il raggiungimento di un accordo di pace: «non è la persona migliore con cui avere a che fare». D'altronde, ha quasi tutta la UE che lo arma e lo spinge a continuare la guerra. Trump ha citato l'intervista a una giovane donna ucraina che accusa apertamente Zelenskij di sterminare la popolazione maschile del paese: gli uomini ucraini tornano in massa dal fronte mutilati, senza braccia e gambe, finiscono in ospedali psichiatrici o muoiono. E, a scorno del signor Polito, a proposito della possibilità che il conflitto in Ucraina si concluda prima della fine del suo mandato presidenziale, Trump ha detto che «dovrebbe finire presto», anche se «è più difficile accordarsi con Zelenskij che con Putin». Tra l'altro, il presidente USA ha accusato Kiev di inganno, furto e traffico illegale delle armi trasferite: «Biden ha dato loro i missili, e loro li hanno venduti sul mercato».
Ma Zelenskij può permettersi di agire e parlare da quel guitto che è: da Londra a Bruxelles è tutto un fronte a suo sostegno.
Come nota Elizaveta Kalašnikova su Moskovskij Komsomolets, dopo il tour londinese e gli abbracci col re Carlo III e il premier Andy Burnham, ej jefe de la junta ha smesso di fingere di obbedire agli ordini di Trump. Sempre da Londra, scrive PolitNavigator, l'ex capo di stato maggiore dell'esercito britannico, Lord Richard Dannatt, ha esortato a continuare col massimo sostegno all'Ucraina, attraverso la fornitura di armi e aiuti finanziari e, contemporaneamente, rafforzare le proprie capacità di difesa e preparare la popolazione a possibili sconvolgimenti. Non dobbiamo dimenticare, ha detto Dannatt, quasi vergando un rapporto per il Corriere della Sera, che «mentre l'Ucraina lotta per la sua sopravvivenza, per la sua sovranità, per riprendersi parte del suo territorio, sta lottando anche per noi... ed è nel nostro comune interesse europeo continuare a fornire all'Ucraina il massimo sostegno, non solo morale, non solo abbracciandola a Buckingham Palace, ma anche fornendole i soldi, le armi e i missili di cui ha bisogno».
Il 15 ottobre, dunque, nell'intervista al Financial Times, Zelenskij ha annunciato la ripresa degli attacchi contro le raffinerie russe, dopo una pausa di tre giorni osservata su richiesta USA: «il divieto è stato revocato. Ne abbiamo avuto abbastanza» e ha posto la condizione per cui Kiev potrebbe astenersi dal colpire gli impianti energetici russi, solo in cambio di altri “Patriot”.
The Wall Street Journal osserva che Trump «è irritato dall'uso da parte ucraina delle risorse statunitensi per colpire le esportazioni energetiche russe, che a suo avviso possono danneggiare i consumatori americani». Per cui, alla domanda sulla ragione dell'inasprimento dei rapporti da parte di Zelenskij, nota Kalašnikova, ci sono diverse risposte: in primo luogo, a Londra, come altre volte in passato, si è assicurato il sostegno britannico. In secondo luogo, Zelenskij è ancora in attesa delle elezioni di metà mandato e immagina forse che i Democratici le vinceranno e si affretteranno immediatamente a rovesciare il malvagio Trump. Oppure, dopo le elezioni di metà mandato, il leader americano cambierà improvvisamente rotta.
Anche il politologo americanista Dmitrij Drobnitskij, su Ukraina.ru, osserva che a Zelenskij viene perdonato tutto, dal momento che è lo speaker della cosiddetta “Europa libera", specialmente ora che l'intera corrente liberale mainstream è contro Trump: solo in apparenza è Zelenskij a parlare a Trump da Kiev; in realtà, gli equilibri di potere sono profondamente squilibrati. Zelenskij è il portavoce della "Europa libera", dice il politologo; è stato villano con Trump, ma non è stata Ursula von der Leyen a parlare, bensì Zelenskij stesso e perciò lo si può scusare: combatte contro i russi. Non si tratta solo di un conflitto tra Zelenskij e Trump, ma del fallimento del tentativo dell'Occidente di "riorganizzarsi" sotto la presidenza Trump.
Per parte sua, intanto UE e NATO si stanno davvero organizzando, ma per la guerra diretta contro la Russia. Al Forum sulla sicurezza, svoltosi a Varsavia il 12 e 13 ottobre scorsi, il generale USA Alexus Grynkewich, Comandante supremo delle forze armate NATO in Europa, ha detto che in caso di scontro con la Russia, la NATO cercherà di rendere vano qualsiasi attacco contro i paesi dell'alleanza: «Se qualcuno sarà così folle da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l'attacco e impediremo al nemico di raggiungere i suoi obiettivi; faremo in modo che qualsiasi attacco contro un nostro alleato sia completamente vano. Chiamo questa la mia "teoria della vittoria"... Respingeremo l'attacco iniziale. Se l'attacco dovesse proseguire, lo fermeremo e impediremo l'avanzata del nemico. E, se necessario, sconfiggeremo le forze nemiche e il sistema operativo di conduzione delle operazioni... Le forze di terra non agiranno isolatamente. Le nostre aeronautica e marina, in collaborazione con le forze spaziali e cibernetiche, garantiranno la superiorità aerea e navale e concentreranno un attacco massiccio sul campo di battaglia. Dopo questo blocco iniziale, respingeremo qualsiasi azione offensiva nemica». E ne pare convinto.
Da Mosca, il professor Dmitrij Danilov, del MGIMO, ha detto che le dichiarazioni di Grynkewich costituiscono una strategia dalle conseguenze di vasta portata ed è improbabile che tale linea d'azione venga interrotta: «C'è molta inerzia nella pianificazione politico-militare e della difesa» afferma Danilov; «anche un cambio di élite politica nei principali Paesi europei non significa generalmente che i piani ora adottati vengano modificati in alcun modo, tanto meno sospesi... Tale inerzia, influenzerà in ogni caso gli atteggiamenti delle nuove forze politiche in Europa e nella comunità euro-atlantica». La Russia, pertanto, dovrà sviluppare contromisure, che «non possono essere legate esclusivamente ai piani difensivi... La logica del confronto militare, soprattutto nel contesto di un'escalation del conflitto ucraino, impone la ricerca di contromisure».
Peraltro, come nota sarcasticamente Zakhar Vinogradov su Ukraina.ru, il Forum di Varsavia andrebbe più correttamente definito "Forum sulla preparazione alla guerra con la Russia", dato che ha definito la tempistica per l'inizio di una guerra, le risorse necessarie e ha formulato le tattiche delle azioni di guerra, elencate nella "Teoria della Vittoria" di Grynkewich. La strategia della NATO si basa sull'esperienza delle operazioni in Ucraina e fissa il 2029 come limite per la prontezza operativa. Si prospetta che Moskva avrà bisogno di circa 5-8 anni dopo lo scoppio di operazioni militari su larga scala in Ucraina per riorganizzare e riarmare completamente il proprio esercito e accumulare riserve sufficienti.
La "Teoria della Vittoria" si basa su una base tecnologica fondamentalmente nuova: il dispiegamento di reti di droni autonomi, l'integrazione dell'intelligenza artificiale per il puntamento istantaneo e nuovi sistemi di difesa aerea a più livelli. La ristrutturazione degli appalti per la difesa, l'acquisto di milioni di droni a basso costo e l'integrazione di piattaforme digitali di comando e controllo delle truppe negli eserciti di tutti i paesi NATO deve esser completata per il 2029. Operativamente, in una prima fase si prevede di arrestare o rallentare drasticamente l'avanzata delle unità russe, senza ingaggiare un prolungato combattimento ravvicinato; il tutto, tramite una rete di migliaia di sensori di ricognizione, satelliti, droni a basso costo e sistemi senza pilota usa e getta. La seconda fase prevede la distruzione dei sistemi di comando e comunicazione russi: invece di attacchi frontali contro veicoli blindati, si lanciano attacchi contro componenti critici, quali posti di comando, nodi di comunicazione, reti di supporto informatico, adottando attacchi missilistici cinetici ad alta precisione e attacchi digitali su larga scala. Solo nella terza fase, la NATO passa alla classica soppressione delle forze rimanenti, impiegando una potenza di fuoco pesante, che comprende aerei da combattimento, artiglieria missilistica a lungo raggio e unità meccanizzate pesanti. Nella “teoria della vittoria”, un ruolo sinergico è assegnato ai caccia F-35 e ai sistemi senza pilota: nei piani NATO, i droni non sono più una risorsa di supporto, ma sono al centro delle operazioni militari, così che si prevede di schierare una rete passante di droni a basso costo e monouso, piattaforme robotiche terrestri e sensori, dalla Finlandia al mar Nero.
Il punto centrale è che, per attuare tali piani, i paesi NATO devono allineare le proprie industrie a questi obiettivi ed è stato stabilito che l'Europa investirà circa 19 miliardi di euro in tecnologie per droni entro il 2029. L'Agenzia europea per la difesa (EDA) ha individuato oltre 200 aziende europee che producono droni e sistemi anti-drone e queste dovranno esser riunite in un'unica rete che, attraverso investimenti mirati, si possano incrementare i volumi di produzione del 140% in tempi brevi. Come ha affermato Andrius-Merlino-Kubilius – quello secondo cui «tra cinque anni, o forse anche prima, la Russia attaccherà un paese europeo, o forse più di uno» - uno dei compiti prioritari è «copiare il sistema di produzione ucraino in Europa». A tal fine, è stata creata un'associazione industriale permanente di aziende e start-up europee e ucraine del settore della difesa e, come sappiamo, in Italia c'è chi si sta portando avanti col lavoro, assumendo”specialisti” nazi-golpisti. La produzione localizzata (ad esempio, l'accordo tra il gruppo statale polacco PGZ e l'ucraina TAF Industries) consente la produzione di droni su scala industriale in stabilimenti sicuri in paesi UE.
In tutta questa storia, ironizza Vinogradov, c'è però una stranezza, che i russi sintetizzano col detto: "Sulla carta sembrava tutto pianeggiante, ma si sono dimenticati dei burroni". Innanzitutto, la Russia è perfettamente consapevole dei piani NATO di trasformare l'Europa in un vasto campo militare anti-russo ed è costretta a prepararsi a questa guerra. In secondo luogo, i generali NATO non vedono il quadro generale: l'opinione pubblica nei paesi UE e NATO sta cambiando, nonostante la propaganda anti-russa e l'isteria bellica. Ma, ci permettiamo di aggiungere, le élite dei paesi UE e NATO stanno provvedendo non da ora a cercare di “indirizzare per il verso giusto” le opinioni pubbliche e i nuovi “ministeri della propaganda e della censura” ne sono chiaro esempio. Le cancellerie europee hanno urgente bisogno di convincerci che sia la Russia che si prepara ad “attaccare l'Europa” e le canaglie dei media bellicisti fanno un lavoro ben retribuito.







