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Ricevuto ieri — 16 Agosto 2026 Notizie Geopolitiche

Usa. La lobby israeliana spinge Washington a ridimensionare l’ONU e a riscrivere l’ordine internazionale

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 17:00

di Giuseppe Gagliano –

Un centro studi israeliano ha incaricato una società di lobbying americana di promuovere a Washington una strategia per ridurre drasticamente il ruolo degli Stati Uniti nelle Nazioni Unite e sostituire progressivamente il sistema multilaterale con una rete di alleanze e organizzazioni guidate direttamente dagli americani. L’operazione, dal valore economico di appena 5.000 dollari, mostra come una commessa limitata possa inserirsi in un progetto politico molto più ampio già presente nella destra statunitense.
Il 24 giugno 2026 l’Istituto Misgav per la sicurezza nazionale e la strategia sionista, con sede a Gerusalemme, ha affidato per un mese alla Mercury Public Affairs il compito di promuovere negli ambienti politici americani un rapporto elaborato da Gilad Erdan, già ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, e Asher Fredman, direttore esecutivo dell’istituto. L’attività è stata registrata negli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che disciplina l’attività degli agenti che rappresentano interessi stranieri.
Mercury aveva il compito di distribuire il documento e facilitare incontri con interlocutori delle commissioni parlamentari competenti per politica estera, difesa e stanziamenti, oltre che con il Consiglio per la sicurezza nazionale, il Dipartimento di Stato, la rappresentanza americana presso l’ONU e gli uffici della Casa Bianca responsabili del bilancio.
Il rapporto parte dalla convinzione che le Nazioni Unite siano ormai irriformabili. Gli autori contestano il principio secondo cui ogni Stato dispone di un voto nell’Assemblea generale e sostengono che Paesi con contributi finanziari limitati possano esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni dell’organizzazione. La Cina viene indicata come la principale beneficiaria di questo sistema grazie alla crescente capacità di coordinamento con i Paesi del Sud globale.
La proposta prevede una progressiva riduzione della partecipazione americana. Il Congresso dovrebbe eliminare i finanziamenti automatici alle organizzazioni internazionali e autorizzare individualmente ogni contributo. Washington potrebbe inoltre accettare la perdita del diritto di voto nell’Assemblea generale per mancato pagamento delle quote, mantenendo soltanto le collaborazioni considerate direttamente utili agli interessi nazionali.
L’obiettivo non sarebbe quindi soltanto uscire dalle Nazioni Unite, ma trasferire progressivamente alcune delle loro funzioni verso accordi bilaterali, coalizioni temporanee, soggetti privati e organismi internazionali costruiti attorno alla leadership americana. Il multilateralismo universale verrebbe sostituito da una struttura selettiva nella quale l’accesso dipenderebbe dalla vicinanza strategica a Washington.
Israele occupa una posizione centrale in questa impostazione. Il rapporto accusa le istituzioni delle Nazioni Unite di applicare allo Stato israeliano criteri differenti rispetto ad altri Paesi e critica in particolare risoluzioni, commissioni d’inchiesta e iniziative internazionali considerate ostili a Gerusalemme. Si tratta delle posizioni degli autori, ma esse coincidono con una sensibilità ormai consolidata in parte della destra statunitense, che considera le organizzazioni multilaterali un limite alla sovranità americana e uno strumento attraverso il quale Cina, Iran e Paesi emergenti possono aumentare la propria influenza.
Il terreno politico negli Stati Uniti era già favorevole. Nel gennaio 2026 l’amministrazione Trump aveva disposto il ritiro americano da decine di organizzazioni e strutture internazionali, comprese numerose realtà collegate al sistema delle Nazioni Unite, nei limiti consentiti dalla legislazione statunitense.
Al Congresso esiste inoltre una proposta repubblicana per abrogare la normativa del 1945 sulla partecipazione americana all’ONU, chiudere la missione statunitense, interrompere i finanziamenti, rinunciare alle missioni di pace e mettere fine all’accordo che consente alle Nazioni Unite di mantenere la propria sede principale a New York. Il progetto non è diventato legge, ma dimostra come l’idea del disimpegno americano preceda l’iniziativa israeliana.
L’operazione del Misgav non crea quindi una nuova politica, ma tenta di inserirsi in un processo già in corso, fornendogli una giustificazione strategica particolarmente vicina agli interessi israeliani. Rappresenta il punto d’incontro tra il nazionalismo americano, la destra israeliana e l’industria delle relazioni istituzionali che opera nella capitale statunitense.
Un eventuale abbandono dell’ONU da parte degli Stati Uniti presenterebbe tuttavia rilevanti difficoltà giuridiche. La Carta delle Nazioni Unite non contiene una procedura esplicita per il recesso di uno Stato membro e Washington è indicata direttamente come uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
Una decisione unilaterale aprirebbe quindi un confronto sulle prerogative del presidente, sui poteri finanziari del Congresso, sulla normativa americana e sugli obblighi internazionali assunti con la ratifica della Carta. Ancora più complessa sarebbe la questione del seggio permanente americano, la cui eventuale modifica richiederebbe un intervento sul testo stesso della Carta.
Per questo la strategia proposta dal Misgav appare orientata più allo svuotamento progressivo dell’organizzazione che a un’uscita immediata. La riduzione dei finanziamenti e della partecipazione potrebbe diminuire l’influenza delle Nazioni Unite senza affrontare direttamente tutti gli ostacoli giuridici di un recesso formale.
La scelta presenta però un paradosso strategico. Gli Stati Uniti dispongono nel Consiglio di sicurezza di un diritto di veto che consente loro di bloccare risoluzioni contrarie ai propri interessi, proteggere Israele e influenzare decisioni riguardanti sanzioni e interventi internazionali. Abbandonare volontariamente questo strumento significherebbe lasciare maggiore spazio alla Cina e alla Russia.
Pechino potrebbe sfruttare il ridimensionamento americano per aumentare la propria influenza diplomatica soprattutto in Africa, Asia e America Latina e presentarsi come principale difensore delle istituzioni multilaterali. Mosca conserverebbe invece una posizione privilegiata grazie al proprio seggio permanente e al diritto di veto.
Anche per Israele le conseguenze potrebbero essere ambivalenti. Gerusalemme considera da tempo molte strutture delle Nazioni Unite ostili, ma ha contemporaneamente beneficiato della protezione diplomatica americana nel Consiglio di sicurezza. Se gli Stati Uniti si ritirassero e l’ONU continuasse a funzionare grazie al sostegno di Cina, Unione europea e potenze emergenti, Israele potrebbe ritrovarsi con minore protezione internazionale.
Sul piano finanziario, gli Stati Uniti sono il principale contributore al sistema delle Nazioni Unite. Una parte consistente dei finanziamenti americani riguarda tuttavia non soltanto la burocrazia dell’organizzazione, ma programmi umanitari, alimentari, sanitari e di assistenza ai rifugiati che rappresentano anche strumenti della politica estera di Washington.
La riduzione dei contributi produrrebbe un risparmio immediato, ma potrebbe imporre agli Stati Uniti la costruzione di strutture alternative per svolgere alcune delle stesse funzioni. Coalizioni parallele, organismi privati e accordi bilaterali richiederebbero apparati amministrativi, logistici e finanziari propri.
Il rischio maggiore riguarda però l’influenza sulle regole internazionali. Telecomunicazioni, trasporti, sanità, proprietà intellettuale, commercio e gestione delle crisi dipendono anche da organismi multilaterali nei quali vengono definiti standard utilizzati a livello globale. Rinunciare a partecipare significa lasciare ad altre potenze uno spazio maggiore nella definizione delle norme alle quali anche le imprese americane potrebbero successivamente essere costrette ad adeguarsi.
La vicenda di Mercury dimostra soprattutto quanto l’accesso ai decisori rappresenti una componente strutturale della politica americana. La società ha lavorato in passato per governi, imprese e soggetti stranieri, compresa la società israeliana NSO, produttrice del sistema di sorveglianza Pegasus. La registrazione delle attività rende questi incarichi pubblici e legali, ma mostra il ruolo esercitato dalle società di lobbying nel collegare interessi stranieri e processo decisionale statunitense.
I 5.000 dollari pagati dal Misgav non possono determinare l’uscita degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite. Possono però servire a ottenere incontri, diffondere un documento e inserirne le proposte in un dibattito politico già avanzato.
La vicenda non dimostra quindi che Israele stia imponendo segretamente a Washington l’abbandono dell’ONU. Mostra invece una convergenza tra settori politici israeliani e americani che considerano l’attuale sistema multilaterale incompatibile con i rispettivi interessi strategici.
La questione centrale riguarda il futuro stesso della politica estera americana. Washington dovrà scegliere se continuare a esercitare la propria influenza dall’interno delle istituzioni internazionali, accettandone compromessi e limiti, oppure tentare di sostituirle con un sistema dominato da alleanze selettive. Nel secondo caso gli Stati Uniti potrebbero ottenere maggiore libertà d’azione immediata, ma rischierebbero contemporaneamente di lasciare a Cina e Russia una parte crescente degli strumenti attraverso i quali vengono definite le regole dell’ordine mondiale.

Cisgiordania. Il Papa, Stop alle violenze contro i palestinesi’

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 13:30

Dire * –

“Rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”. È l’appello lanciato all’Angelus da Papa Leone XIV.
Dopo la preghiera mariana recitata questa domenica, 16 agosto, in piazza della Libertà a Castel Gandolfo, il Pontefice è tornato ad affrontare il tema delle violenze che si perpetuano ai danni della popolazione palestinese nella West Bank, terra contesa dagli israeliani. Di qui la supplica del Pontefice che chiede “con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura”. Un pensiero infine da patte di Papa Prevost anche ai Giochi del Mediterraneo che si disputeranno a Taranto dal 21 agosto al 3 settembre 2026 prossimi: siano una “profezia di pace e di fratellanza tra i popoli”.

* Fonte: agenzia Dire.

Grecia. Il cortocircuito della transizione verde tra incendi, reti fragili e abbandono del territorio

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 14:30

di Alessandro Pompei –

Gli incendi che nell’estate del 2026 hanno colpito la Grecia, devastando l’Attica occidentale e Creta e mandando in fumo oltre 14mila ettari, hanno riportato al centro dell’attenzione la vulnerabilità della rete elettrica e il rapporto sempre più problematico tra crescita delle energie rinnovabili, manutenzione delle infrastrutture e gestione del territorio. Secondo i dati preliminari della Direzione investigativa sui crimini di incendio dei Vigili del Fuoco greci, i guasti riconducibili alla rete elettrica, pur costituendo una quota limitata degli inneschi, sarebbero stati responsabili di circa tre quarti della superficie complessivamente percorsa dalle fiamme.
Il dato mette in evidenza una contraddizione per un Paese considerato tra i protagonisti della transizione energetica europea. La Grecia ha infatti portato stabilmente oltre il 50 per cento la quota di energia pulita nel proprio mix elettrico e continua ad aumentare rapidamente la capacità fotovoltaica. Alla crescita della generazione rinnovabile non è però corrisposto un adeguamento altrettanto rapido delle infrastrutture di distribuzione.
Durante le ondate di calore, le temperature elevate si sommano al riscaldamento dei conduttori provocato dall’aumento della domanda elettrica per la climatizzazione e dai consistenti flussi di energia solare immessi nella rete. La dilatazione termica può determinare l’abbassamento dei cavi aerei. In presenza di vento forte e vegetazione troppo vicina alle linee, possono verificarsi contatti, archi elettrici o cadute di conduttori, con la conseguente proiezione di materiale incandescente sulla vegetazione secca.
Il problema riguarda una rete di distribuzione a media e bassa tensione che utilizza ancora oltre 120mila chilometri di linee aeree e circa 4,5 milioni di sostegni in legno. Una struttura concepita in condizioni climatiche ed energetiche differenti da quelle attuali e sottoposta a decenni di esercizio.
La fragilità della rete, tuttavia, spiega soltanto una parte del fenomeno. L’abbandono progressivo dell’agricoltura tradizionale, del pascolo e della gestione forestale nelle zone collinari e montane ha favorito l’accumulo di vegetazione e biomassa secca. Arbusti e pinete altamente infiammabili hanno progressivamente occupato vaste aree, creando una continuità del combustibile che permette alle fiamme di propagarsi con estrema rapidità.
In assenza di sfalcio, pascolamento controllato e gestione forestale, anche un singolo innesco può quindi trasformarsi rapidamente in un incendio di grandi dimensioni, soprattutto durante le giornate caratterizzate da temperature elevate, siccità e vento intenso.
A pesare sulla situazione è anche l’eredità della crisi finanziaria. Durante i programmi di aggiustamento economico tra il 2010 e il 2018, la manutenzione delle infrastrutture e la prevenzione forestale hanno risentito delle restrizioni di bilancio. Potature lungo le linee elettriche, sostituzione dei pali degradati e ammodernamento degli isolatori sono stati rinviati, mentre anche il personale forestale ha subito una forte riduzione.
La strategia pubblica si è così progressivamente spostata dalla prevenzione alla gestione dell’emergenza, privilegiando gli interventi di spegnimento, compresi quelli aerei, rispetto alla manutenzione preventiva del territorio. Una scelta che comporta costi elevati e interviene quando l’incendio ha spesso già assunto dimensioni difficili da controllare.
Il fenomeno solleva anche interrogativi sulla contabilità ambientale della transizione energetica. Nel 2025 la Grecia ha installato circa 1,84 gigawatt di nuova capacità fotovoltaica, potenzialmente in grado di produrre circa 2,85 terawattora di elettricità all’anno e di evitare emissioni significative rispetto alla produzione da gas e lignite. Gli incendi del 2026 hanno però determinato contemporaneamente il rilascio nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica proveniente dalla combustione della biomassa.
Il confronto deve comunque tenere conto delle differenti scale temporali. Un impianto fotovoltaico produce elettricità a basse emissioni per diversi decenni, mentre una parte della CO2 liberata dagli incendi forestali può essere nuovamente assorbita dalla vegetazione durante la ricrescita. Gli incendi producono tuttavia danni ambientali che vanno ben oltre il bilancio del carbonio.
La perdita della copertura vegetale riduce infatti ombreggiamento ed evapotraspirazione, aumenta la temperatura del terreno e rende più difficile la rigenerazione degli ecosistemi. Le alte temperature raggiunte durante i roghi possono inoltre modificare le caratteristiche del suolo e ridurne la capacità di assorbire l’acqua.
Con l’arrivo delle piogge autunnali, i versanti bruciati diventano così maggiormente esposti a erosione, smottamenti, colate detritiche e alluvioni improvvise. Un incendio provocato durante l’estate da un guasto elettrico può quindi trasformarsi pochi mesi dopo in un problema idrogeologico, con conseguenze per abitazioni e infrastrutture situate a valle.
Un’altra criticità riguarda la capacità della rete greca di assorbire la crescente produzione rinnovabile. Nelle ore di massima generazione fotovoltaica si verificano congestioni che obbligano il gestore del sistema a limitare temporaneamente la produzione di alcuni impianti. I cosiddetti curtailment riducono l’energia effettivamente utilizzata e incidono sia sulla redditività degli investimenti sia sui benefici ambientali attesi.
Il caso greco evidenzia inoltre un problema nella distribuzione degli investimenti. Una parte consistente delle risorse europee è stata destinata alla realizzazione di nuovi impianti di generazione, mentre interventi meno redditizi ma essenziali per la sicurezza, come manutenzione delle linee, gestione della vegetazione e rafforzamento dei servizi forestali, hanno ricevuto minore attenzione.
Un precedente significativo è rappresentato dalla California, dove la crisi della utility Pacific Gas and Electric, coinvolta negli incendi del 2017 e 2018, ha portato a una profonda revisione delle procedure di manutenzione, delle responsabilità degli operatori e dei protocolli di disalimentazione preventiva delle linee nelle aree maggiormente esposte.
Per la Grecia l’interramento dell’intera rete, il cui costo sarebbe nell’ordine di decine di miliardi di euro, appare difficilmente praticabile. Esistono però interventi intermedi, dalla sostituzione dei conduttori nudi con cavi aerei isolati nelle zone forestali più pericolose all’impiego di droni e sistemi LiDAR per controllare la crescita della vegetazione vicino alle linee. Anche sistemi di protezione capaci di interrompere rapidamente l’alimentazione in presenza di anomalie possono ridurre significativamente la probabilità che un guasto produca un incendio.
L’esperienza greca mostra quindi che l’aumento della capacità rinnovabile non può essere separato dalla sicurezza della rete e dalla gestione del territorio. Senza investimenti paralleli nelle infrastrutture elettriche, nella prevenzione forestale e nella manutenzione delle aree rurali, la transizione energetica rischia di procedere più rapidamente della capacità del territorio di sostenerla.

L’illusione del calcolo

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 17:49

di Alessandro Pompei –

I costi operativi dell’Intelligenza Artificiale superano di diversi ordini di grandezza i ricavi generati dai singoli abbonamenti degli utenti. Questo disavanzo è attualmente sostenuto dai grandi investitori e dai fondi di venture capital, i quali iniziano tuttavia a manifestare crescenti preoccupazioni sul reale ritorno del capitale impiegato.
Sullo sfondo riaffiora lo spettro della bolla delle dot-com dei primi anni 2000, che tra il 2000 e il 2003 cancellò oltre 9.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato tra NYSE e NASDAQ, portando al fallimento o alla svendita di circa 8.000 società del settore.
Nonostante i significativi progressi nell’efficienza algoritmica, l’assorbimento complessivo di risorse hardware, energetiche e software è cresciuto a tassi ben più rapidi. Il passaggio dai semplici modelli di chat testuale del 2023 ai complessi ecosistemi di agenti autonomi, in cui più modelli cooperano in parallelo per gestire compiti specifici, può comportare un incremento del fabbisogno computazionale fino a 35 volte superiore.
Si innesca così un evidente paradosso: se da un lato l’avanzamento dei semiconduttori migliora l’efficienza energetica per singolo calcolo, dall’altro la scala mastodontica dei data center e la crescita esponenziale delle query moltiplicano la domanda aggregata di energia, spingendo i consumi elettrici a livelli senza precedenti.
È emblematico come le aspettative generate dall’introduzione di ogni nuova generazione di modelli abbiano spesso trovato riscontro in progressi meramente incrementali anziché rivoluzionari. Sebbene i vertici di OpenAI, a partire dal CEO Sam Altman, abbiano costantemente prospettato impatti trasformativi, il susseguirsi degli aggiornamenti ha evidenziato per lo più affinamenti architetturali e interventi di ottimizzazione, delineando una fase di rendimenti decrescenti rispetto ai significativi balzi prestazionali delle origini.
In generale, la regressione delle capacità degli LLM risulta particolarmente evidente per chi impiega l’intelligenza artificiale nel supporto alla programmazione. Inoltre, nonostante le elevate valutazioni attribuite a realtà di vertice come Anthropic o OpenAI, tali aziende continuano ad accumulare perdite per decine di miliardi di dollari; per la sola OpenAI, si prevede che il disavanzo raggiunga circa 14 miliardi di dollari nel corso del 2026.
La promessa iniziale mirava a rendere la tecnologia tanto indispensabile da risultare insostituibile, consentendo in seguito l’applicazione di tariffe elevate. Si trattava di una strategia analoga a quella delle origini di Uber: offrire un servizio a prezzi estremamente bassi per azzerare la concorrenza e affermarsi come monopolista di riferimento all’aumentare della penetrazione di mercato.
A differenza di tale modello, però, le Big Tech statunitensi attive nell’IA registrano una sproporzione critica tra costi di erogazione e ritorni economici: nel 2026, a fronte di circa 12 miliardi di dollari generati dagli abbonamenti nell’intero settore, sono stati stanziati oltre 500 miliardi di dollari unicamente per l’infrastruttura dei data center. Questo pesante disavanzo viene compensato principalmente dall’emissione di obbligazioni e dalla valorizzazione dei titoli azionari, alimentata da un peculiare circuito finanziario.
Inoltre, gli ingenti investimenti nell’hardware destinato all’intelligenza artificiale sono vincolati a una vita utile di frontiera relativamente breve. L’obsolescenza tecnologica impone infatti una frequente rotazione delle GPU di punta ogni due anni circa, mentre i chip più avanzati vengono impiegati per il pre-training dei modelli di punta, per poi essere riallocati in compiti di seconda e terza linea (come l’inferenza ad alto volume, il fine-tuning aziendale, i carichi di lavoro batch o gli ambienti di test a basso costo), consentendo ai grandi provider cloud di spalmare l’ammortamento a bilancio su un arco effettivo di 4, massimo 6 anni.
A sostenere il comparto interviene un sistema di investimenti a ciclo chiuso. Da un lato, Nvidia alloca ingenti capitali in aziende del settore che finiscono per acquistare i suoi stessi sistemi di calcolo e servizi server; dall’altro, più in piccolo ma similmente a Nvidia, anche Microsoft ha investito circa 13-14 miliardi di dollari in OpenAI, principalmente sotto forma di crediti per l’utilizzo dei server Azure. Benché tali impegni si traducano spesso in disponibilità di servizi di calcolo piuttosto che in liquidità pura, il risalto mediatico di queste partnership attrae banche e fondi d’investimento, sostenendo temporaneamente un settore che appare tuttavia ancora lontano dal traguardo della redditività.
A ridurre la probabilità di un rientro dai costi per le grandi aziende tecnologiche statunitensi contribuisce anche la forte concorrenza delle intelligenze artificiali cinesi, le quali offrono servizi sempre più competitivi a prezzi inferiori.
I laboratori cinesi beneficiano, da una parte, di un volume di investimenti molto più contenuto, quantificabile complessivamente in circa 70 miliardi di dollari, contro i quasi 800 miliardi stimati per gli Stati Uniti nel 2026 e destinati a raggiungere i 1.000 miliardi nel 2027; dall’altra, di pratiche di ingegneria inversa condotte tramite gli stessi LLM. È il caso del provvedimento adottato da Anthropic, la quale ha revocato l’accesso a circa 24.000 account associati a diverse entità cinesi, tra cui Moonshot AI (sviluppatrice di Kimi AI), responsabili di interrogare in modo massivo e coordinato Claude per carpirne le dinamiche di funzionamento degli agenti e replicarne l’architettura.
È proprio questa intensa concorrenza ad aver determinato una progressiva riduzione dei costi dei servizi e delle tariffe per token. Tale flessione è testimoniata dall’LLM Token Expenditure Index, indice elaborato da Bloomberg, che rileva un calo dei prezzi di circa il 20% da aprile ad oggi. Questo andamento rischia di ostacolare ulteriormente il percorso verso la sostenibilità economica dell’IA, prolungando la dipendenza del settore dalle iniezioni di capitale da parte degli investitori.
Un ulteriore segnale della sofferenza che attraversa il comparto risiede nel destino del 40% delle startup di intelligenza artificiale fondate nel 2024, risultate ad oggi interamente fallite.
L’intero comparto pare quindi avviarsi verso una severa fase di razionalizzazione.
La combinazione tra una spesa infrastrutturale di centinaia di miliardi di dollari, ma con ricavi effimeri, una rapida svalutazione dell’hardware costosissimo (una singola GPU Nvidia B200, ovvero lo standard attuale, costa circa 35.000 dollari) e una decisa pressione deflazionistica sul costo dei token, alimentata da una concorrenza asiatica sempre più aggressiva e dal ricorso a tecniche di distillazione, ha incrinato la narrativa originaria secondo cui l’espansione computazionale fine a se stessa avrebbe garantito rendite di monopolio immediate.
In questo scenario, il mercato appare destinato a una polarizzazione strutturale: da una parte, i laboratori puri e le startup prive di infrastruttura proprietaria o di un modello di business diversificato rischiano di soccombere all’esaurimento della liquidità speculativa; dall’altra, colossi integrati verticalmente come Alphabet affrontano una delicata transizione interna, costretti a bilanciare l’aumento dei costi di calcolo con il rischio di cannibalizzare i margini consolidati della ricerca pubblicitaria, potendo contare, però, su chip proprietari e riserve di cassa difficilmente replicabili.
Quando la circolarità dei finanziamenti incrociati e l’entusiasmo dei mercati cederanno definitivamente il passo alla disciplina di bilancio, l’intelligenza artificiale non scomparirà, ma si spoglierà dell’aura di bene speculativo per trasformarsi in una componente infrastrutturale di base. A sopravvivere non saranno le promesse di modelli onnicomprensivi sostenuti a debito, ma esclusivamente quelle architetture capaci di convertire l’enorme costo dell’elaborazione in un valore economico reale, misurabile e finalmente sostenibile.

Cisgiordania. La polizia sostituisce l’esercito, cresce il timore di un’annessione di fatto

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 16:00

di Giuseppe Gagliano –

Israele trasferirà alla polizia parte delle funzioni civili finora esercitate dall’esercito in Cisgiordania, una riorganizzazione annunciata dal ministro della Difesa Israel Katz che potrebbe avere conseguenze politiche e giuridiche ben superiori alla semplice redistribuzione delle competenze. L’esercito dovrebbe concentrarsi sulle operazioni antiterrorismo, sulla protezione degli insediamenti e sul controllo dei confini, mentre alla polizia verrebbe affidata l’applicazione ordinaria della legge.
La misura consentirebbe alle forze armate di liberare uomini e mezzi dai compiti di ordine pubblico, ma introduce anche un elemento politicamente sensibile: la progressiva sostituzione dell’amministrazione militare con strutture civili israeliane può essere interpretata come un ulteriore passo verso la normalizzazione del controllo sulla Cisgiordania.
Il cambiamento non modifica automaticamente lo status giuridico del territorio. Secondo il diritto internazionale, infatti, ciò che determina l’esistenza di un’occupazione è il controllo effettivo e non la natura militare o civile delle autorità che lo esercitano. L’articolo 43 del Regolamento dell’Aia del 1907 impone alla potenza occupante di garantire l’ordine pubblico rispettando, salvo impedimenti, la legislazione esistente. Gli eventuali agenti israeliani continuerebbero quindi ad agire come organi dello Stato occupante e Israele rimarrebbe responsabile del rispetto dei diritti della popolazione palestinese.
Un elemento decisivo riguarda le aree A, B e C definite dagli accordi israelo palestinesi del 1995. Nelle aree A l’Autorità palestinese esercita competenze civili e di polizia, nelle aree B conserva responsabilità civili e di ordine pubblico mentre Israele mantiene importanti competenze di sicurezza, nell’area C il controllo israeliano è invece molto più esteso. L’annuncio di Katz non chiarisce fino a che punto arriveranno le nuove competenze della polizia.
Se l’intervento riguardasse prevalentemente l’area C e la popolazione degli insediamenti, la misura rappresenterebbe soprattutto una riorganizzazione delle strutture israeliane. Un’estensione stabile dell’attività della polizia alle aree A e B, con la sottrazione di competenze all’Autorità palestinese, avrebbe invece conseguenze politiche più profonde e potrebbe svuotare ulteriormente gli accordi di Oslo.
Il provvedimento non costituisce di per sé un’annessione formale, perché Israele non ha dichiarato la propria sovranità sulla Cisgiordania. Il problema riguarda tuttavia la possibilità di un’annessione di fatto attraverso la progressiva estensione delle funzioni normalmente esercitate da uno Stato, dall’amministrazione civile alla polizia, dalla pianificazione urbanistica alle infrastrutture e agli insediamenti.
Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, attraverso un parere consultivo, ha considerato diverse politiche israeliane parte di un processo di annessione di porzioni del territorio palestinese e ha giudicato illegale la prosecuzione della presenza israeliana nei territori occupati. Israele contesta questa impostazione, richiama le proprie esigenze di sicurezza e sostiene che lo status definitivo dei territori debba essere stabilito attraverso negoziati.
Rimane inoltre il problema della presenza di due differenti sistemi giuridici. I coloni israeliani sono sottoposti in larga misura alla legislazione civile israeliana, mentre la popolazione palestinese vive sotto una combinazione di legislazione locale, ordinanze militari e competenze dell’Autorità palestinese. L’estensione dell’attività della polizia potrebbe consolidare ulteriormente questa separazione, soprattutto qualora non fosse accompagnata da un’effettiva repressione delle violenze commesse dai coloni.
La questione resta strettamente collegata alla continua espansione degli insediamenti, considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta alla potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato e la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha ribadito che gli insediamenti israeliani nei territori occupati dal 1967 non hanno validità giuridica.
Dal punto di vista operativo, l’esercito potrebbe ottenere il vantaggio di concentrare maggiori risorse sulle attività militari e di sicurezza. Restano però interrogativi sulla capacità della polizia di assumere le nuove competenze e sul coordinamento politico e operativo della riforma.
Il rischio per Israele è che un beneficio immediato sul piano della sicurezza produca conseguenze strategiche più ampie. La progressiva integrazione amministrativa della Cisgiordania potrebbe aumentare le pressioni diplomatiche e giudiziarie internazionali e indebolire ulteriormente l’Autorità palestinese. La sostituzione dei militari con la polizia, quindi, non modifica formalmente lo status dei territori, ma può contribuire a rendere permanente e ordinario un controllo che continua a essere al centro della disputa sulla possibile annessione di fatto della Cisgiordania.

Cina. Il pensiero di Xi Jinping diventa dottrina del Partito

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 15:30

di Dario Rivolta * –

Per lunghi secoli in Europa si sostenne che re e imperatori governassero perché legittimati direttamente da Dio e la motivazione si rifaceva, tra l’altro, alla “Lettera ai Romani” di san Paolo. Bisognò arrivare al 1688 perché, per primi in Inghilterra, si decidesse che la sovranità spettasse al Parlamento, non al re, e che Dio non c’entrasse nulla. Circa un secolo dopo, in Francia e nel resto d’Europa ci vollero l’Illuminismo e la Rivoluzione per ammettere che i re, ove continuavano a esistere, avessero un potere puramente terreno. Quel concetto di “potere divino” non è però sparito del tutto e ovunque, nemmeno in Europa. Nel 1870 la Chiesa cattolica stabilì che ogni dichiarazione del Papa in carica, se fatta ex cathedra, dovesse considerarsi infallibile perché dottrina a lui rivelata direttamente da Dio. Quindi a lui e solo a lui era demandato il potere di enunciare la “verità”.
Non c’è quindi da stupirsi più di tanto se, pur con origini culturali e abitudini totalmente diverse, in Cina succede ancora oggi qualcosa di simile, anche se laggiù nessuno sente la necessità di invocare un’investitura divina. Tutti ricorderanno come i detti di Mao Tse-tung e il suo “Libretto rosso” fossero forzosamente considerati da tutti i cinesi, e anche dai loro pedissequi seguaci in Europa, quale “verità assoluta” e, dunque, unica interpretazione possibile della storia e della politica. Con i cambiamenti avvenuti dopo la sua morte si pensò che le cose sarebbero molto cambiate. In realtà mutò davvero tanto, ma sempre facendo riferimento agli “insegnamenti” di Mao e, naturalmente, al marxismo. Successe un po’ come con il nostro “ipse dixit” medievale, che faceva riferimento ai pensieri di Aristotele: si partiva da lui per arrivare talvolta a soluzioni anche opposte, ma senza mai smentirlo. Pensare, tuttavia, che in Cina il dover credere a un capo infallibile non sia più un obbligo politico è sbagliato.
Il Partito comunista al potere ha annunciato oggi un nuovo diktat filosofico-politico cui gli abitanti della Repubblica Popolare Cinese devono adeguarsi: il pensiero del presidente Xi Jinping. Nello scorso giugno, durante una conferenza nazionale del partito, quel “pensiero” è stato salutato come “una pietra miliare nella storia della teoria marxista sulla costruzione del partito e nella storia della costruzione del Partito Comunista Cinese”. La notizia è stata diffusa in modo imperativo dalla televisione statale CCTV e attribuita al responsabile dell’ideologia del partito Cai Qi, alto membro del Comitato permanente del Politburo. Il concetto di fondo raggruppa “14 principi fondamentali”, tra cui l’insistenza su “un autogoverno del Partito completo e rigoroso, un sistema organizzativo coeso a tutti i livelli, una lotta alla corruzione e un perfezionamento delle istituzioni e dei meccanismi di legiferazione”. Si prevede che il “pensiero” di Xi Jinping venga introdotto al più presto nelle aule scolastiche cinesi. In altre parole, ecco la Verità, la nuova, la sola, cui attenersi.
Un ricercatore senior presso l’Istituto Nazionale di Studi Strategici dell’Università Tsinghua ha affermato: “La dottrina di Xi… è destinata a diventare il principio guida del partito al potere in Cina per i decenni a venire, in quanto delinea gli obiettivi chiave che coprono tutti i principali aspetti della costruzione del partito, inclusi la teoria, la disciplina, l’organizzazione, la qualità dei quadri e la formazione”. Gli ambiti in cui tutto ciò dovrà realizzarsi sono numerosi, ma in particolare lo saranno l’economia, l’esercito, la diplomazia e la cultura.
Poiché in Cina è ammesso un solo partito, e cioè il Partito Comunista Cinese, va da sé che nessuno avrà il diritto, né il coraggio, di contraddirlo o discuterlo. Sembra di sentire il vecchio detto: tutto cambia affinché nulla cambi.
Certamente, con il nostro modo di pensare e di vivere ci sono enormi differenze, fortunatamente, da non sottovalutare, ma, nel nostro piccolo, provate a criticare ciò che dice il nostro Presidente della Repubblica o a sostenere che spesso ripeta banalità: vi troverete accusati per “lesa maestà” o, come si usa dire ora, vilipendio. Forse ce lo dimentichiamo, ma per configurare il reato è sufficiente “qualsiasi espressione o rappresentazione idonea a menomare il prestigio del Capo dello Stato”. E il reato è perseguibile d’ufficio, anche senza denunce. Ecco il dispositivo dell’art. 278 del Codice Penale, che mantiene il testo originario del 1930: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Come se non bastasse, a lui è equiparato anche il Sommo Pontefice.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

Vietnam. Hanoi costruisce la sua più grande fregata antisommergibile e punta sull’autonomia militare

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 15:00

di Giuseppe Gagliano –

Il Vietnam ha avviato la costruzione della più grande fregata antisommergibile mai realizzata nel Paese, segnando un nuovo passo nella strategia di Hanoi per ridurre la dipendenza dalle forniture militari straniere e sviluppare un’industria nazionale della difesa. La nave sarà costruita presso il cantiere Song Thu di Danang, appartenente al ministero della Difesa, con la partecipazione del gruppo tecnologico militare Viettel e degli istituti di ricerca vietnamiti.
Una parte significativa delle armi, dei sensori e delle apparecchiature dovrebbe essere sviluppata o assemblata nel Paese. La principale sfida sarà tuttavia l’integrazione dei diversi sistemi necessari alla guerra antisommergibile, dagli apparati acustici ai siluri, dagli elicotteri ai sistemi di comando e alle comunicazioni protette.
La scelta di sviluppare una fregata specializzata nella lotta antisommergibile riflette le preoccupazioni di Hanoi per la crescente presenza navale cinese nel Mar Cinese Meridionale. Il Vietnam non può competere quantitativamente con la marina di Pechino e punta quindi a rafforzare le proprie capacità di dissuasione attraverso una rete composta da unità di superficie, sottomarini della classe Kilo, velivoli da ricognizione e sistemi missilistici costieri.
L’esperienza maturata con i sei sottomarini Kilo di fabbricazione russa e con le fregate della classe Gepard rappresenta una base importante per il nuovo programma. La capacità operativa della futura unità dipenderà comunque dall’addestramento degli equipaggi e dall’integrazione con una più ampia rete di sorveglianza marittima.
Il progetto risponde anche alla necessità di ridurre la tradizionale dipendenza militare dalla Russia, per decenni principale fornitore di sottomarini, fregate, velivoli e sistemi missilistici al Vietnam. La guerra in Ucraina, le sanzioni occidentali e le difficoltà dell’industria russa hanno reso più complessi i rifornimenti e spinto Hanoi verso una progressiva diversificazione dei partner.
India, Corea del Sud, Israele, Giappone, Francia e Australia rappresentano possibili fornitori di tecnologie, componenti elettronici e sistemi avanzati. Il Vietnam punta tuttavia a evitare di sostituire la dipendenza dalla Russia con quella da un altro Paese, privilegiando trasferimenti tecnologici e produzione nazionale.
In questo quadro assume particolare importanza il rafforzamento dei rapporti con l’Australia. Hanoi e Canberra condividono interessi nella sicurezza marittima e nella libertà di navigazione, pur senza costruire un’alleanza militare formale. La cooperazione tra la Guardia costiera vietnamita e la Forza di frontiera australiana punta ad aumentare il coordinamento nel controllo delle acque, nel contrasto ai traffici illegali, nella formazione e nello scambio di informazioni.
La convergenza strategica è accompagnata da una crescente integrazione economica. Nei primi sei mesi del 2026 gli scambi bilaterali sarebbero aumentati del 22 per cento, raggiungendo 8,1 miliardi di dollari. Il Vietnam esporta soprattutto prodotti elettronici, telefoni e abbigliamento, mentre importa dall’Australia carbone, gas naturale e materie prime.
La disponibilità australiana di minerali strategici ed energia e la capacità manifatturiera vietnamita possono favorire inoltre lo sviluppo di catene di approvvigionamento meno dipendenti dalla Cina, soprattutto nei settori dei microcomponenti, delle tecnologie energetiche e delle materie prime indispensabili anche all’industria della difesa.
Hanoi mantiene comunque la propria tradizionale politica di equilibrio. La Cina resta uno dei principali partner economici del Vietnam e contemporaneamente il maggiore concorrente strategico nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale. L’avvicinamento all’Australia non rappresenta quindi una scelta di campo contro Pechino, ma uno strumento per rafforzare la capacità negoziale e militare vietnamita.
La fregata costruita a Danang difficilmente modificherà da sola gli equilibri navali regionali, ma rappresenta un passaggio significativo verso una maggiore autonomia strategica. Per Hanoi il risultato più importante sarà dimostrare di poter costruire, integrare e mantenere autonomamente unità militari sempre più complesse, riducendo la dipendenza dalla Russia e aumentando contemporaneamente il costo di qualsiasi pressione militare nel Mar Cinese Meridionale.

Ecuador. L’ombra della Cia sugli attacchi alle imbarcazioni al largo delle Galápagos

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 14:00

di Giuseppe Gagliano –

Un peschereccio scomparso con otto uomini a bordo, altre imbarcazioni attaccate da piccoli velivoli senza pilota e pescatori catturati e trasferiti in El Salvador alimentano gli interrogativi su una possibile operazione clandestina statunitense nelle acque al largo delle Galápagos. Secondo un’inchiesta del Washington Post, dietro alcuni degli episodi potrebbe esserci un programma segreto della Cia collegato alla nuova strategia americana contro il narcotraffico.
L’Agenzia non ha confermato l’esistenza dell’operazione, mentre le autorità militari statunitensi hanno negato di conoscere gli episodi e il governo salvadoregno non ha fornito chiarimenti. A sollevare ulteriori interrogativi sono però i movimenti di un aereo statunitense da sorveglianza denominato Fenix 701 e il trasferimento di alcuni pescatori verso El Salvador.
Non sono state rese pubbliche prove che dimostrino il coinvolgimento degli equipaggi colpiti nel traffico di cocaina. I superstiti sostengono di essere stati impegnati esclusivamente nella pesca. Se questa ricostruzione fosse confermata, gli attacchi assumerebbero una rilevanza particolare anche sotto il profilo del diritto internazionale, soprattutto qualora fossero avvenuti all’interno della zona economica esclusiva dell’Ecuador.
L’amministrazione Trump avrebbe sviluppato due strumenti paralleli nella lotta al narcotraffico. Il primo è rappresentato dalla campagna militare dichiarata contro le imbarcazioni sospettate di trasportare droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Il secondo sarebbe invece un programma clandestino affidato alla Cia, dopo che nell’ottobre 2025 il presidente avrebbe concesso all’Agenzia nuovi poteri contro le organizzazioni criminali transnazionali, compresa la possibilità di utilizzare la forza letale.
L’impiego di piccoli velivoli senza pilota permetterebbe di colpire le imbarcazioni senza esporre direttamente personale americano, mentre gli aerei da sorveglianza potrebbero individuare e seguire gli obiettivi prima dell’intervento di unità incaricate di recuperare eventuali superstiti. Una strategia che presenta tuttavia un rischio elevato di coinvolgere pescatori estranei al narcotraffico, soprattutto in un’area marittima caratterizzata dalla presenza di numerose piccole imbarcazioni e da sistemi di identificazione spesso insufficienti.
Particolare attenzione viene riservata all’aeroporto salvadoregno di Ilopango, dove sarebbe stato osservato Fenix 701. Lo scalo fu utilizzato negli anni Ottanta nell’ambito delle operazioni statunitensi legate al conflitto contro il governo sandinista del Nicaragua e oggi potrebbe nuovamente avere una funzione logistica. La stretta collaborazione tra Washington e il presidente Nayib Bukele rende inoltre El Salvador un possibile punto di appoggio per attività di sorveglianza, trasferimento dei prigionieri e raccolta di informazioni.
Le acque delle Galápagos hanno un’importanza strategica perché si trovano lungo alcune delle rotte utilizzate per trasferire la cocaina dalle aree di produzione sudamericane verso il Messico e gli Stati Uniti. In questo sistema anche imbarcazioni normalmente destinate alla pesca possono essere utilizzate per fornire carburante, viveri e assistenza logistica ai trafficanti, rendendo particolarmente difficile distinguere le attività criminali da quelle legali.
La vicenda solleva infine una questione di sovranità. Qualora venisse confermato che la Cia ha condotto operazioni armate nella zona economica esclusiva ecuadoriana senza il consenso di Quito, la strategia statunitense segnerebbe un ulteriore passaggio dalla tradizionale attività di contrasto al narcotraffico verso un modello militare fondato sull’individuazione e sull’eliminazione degli obiettivi.
La classificazione dei narcotrafficanti come soggetti assimilabili a combattenti rischia infatti di trasferire alla guerra alla droga strumenti sviluppati dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre nella lotta al terrorismo. Il caso degli otto uomini della Fiorella, scomparsi nel Pacifico senza che siano state rese pubbliche accuse o prove sul loro eventuale coinvolgimento nel narcotraffico, potrebbe diventare uno dei casi più controversi di questa nuova strategia americana.

Ucraina. Le 800mila armi disperse durante la guerra preoccupano l’Europa

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 16:53

di Enrico Oliari –

Quasi 800mila armi risultano denunciate come perdute o rubate in Ucraina dall’inizio della guerra, un fenomeno che alimenta i timori sulla possibile proliferazione degli armamenti nei circuiti criminali europei una volta terminato il conflitto. Secondo i dati del ministero dell’Interno di Kiev, dal 2022 sarebbero 780.465 le armi scomparse, 149mila delle quali nei primi cinque mesi del 2026.
Il dato non significa che tutte siano finite sul mercato nero, poiché parte del materiale potrebbe essere stata distrutta, abbandonata sul campo o registrata in maniera incompleta. Le dimensioni del fenomeno indicano tuttavia le difficoltà nel controllare gli equipaggiamenti distribuiti durante una guerra ad alta intensità. Le regioni maggiormente interessate sarebbero Mykolaiv, Kiev e Donetsk, mentre militari ed ex militari sono stati arrestati per tentativi di vendita di munizioni, mine, fucili d’assalto e lanciagranate.
Tra il 2022 e il 2024 le autorità ucraine hanno sequestrato 10.875 tra granate, mine e lanciagranate, con un aumento del 153 per cento rispetto al triennio precedente, mentre le munizioni confiscate sono quasi triplicate. Il problema riguarda anche la possibile destinazione europea di questi materiali.
Già nel 2022 Interpol aveva avvertito del rischio che gli armamenti disponibili in Ucraina potessero finire nelle mani della criminalità organizzata. Anche Europol ed Eurojust avevano espresso preoccupazioni sulla possibile proliferazione. Alcune successive segnalazioni hanno indicato la presenza di materiale destinato all’Ucraina in circuiti criminali o presso formazioni armate straniere, anche se non tutti i casi hanno ricevuto conferme indipendenti.
Allora era anche girata la notizia, ripresa da Notizie Geopolitiche, del ritrovamento nel darknet di un annuncio per la vendita addirittura di un missile anticarro che gli Usa avevano fornito alle forze ucraine.
La dispersione degli armamenti rappresenta da tempo una delle principali preoccupazioni legate alle forniture occidentali a Kiev. Durante il conflitto è possibile seguire le consegne fino ai principali depositi, mentre diventa più complesso ricostruirne il percorso dopo la distribuzione alle unità, le rotazioni dei reparti, le ritirate e l’abbandono di materiali sul campo.
Al problema delle armi si aggiunge quello delle competenze acquisite sul campo. Combattenti stranieri possono apprendere in Ucraina tecniche per l’impiego militare dei velivoli senza pilota, la preparazione di ordigni, le comunicazioni cifrate e le contromisure contro la guerra elettronica, trasferendo successivamente queste conoscenze nei Paesi di provenienza.
La stampa britannica ha riferito inoltre di tentativi da parte di soggetti collegati a gruppi armati e al narcotraffico colombiano di infiltrarsi tra i volontari diretti in Ucraina. Il fenomeno assume particolare rilevanza alla luce della crescente utilizzazione di velivoli senza pilota da parte delle organizzazioni armate colombiane, che ha spinto Bogotà a investire in sistemi di rilevamento e disturbo.
Il rischio maggiore potrebbe emergere alla conclusione della guerra, quando grandi quantità di materiale militare potrebbero diventare eccedenti e aumentare l’interesse di trafficanti e organizzazioni criminali. La posizione geografica dell’Ucraina, confinante con quattro Stati dell’Unione europea e collegata alle rotte balcaniche e del Mar Nero, rende particolarmente delicata la questione.
Per limitare il fenomeno sarà quindi determinante rafforzare la tracciabilità delle forniture, le verifiche nei depositi e, dopo la fine delle ostilità, i programmi di raccolta e distruzione delle armi. Il rischio è che una parte dell’arsenale accumulato durante la guerra continui a circolare molto tempo dopo la cessazione dei combattimenti, alimentando criminalità organizzata e conflitti in Europa e in altre regioni del mondo.

Terremoto in Indonesia: informazioni ai connazionali

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 14:12

Farnesina –

La Farnesina, attraverso l’Ambasciata d’Italia a Jakarta e l’Unità di Crisi, continua a fornire informazioni ai connazionali presenti nelle aree interessate dal terremoto che ha colpito l’Indonesia. Nel Paese risultano oltre 2.000 cittadini italiani iscritti all’AIRE e circa 6.000 connazionali non residenti registrati su “Dove siamo nel mondo”. Sull’isola di Flores sono circa 700 i connazionali non residenti registrati su “Dove siamo nel mondo”.
I principali aeroporti dell’area risultano operativi. L’elevata domanda di voli da parte dei turisti internazionali e della popolazione locale sta determinando una disponibilità limitata di posti sui collegamenti aerei in partenza dall’area.
La Farnesina invita i connazionali presenti nell’area a mantenersi in contatto con l’Ambasciata e a registrare la propria presenza sui sistemi dell’Unità di Crisi. In caso di necessità, è possibile contattare l’Ambasciata d’Italia a Jakarta al numero +62 8151811344 o l’Unità di Crisi della Farnesina al numero +39 06 36225 o via mail a unita.crisi@esteri.it.

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