Jon Ossoff, il giovane senatore democratico emerso dalla Georgia trumpiana

Il giornalista televisivo Chris Matthews cerca disperatamente la frase giusta da far dire al suo ospite. Nell’altra metà dello schermo c’è un trentenne candidato democratico in un’elezione suppletiva della Georgia, che all’improvviso è diventato l’uomo più osservato della politica americana. Matthews, veterano della tv politica, vuole far dire al giovane qualcosa contro il presidente – una provocazione, magari una battuta da dare in pasto a spettatori e algoritmi dei social. Davanti al conduttore, Jon Ossoff non si piega alle logiche dell’intervista. La battuta al vetriolo non arriva mai. Ogni volta che Matthews prova a trascinarlo sul terreno dello scontro, Ossoff torna a parlare con la solita moderazione, l’espressione piatta e la voce ferma. Alla fine, dopo un po’ di domande, concede soltanto: «Non nutro una grande ammirazione personale per quell’uomo». È una risposta così prudente da risultare quasi frustrante in un’epoca di attacchi senza esclusione di colpi.
L’intervista alla Msnbc è del 2017, Donald Trump era arrivato alla Casa Bianca da pochi mesi e la resistenza democratica aveva bisogno di un nuovo volto. Il clima della politica americana era già quello incendiario a cui ormai siamo assuefatti. In questi nove anni il Partito Democratico ha fatto in tempo a vincere e perdere le elezioni presidenziali. Dalla disfatta di Kamala Harris nel 2024 è ancora alla ricerca di una nuova generazione di leader. Ossoff non è certo il democratico più famoso d’America, forse neanche il più carismatico. Da Gavin Newsom a James Talarico, da Alexandria Ocasio-Cortez fino a Rahm Emanuel ci sono molti nomi che vengono in mente prima di Ossoff. Ma lui è uno dei pochissimi che continuano a vincere nella Georgia infestata dal trumpismo. Per questo a Washington sempre più persone osservano la sua traiettoria con curiosità. È il più giovane senatore in carica e la sua elezione nel 2021 è stata – con quella del collega Raphael Warnock – la prima vittoria dei democratici in Georgia dalle elezioni del 2000.
Ossoff non si scompone mai, come nell’intervista con Matthews, ha sempre l’aria del professionista che sta solo facendo il suo lavoro, con una pacatezza rara. È ignifugo in un ecosistema altamente infiammabile. Una disciplina imparata andando a bottega da John Lewis, il gigante del movimento per i diritti civili che aveva marciato accanto a Martin Luther King a Selma, in Alabama. Ossoff è stato uno stagista nel suo ufficio. Per un giovane democratico di Atlanta, Lewis rappresentava un’autorità morale prima che un volto politico.
Dopo quell’esperienza però Ossoff ha cambiato strada e si è dato ai documentari investigativi. Per anni ha lavorato come produttore a inchieste sulla corruzione internazionale, sui traffici illeciti, sul terrorismo o sulle squadre della morte in Africa orientale. E è per questo che nei suoi discorsi e nelle interviste parla pesando tutte le parole, senza slogan, con tempi televisivi straordinari. Tre mesi fa è andato al Late Show di Stephen Colbert, dove ha dato sfoggio di un controllo professionale dei tempi e del linguaggio. Fa le pause giuste sugli applausi e riprende i concetti senza perdere il filo con grande disinvoltura. Nella capacità oratoria si intravede qualcosa dell’ex presidente Barack Obama, nella sua capacità di non andare mai fuori giri.
D’altronde non è per tutti trasformare una corsa locale della Georgia nell’evento politico più osservato d’America. Nel 2017 Ossoff era un pressoché sconosciuto all’elettorato quando decise di candidarsi nel sesto distretto della Georgia. Un territorio rappresentato da Newt Gingrich per vent’anni tra il 1979 e il 1999, e Trump l’aveva appena vinto alle elezioni presidenziali nel 2016. Mentre i Democratici cercavano disperatamente un modo per reagire alla vittoria di Trump, il giovane documentarista di Atlanta divenne un parafulmine per il partito: arrivarono milioni di dollari da ogni angolo del Paese, arrivarono volontari che non avevano mai messo piede in Georgia. E poi tutto il carrozzone di giornalisti, troupe televisive e celebrità. Benjamin Wallace-Wells scrisse sul New Yorker che Ossoff era diventato «il vascello delle speranze dei democratici». Una crescita talmente verticale che gli elettori facevano fatica ad assimilarla: alcuni non erano sicuri di saper pronunciare il suo nome correttamente.
Alla fine, però, Ossoff perse. Dopo mesi di copertura mediatica e una raccolta fondi senza precedenti per una corsa alla Camera, i Repubblicani mantennero il seggio.
L’impressione era che il personaggio mediatico stesse crescendo più rapidamente del politico e la storia fosse destinata a spegnersi. Ossoff contribuiva involontariamente a questa sensazione. Più aumentava l’attenzione nazionale, più lui sembrava rifugiarsi nella propria prudenza: quando i giornalisti gli chiedevano se fosse un progressista o un moderato, rifiutava entrambe le etichette. Una volta, messo alle strette, rispose con una sola parola: «Pragmatico».

Nei tre anni successivi Ossoff è scomparso quasi del tutto dal dibattito nazionale. Quando è tornato sulla scena nel 2020, per sfidare il senatore repubblicano David Perdue, è parso subito un candidato diverso.
Da quando è arrivato al Senato, nel gennaio del 2021, si è ritagliato una figura più matura, accompagnato anche da qualche capello bianco che si affaccia timidamente sulla testa. Ha lavorato a leggi bipartisan sulla riduzione del costo dell’insulina per gli anziani e sulla protezione dei minori online, ad esempio. Il suo lavoro paziente, sempre sotto traccia, ha portato nel 2024 all’approvazione del Federal Prison Oversight Act, la più importante riforma dei meccanismi di controllo delle prigioni federali degli ultimi decenni. Presentando la legge, Ossoff ha citato una «crisi dei diritti umani dietro le sbarre». Per Ossoff il suo lavoro è una questione di «accountability», cioè responsabilità verso i cittadini: l’idea che chi esercita il potere debba continuamente rendere conto delle proprie azioni.
Negli ultimi anni, i repubblicani hanno iniziato a considerarlo un avversario pericoloso. Il Washington Post ha raccontato che, dietro le quinte, diversi dirigenti repubblicani guardano con preoccupazione alla sua capacità di raccogliere fondi, evitare errori grossolani e parlare contemporaneamente alla base democratica e agli elettori moderati della Georgia.
Ultimamente Ossoff è tornato nelle conversazioni sul futuro del Partito Democratico. E non perché abbia lanciato una campagna presidenziale. Anzi, quando The Hill gli ha chiesto direttamente se stesse pensando al 2028, la risposta è stata: «Non correrò per la presidenza nel 2028 e non ho alcun interesse a correre per la presidenza nel 2028». Certo, le dichiarazioni di circostanza valgono il giusto – nel gennaio 2006, Barack Obama promise pubblicamente che avrebbe completato il proprio mandato al Senato e non si sarebbe candidato alla Casa Bianca: sarebbe stato eletto nel 2008 – ma è significativo che sempre più persone stiano ipotizzando un suo futuro da presidente, o aspirante tale. «Guardandolo durante una campagna elettorale ha una certa energia e una certa freschezza», ha detto il consulente democratico Anthony Coley a The Hill. «Sta difendendo i propri valori in uno Stato in bilico e questo è ciò che la gente apprezza».
La consapevolezza nei propri mezzi è un dispositivo psicologico potentissimo per un giovane politico. Prima Ossoff sembrava quasi monocorde nei suoi discorsi, adesso è un comunicatore estremamente raffinato. È sempre composto, sempre pacato come prima, ma non lascia nulla di intentato. Negli ultimi mesi alcuni suoi discorsi contro Trump sono diventati virali. Durante un evento ad Atlanta ha accusato il presidente di voler costruire un monumento a se stesso, di usare il potere pubblico per il proprio tornaconto personale, lo ha definito «una disgrazia nazionale».
È difficile dire se Ossoff sia davvero un potenziale leader per il suo partito. Negli ultimi anni molti pezzi grossi tra i democratici hanno interpretato la politica come una battaglia identitaria a ciclo continuo (quasi tutti i Repubblicani hanno fatto lo stesso). Ossoff invece ha costruito la propria immagine attorno a concetti e argomenti che non parlano alla pancia degli elettori.
Se Ossoff rappresenta davvero una parte del futuro democratico, allora potrebbe essere il segnale che il partito sta forse cercando di uscire dalla logica della politica come spettacolo permanente. Se invece si cercheranno ancora leader più teatrali, o conflittuali, allora Ossoff potrebbe restare ciò che è oggi: uno dei senatori più talentuosi della sua generazione, ma non necessariamente il leader di una nuova era. Per il momento è candida per rinnovare il seggio in Senato e si vota a novembre. Una prima indicazione arriverà da lì.
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