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I Five Eyes ridisegnano la difesa delle telecomunicazioni. Nel mirino Cina, supply chain e superintelligenza

17 Ottobre 2026 ore 10:40

Le reti di telecomunicazione sono diventate uno dei principali terreni della competizione strategica internazionale. La loro sicurezza, la provenienza delle tecnologie utilizzate e le vulnerabilità introdotte dall’intelligenza artificiale rappresentano ormai questioni direttamente collegate alla sicurezza nazionale. È su queste premesse che i Five Eyes, l’alleanza di intelligence che riunisce Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda, hanno concordato di rafforzare la cooperazione per proteggere le infrastrutture di comunicazione dalle minacce informatiche, con particolare attenzione alle attività riconducibili alla Cina.

L’intesa è stata raggiunta a Washington durante il terzo incontro annuale dei regolatori delle telecomunicazioni dei cinque Paesi, convocato dalla Federal Communications Commission (FCC) e conclusosi con una dichiarazione congiunta che stabilisce sette ambiti prioritari di collaborazione.

L’accordo comprende la protezione delle reti e delle infrastrutture critiche, la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologico, il rafforzamento del coordinamento internazionale e il contrasto alle frodi digitali. Particolare attenzione è stata riservata anche al ruolo della superintelligenza nella sicurezza delle comunicazioni, un riferimento che segnala quanto rapidamente l’evoluzione dell’intelligenza artificiale stia entrando nelle valutazioni strategiche dei governi occidentali.

La minaccia cinese e la sicurezza delle infrastrutture

Sullo sfondo dell’iniziativa rimane la crescente preoccupazione per le operazioni di cyberspionaggio condotte attraverso le infrastrutture di telecomunicazione.

Nel comunicato diffuso il 16 ottobre, la FCC richiama esplicitamente Salt Typhoon, il gruppo di hacker associato alle attività di cyberspionaggio sostenute dallo Stato cinese, indicandolo tra gli attori che cercano di sfruttare le vulnerabilità delle reti, compromettere sistemi sensibili e interferire con servizi essenziali.

Il riferimento è significativo perché evidenzia una trasformazione della percezione occidentale della minaccia informatica. Le telecomunicazioni costituiscono un’infrastruttura strategica attraverso cui transitano informazioni governative, comunicazioni commerciali e dati sensibili. La possibilità che attori ostili possano penetrarvi stabilmente pone problemi che superano la tradizionale protezione dei singoli sistemi informatici.

Da qui l’attenzione alla sicurezza delle supply chain, diventata una componente essenziale della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. La provenienza delle apparecchiature, l’affidabilità dei fornitori e la possibilità di individuare vulnerabilità lungo la catena produttiva assumono una rilevanza direttamente collegata alla resilienza nazionale.

“Dalla promozione della sicurezza delle catene di approvvigionamento al contrasto degli attacchi informatici, il lavoro di questo gruppo continua a essere cruciale sia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sia per la difesa del mondo libero”, ha dichiarato il presidente della FCC, Brendan Carr (in foto).

La superintelligenza entra nell’agenda

Uno degli aspetti più interessanti dell’incontro riguarda l’inclusione della superintelligenza tra le priorità della cooperazione.

Il comunicato non specifica quali iniziative operative saranno sviluppate in questo ambito, ma la scelta di inserirlo formalmente nell’agenda segnala l’attenzione dei regolatori verso le implicazioni di sistemi di intelligenza artificiale sempre più avanzati.

L’evoluzione di queste tecnologie potrebbe modificare profondamente sia le capacità di difesa delle infrastrutture digitali sia gli strumenti disponibili per comprometterle. L’automazione delle attività di identificazione delle vulnerabilità, l’analisi di grandi quantità di dati e la crescente sofisticazione degli attacchi rappresentano altrettanti elementi destinati a influenzare gli equilibri della cybersicurezza.

Il tema assume una dimensione strategica ulteriore considerando che le reti di telecomunicazione costituiscono anche l’infrastruttura attraverso cui vengono distribuiti e utilizzati numerosi servizi basati sull’intelligenza artificiale.

Verso un coordinamento più ampio

L’incontro ha affrontato anche l’armonizzazione delle regole per le certificazioni di sicurezza informatica, con una sessione guidata dalla commissaria FCC Olivia Trusty. Il riferimento è al rafforzamento della fiducia nei dispositivi e nei prodotti connessi, anche attraverso iniziative come il programma statunitense Cyber Trust Mark.

La FCC ha inoltre ampliato il formato della riunione, coinvolgendo altri Paesi partner in una nuova sessione dedicata alla collaborazione internazionale.

È un passaggio politicamente rilevante. La protezione delle telecomunicazioni richiede infatti un coordinamento che superi i confini della tradizionale alleanza di intelligence anglosassone, soprattutto considerando la natura transnazionale delle infrastrutture digitali.

La direzione indicata dai Five Eyes riflette una tendenza più ampia: la sicurezza delle reti sta diventando parte integrante delle politiche industriali, tecnologiche e di difesa. In un contesto caratterizzato dalla competizione con la Cina e dalla rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale, la capacità di costruire infrastrutture affidabili e catene di approvvigionamento sicure si configura sempre più come una componente della sovranità strategica.

Tra commercio e sicurezza, l’Adriatico torna al centro della geopolitica europea

17 Ottobre 2026 ore 10:29

La frammentazione dell’economia globale sta ridisegnando la geografia strategica dell’Europa. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente, le tensioni sulle rotte marittime, la competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina e la crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture stanno modificando il valore di porti e corridoi logistici. In questo scenario, il Mare Adriatico, a lungo considerato periferico rispetto ai grandi centri del commercio europeo, potrebbe assumere un ruolo sempre più importante nella sicurezza economica del continente.

È la tesi centrale di The New Centrality of the Adriatic Sea and Napa in the Age of Fragmentation, un rapporto realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) insieme alla North Adriatic Ports Association (Napa), con Roberto Italia, Giovanni Maria Della Gatta e Matteo Villa come autori principali. Il documento esamina come i cambiamenti negli equilibri internazionali stiano creando nuove opportunità per il sistema portuale dell’Alto Adriatico, individuando una questione che riguarda direttamente Bruxelles: quanto può contribuire questa regione alla resilienza strategica dell’Unione europea?

La risposta parte dalla geografia. I cinque porti dell’associazione – Ravenna, Trieste-Monfalcone, Venezia-Chioggia, Capodistria e Fiume – costituiscono una porta d’accesso naturale all’Europa centrale e orientale. Una nave proveniente da Busan, in Corea del Sud, può raggiungere il Nord Adriatico attraverso Suez percorrendo circa 2.000 miglia nautiche in meno rispetto a una destinazione nell’Europa settentrionale, con un risparmio teorico di circa cinque giorni.

Eppure, storicamente, i grandi porti del Northern Range, da Rotterdam ad Anversa, hanno dominato il commercio continentale grazie alla loro capacità logistica e alle connessioni con i mercati interni. Oggi, secondo l’Ispi, la crescente importanza della diversificazione delle rotte potrebbe contribuire a riequilibrare questa gerarchia.

La sicurezza economica cambia la geografia

Il punto di partenza del rapporto è che le infrastrutture marittime sono diventate parte integrante della sicurezza nazionale ed europea. Le crisi nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto le catene di approvvigionamento dipendano da pochi passaggi vulnerabili. La guerra in Ucraina ha trasformato il Mar Nero in uno spazio di confronto militare, mentre nel Baltico le minacce ibride russe aumentano l’attenzione verso le infrastrutture critiche.

In questo contesto, il Nord Adriatico offre un accesso meridionale ai mercati europei, complementare alle tradizionali rotte settentrionali. La sua importanza deriva anche dalla possibilità di collegare Mediterraneo, Balcani ed Europa centrale attraverso infrastrutture già inserite nelle reti transeuropee di trasporto.

Le prospettive economiche rafforzano questa valutazione. Secondo le proiezioni elaborate nel rapporto, il traffico complessivo dei porti Napa potrebbe aumentare da 144 milioni di tonnellate nel 2024 a circa 170 milioni nel 2031, una crescita del 18%. Un’espansione legata soprattutto alla domanda dei mercati retrostanti, alla diversificazione energetica e alla ricerca di collegamenti commerciali più affidabili. La geografia favorevole, tuttavia, non garantisce automaticamente competitività. La capacità ferroviaria, l’interoperabilità transfrontaliera e l’efficienza dei collegamenti terrestri rimangono decisive.

Dall’Adriatico ai nuovi corridoi eurasiatici

La nuova centralità dell’Adriatico si inserisce anche nella competizione per le connessioni tra Europa e Asia. Il rapporto dedica particolare attenzione all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec), l’iniziativa lanciata al G20 di Nuova Delhi nel 2023 per sviluppare collegamenti commerciali, energetici e digitali attraverso India, Golfo, Medio Oriente ed Europa.

Per i porti adriatici, Imec rappresenta una possibile opportunità di integrazione nelle nuove reti eurasiatiche. Il documento sottolinea però che il corridoio richiederà anni per diventare pienamente operativo e dovrà superare ostacoli infrastrutturali e geopolitici considerevoli. Accanto a Imec, l’Ispi analizza il Middle Corridor, la rotta transcaspica che collega Asia centrale ed Europa aggirando la Russia. Entrambe le iniziative rispondono alla ricerca di ridondanza delle connessioni commerciali: una priorità crescente per un’Unione europea che intende ridurre le proprie vulnerabilità senza rinunciare all’apertura internazionale. Il Nord Adriatico potrebbe così consolidarsi come punto di convergenza tra diverse direttrici, collegando i flussi mediterranei con quelli provenienti dai Balcani, dal Caucaso e dall’Europa orientale.

Energia, difesa e infrastrutture digitali

La dimensione commerciale costituisce soltanto una parte del potenziale individuato dall’Ispi. I porti adriatici sono già importanti per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, soprattutto verso i Paesi senza accesso diretto al mare. La riduzione della dipendenza dagli idrocarburi russi ha rafforzato il valore strategico delle infrastrutture regionali.

A questo si aggiungono la transizione energetica, i progetti di decarbonizzazione e le prospettive della connettività digitale, compreso il futuro sistema di cavi sottomarini GreenMed. Il rapporto attribuisce inoltre crescente rilevanza alla mobilità militare. In un’Europa impegnata ad aumentare gli investimenti nella difesa, porti, ferrovie e collegamenti intermodali diventano infrastrutture a duplice uso, necessarie anche per il trasferimento di materiali e mezzi verso il fianco orientale della Nato. È qui che la centralità adriatica assume una dimensione propriamente strategica: quella di un sistema capace di contribuire simultaneamente alla competitività economica, alla sicurezza energetica e alla resilienza europea.

La sfida per Bruxelles

La trasformazione descritta dall’Ispi richiede investimenti e coordinamento. Il rapporto individua 43 progetti infrastrutturali collegati alla rete TEN-T nei porti Napa, per circa 3,26 miliardi di euro. Ma evidenzia anche i rischi di interventi frammentati, incapaci di risolvere le strozzature lungo i corridoi logistici. La proposta è considerare i cinque porti come un sistema integrato, preservandone le specializzazioni e rafforzando la cooperazione transfrontaliera. Un modello di governance che potrebbe offrire indicazioni utili anche ad altre regioni europee.

Il messaggio politico arriva mentre l’Unione negozia il prossimo quadro finanziario pluriennale. Per Bruxelles, riconoscere la centralità dell’Adriatico significherebbe investire in una geografia economica europea più diversificata, capace di sostenere l’integrazione dei Balcani e dell’Europa orientale. La conclusione del rapporto è, in definitiva, una sollecitazione strategica: in un mondo nel quale le rotte commerciali sono sempre più esposte alle rivalità geopolitiche, la sicurezza europea dipenderà anche dalla capacità di moltiplicare gli accessi al continente. E l’Adriatico potrebbe diventare uno dei protagonisti di questa trasformazione.

Etiopia-Eritrea, l’escalation minaccia il Mar Rosso. Cosa c’è in gioco per l’Italia

16 Ottobre 2026 ore 12:36

Le forze alleate del governo etiope hanno ripreso il controllo di Mekelle, capitale regionale del Tigray, dopo il ritiro dei combattenti del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Le truppe federali sono inoltre avanzate verso il confine eritreo, raggiungendo Zalambessa il 13 ottobre.

Addis Abeba ha accusato l’Eritrea di aver inviato truppe sul territorio etiopico e di sostenere i gruppi insorti, accuse respinte da Asmara. L’Eritrea, a sua volta, sostiene che l’Etiopia si stia preparando a una guerra, mentre crescono le preoccupazioni che il confronto possa arrivare a coinvolgere Assab, porto eritreo di grande rilevanza strategica sul Mar Rosso.

L’escalation ha provocato anche un intervento diplomatico di Washington. Il 14 ottobre, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro etiope Abiy Ahmed, sollecitando moderazione, dialogo e rispetto della sovranità territoriale. Human Rights Watch ha nel frattempo denunciato vittime civili causate dai bombardamenti nel Tigray meridionale.

Un eventuale confronto militare tra Etiopia ed Eritrea aprirebbe un ulteriore fronte di instabilità lungo un corridoio marittimo già sottoposto a forti pressioni geopolitiche e geoeconomiche, con il rischio di aggravare le vulnerabilità del commercio internazionale e della sicurezza regionale.

L’accordo di Pretoria del 2022 ha posto fine a due anni di guerra devastante nel Tigray, lasciando tuttavia irrisolte importanti controversie politiche e territoriali. La sua incompleta attuazione, insieme al progressivo deterioramento dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea, ha indebolito gli equilibri regionali.

Priva di uno sbocco al mare dall’indipendenza eritrea del 1993, l’Etiopia considera sempre più l’accesso al Mar Rosso una necessità per il proprio sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Le ambizioni marittime di Abiy sono diventate così una delle principali preoccupazioni di Asmara, per la quale Assab rappresenta al tempo stesso una risorsa sovrana e una vulnerabilità strategica.

Sebbene un’offensiva etiope verso il porto rimanga uno scenario non confermato, la convergenza tra controversie territoriali e ambizioni strategiche contrapposte crea le condizioni per una pericolosa escalation.

La crisi nel Corno d’Africa si inserisce in un quadro di sicurezza del Mar Rosso sempre più frammentato, nel quale conflitti regionali e vulnerabilità delle rotte marittime tendono a intrecciarsi.

Sulla sponda opposta dello stretto di Bab el-Mandeb, gli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno dimostrato la capacità di interrompere il traffico commerciale internazionale, collegando l’insicurezza marittima al più ampio confronto che coinvolge Israele, Gaza e Teheran. Più a est, le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz continuano a esporre le esportazioni energetiche del Golfo e il commercio internazionale ai rischi di un’escalation regionale.

Si tratta di crisi con origini e dinamiche differenti, ma i loro effetti cumulativi minacciano un sistema marittimo interconnesso che collega il Golfo Persico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea introdurrebbe una categoria di rischio diversa: uno scontro interstatale lungo la costa africana, capace di destabilizzare ulteriormente una regione nella quale le potenze del Golfo hanno sviluppato importanti interessi strategici attraverso investimenti portuali, infrastrutturali e partenariati di sicurezza.

Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno ampliato la propria presenza nel Corno d’Africa, mentre Gibuti rimane uno snodo cruciale per le installazioni militari internazionali e il traffico commerciale. Un confronto per Assab potrebbe dunque influenzare le valutazioni dei Paesi vicini e delle potenze esterne attive nel Mar Rosso, complicando ulteriormente un equilibrio regionale già fragile.

Il Corno d’Africa occupa storicamente un posto significativo nella politica estera italiana, in virtù dei profondi legami politici, economici e storici con Etiopia, Eritrea e Somalia.

Questo impegno ha conosciuto un nuovo impulso sotto il governo di Giorgia Meloni, che ha collocato l’Etiopia al centro della propria strategia africana e del Piano Mattei. Tra il 2023 e il 2025, Meloni ha incontrato Abiy Ahmed sette volte, a testimonianza dell’importanza attribuita da Roma al rapporto con Addis Abeba. Parallelamente, l’Italia ha perseguito un rafforzamento della cooperazione con l’Eritrea, mantenendo così interessi diplomatici su entrambi i fronti della possibile crisi.

La posta in gioco va tuttavia ben oltre le relazioni bilaterali. In quanto grande economia manifatturiera e commerciale europea, l’Italia dipende fortemente dai collegamenti marittimi attraverso il Mediterraneo, il Canale di Suez e il Mar Rosso per i propri scambi con i mercati asiatici.

Le interruzioni del traffico causate dagli attacchi Houthi hanno dimostrato quanto rapidamente un corridoio marittimo strategico possa diventare di fatto impraticabile per la navigazione commerciale, rafforzando l’urgenza di sviluppare rotte alternative di connettività.

In questo contesto, la realizzazione dell’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC) ha acquisito un’importanza crescente per Roma. Lanciata nel 2023, prima della crisi della navigazione nel Mar Rosso, l’iniziativa offre l’opportunità di introdurre maggiore ridondanza e resilienza nelle reti commerciali che collegano Europa, Medio Oriente e Asia.

L’obiettivo non è sostituire le rotte marittime esistenti, ma ridurre l’eccessiva dipendenza da passaggi obbligati particolarmente vulnerabili. La crisi del Mar Rosso ha reso questa diversificazione una questione di sicurezza strategica, oltre che di efficienza economica.

L’evoluzione immediata della crisi dipenderà dalla scelta di Addis Abeba di mantenere le operazioni militari circoscritte al Tigray oppure di estenderle fino a un confronto diretto con l’Eritrea.

Il pericolo più ampio è che l’erosione degli accordi di Pretoria trasformi una pace interna già fragile in un’ulteriore fonte di instabilità regionale, aggravando le condizioni di sicurezza intorno al Mar Rosso.

Le missioni navali possono contribuire a proteggere il traffico commerciale dalle minacce immediate, ma non possono risolvere le controversie politiche e territoriali che destabilizzano le coste della regione.

La sfida per la sicurezza del Mar Rosso non riguarda più soltanto la necessità di mantenere aperte le rotte commerciali. Dipende sempre più dalla capacità di impedire che i conflitti lungo le sue sponde amplifichino le vulnerabilità di un sistema marittimo già sottoposto a forti pressioni.

Tra Washington e Pechino l’Europa cerca la sua via ai semiconduttori

15 Ottobre 2026 ore 16:40

Alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Giorgia Meloni ha sottolineato come le tensioni geopolitiche stiano incidendo sulle catene di fornitura, sui costi energetici e sulla competitività industriale europea. Nelle comunicazioni al Senato, la premier ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità dell’Europa di rispondere agli shock esterni, preservando la propria base produttiva. Il ragionamento sulle dipendenze strategiche, comprese le materie prime critiche e le terre rare, evidenzia l’importanza della diversificazione dei fornitori, delle partnership commerciali e della sicurezza delle filiere industriali.

Materie prime critiche e semiconduttori appartengono a settori differenti, ma condividono una vulnerabilità geopolitica: la concentrazione delle capacità produttive e il rischio che l’accesso a risorse e tecnologie essenziali diventi uno strumento di pressione politica. Non a caso, in questi due giorni il Consiglio Europeo affronta questioni legate alla competitività, al rilancio industriale, ai prezzi dell’energia e alla resilienza del mercato unico. Queste priorità assumono un significato particolare mentre la competizione tra Washington e Pechino condiziona sempre più l’accesso alle tecnologie avanzate, gli investimenti industriali e il controllo delle risorse strategiche.

L’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale italiano per l’innovazione e le nuove tecnologie, ha recentemente richiamato l’attenzione sui rischi di trasformare i semiconduttori in un ulteriore terreno di confronto globale. Intervenendo a margine di un incontro organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Varricchio ha messo in guardia dal rischio che l’industria dei chip diventi il campo di battaglia di un nuovo conflitto globale.

Nella sua riflessione, l’ambasciatore ha individuato tre principi fondamentali per affrontare la competizione tecnologica: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Il ragionamento mette in discussione l’idea che l’autonomia strategica debba necessariamente coincidere con l’indipendenza tecnologica. Nessun Paese può mantenere da solo una posizione di leadership lungo l’intera filiera dei semiconduttori.

La posizione europea nell’industria dei chip evidenzia la portata della sfida industriale. L’Unione europea rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di semiconduttori, a fronte di una quota del 18% della domanda finale. La carenza di semiconduttori è costata all’industria automobilistica europea oltre 100 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, mostrando le conseguenze economiche delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Entro il 2030, i componenti legati all’intelligenza artificiale potrebbero rappresentare oltre il 70% del mercato dei semiconduttori, rendendo le capacità di calcolo avanzato sempre più decisive per la competitività industriale.

Pierre Chastanet, responsabile dell’unità Microelettronica e Fotonica della DG Cnect della Commissione europea, ha sottolineato la necessità di accompagnare gli investimenti industriali con un rafforzamento delle partnership internazionali. Intervenendo nello stesso confronto alla John Cabot University, Chastanet ha evidenziato l’importanza di rendere l’Unione europea più attrattiva per gli investimenti esteri, consolidando contemporaneamente le proprie capacità produttive. Il suo ragionamento, riportato da Adnkronos, sottolinea come l’Europa debba creare condizioni favorevoli agli investimenti e sviluppare collaborazioni internazionali, andando oltre la sola dimensione degli accordi bilaterali.

La prospettiva del Chips Act 2.0 riflette questa impostazione: ampliare la strategia europea oltre la costruzione di impianti produttivi, includendo progettazione, packaging avanzato, ricerca, competenze e politiche industriali orientate alla domanda.

Il dibattito sui semiconduttori si inserisce nel più ampio tentativo europeo di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. La selezione da parte della Commissione di ulteriori 46 progetti strategici sulle materie prime critiche testimonia la volontà di diversificare le filiere essenziali. Parallelamente, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Stati Uniti rimane fondamentale per sostenere le capacità tecnologiche europee.

L’Europa deve ridurre le dipendenze eccessive senza compromettere le reti internazionali che rendono possibile la produzione tecnologica avanzata. La capacità industriale richiede energia affidabile, investimenti, competenze specializzate e accesso ai mercati globali. Le partnership diplomatiche devono quindi accompagnare le politiche industriali, soprattutto mentre le tensioni geopolitiche minacciano rotte marittime, forniture energetiche e reti manifatturiere.

L’attenzione di Meloni alla sicurezza economica e le riflessioni di Varricchio e Chastanet convergono su una conclusione strategica: la sovranità tecnologica europea dipenderà dalla capacità di governare le interdipendenze. Mentre i leader europei discutono di competitività a Bruxelles, l’industria dei semiconduttori dimostra perché la resilienza strategica richieda più della produzione interna. Servono capacità industriali sostenute da partnership internazionali affidabili e da un contesto economico capace di alimentare l’innovazione.

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