Dopo oltre quattro mesi senza incontri diretti, Volodymyr Zelensky e Donald Trump si sono ritrovati faccia a faccia a margine del G7 di Evian. Un colloquio durato circa mezz’ora, al quale ha partecipato anche il presidente francese Emmanuel Macron, che arriva in un momento delicato per la guerra in Ucraina e per i tentativi, finora falliti, di riaprire un negoziato tra Kyjiv e Mosca. Secondo il Kyiv Independent, durante l’incontro Zelensky ha mostrato al presidente americano le fotografie dei danni provocati dall’ultimo attacco russo alla Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi più importanti della storia religiosa e culturale ucraina. Fonti citate dal giornale raccontano che Trump sarebbe apparso «colpito» e «visibilmente scosso» dalle immagini della distruzione.
Al centro del colloquio c’è stata soprattutto la questione della difesa aerea. Zelensky ha spiegato che i partner del G7 hanno concordato un rafforzamento del sostegno militare all’Ucraina e che si è discusso sia di nuovi sistemi sia delle forniture di missili. Il presidente ucraino ha inoltre rilanciato l’idea di ottenere licenze per produrre direttamente alcuni sistemi antimissile e antiaerei, proposta che, a suo dire, Trump avrebbe accolto positivamente.
Parlando con i giornalisti a Evian, il presidente americano ha confermato il clima costruttivo dell’incontro. «Abbiamo avuto un buon colloquio», ha detto, aggiungendo che la Russia «deve fare un accordo». Nelle stesse ore Trump ha anche lasciato intendere che potrebbe tornare a colpire Mosca sul piano economico: «Farò tutto ciò che è in mio potere», ha dichiarato, evocando la possibilità di reintrodurre sanzioni contro il petrolio russo.
Il vertice si svolge mentre Kyjiv cerca di riportare la guerra al centro dell’agenda internazionale. Come ricorda il Kyiv Independent, i negoziati mediati dagli Stati Uniti sono sostanzialmente congelati da febbraio e l’attenzione della Casa Bianca si è concentrata soprattutto sul conflitto con l’Iran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Zelensky continua a sostenere che solo un incontro diretto con Vladimir Putin potrebbe sbloccare la situazione. Nei giorni scorsi il presidente ucraino ha persino proposto un vertice trilaterale con Trump e Putin negli Stati Uniti. Il Cremlino, però, continua a respingere questa prospettiva: Putin ha recentemente dichiarato di «non vedere alcun motivo» per incontrare il leader ucraino.
I leader europei invece si sono impegnati a ricucire i rapporti con Washington dopo settimane di tensioni. Secondo il New York Times, Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto una linea molto conciliante nei confronti di Trump, nella convinzione che senza il coinvolgimento americano sarà difficile affrontare sia la crisi mediorientale sia il dossier ucraino. Il quotidiano americano descrive un summit caratterizzato da gesti di distensione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha regalato a Trump una maglia da calcio della Germania con il numero 47, «siamo nella stessa squadra», ha scritto Merz sui social. Mentre Macron lo ha invitato a una cena a Versailles per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Dietro la cordialità, però, restano profonde divergenze. Lo stesso Trump, parlando dell’Ucraina, ha ribadito una posizione che continua a preoccupare molte capitali europee: «Non è la nostra guerra», ha detto ai giornalisti. «Noi vendiamo armi, ma siamo a migliaia di chilometri di distanza». Parole che confermano come, nonostante il riavvicinamento diplomatico degli ultimi giorni, il sostegno americano a Kyjiv resti uno dei principali punti interrogativi per il futuro dell’Europa.
Il violino come punto di partenza. È da questo assunto che si delinea il percorso di Laura Masotto, tra le protagoniste dell’edizione di Nextones, che si terrà tra il 16 e il 19 luglio. La musicista e compositrice veronese porta al festival The Spirit of Things, un lavoro che sintetizza anni di ricerca sul dialogo tra strumenti acustici, elettronica e dimensione rituale del suono.
Diplomata al Conservatorio di Verona e attiva inizialmente tra musica da camera e formazioni post-rock, Masotto ha costruito negli anni una traiettoria personale che si sottrae a semplici classificazioni. Al centro del suo lavoro musicale resta il violino, il cui suono viene sottoposto a continue trasformazioni attraverso loop station, sintetizzatori e processamenti analogici che permettono di creare composizioni capaci di generare paesaggi sonori.
Ogni suo concerto assume una forma diversa e si sviluppa in relazione all’ambiente circostante. Un approccio che trova una particolare sintonia con il festival della Val d’Ossola, da sempre impegnato nel tessere relazioni tra la musica contemporanea, il paesaggio naturale e il territorio.
Laura Masotto. Ph: Francesca Serotti. Courtesy of the artist
Nella pratica artistica di Masotto confluiscono anche elementi provenienti da tradizioni rituali e spirituali. Accanto al violino compaiono strumenti come il tamburo sciamanico, campane tibetane, ocean drum, sonagli e pietre. Non si tratta di una semplice scelta estetica, ma di strumenti che contribuiscono alla costruzione di una relazione più fisica e immersiva con il suono.
Pubblicato nel 2024, The Spirit of Things rappresenta uno dei lavori più significativi del suo percorso. L’album ha ottenuto attenzione internazionale, con recensioni su riviste come The Wire ed Electronic Sound, e ha dato origine a un lungo tour europeo che ha toccato festival e spazi di riferimento per la musica di ricerca. In queste composizioni convivono ambient, elettronica contemporanea e sensibilità classica, senza che nessun elemento prevalga sull’altro.
La sua attività si estende inoltre al cinema, alla danza e alla moda. La musica di Masotto è stata infatti utilizzata all’interno di progetti firmati Dior e Jil Sander e nella serie Netflix Baby Reindeer. Nel 2022 partecipa a una collaborazione con Deutsche Grammophon, per l’album Lys della violinista norvegese Mari Samuelsen e per una rilettura di Shéhérazade di Rimsky-Korsakov.
A Nextones presenterà un set che riflette il suo approccio multidisciplinare nei confronti della musica. Nel frattempo Masotto guarda già al futuro: al momento sta lavorando su Notturno, un nuovo album previsto per il 2026, che proseguirà l’indagine dell’artista sui confini tra composizione, improvvisazione e percezione.
Laura Masotto. Ph: Luna Coppola. Courtesy of the artist
The Spirit of Things viene presentato in un luogo completamente inedito per il festival: l’Oratorio di San Marco a Veglio. Come vivi il rapporto tra spazialità e musica? Lo spazio è fondamentale nella musica, perché è il luogo in cui il suono prende corpo e si manifesta, è una presenza attiva, un elemento che partecipa alla composizione tanto quanto gli strumenti e gli interpreti. Esiste una relazione profonda tra architettura e suono, un’influenza reciproca in cui l’uno modella continuamente la percezione dell’altra. Quando suono in edifici storici o spazi caratterizzati da una forte identità acustica, ho la sensazione che il suono venga esteso oltre i propri confini. Gli strumenti ad arco, in particolare, trovano in queste architetture una condizione ideale: il lungo riverbero permette agli armonici di espandersi nello spazio e di intrecciarsi tra loro, generando una continuità percettiva che trasforma il gesto musicale. Il suono non termina nel momento in cui viene prodotto, ma continua a propagarsi come un’onda lunga, creando una sorta di memoria dello spazio.
Oggi la tua carriera si muove tra musica classica, contemporanea ed elettronica sperimentale. Ma guardando indietro, ti sapresti rispondere se hai sempre cercato questo dialogo tra generi o hai raggiunto questa consapevolezza artistica con il tempo? Quali orizzonti vedi per la tua ricerca musicale oggi? Durante gli anni del conservatorio suonavo segretamente in band prog e sperimentali. Avevo comprato un microfono a contatto per il violino e lo collegavo alle pedaliere dei chitarristi per provare delay, riverberi e distorsioni. È stato lì che ho capito quanto potenziale ci fosse oltre il suono tradizionale dello strumento. Da quella curiosità è nato il mio percorso solista. Con Fireflies sono ripartita da un album per violino solo e looper. Nei dischi successivi, We e The Spirit of Things, ho introdotto i sintetizzatori che arricchiscono le frequenze del suono degli archi. Nel nuovo album, che uscirà nei prossimi mesi, la ricerca si è concentrata ancora di più sulla natura stessa del timbro del violino. Ho lavorato modificando la tensione delle corde, allentandole leggermente, e successivamente ricostruendo quella tensione processando il suono: riverberi, delay, distorsioni e altri trattamenti che mi hanno permesso di intervenire sulla percezione dello strumento. Mi interessava allontanarmi dall’immaginario tradizionale del violino come strumento brillante e virtuosistico, per esplorare le sfumature del suono. In alcuni momenti il suono si dissolve in texture ambient e sospese; in altri assume caratteristiche più radicali e sperimentali. È una ricerca che nasce dal desiderio di ascoltare lo strumento oltre la sua identità convenzionale, come se contenesse al proprio interno possibilità sonore ancora inesplorate.
Nextones quest’anno punta moltissimo sulle pratiche di ascolto immersivo e relazionale per attivare il territorio. Quale tipo di stato d’animo o di connessione profonda speri di attivare negli spettatori attraverso i tuoi paesaggi sonori in continua evoluzione? Viviamo immersi in una quantità enorme di stimoli e spesso ascoltiamo in modo frammentato; quello che cerco di fare con la mia musica è aprire uno spazio astratto in cui sia possibile immaginare, perdersi e costruire un proprio percorso di ascolto. Penso all’ascolto come a un’esperienza profondamente relazionale che coinvolge anche lo spazio, l’architettura, il paesaggio e tutte le persone che condividono quel momento. In contesti come Nextones questa dimensione diventa ancora più evidente, perché il territorio non è semplicemente uno sfondo, ma una presenza viva che entra in dialogo con il suono. Ho sempre pensato che i concerti si facciano insieme, tra musicisti e pubblico. C’è un’energia che si crea nell’incontro e che rende ogni performance diversa da tutte le altre.
Ti inserisci in un programma diurno diffuso che trasforma il paesaggio della Val d’Ossola in una componente attivo della performance. Cosa significa per te, come artista, portare la tua musica fuori dai contesti tradizionali per integrarla in un “ecosistema di esperienze” naturale e comunitario? Per me è un contesto particolarmente stimolante, perché il luogo in cui la musica viene ascoltata influenza profondamente il modo in cui viene percepita. Sono sempre stata interessata alla relazione tra suono e spazio e credo che alcuni contesti abbiano la capacità di amplificare questa connessione in modo molto naturale. Quando ci si trova immersi in un paesaggio, in un’architettura o in un contesto condiviso con una comunità, l’esperienza diventa più aperta e meno prevedibile. Il pubblico non ascolta soltanto la musica, ma entra in relazione con tutto ciò che lo circonda: i suoni dell’ambiente, la luce, la conformazione dello spazio, la presenza delle altre persone.
Donald Trump ha al suo arrivo al vertice del G7 di Évian-les-Bains, in Francia, che lo Stretto di Hormuz sarà «completamente aperto» da venerdì. Il presidente statunitense lo ha ribadito all’inizio dell’incontro bilaterale con il presidente francese Emmanuel Macron, presentando l’intesa con l’Iran come un risultato ormai acquisito: «L’accordo è tutto firmato», ha detto, aggiungendo che lo stretto «è già parzialmente aperto». Secondo Trump, la riapertura del canale sarà assicurata dall’accordo con Teheran e non da un intervento militare europeo più ampio. «Penso che in Medio Oriente stiano per accadere molte cose molto positive. E, cosa molto importante, il petrolio sta crollando e la borsa oggi sta salendo come un razzo», ha aggiunto. Riferendosi alla proposta franco britannica di una missione navale nello Stretto di Hormuz per garantire il passaggio delle navi commerciali, Trump ha detto a Macron: «Non credo che avremo bisogno di molto aiuto».
Il memorandum di intesa dovrebbe essere firmato formalmente venerdì a Ginevra dal vicepresidente statunitense JD Vance e dal capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca ha detto che il testo completo sarà pubblicato entro ventiquattro o quarantotto ore. Il punto centrale dell’intesa, secondo Trump, è che l’Iran non avrà la bomba atomica: «Hanno accettato pienamente questo punto, con forti poteri di controllo».
Trump ha detto anche, in un messaggio pubblicato sui social, che «le navi stanno cominciando a muoversi, molte cariche di petrolio, fuori dallo Stretto di Hormuz» e che starebbero percorrendo una rotta meridionale «totalmente sicura, protetta e intatta». Le informazioni provenienti dal settore marittimo sono più prudenti. Organizzazioni e società che monitorano il traffico navale hanno segnalato che gran parte delle navi resta ferma nel Golfo Persico e che la ripresa normale dei passaggi potrebbe richiedere settimane o mesi. Il problema non è solo politico, ma anche operativo: servono rotte considerate sicure, garanzie sulla presenza di mine, coperture assicurative e indicazioni chiare alle compagnie di navigazione. Trump ha ammesso che sono in corso attività di ricerca di mine, spiegando che «stanno facendo un po’ di caccia» dopo averne già trovate alcune, ma ha insistito che venerdì lo stretto sarà completamente aperto.
Uno dei nodi più delicati riguarda il possibile ruolo dell’Iran nella gestione del traffico marittimo. Teheran sostiene che l’accordo le riconosca il diritto di applicare tariffe per servizi marittimi nello stretto, in coordinamento con l’Oman. I governi europei temono che questa formula possa diventare, di fatto, un sistema di pedaggi. Macron ha detto che la Francia difende il diritto internazionale e che farà tutto il possibile perché non ci siano pedaggi. Trump ha respinto questa interpretazione: secondo lui l’accordo prevede che lo Stretto di Hormuz sia aperto e gratuito.
La proposta franco britannica di una missione navale resta quindi sospesa. Francia e Regno Unito lavorano da mesi a un piano difensivo per sminare le rotte e rassicurare equipaggi, armatori e assicuratori. Macron ha detto a Trump che la Francia potrebbe impiegare aerei, fregate, unità specializzate nella ricerca di mine e la portaerei Charles de Gaulle. Il presidente francese ha però precisato che tutto dipenderebbe dalla richiesta e dalla necessità effettiva della missione. Trump non ha escluso una presenza limitata, ma ha detto di non ritenere indispensabile un sostegno rilevante da parte degli alleati.
Il memorandum non chiude le questioni più complesse. I negoziati sul programma nucleare iraniano, sulle sanzioni statunitensi e sullo sblocco dei beni congelati dovrebbero svolgersi nei sessanta giorni successivi alla firma. Da parte americana è stata prospettata la possibilità di un alleggerimento delle sanzioni e di alcuni gesti iniziali, ma solo se Teheran dimostrerà di rispettare gli impegni, evitando ulteriore arricchimento dell’uranio e l’espansione degli impianti. Restano però da definire il destino delle scorte di uranio altamente arricchito, il livello delle ispezioni e le modalità di verifica.
Il fronte più fragile è quello libanese. L’Iran sostiene che l’intesa debba includere anche la cessazione degli attacchi israeliani in Libano, dove Israele ha condotto una vasta offensiva dopo il lancio di missili di Hezbollah contro il nord di Israele. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto agli Stati Uniti di garantire che Israele rispetti il cessate il fuoco. Il portavoce Esmail Baghaei ha avvertito che l’intero accordo dipende anche dalla sua applicazione in Libano.
Israele ha preso le distanze dall’intesa. Il primo ministro Benjamin Netanyahu non l’ha respinta apertamente, ma ha detto che si tratta di una decisione di Trump e che Israele ha «i propri interessi». Netanyahu ha aggiunto che le forze israeliane non lasceranno le aree occupate in Libano nonostante il cessate il fuoco e che Israele sarà pronto a colpire l’Iran se riterrà che stia procedendo verso la costruzione di un’arma nucleare. «Con un accordo o senza accordo, l’Iran non avrà armi nucleari, non oggi e non domani», ha detto.
Elettronica, indie, jazz, pop e ricerca sonora si intrecciano in eventi che trasformano parchi, siti archeologici e paesaggi naturali in palcoscenici a cielo aperto.
Color Fest – Lamezia Terme (Calabria) Dall’11 al 13 agosto Si svolge sulla Riviera dei Tramonti, lungo il lungomare Falcone e Borsellino di Lamezia Terme. Nato come festival indipendente, è diventato uno dei principali appuntamenti del sud Italia per chi segue la nuova musica italiana e internazionale. La vicinanza al mare e la programmazione trasversale sono i suoi elementi distintivi.
AMA Music Festival – Romano d’Ezzelino (Veneto) 1 luglio – 31 agosto Ospitato nell’area di Villa Negri, ai piedi del Monte Grappa, il festival propone concerti distribuiti lungo tutta l’estate. La line-up spazia tra rock, pop, rap ed elettronica, con una forte attenzione alla sostenibilità ambientale.
Nextones – Val d’Ossola (Piemonte) Dal 16 al 19 luglio Un festival dedicato all’incontro tra musica elettronica, arti digitali e architettura. Si svolge tra cave di marmo e spazi industriali recuperati delle Alpi piemontesi, in un contesto unico nel panorama europeo.
FestiValle – Agrigento (Sicilia) Dal 7 al 10 agosto La manifestazione anima la Valle dei Templi con concerti, performance e incontri culturali. L’utilizzo di uno dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo rappresenta la sua principale peculiarità.
Locus Festival – Puglia Dal 18 giugno – 2 settembre Il festival si sviluppa in più location tra Bari, Ostuni, Locorotondo, Fasano e Minervino Murge. Da oltre vent’anni unisce grandi nomi internazionali e artisti italiani in alcuni dei luoghi più rappresentativi della Valle d’Itria.
Kappa FuturFestival – Torino Dal 3 al 5 luglio Ospitato nel Parco Dora, ex area industriale riconvertita in spazio urbano, Kappa FuturFestival è uno dei maggiori festival europei dedicati alla musica elettronica, che ogni anno richiama pubblico da tutto il mondo.
Jazz:Re:Found – Monferrato (Piemonte) Dal 27 al 30 agosto Nato dal jazz contemporaneo, oggi esplora elettronica, soul, hip hop e club culture. Il contesto collinare del Monferrato è parte integrante dell’esperienza del festival.
Flowers Festival – Collegno (Piemonte) Dal 23 giugno al 18 luglio Si svolge nel Parco della Certosa Reale di Collegno, alle porte di Torino. La programmazione alterna artisti mainstream, indipendenti e internazionali in uno dei principali appuntamenti estivi del nord Italia.
Lucca Summer Festival – Lucca (Toscana) Dal 24 giugno al 29 luglio Le piazze del centro storico e l’area delle Mura ospitano una delle rassegne più note del Paese, che da oltre vent’anni richiama alcune delle principali star della musica mondiale.
Opera Festival – Sicilia Dal 20 al 23 agosto Una manifestazione che valorizza siti storici e monumentali dell’isola attraverso concerti e produzioni artistiche. L’incontro tra patrimonio culturale e spettacolo dal vivo costituisce il cuore del progetto.
Panorama Festival – Puglia Dal 14 al 16 agosto Un evento dedicato alla musica elettronica e alla cultura contemporanea. Punta sull’esperienza immersiva e sulla valorizzazione del paesaggio costiero pugliese.
Polifonic Festival – Valle d’Itria (Puglia) Dal 22 al 26 luglio Uno dei festival elettronici italiani più riconosciuti all’estero, dove house, techno e live set convivono con una forte attenzione all’estetica, alla gastronomia e al territorio.
Poplar Festival – Trento Dal 10 al 13 settembre Nato in ambito universitario, è diventato un osservatorio privilegiato sulle nuove tendenze della musica italiana e internazionale. Si distingue per la forte presenza di un pubblico under 30.
Rift – Valle d’Aosta Dal 4 luglio Un festival multidisciplinare che porta musica elettronica, arte e performance in ambienti alpini. L’esperienza è costruita attorno al rapporto tra paesaggio naturale e ricerca sonora.
VIVA! Festival – Valle d’Itria (Puglia) Dal 31 luglio al 2 agosto Tra i festival che hanno contribuito alla crescita della scena elettronica pugliese con concerti e dj set che si svolgono in masserie e spazi immersi nella campagna della Valle d’Itria, creando un forte legame con il territorio.
In occasione degli European Design Awards, uno degli appuntamenti più importanti per la comunità globale della comunicazione, il team creativo de Linkiesta ha conquistato la medaglia di bronzo grazie al progetto grafico di Linkiesta Etc. Questo successo accende i riflettori su come la carta stampata possa ancora innovare, stupire e imporsi nel panorama culturale contemporaneo attraverso scelte estetiche coraggiose e fuori dagli schemi.
Il prestigioso premio è stato assegnato a Linkiesta Etc per le sue straordinarie illustrazioni di copertina firmate dagli artisti Pierre Buttin e Cristina Daura. Dietro a questo traguardo si cela il lavoro di una squadra guidata dal direttore Christian Rocca e dall’Head of Content Stefano Cardini, insieme al team grafico composto da Caterina Cedone, Lorenzo Frosi e Nello Alfonso Marotta, guidati dallo studio di graphic design Paper Paper di Cecilia Bianchini e Giovanni Cavalleri.
Se il quotidiano online Linkiesta.it si occupa ogni giorno di attualità, Etc è nato per dare spazio, respiro e voce a tutto il resto. La rivista racconta ciò che solitamente non trova spazio nei titoli urlati dei media mainstream, ma che si rivela fondamentale nel plasmare la nostra vita quotidiana, la nostra estetica, i nostri usi e costumi, e soprattutto il nostro modo di pensare.
Ogni numero del quadrimestrale ruota attorno a un unico tema portante, intercettando lo spirito del tempo, e sviscerandolo attraverso prospettive inedite. Il numero 10 della rivista è stato interamente dedicato al tema del gioco, inteso non solo come svago, ma come lente d’ingrandimento per analizzare la società contemporanea. Il volume interroga lettrici e lettori sul prezzo da pagare in un mondo che sembra aver dimenticato il valore profondo del diventare adulti. Per riflettere questa complessità concettuale, la rivista stessa si è trasformata in un oggetto interattivo: un flip book animato dall’artista Umberto Chiodi, stampato nell’angolo inferiore destro di tutta la seconda metà del volume, che prende vita sfogliando velocemente le pagine.
Il successivo numero 11 ha invece esplorato il tema delle identità: le molteplici sfaccettature dell’Io divise tra la percezione dell’altro e il sé profondo, nell’era del narcisismo digitale. Un concetto intimo e filosofico che ha ispirato la potente copertina illustrata da Cristina Daura.
A fare la differenza agli European Design Awards è stata anche la coraggiosa evoluzione dell’impianto grafico della rivista. Proprio a partire dal decimo numero, Linkiesta Etc ha adottato un sistema di copertina completamente rinnovato: un masthead (il logo della testata) mobile, che racchiude tutte le informazioni tipografiche in un blocco versatile e flessibile. Questa soluzione strutturale innovativa libera lo spazio visivo della pagina e concede all’artista a cui viene affidata la copertina massima libertà espressiva.
Nella notte tra il 14 e il 15 giugno la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi missilistici e con droni contro l’Ucraina, colpendo duramente Kyjiv e provocando almeno quattro morti e ventitré feriti. Ma a rendere particolarmente significativo il bombardamento è stato il danneggiamento della Cattedrale della Dormizione, all’interno della Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi religiosi e culturali più importanti del Paese.
L’attacco, scrive il Kyiv Independent, avrebbe coinvolto oltre cinquanta missili, compresi alcuni missili ipersonici Zircon, e quasi cinquecento droni. Le esplosioni hanno colpito numerosi quartieri della capitale, danneggiando edifici residenziali, infrastrutture energetiche, magazzini e attività commerciali. Oltre centoquarantamila utenti sono rimasti temporaneamente senza elettricità.
Il simbolo della notte, però, è diventato il tetto della Cattedrale della Dormizione avvolto dalle fiamme. «Brucia il tetto di uno dei luoghi più sacri del mondo cristiano», ha scritto sui social il metropolita Epifanij, capo della Chiesa ortodossa d’Ucraina, definendo l’attacco «un altro crimine russo contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».
La Lavra di Kyjiv è un monastero fondato nell’XI secolo ed è inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. È considerata uno dei principali centri spirituali dell’Europa orientale e custodisce reliquie e santuari venerati da milioni di fedeli. Secondo il Kyiv Independent, si tratta soltanto del terzo attacco subito dal complesso religioso dalla Seconda guerra mondiale e del secondo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala.
Le autorità ucraine hanno reagito con durezza. Il ministro degli Esteri Andrij Sybiha ha accusato Vladimir Putin di essersi guadagnato un posto «tra i peggiori barbari della storia» e ha annunciato l’avvio di procedure urgenti presso l’Unesco e altre organizzazioni internazionali. Anche l’ambasciatrice dell’Unione Europea in Ucraina, Katarina Mathernova, ha condannato il bombardamento contro «uno dei luoghi più sacri del cristianesimo orientale», chiedendo alla comunità internazionale di non distogliere lo sguardo.
L’attacco non ha riguardato soltanto la capitale. Sempre secondo il Kyiv Independent, a Kharkiv sono morti cinque operatori dei servizi di emergenza, mentre altre vittime e feriti sono stati registrati nelle regioni di Sumy e Dnipro.
Il bombardamento si inserisce in una fase di crescente intensità degli attacchi russi contro obiettivi civili e culturali. Nelle ultime settimane erano già stati colpiti il Museo Nazionale d’Arte di Kyjiv, il Teatro dell’Opera, il Museo di Chernobyl e altri edifici storici della capitale. Oltre il quaranta per cento della collezione del museo dedicato al disastro nucleare sarebbe andato perduto dopo un attacco avvenuto a maggio.
Per il governo ucraino, la strategia russa punta sempre più a colpire non soltanto infrastrutture e città, ma anche la memoria storica e l’identità culturale del Paese. La Lavra delle Grotte di Kyjiv, simbolo della tradizione religiosa ucraina da quasi mille anni, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa escalation.
Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».
Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.
L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».
La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.
Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.
Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».
Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.
C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.
Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.
Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.
Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.
Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.
Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.
Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.