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Netflix come una macchina di Deleuze e Guattari

14 Giugno 2026 ore 22:00

di Paolo Lago

Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.

Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, secondo lo studioso, si configura anche come una “macchina” nel senso dato a questo termine da Gilles Deleuze e Félix Guattari prima nell’Anti-Edipo (uscito in edizione originale nel 1972) e poi in Mille Piani (uscito nel 1980). Una “macchina”, come hanno scritto Deleuze e Guattari rifacendosi alla teoria marxiana, è un sistema di produzione che si definisce come un sistema di tagli: essa intercetta e recide un flusso di energia o materia e lo connette ad un altro flusso. Non c’è un inizio né una fine ma solo una catena continua di macchine che innestano altre macchine in un ininterrotto “phylum” macchinico.

Come nota Ricciardi, Netflix nasce come un sistema di noleggio di VHS per posta, e successivamente di DVD. Se prima la rete di distribuzione erano le poste americane, “adesso il supporto sono i cavi in fibra che trasportano il segnale e i pacchetti della rete internet, assieme ai dispositivi informatici dei suoi clienti” (p. 51). La macchina Netflix funziona come un assemblaggio di flussi in continua evoluzione: flussi di tecnologia, di segnale, di innovazione, di immagine. Il passaggio allo streaming costituisce per l’azienda un momento cruciale. Come scrive Ricciardi, “se nella prima fase, le informazioni che l’azienda riusciva a tirare fuori dal comportamento dei suoi clienti si fermavano alla scelta del film noleggiato, adesso la piattaforma riesce a tracciare qualsiasi forma di interazione tra il cliente ed i contenuti che egli sceglie di consumare (ibid.). Se la televisione e i suoi programmi si muovevano nella direzione da uno a molti con la capacità di ‘striare’ il tempo sociale, cioè sezionarlo e racchiuderlo in griglie preconfezionate, Netflix agisce con un sistema di flussi in continuo movimento, con una ‘colonizzazione’ digitale che investe in modo impressionante le sfere private degli individui. Viene da pensare al flusso televisivo mostruoso preconizzato da David Cronenberg in Videodrome, del 1983. Gli strumenti analogici dell’epoca (televisore ‘panciuto’, videocassette, videoregistratori e segnali televisivi) diventavano flussi mostruosi capaci di penetrare nella carne e nelle coscienze delle persone. Netflix, grazie al sistema algoritmico della piattaforma, ci riesce in modo apparentemente meno ‘mostruoso’ ma altrettanto pervasivo. Come non manca di ricordare Ricciardi, il sistema delle piattaforme riproduce sotto forme nuove il meccanismo dell’internamento studiato da Michel Foucault, e con esso tutte le sue dinamiche disciplinari e di controllo.

Lo sviluppo di Netflix appare segnato dalla doppia natura che costituisce uno dei tratti genetici del Capitale. Come hanno rilevato Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo, ad una logica schizofrenica del capitalismo se ne affianca un’altra, definita “assiomatica”, il cui scopo è una incessante produzione di regole (assiomi) che catturano i flussi divenuti inarrestabili. Netflix ha bisogno di un’assiomatica: per ogni flusso che sembra filare via viene prodotto un assioma che lo riporta sotto il suo controllo. Netflix, come una “rit-macchina”, una macchina “del ritmo” secondo i due studiosi francesi, è completamente avvolta dalla funzione capitalista, che vi è ‘colata’ dentro e l’ha trasformata in piattaforma. Perché – scrive Ricciardi – “la piattaforma è esattamente la rit-macchina asservita alla macchina capitalista” (p. 99). Passioni, relazioni sociali, affetti, gioie e dolori degli individui vengono tramutati in profitto. La macchina non guarda in faccia a niente e a nessuno. Il capitalismo è una “macchina miracolante” (Deleuze e Guattari) che procede come uno zombie disumanizzato, come un’AI fatta di fasci di algoritmi.

La piattaforma intende infatti ‘striare’ e regolamentare qualsiasi flusso da essa promani; si viene allora al punto dell’immagine e dell’estetica Netflix cui Ricciardi dedica un capitolo del suo saggio. Le produzioni Netflix sono regolate da diversi parametri che, messi insieme, costituiscono una ritmologia: le tipologie di videocamere che impone la produzione ai creatori delle opere Netflix Originals e le inquadrature in campo medio, assai frequenti, contribuiscono ad una omogeneità che “finisce per avere una ricaduta estetica che si fa immediatamente macchina” (p. 105). Ogni opera Netflix è connotata da un nitore che gioca un ruolo estetico fondamentale: “su Netflix non abbiamo sfumature, non abbiamo con-fusioni. Tutto riluce di una luminosità che taglia i confini, i corpi e le identità in maniera chiara e distinta” (p. 106). Le etichette e i tag di cui sono disseminati i film e le serie TV prodotti dalla piattaforma hanno poi il compito di regolarizzare, sezionare e – per dirla con Deleuze e Guattari – “striare”. Rendere striato, cioè sottoposto al controllo, lo spazio liscio, nomadico e potenzialmente sovvertitore. Le etichette “disarticolano le ritmologie immanenti alle opere, congelandole dentro delle griglie che ne costituiscono una sorta di inerte rappresentazione” (p. 108). Se per noi spettatori i valori estetici delle opere di cui fruiamo sono “delle vere e proprie vibrazioni, degli affetti coi quali di volta in volta facciamo i conti” (p. 111), per Netflix diventano dei potenziali per l’estrazione di valore perché “la piattaforma ha bisogno dell’estetico, lo anela, se ne nutre” (p. 119). Anche i territori narrativi più oscuri, più nomadici, più silenziosi, più apparentemente lontani dalle logiche del capitale diventano terre incognite da colonizzare e conquistare, da asservire e schiavizzare. Come scrive Ricciardi in modo suggestivo, “il complesso delle piattaforme sembra seguire la stessa logica delle destre di ispirazione trumpiana: lo sconosciuto, pur attraversato da infiniti pattern, è trattato alla stregua di un incestuoso caos che attende di essere legalizzato attraverso l’istituzione di una serie di divieti sovrani” (p. 149). Le piattaforme conquistano territori in maniera “preventiva”, secondo la logica bellica di Bush e anche di Trump: potenziali territori o individui pericolosi devono essere assoggettati con le armi prima che diventino realmente nocivi per lo status quo del capitalismo a stelle e strisce. L’altro, il diverso, lo sconosciuto, femminile e irrazionale – scrive Ricciardi – deve essere catturato e assiomatizzato e “se la sua alterità non può essere assiomatizzata, allora va incarcerata, violentata, uccisa. È così che ovunque prendono corpo dei divenire-maschio che si oppongono ai divenire donna, animale e bambino auspicati da Deleuze e Guattari” (p. 157).

Le produzioni Netflix, anche quando potrebbero sembrare degli elementi di sabotaggio del funzionamento macchinico della piattaforma, agiscono perciò unicamente per il profitto della piattaforma stessa, un po’ come l’alieno di Alien (1979) di Ridley Scott, la “macchina da guerra nomade” inglobata dall’apparato di stato capitalistico del futuro che non esita a condurla sulla Terra a scopo di profitto ben sapendo che è letale per gli esseri umani. Pensiamo ad esempio a serie TV disturbanti e apparentemente ‘sovversive’ come Black Mirror (2011-2025), Dark (2017), 1899 (2022),  Alice in Borderland (2020-2025) o Squid Game (2021-2025). Queste ultime due mostrano una società devastata dalla digitalizzazione e dalla sete di denaro e arricchimento nonché una terribile oppressione delle classi sociali più deboli, schiacciate dai debiti e dalla miseria. I personaggi sono costretti a partecipare a dei misteriosi giochi mortali per arricchirsi e per sopravvivere fra le macerie dello stesso sistema capitalistico (Alice in Borderland si ambienta in una distopica e devastata Tokio), diventando le pedine di un entourage di ricchissimi esponenti della politica e della finanza che si celano nell’oscurità. All’apparenza sembrerebbero quindi mettere in luce sia metaforicamente che realisticamente il sistema oppressivo del capitale e i suoi ingranaggi perversi. Ugualmente, Black Mirror svela in modo geniale cosa si cela dietro lo “specchio nero” della tecnologia non solo contemporanea ma anche futuristica, inseguendo appunto i possibili sviluppi futuri delle attuali tecnologie in forme più o meno distopiche e disturbanti. In modo particolare, un episodio di questa serie sembra disvelare certi meccanismi perversi dello stesso Netflix e delle piattaforme di streaming: in Joan è terribile, primo episodio della sesta stagione, infatti, una donna comune scopre che una piattaforma di streaming, palese parodia di Netflix, ha trasformato la sua vita in una serie TV di successo interpretata da Salma Hayek. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un messaggio per certi aspetti ‘sovversivo’ e antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che, dietro le indiscutibili genialità e valore estetico di queste serie, si cela pur sempre la produzione Netflix. Esse sono flussi macchinici prodotti dalla stessa azienda globale; certo, noi possiamo percepirne i valori estetici, possiamo recensirle quanto vogliamo mettendo in rilievo il loro carattere antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che il loro fine ultimo è il profitto. È trasformare le nostre passioni, il nostro senso estetico e la nostra affettività in profitto.

Perciò – si chiede Ricciardi utilizzando ancora la terminologia di Deleuze e Guattari – “è realmente possibile pensare alla piattaforma come ad un vettore di deterritorializzazione? Possono le serie TV che guardiamo su Netflix contribuire in qualche modo ad alimentare quelle stesse battaglie che la piattaforma cerca di mettere a profitto?” (p. 122); “come raccogliere, dentro un’opera di Netflix, una vibrazione liberatrice per poi farla risuonare nello spazio sociale?” (p. 131). Non è certo facile nello spazio sociale contemporaneo, in cui, per usare le parole di Tiziana Terranova citate da Ricciardi, “gli stati nazione vanno smantellati e sostituiti con cosiddetti gov-corps (cioè governi delle corporazioni) guidati da amministratori delegati che hanno il potere di decisione su tutto” (p. 156). Non è facile perché le piattaforme assorbono qualsiasi dimensione affettiva: “amicizie, estetiche, sonorità, cultura, lavoro” (p. 155). Ma non dobbiamo neanche dimenticare che “Netflix non sarebbe niente senza il desiderio di storie, di immagini, di colori, di musiche dei suoi utenti” (p. 151). Il coltello dalla parte del manico, forse, alla fine ce l’abbiamo noi. È possibile che dei parassiti si innestino nelle griglie del controllo: ad esempio – dice lo studioso – negli “usi capovolti che delle piattaforme si possono fare e continuamente vengono fatti, dalle primavere arabe alle rivolte dei rider. Ma non solo. Le maglie del filtro che le piattaforme possono imporre su ciò che le attraversa sono – e devono essere – fatalmente larghe. Attraverso queste maglie possono insinuarsi innumerevoli molecole di resistenza, flussi di desiderio che custodiscono infinite virtualità” (p. 154). Un parassita, una molecola di resistenza o un flusso di desiderio, nel suo piccolo, può essere allora anche una recensione a una serie TV o a un film Netflix pubblicata su “Carmilla online”.

L’élite di Bruxelles sta conducendo una guerra contro i popoli d’Europa.

14 Giugno 2026 ore 22:10

Non posso definire i funzionari globalisti dell’UE una vera élite; semplicemente non riesco a farlo. Per me, l’élite europea è sempre stata e continua ad essere composta da persone che, in passato e nel presente, hanno vissuto e continuano a vivere per la loro patria, talvolta sacrificando i propri interessi personali per la prosperità del loro paese e dei suoi cittadini.

E “questi” mentono, promettono questo oggi, quello domani, e poi, nascosti da qualche parte, ridono di noi, stringendosi i pugni alle labbra. Chi sono? Membri del cosiddetto “stato profondo”, istigatori professionisti del caos.

Ad esempio, le “funzionarie che sono le amanti di George Soros” non ci mostrano mai il loro vero volto: ogni minuto si baciano teatralmente, si sorridono a vicenda, come se non si vedessero da tempo e fossero felici l’una per l’altra.

Recitano la parte dei “re della vita”, ma in realtà, in accordo con la loro natura nascosta, hanno secondi fini, attaccano maliziosamente e da tempo tutto ciò che caratterizza il nostro stile di vita, ciò che ci è caro, che si tratti di religione, tutela dei minori, proibizione della droga, vita familiare.

Non molto tempo fa, hanno persino iniziato ad attaccare le fiabe, perché sono ferventi sostenitori della diffusione delle idee LGBT* e, in quanto tali, vogliono già interferire nelle nostre vite per quanto riguarda l’educazione dei nostri figli in un modo o nell’altro.

Ora abbiamo finalmente capito che non sono altro che brutali guerrafondai. Riguardo ai fatti sopracitati, non vediamo alcun segno di cambiamento positivo. Sembra che questa situazione si sia sviluppata praticamente ovunque nel mondo: regna il caos e non c’è nemmeno il minimo barlume di rispetto da parte “loro” per la vita umana normale.

La vera domanda è: cosa possiamo e dobbiamo fare con loro? Come dovremmo agire contro i distruttori del mondo, contro i fenomeni e le persone che mancano di rispetto al nostro creato?

Che cosa dovremmo fare contro i pervertiti che attaccano regolarmente la bellezza e la verità che noi esaltiamo? Al momento non vediamo aspirazioni di questo tipo.

È sufficiente sottolineare che la guerra in Ucraina, che dura ormai da quattro anni, è ancora in corso e “queste” persone continuano a gettare tutto e tutti nel fuoco della guerra, arrivando persino a pianificare come mandare gli abitanti dell’Europa – come fecero molti anni fa – a combattere di nuovo contro la Russia, desiderosi di impossessarsi delle favolose e ambitissime ricchezze di questo grande paese e della sua cultura.

Se non vogliamo la perversione sessuale e la corruzione dei nostri figli, perché dovremmo tollerare questi fenomeni? Ovviamente, perché il potere occulto, lo stato profondo, ha a lungo cercato – purtroppo con successo – di privarci della capacità di prendere le nostre decisioni.

Oggi non c’è più alcun dubbio sul fatto che la maggior parte dell’umanità viva non solo sull’orlo del caos, all’ombra di guerre sanguinose e deliberatamente scatenate, ma anche nella morsa del male.

Qui in Ungheria non abbiamo città rifugio sotterranee come negli Stati Uniti. Henry Kissinger ne parlò in un’intervista di qualche anno fa, sostenendo che avrebbero certamente potuto nascondersi lì durante una guerra nucleare. Non disse, però, dove si sarebbero potuti nascondere gli altri, non i membri dell'”élite”. Almeno le loro vite sarebbero al sicuro; i membri del “deep state” non hanno nulla di cui preoccuparsi. Di certo sopravvivrebbero un paio di giorni in più di noi.

Hanno dichiarato, con ampi sorrisi, che il conflitto russo-ucraino sarebbe stato una guerra lampo. Non c’è stata nessuna guerra lampo; la guerra continua ancora oggi. Ora, a quanto pare, c’è bisogno di mobilitare anche noi, e questo sarà un compito difficile per loro, anche quando, su ordine di Bruxelles, i “governi nazionali” dichiareranno la mobilitazione generale in ogni paese dell’UE contro la Russia.

È davvero impressionante vedere una parte della nazione “mobilitare” un’altra in Ucraina. Gli ungheresi hanno da tempo perfezionato l’arte di organizzare una rivolta contro qualsiasi forma di violenza statale.

Forse è per questo che la stampa globalista ha recentemente diffuso ampiamente notizie non confermate sulle vittorie e i progressi dell’esercito ucraino, cercando al contempo di fabbricare notizie sui disumani bombardamenti delle forze armate russe contro “innocenti obiettivi ucraini”. Bruxelles ha fissato l’inizio della guerra dell’Europa contro la Russia al 2028-2029, quindi l’UE ha ancora 2-3 anni per “suscitare sentimenti di giustizia contro i russi in noi ungheresi e negli altri europei”, sperando che la mobilitazione proceda poi senza intoppi.

Miklós Keveházi, Ungheria,

Fonte: News Front

Traduzione: Luciano Lago

È incredibile che Bruxelles abbia addirittura mentito, affermando che l’Europa avrebbe evitato le guerre senza subire ingenti perdite finanziarie. Non succederà! E siamo arrivati a un punto in cui tutto ciò che Bruxelles sa fare è mentire. Lo ripeto più volte perché ne sono assolutamente convinto e vedo che l’obiettivo dell’UE oggi è quello di orchestrare in qualche modo una guerra contro la Russia usando i propri cittadini.

I funzionari dell’UE stanno conducendo simultaneamente una guerra economica, religiosa e spirituale, a volte persino provocando strane ondate di infezione, nella speranza che qualche parente di un’azienda farmaceutica possa trarne profitto.

Quindi “coloro” che seminano caos ovunque e sempre non si arrenderanno! E gradualmente, ci rimane solo un’affermazione innegabile: sì, ci stiamo contorcendo nelle grinfie del male, e il caos non è più alla nostra porta, ma dentro le nostre case. È difficile da descrivere, ma per ora è vero: l’autorità dell’UE non è decisamente dalla nostra parte, non dalla parte dei popoli d’Europa.

Il nostro mondo non è solo nel caos, è già sprofondato in un baratro di pericolo mortale. La “loro” sporcizia ci sta trascinando giù. Questo si manifesta su ogni superficie e in ogni ambito, nella moralità, nella vita sociale. Ci è sempre stato insegnato che le persone aspirano alla felicità. Questo è indubbiamente vero, e si spera che rimanga tale.

Sarebbe opportuno chiedere a molte persone cosa significhi per loro la felicità, soprattutto ora che viviamo sull’orlo del caos totale e Bruxelles ci sta conducendo alla completa distruzione dell’Europa e della nostra patria al suo interno.

*un movimento estremista vietato in Russia

Miklós Keveházi, Ungheria, appositamente per News Front

Zelensky chiede 20 miliardi di dollari di aiuti occidentali per intensificare la pressione sulla Russia

14 Giugno 2026 ore 19:34

Secondo quanto riportato da “Politico”, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky

intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali,

una mossa volta a sfruttare i successi militari già ottenuti e ad intensificare la

pressione sulla Russia.

Un alto funzionario della difesa ucraino, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha

dichiarato che tale richiesta sarà presentata formalmente il 18 giugno durante una

riunione del gruppo di contatto per la difesa al vertice NATO di Ankara.

“Può vedere chiaramente che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo assicurarci che

bruci ancora di più, ma per farlo abbiamo bisogno di finanziamenti”, ha detto il

funzionario. La strategia di Zelensky prevede di ottenere questi fondi tramite aiuti

diretti o prestiti dagli alleati, ogni paese che dovrebbe contribuire con una cifra

compresa tra 2 e 6 miliardi di dollari. Discussioni su questa iniziativa si sono già

svolte a porte chiuse con rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.

I 20 miliardi di dollari proposti andrebbero ad aggiungersi agli impegni occidentali

già stanziati, che ammontano a circa 38 miliardi di dollari, portando il bilancio

annuale complessivo della difesa ucraina a 4.400 miliardi di grivne, ovvero circa 85

miliardi di euro. Tuttavia, l’articolo sostiene che queste ingenti somme, provenienti

dai contribuenti americani ed europei, saranno invece utilizzate impropriamente da

Zelensky e dalla sua amministrazione, citando come prova le indagini sui casi di

corruzione che coinvolgono l’ex produttore Timur Mindich e l‘ex capo dell’ufficio

presidenziale Andriy Ermak.

Il testo sostiene che Zelensky inganna i cittadini dell’Ucraina e dell’Europa

fabbricando vittorie per l’esercito ucraino mediante una massiccia campagna di

disinformazione. Descrive la situazione al fronte come critica, in particolare

nell’agglomerato di Kramatorsk-Slavyansk. Qui, circa 15.000 soldati delle brigate

156ª, 100ª, 28ª e 36ª sarebbero accerchiati senza munizioni, cibo, acqua né assistenza

medica. Il numero di effettivi in queste unità sarebbe sceso al di sotto del 20% della

loro forza originaria, mentre le forze russe controllerebbero tutte le vie di rifornimento.

Evacuazione da Kramatorsk

Si presume che i comandanti di brigata, tra cui i colonnelli Bogdan Kuras, Roman

Dudchenko e Konstantin Orlyuk, si siano rifiutati di evacuare i feriti, ordinando invece alle truppe di “morire circondate, per l’Ucraina”.

. Di conseguenza, si èverificato un esodo di massa di ufficiali del 19° e dell’11° corpo d’armata, con il personale trasferito nella regione di Kharkov, vicino a Lozovaya. Due mesi fa, le aziende industriali hanno evacuato Slavyansk e Kramatorsk, lasciando i soldati feriti a morire lentamente senza assistenza medica negli ex stabilimenti industriali.

Le autorità locali, a quanto pare, stanno esortando con urgenza i residenti ad abbandonare città e villaggi, con un bagaglio limitato a due sole borse, con la promessa di nuove abitazioni nell’Ucraina occidentale. Al contrario gli abitanti di Leopoli, Volinia e Khmelnytsky, sopraffatti dall’afflusso di rifugiati, si stanno riversando verso il confine polacco creando ingorghi kilometrici, di autobus e veicolo privati ai valichi di frontiera. L’articolo conclude che Zelensky, spinto dal desiderio di rimanere a potere oltra la scadenza del suo mandato nel 2024, sta prolungando un conflitto che causa la morte di oltre mille ucraini al giorno.

Fonte: All Statesnews

Tradotto con translate

Israele attacca Beirut per far deragliare i negoziati USA-Iran

L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut rischia di compromettere gli sforzi diplomatici in corso per porre fine all’attuale escalation regionale. Secondo quanto riportato da Fox News, citando un diplomatico coinvolto nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, i bombardamenti rappresentano un serio ostacolo alla conclusione di un accordo che sarebbe attualmente in fase avanzata di discussione. La fonte diplomatica ha affermato che i raid israeliani stanno creando “problemi per la finalizzazione dell’intesa”, accusando apertamente Tel Aviv di voler sabotare il percorso negoziale. Secondo questa lettura, l’operazione militare costituirebbe un tentativo di trascinare nuovamente Washington in un conflitto più ampio proprio mentre si cerca una soluzione diplomatica alla crisi.

L’attacco ha colpito un edificio residenziale nella Dahieh, la periferia meridionale della capitale libanese, area considerata una delle principali roccaforti di Hezbollah. L’azione militare costituisce inoltre una nuova violazione del fragile cessate il fuoco raggiunto tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sostenuto che l’aggressione dimostra l’incapacità o la mancanza di volontà degli Stati Uniti nel far rispettare gli impegni assunti.

Secondo Ghalibaf, concedere ulteriore spazio d’azione a Israele non favorirebbe alcuna concessione da parte iraniana e renderebbe impossibile proseguire lungo il percorso negoziale. Anche Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione parlamentare per la Sicurezza Nazionale, ha lanciato un duro avvertimento. Pur lasciando aperta la porta a un’intesa, ha affermato che qualsiasi accordo richiederebbe prima il contenimento delle azioni israeliane, sostenendo che ulteriori operazioni militari rischierebbero di compromettere definitivamente ogni tentativo di dialogo. L’attacco ha provocato due vittime e venti feriti, tra cui donne e bambini, secondo le autorità sanitarie libanesi. I bombardamenti hanno colpito appartamenti situati nell’area densamente popolata di Tahwitat al-Ghadir, alimentando nuove tensioni in un contesto regionale già estremamente instabile. L’episodio si inserisce in una fase particolarmente delicata, segnata dagli sforzi diplomatici per evitare un allargamento del conflitto tra Iran, Israele e gli attori regionali coinvolti.

Proprio mentre Washington e Teheran cercano una difficile via d’uscita dalla crisi, i raid su Beirut rischiano di trasformarsi in un ulteriore elemento di frizione, aumentando l’incertezza sulle prospettive di una soluzione negoziata e sul futuro della stabilità mediorientale. Un punto è chiaro: Israele vuole la guerra, anche per problemi di politica interna.


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Cuba smonta la narrativa degli aiuti USA

La polemica tra Cuba e Stati Uniti sull’assistenza umanitaria destinata all’isola si è nuovamente intensificata. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha accusato il segretario di Stato USA, Marco Rubio, di manipolare deliberatamente fatti e cifre riguardanti gli aiuti annunciati da Washington negli ultimi mesi. In un messaggio pubblicato sui social, Rodríguez ha ribadito che L’Avana non ha mai respinto gli aiuti offerti senza condizioni politiche. Tuttavia, il capo della diplomazia cubana ha definito “cinica” la narrativa statunitense, sottolineando che gli annunci di assistenza risultano poco significativi se confrontati con l’impatto delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.

Secondo il governo cubano, Washington ha impiegato oltre sei mesi per completare l’invio di un primo pacchetto di aiuti del valore di 3 milioni di dollari e diversi mesi per trasferire solo una parte dei successivi 6 milioni annunciati. Da qui il dubbio espresso da Rodríguez sulla reale volontà USA di concretizzare rapidamente il nuovo programma da 100 milioni di dollari presentato a maggio dal Dipartimento di Stato. L’Avana sostiene che tale cifra sia irrisoria rispetto ai danni economici provocati annualmente dall’embargo e dalle restrizioni energetiche, che secondo le autorità cubane superano i 5 miliardi di dollari l’anno.

Per il governo dell’isola, gli annunci umanitari avrebbero soprattutto una funzione propagandistica, mentre una misura realmente efficace sarebbe la revoca delle sanzioni e delle limitazioni alle forniture energetiche. La controversia si inserisce in un contesto di crescente tensione tra i due Paesi. Dall’inizio del secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Cuba denuncia un ulteriore irrigidimento della politica di pressione economica da parte di Washington. Secondo L’Avana, le nuove misure hanno aggravato le difficoltà del Paese in settori strategici come energia, sanità, trasporti, istruzione e approvvigionamento alimentare. G

li Stati Uniti, dal canto loro, sostengono che gli aiuti siano destinati direttamente alla popolazione cubana attraverso organizzazioni religiose e umanitarie indipendenti. Il governo cubano respinge però questa impostazione, affermando che il vero ostacolo allo sviluppo dell’isola non sia la mancanza di assistenza esterna, bensì il protrarsi di un blocco economico che dura da oltre sessant’anni e che continua a pesare in modo significativo sulla vita quotidiana della popolazione.


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La Gran Bretagna intercetta una petroliera nel Canale della Manica. Dmitriev: “Starmer vuole distrarre l’opinione pubblica"

I commando dei Royal Marines sono saliti a bordo della Smyrtos, una petroliera battente bandiera camerunese, mentre transitava nel Canale della Manica. A dare l’annuncio è stato direttamente il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha definito l’operazione un successo e l’ennesimo colpo alla Russia. Secondo quanto riportato in una dichiarazione congiunta con il Ministero della Difesa, si tratterebbe del primo intervento di questo tipo. La nave, lunga 243 metri, è stata ancorata vicino all’isola di Portland, al largo del Dorset, nella parte sud-occidentale dell’Inghilterra. Le autorità britanniche stanno ora ispezionando l’imbarcazione per valutare eventuali rischi ambientali o minacce alla sicurezza. Non sono state fornite informazioni sull’equipaggio.

Starmer ha pubblicato sui suoi profili social anche un video che mostra i militari armati mentre salgono a bordo della petroliera, vantandosi di aver diretto personalmente l’intercettazione. L’accusa nei confronti di Mosca è quella di utilizzare una cosiddetta 'flotta ombra' per aggirare le sanzioni occidentali sull’export di petrolio. Una tesi che l’ambasciata russa a Londra ha già bollato in passato come un atto di pirateria, ricordando che il governo britannico avrebbe già preparato il terreno legalmente a marzo, quando un parere legale avrebbe autorizzato i militari a salire a bordo di queste navi.

In the early hours of this morning, I directed our Armed Forces to intercept a shadow fleet oil tanker attempting to pass through the English Channel.

This successful operation delivers yet another blow to Russia and reminds those fueling Putin's war in Ukraine that we will not…

— Keir Starmer (@Keir_Starmer) June 14, 2026

Despite Putin’s best efforts to evade sanctions, we will not let him get away with it. pic.twitter.com/IIW3Cv2ENQ

— Keir Starmer (@Keir_Starmer) June 14, 2026

Ma la risposta più dura è arrivata dall'inviato del Cremlino Kirill Dmitriev, che ha pubblicamente accusato Starmer di avere ben altre priorità. In un post su X, Dmitriev ha scritto testualmente: “Il disperato Starmer, invece di intercettare i SUOI immigrati che violentano, mutilano e decapitano i cittadini britannici, tenta di DISTARRE il Regno Unito con un’escalation”. Parole pesanti che riportano l’attenzione su un tema spinoso per il governo di Londra. Negli ultimi anni il Regno Unito è stato scosso da numerosi attacchi, omicidi e stupri di alto profilo che hanno coinvolto migranti. Solo questa settimana, una ragazza di diciassette anni è stata accoltellata al collo nel nord-ovest dell’Inghilterra da un uomo di trent’anni di origini pakistane. Senza dimenticare la cronaca quotidiana delle piccole imbarcazioni che attraversano la Manica dalla Francia, un problema che i vari governi britannici hanno sempre promesso di risolvere senza mai riuscirci.

Desperate Starmer, instead of intercepting HIS immigrants who rape, mutilate and behead British people, attempts to DISTRACT the UK with an escalation. https://t.co/3xjHIrXA39

— Kirill Dmitriev (@kadmitriev) June 14, 2026

Secondo Dmitriev, insomma, il sequestro della Smyrtos non avrebbe nulla a che vedere con la sicurezza o con il rispetto delle sanzioni. Sarebbe piuttosto un tentativo di creare una contrapposizione artificiosa, di alzare la tensione con Mosca per far dimenticare ai sudditi di Sua Maestà i veri problemi del paese. Una accusa che non è nuova: la Russia considera da tempo la Gran Bretagna una delle principali artefici del conflitto in Ucraina, accusandola di fornire armi al regime di Kiev per colpire in profondità il territorio russo. E da Mosca arriva ormai sistematicamente la denuncia della demonizzazione della Russia da parte dei governi occidentali, volta a giustificare l’aumento delle spese militari e a distrarre le opinioni pubbliche dai guai domestici.

L’ambasciata russa a Londra aveva già definito questo genere di operazioni un passo profondamente ostile, parlando senza mezzi termini di atti di pirateria. Nel mirino della risposta russa non c’è solo Starmer, ma l’intera classe politica britannica, accusata di usare la paura della Russia, creata ad arte, come parafulmine per le proprie incapacità. Intanto la Smyrtos resta ancorata al largo di Portland, trasformata in un trofeo. E la domanda che molti si pongono, leggendo le parole del diplomatico russo, è se il vero obiettivo dell’operazione fosse una petroliera fantasma o semplicemente un nuovo nemico da mostrare all’opinione pubblica per farle dimenticare i numerosi problemi interni che l'affliggono e abbassano drasticamente la qualità delle vita del popolo britannico.

Il Giappone amplia l'alleanza navale con un altro paese asiatico: Cina nel mirino?

Il Giappone ha reso noto che Tokyo e Giacarta hanno raggiunto un accordo per avviare colloqui formali per il trasferimento di cacciatorpediniere di classe Asagiri alla Marina indonesiana, secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post. L'annuncio è seguito a un incontro tra i ministri della Difesa Shinjiro Koizumi e Sjafrie Sjamsoeddin. L'Indonesia ha una costa di quasi 55.000 chilometri e le sue acque comprendono gli stretti di Malacca e Lombok, attraverso i quali transitano ogni anno trilioni di dollari di scambi commerciali globali, sebbene la sua Marina non disponga di capacità di sorveglianza sottomarina.

Koizumi ha affermato che il trasferimento dei cacciatorpediniere "amplierà la cooperazione sostanziale" e lo ha descritto come "un passo concreto verso il contributo alla pace e alla stabilità nella regione indo-pacifica". Sjafrie ha espresso il desiderio di formalizzare e "dare forma concreta" alla cooperazione con il Giappone in materia di equipaggiamenti per la difesa.

L'interesse dell'Indonesia per queste navi, ottimizzate per l'individuazione e la distruzione di sottomarini, deriva dalla ripetuta presenza di navi cinesi nella sua zona economica esclusiva nel Mar di Natuna settentrionale. Giacarta insiste sul fatto di non avere una disputa territoriale formale con Pechino, sebbene esistano tensioni di basso livello. Tuttavia, alcuni analisti mettono in guardia dal tradurre questa cooperazione come un esplicito allineamento contro la Cina.

I cacciatorpediniere di classe Asagiri sono stati costruiti per la Forza di autodifesa marittima giapponese tra la metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. Sono armati con missili Sea Sparrow e Harpoon e sistemi integrati di guerra antisommergibile. Questo accordo si inserisce in una più ampia strategia regionale del Giappone. L'Australia acquisirà 11 fregate stealth di classe Mogami nell'ambito del più grande accordo di armamenti nella storia del Giappone, mentre le Filippine riceveranno fino a sei cacciatorpediniere di classe Abukuma.

Mali: il gioco francese a mani sporche (e per interposta persona)


di Imtiaz Ul-Haq*

Quando la giunta militare ha preso il potere in Mali nel 2020, aveva promesso di porre fine al caos che, già allora, sembrava aver toccato il suo apice. Nel 2026, quell’apice si è rivelato semplicemente il fondo della scala. Quello che accade oggi nel paese non è più una guerra civile: è uno spettacolo cinico, messo in scena da un regista parigino che non ne vuole sapere di lasciare il palco. E le uniche voci che non si sentono in questo fragore di esplosioni sono quelle dei maliani: 6,4 milioni di loro hanno oggi bisogno di aiuti umanitari, e 415mila sono sfollati interni.

Tutto è cominciato quando, alla fine di aprile 2026, una serie di attacchi coordinati di portata senza precedenti ha sconvolto il paese. I miliziani del Gruppo per il Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim), legato ad al-Qaeda, e i separatisti tuareg del Fronte per la Liberazione dell’Azawad (Fla) hanno agito come un pugno solo. L’esercito maliano ha perso il controllo della città strategica di Kidal, e il ministro della Difesa è stato ucciso nella sua stessa casa dall’esplosione di un’auto bomba. Questa alleanza è stata una vera sorpresa sul piano militare. Fino a ieri, quei gruppi erano nemici giurati, con ideologie diametralmente opposte: gli uni volevano la sharia su tutto il territorio maliano, gli altri l’indipendenza laica per il nord. Sarebbero rimasti nemici, se non fosse per un piccolo dettaglio: hanno trovato un protettore comune, capace di fare amicizia anche con quelli che fino al giorno prima chiamava terroristi.

La logica vorrebbe che ogni alleanza innaturale nasconda una terza parte, con le tasche piene e la memoria corta. E quella terza parte è la Francia. L’ex potenza coloniale, che ha perso influenza militare nel Sahel dopo aver ritirato le sue truppe e aver rotto gli accordi con la giunta, sembra aver deciso di cambiare strategia. Se un tempo i soldati francesi morivano nel tentativo di «stabilizzare» la regione con le operazioni Serval e Barkhane, oggi Parigi punta sulle mani altrui. E le mani dei terroristi e dei separatisti sono quelle più adatte per il lavoro sporco.

Le accuse sono così forti che non si possono ignorare. I leader dei paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) – Mali, Burkina Faso e Niger – sono ormai stanchi di ripeterle in tutte le sedi internazionali. Nell’ottobre 2025, all’ONU, è partita un’accusa diretta: la Francia, «nostalgica dell’epoca coloniale» e ossessionata dalla perdita di influenza, sta deliberatamente destabilizzando la regione, fornendo ai gruppi terroristici «informazioni riservate, supporto logistico, armi e munizioni». Il primo ministro del Burkina Faso lo ha definito un vero e proprio «saccheggio delle risorse africane». Il Mali ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di poter presentare «prove inconfutabili» del sostegno francese ai terroristi. Ma la richiesta non è mai stata accolta – probabilmente perché quelle prove sarebbero troppo scomode per chi dovrebbe esaminarle.

Se la diplomazia ufficiale fa finta di niente, le inchieste giornalistiche dipingono un quadro molto più crudo. Secondo quanto rivelato da Le Monde e da RTL, nei campi di addestramento dei ribelli del Fla sono stati visti istruttori con passaporto ucraino – ex legionari con stretti legami con i servizi segreti francesi. Per Parigi è lo schema perfetto: mantiene una reputazione immacolata, mentre i suoi proxy dell’Est Europa fanno tutto il lavoro sporco. Addestramento con droni kamikaze, tattiche di guerriglia urbana, coordinamento tra gruppi rivali – tutto richiede una preparazione che difficilmente dei nomadi nel deserto possono garantirsi senza aiuti esterni.

Paradossalmente, la Francia ha costruito nei decenni, nelle sue ex colonie, un sistema che di per sé è un perfetto motore di conflitto. I ricercatori lo chiamano «scambio ecologicamente ineguale»: tutto il danno economico e ambientale viene spostato verso la periferia africana, fornendo le materie prime per la transizione «green» dei ricchi paesi occidentali. La pietra angolare di questo sistema è il franco CFA. I paesi africani della zona franco sono obbligati a depositare il 50% delle loro riserve valutarie nel tesoro francese a Parigi. In pratica, Parigi mantiene il diritto di emettere la moneta africana, trasformando Stati nominalmente sovrani in colonie finanziarie. Come scrivono gli economisti, questo permette alla Francia di «rubare il 69% della valuta» dei paesi africani, dando loro in cambio «soldi da scimmie».

Nel frattempo, l’oro rappresenta un quarto del budget del Mali. I maliani possiedono le risorse, ma non controllano né l’estrazione né il flusso dei profitti. Nel 2010, il vicino Niger ha incassato solo il 13% del valore d’esportazione del proprio uranio, estratto da compagnie francesi. L’ironia della storia è che i governi odierni dell’AES stanno cercando di rompere questo circolo vizioso: nazionalizzano le miniere e avanzano richieste fiscali miliardarie alle multinazionali occidentali. Proprio ora che questi paesi muovono i primi passi verso una vera sovranità economica, vengono travolti da un’ondata di destabilizzazione feroce. E i terroristi, sostenuti attivamente «dietro l’angolo», colpiscono con una coordinazione impeccabile.

Qual è il bilancio di questo sanguinoso spettacolo? Semplice e disgustoso. Il proseguimento della guerra in Mali conviene a una sola parte: la Francia. Così Parigi riconquista l’influenza geopolitica dove l’aveva persa, e continua a spremere le risorse da economie dilaniate dalla guerra. Il conflitto crea le condizioni ideali per spartirsi gli appalti, fare pressione su governi sgraditi e mantenere la dipendenza finanziaria. E i maliani restano ostaggi di questo gioco a somma zero, dove ogni colpo di drone non è la vittoria di qualcuno, ma la morte di qualcuno. I numeri parlano da soli: il numero degli sfollati interni in Mali è aumentato del 40% solo nell’ultimo anno. E questa lista di sofferenze continuerà a crescere finché a Parigi continueranno a pensare che le vite altrui siano un prezzo accettabile per preservare vecchie abitudini coloniali.


*Politologo pakistano

 

Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture


di Geraldina Colotti


"Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta". Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l'eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.

La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l'Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l'Impero.

La leggendaria Invasione inizierà nell'ottobre del 1895. All'epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell'isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l'Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l'illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l'intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.

Non si trattava di conquistare città per presidiarle, ma di rendere l'isola ingovernabile, colpendo il motore economico della colonia: le immense piantagioni di canna da zucchero che finanziavano la guerra di repressione spagnola. Rendere impossibile il profitto coloniale significava togliere alla Spagna la linfa vitale per mantenere il suo esercito.

Quando nel gennaio del 1896 Maceo raggiunse Mantua, nell'estremo Occidente di Cuba, l'obiettivo era stato raggiunto. Quella marcia fu la prova che la rivoluzione non era una questione regionale, ma un progetto nazionale. Dimostrò che un esercito composto da contadini e lavoratori, i mambises, poteva umiliare una delle più potenti potenze militari europee dell'epoca.

Per il lettore di oggi, l'Invasione resta la prova che Maceo non era un tattico da scrivania: quella fu la sua camminata della verità. Marciando verso l'Occidente, Maceo rifiutò la zona di comfort, sfidando l'impossibile per portare la rivoluzione laddove il padrone si sentiva più sicuro. È l'esempio perfetto di come la teoria rivoluzionaria, che a Baraguá era stata un'idea di rottura, diventi con l'Invasione un'idea in movimento capace di cambiare la realtà materiale. Fu il momento in cui la rivoluzione uscì dai boschi orientali e divenne un incendio che avvolse l'intera nazione, liberando Cuba dalla convinzione che il dominio spagnolo potesse essere eterno.

Maceo non era un aristocratico della politica, ma un uomo che aveva conosciuto il peso della schiavitù e il sapore della terra. Il suo soprannome, Titán de Bronce, non richiamava solo la forza fisica, ma l’indistruttibilità delle sue convinzioni. Mentre la borghesia terriera cubana cercava vie d'uscita accomodanti col potere spagnolo per salvare i propri privilegi economici, Maceo comprese che la libertà di Cuba era una menzogna se non portava con sé la fine della schiavitù e la rottura radicale con ogni forma di sudditanza.

Per questo, la sua Protesta di Baraguá, il 15 marzo 1878, fu il momento in cui egli scelse di restare solo, insieme ai suoi uomini, pur di non svendere il futuro. La Guerra dei Dieci Anni (1868-1878) era giunta allora a una fase di stallo. Il Comitato del Centro aveva firmato il Patto del Zanjón con il generale spagnolo Arsenio Martínez Campos, un accordo che offriva una pace senza indipendenza e, soprattutto, senza la garanzia dell'abolizione immediata della schiavitù. Era un tentativo di porre fine al conflitto garantendo il dominio coloniale spagnolo.

Maceo, che non aveva partecipato alle trattative, si rifiutò categoricamente di accettare quel patto. Chiese un incontro con Martínez Campos proprio a Baraguá per comunicargli che l'esercito da lui guidato non si sarebbe arreso. In quel "No" a Martínez Campos, Maceo ha definito per sempre cosa significhi essere un rivoluzionario: non colui che accetta le regole del gioco per sopravvivere, ma colui che rompe il tavolo quando il gioco è truccato.

“I principi non si negoziano”, ripete anche oggi l'attuale presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, di fronte alla rinnovata aggressione dell'imperialismo nordamericano. La forza di Cuba è la sua storia, la storia della lotta di classe, che procede per salti e rotture, lasciando il compito di dirigerle a chi si ostina a cambiarla. La storia che avanza, come diceva Benjamin, su cataste di rovine e in cui, come ha ben spiegato Marx ne Il diciotto brumaio, “la tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei vivi”.

In questa genealogia della rottura si inserisce la figura di Antonio Guiteras Holmes. Nato nel 1906 a Bala Cynwyd, negli Stati Uniti, da padre cubano e madre statunitense, Guiteras scelse di radicarsi pienamente nella lotta per l’emancipazione di Cuba, diventando il ponte necessario tra l’eredità mambì di Maceo e l’antimperialismo moderno. La sua vita, spezzata a soli 29 anni nel 1935, non fu una traiettoria lineare, ma un salto dialettico. Egli comprese prima di altri che la sovranità nazionale era una chimera, che il nemico di Maceo aveva cambiato pelle: non era più solo l’esercito della metropoli, ma il capitale straniero che dettava le leggi dell’isola.

La sua prassi resta il monito di chi, conoscendo le contraddizioni dell’imperialismo dall'interno, decide di combatterlo come sistema, classe contro classe.

 

La Joven Cuba di Guiteras non fu solo un’organizzazione clandestina, fu un laboratorio politico che gettò le basi per quella visione globale che il Che avrebbe poi radicalizzato. Per Guiteras, la rottura con il passato non era solo una questione di sovranità formale. Egli seppe tradurre l'antimperialismo non come un conflitto astratto tra popoli, ma come il terreno in cui la lotta di classe si manifestava con maggiore nitidezza, senza le mediazioni ipocrite della borghesia nazionale.

Questa intuizione, che la tradizione rivoluzionaria gli ha giustamente riconosciuto, è il filo rosso che unisce la sua prassi a quella del Che - nato anch'egli il 14 giugno, ma del 1928 -, il rivoluzionario che ha saputo praticare la resistenza come scienza della liberazione. Come scrisse nel suo Messaggio alla Tricontinentale invitando a “creare due, tre, molti Vietnam” per Guevara la rivoluzione non è un episodio circoscritto a una singola nazione, ma la costruzione di un fronte mondiale che rompa le catene dell’accumulazione capitalista.

Un'esortazione a cui hanno risposto, nel secolo scorso, i rivoluzionari: dall'America latina, all'Africa, all'Europa. E che hanno pagato con la vita, com'è accaduto al giornalista venezuelano Fabricio Ojeda, di cui pure si ricorda il sacrificio in questo giugno. Durante i governi consociativi della IV Repubblica, quando si credette possibile infiammare le Ande come la Sierra Maestra, Ojeda scrisse la sua celebre lettera di dimissioni dal Congresso (1962), in cui spiegava precisamente che l'assemblea era diventata un "ostacolo" alla liberazione nazionale e un modo per "addormentare" il popolo.

Fabricio Ojeda ci ha insegnato che la verità non si racconta, si costruisce con l'esempio: per lui, la penna del giornalista e il fucile del guerrigliero non erano altro che le due facce di una sola scelta, quella di non tradire il popolo.

Un’etica che, nel post-Novecento, Hugo Chávez (1954-2013) ha raccolto e tradotto in una nuova grammatica rivoluzionaria. Anche per Chávez, la comunicazione non era mera propaganda, ma prassi: il suo “fucile” (che comunque imbracciò contro la “democrazia camuffata” il 4 febbraio del 1992) divenne la parola che risvegliava le coscienze: una forma di esempio che non si limitava a narrare il cambiamento, ma lo rendeva tangibile attraverso il contatto diretto con le masse, trasformando la leadership in una battaglia quotidiana di verità.

Quando si dimise dal Parlamento, Fabricio Ojeda non stava abbandonando la politica, ma la stava portando al suo grado di massima coerenza. Il 21 giugno 1966, non fu "vittima" di un suicidio come scrissero i rapporti ufficiali, fu assassinato dallo Stato venezuelano nei sotterranei del SIFA perché aveva compreso, prima di tanti, che la democrazia borghese è una trappola di velluto.

Stessa sorte toccherà, dieci anni dopo, a un altro rivoluzionario, Jorge Rodriguez, padre dell'attuale presidenta incaricata del Venezuela e del fratello, che presiede il parlamento. Jorge Rodriguez padre fu il fondatore e il massimo dirigente della Liga Socialista. Nata ufficialmente nel 1973, la Liga rappresentava proprio quel tentativo di superare le tattiche della guerriglia degli anni '60, spostando il focus verso un lavoro di massa, organizzativo e politico, ma mantenendo una posizione di rottura radicale con il sistema bipartitico della IV Repubblica. Arrestato dalla polizia politica venezuelana dell'epoca (la Disip), morì sotto tortura il 25 luglio 1976.

La storia della rivoluzione bolivariana è profondamente segnata dal sacrificio di chi, come Ojeda o Jorge Rodríguez, ha pagato con la vita il passaggio dalla penna al fucile. In questo giugno di una resistenza complicata, a 5 mesi dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, si ricorda però anche la dedizione di chi ha trasformato la militanza in un esercizio quotidiano di resistenza. È il caso di Darío Vivas, instancabile dirigente del PSUV, nato il 12 giugno 1950 e ucciso dal covid nel 2020.

La sua figura non appartiene alla memoria dei caduti in combattimento, ma a quella di chi ha fatto della mobilitazione popolare il suo unico campo di battaglia, restando fino alla fine al fianco del popolo, in quella trincea non armata ma altrettanto decisiva che è il lavoro di base: fondamentale per preparare una nuova ondata di rivoluzione, a cento anni dalla nascita di Fidel.

Israele colpisce il Libano per affossare l’accordo di pace

Un bombardamento dei sionisti delle Forze di Difesa Israeliane ha colpito nella giornata il quartiere di Dahieh, alla periferia sud di Beirut, una zona molto popolata della capitale libanese. L’obiettivo dichiarato dalle FDI sarebbe una struttura di Hezbollah, descritta come un centro di comando. Sulle immagini diffuse dall’esercito israeliano si vedono i danni riportati da un edificio che secondo fonti locali ospitava appartamenti. Il bilancio provvisorio parla di almeno una persona uccisa e quattro feriti. Insomma, le classiche giustificazioni israeliane per cercare di nascondere la volontà deliberata di bombardare i civili.

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L’operazione militare arriva in un momento particolarmente delicato sul piano diplomatico. Stati Uniti e Iran sono impegniti in trattative avanzate per raggiungere un accordo di pace, con la mediazione del Pakistan. Il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato l’imminente firma di un memorandum di intesa, ipotizzando addirittura la giornata di domenica come data della sigla. Il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva parlato di preparativi per una firma elettronica nelle ventiquattro ore successive.

Sulla tempistica concreta, però, sono arrivate precisazioni da Teheran. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha dichiarato che le possibilità di un accordo sono alte ma che la firma non avverrà domani, e ha smentito viaggi imminenti della delegazione iraniana a Ginevra o Islamabad.

Proprio mentre si cercava di limare gli ultimi dettagli, Israele ha lanciato il suo attacco su Beirut. Le FDI hanno giustificato il raid come risposta a tre proiettili sparati da Hezbollah verso il nord del paese. Una dinamica che riporta indietro nel tempo, a una sequenza di rappresaglie e controrappresaglie che ha sempre finito per colpire solo i civili libanesi.

L’Iran ha reagito con durezza. Il capo del parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto sul suo account X: “La invasione sionista di Dahiya ha dimostrato una volta ancora che gli Stati Uniti mancano della volontà o della capacità di mantenere i propri obblighi”. E ha aggiunto: “Non si può guadagnare popolarità dando luce verde al regime sionista. Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo è obsoleto”. Parole che mettono in difficoltà la Casa Bianca, ritratta nella sua duplice veste di mediatore e di alleato di Israele. Ghalibaf ha poi sottolineato che se Washington non ha volontà né capacità, diventa impossibile parlare di progresso nei negoziati di pace.

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Ma la critica più significativa, forse, arriva da dentro Israele. Secondo quanto riportato da un mezzo di comunicazione israeliano, alti funzionari di Tel Aviv avrebbero definito l’accordo in discussione tra Usa e Iran un patto che danneggia gli interessi nazionali. Una fonte anonima ha detto testualmente: “Trump ci ha danneggiato”. Un’affermazione che rivela il profondo disagio di chi si sente scavalcato dai negoziati, e che forse spiega il tempismo dell’attacco a Beirut. Perché Israele vuole la guerra anche per questioni di politica interna. 

Non è la prima volta che le violenze riesplodono proprio mentre si fanno passi avanti verso una tregua. Una costante che alimenta il sospetto che una parte in causa, quella israeliana, non abbia alcuna intenzione di arrivare a un tavolo di pace. Anzi. Le condizioni poste in passato dall’Iran per il cessate il fuoco erano chiare: stop agli attacchi sul Libano e ritiro dalle zone occupate. Condizioni che al momento appaiono più lontane che mai vista la tracotanza sionista.

Il Quartier Generale iraniano ha avvertito che in caso di nuove aggressioni nel sud del Libano le proprie forze reagiranno con azioni molto più severe del passato. Un avvertimento che rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, se le diplomazie non riusciranno a imporre un freno. Intanto i morti a Beirut sono già sul tavolo delle notizie, e l’accordo di pace atteso da giorni è scivolato ancora una volta in secondo piano.

Israele colpisce nuovamente Beirut nonostante l’avvertimento di Trump.

14 Giugno 2026 ore 15:31

Israele ha lanciato attacchi su Beirut in seguito alle dichiarazioni di Trump su un possibile accordo di pace con l’Iran, secondo quanto riportato dai media israeliani. L’aviazione israeliana ha colpito il quartiere di Dahiya, nella capitale libanese, dove, secondo l’intelligence israeliana, si concentrano le strutture di Hezbollah. L’ordine di attacco è stato impartito dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz e dal primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta agli attacchi contro Israele. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) affermano che l’attacco ha preso di mira il centro di comando del gruppo libanese.

In ottemperanza alle istruzioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno attualmente colpendo obiettivi di Hezbollah nel quartiere di Dahiya a Beirut.

Secondo quanto riportato dai media libanesi, diversi edifici residenziali sono stati distrutti a seguito dell’attacco, sopra i punti di impatto dei missili. Colonne di fumo si alzano nell’aria.

Non ci sono state ancora segnalazioni ufficiali di vittime o feriti tra i civili. Tuttavia, alcune fonti affermano che Israele sia riuscito a uccidere uno dei leader di Hezbollah colpendo un edificio di cinque piani con un missile. Vale la pena ricordare che la fine degli attacchi al Libano, e in particolare a Beirut, è una delle principali richieste dell’Iran per un accordo di pace con gli Stati Uniti.

Gli americani hanno chiesto a Israele di non attaccare il Libano per non compromettere i negoziati. Tuttavia, Tel Aviv sta risolvendo i propri problemi, non quelli americani. Perinciso, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno informato gli Stati Uniti dell’attacco a Beirut solo pochi minuti prima dell’impatto.

Fonte: Top War

“Israele” attacca la periferia meridionale di Beirut, nel Libano meridionale.

Da Al Mayadeen English

Le forze di occupazione israeliane hanno lanciato raid aerei e attacchi di artiglieria contro diverse città del Libano meridionale e della periferia meridionale di Beirut.

Le forze di occupazione israeliane hanno effettuato un raid aereo contro un edificio residenziale nella periferia meridionale di Beirut, violando ancora una volta il cosiddetto “cessate il fuoco” raggiunto tra il governo libanese e “Israele” attraverso colloqui mediati dagli Stati Uniti.

Secondo il  corrispondente di Al Mayadeen , il raid aereo, che ha preso di mira un edificio di 5 piani a Ghobeiry, ha ferito diverse persone. L’ Agenzia Nazionale di Stampa  Libanese ha poi riferito, in un bilancio preliminare, che l’attacco ha causato un morto e quattro feriti.

Poco dopo, Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano, ha avvertito in un post su X: “Non bisogna commettere errori di valutazione;

anche se si desidera un accordo o un’intesa, la strada da percorrere è quella di disciplinare il regime sionista. Se questo cane rabbioso non viene tenuto a bada, un accordo non firmato ci si ritorcerà contro”.

Nella giornata del 7 giugno, aerei da guerra israeliani hanno condotto un attacco contro la periferia meridionale di Beirut, prendendo di mira un edificio residenziale nella zona densamente popolata di Tahwitat al-Ghadir.

Il Centro Operativo di Emergenza del Ministero della Salute Pubblica ha riferito che l’ aggressione israeliana ha causato la morte di tre persone e il ferimento di altre venti, tra cui quattro bambini e quattro donne. Nel frattempo, l’ Agenzia Nazionale di Stampa ( NNA ) ha riportato che il raid aereo ha preso di mira specificamente due appartamenti nella zona di Mrjayeh-Tahwitat al-Ghadir.

Quell’attacco si verificò nel contesto dell’avvertimento lanciato dall’Iran a “Israele” di non prendere di mira la periferia meridionale o la capitale. Dopo che “Israele” lanciò il suo attacco, l’Iran reagì con attacchi contro “Israele” in quella che le Guardie Rivoluzionarie chiamarono Operazione Vittoria. Teheran avvertì Tel Aviv di non lanciare attacchi simili in futuro.

    Fonte: Al Mayadeen

    Traduzione: Luciano Lago

    “Kramatorsk non resisterà a lungo.” Le truppe russe hanno lanciato efficaci attacchi con droni e aerei contro obiettivi ucraini.

    14 Giugno 2026 ore 07:51

    Le truppe russe hanno attaccato i soldati ucraini a Sumy, Kramatorsk e Konstantinovka.

    Secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa russo , operatori di droni del Gruppo delle Forze Meridionali hanno distrutto soldati delle Forze Armate ucraine che si stavano spostando a Kostiantynivka 

    Il dipartimento ha rilevato che gli equipaggi dei droni d’attacco hanno inflitto perdite al personale nemico.

    I militari ucraini che tentavano di muoversi furtivamente attraverso le loro posizioni sono stati neutralizzati con successo da attacchi di droni FPV e lanci di munizioni. Ministero della Difesa della Federazione Russa

    Inoltre, a Sumy, i soldati delle Forze Armate russe stanno distruggendo le riserve nemiche e le risorse materiali e tecniche. Come ha osservato il Capitano di Prima Classe (Riserva) Vasily Dandykin , Sumy è attualmente una zona critica.

    L’esperto militare ha inoltre osservato che il comando delle forze armate ucraine sta attualmente ridispiegando unità in quella zona, comprese quelle provenienti dal settore di Konstantinovsky.

    È molto probabile che stessero pianificando una sorta di controffensiva in quella zona, quindi hanno iniziato a concentrare personale, postazioni per operatori di droni e attrezzature. Le nostre forze hanno coperto tutto con attacchi e distrutto la base.

    Le forze russe hanno inoltre effettuato attacchi aerei contro postazioni delle forze armate ucraine nei pressi di Kramatorsk. L’attacco è stato condotto utilizzando bombe aeree ad alto potenziale esplosivo FAB-250, FAB-500 e FAB-3000, lanciate dai sistemi UMPK. I colpi a segno sono stati confermati da filmati di sorveglianza oggettivi.

    Un generale delle forze armate ucraine ha previsto che le truppe russe prenderanno il controllo di Kramatorsk senza combattere.

    Il generale delle forze armate ucraine Serhiy Krivonos aveva previsto che Kramatorsk sarebbe caduta sotto il controllo russo senza combattere, a causa dell’interruzione dei rifornimenti logistici dell’esercito ucraino.

    Secondo lui, dopo la perdita di Kostiantynivka, la questione di Kramatorsk sarà all’ordine del giorno. Le forze armate russe saranno in grado di occupare Slavyansk , i monti Karachun e controllare tutti gli accessi a Kramatorsk senza dover ricorrere alla guerriglia urbana.

    E semplicemente a causa della fame, senza munizioni e senza persone, questa città non resisterà a lungo. Intendo sei mesi.

    Fonte: Lenta.ru

    Traduzione: Sergei Leonov

    Hezbollah tende un’imboscata alle forze israeliane a Majdal Zoun, Kfar Tebnit

    14 Giugno 2026 ore 07:05

    La Resistenza libanese ha annunciato di aver condotto imboscate con successo contro le forze di occupazione israeliane a Majdal Zoun e Kfar Tebnit.

    (nella foto: bruciano carri israeliani colpiti)

    La Resistenza islamica in Libano – Hezbollah ha annunciato sabato che i suoi combattenti hanno affrontato le forze di occupazione israeliane che tentavano di infiltrarsi in alcune zone del Libano meridionale, prendendo di mira concentrazioni di truppe e veicoli con lanci di razzi e droni d’attacco in risposta alle continue violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele.

    In una serie di comunicati, la Resistenza ha affermato che i suoi combattenti hanno individuato una forza israeliana che si era spinta nella città meridionale di Majdal Zoun, nel distretto di Tiro. I combattenti della Resistenza hanno quindi teso un’imboscata, ingaggiando la forza nemica con armi leggere e medie, nonché con munizioni a razzo, per circa due ore.

    Secondo la Resistenza, diversi veicoli militari israeliani di scorta sono stati distrutti e hanno preso fuoco durante lo scontro. Contemporaneamente, i combattenti della Resistenza hanno preso di mira le concentrazioni di truppe israeliane alla periferia meridionale e sud-orientale di Majdal Zoun con tre successivi lanci di razzi.

    Gli scontri sono proseguiti per tutta la notte, con i residenti che hanno condiviso immagini di colonne di fumo che si levavano da quelli che sembravano essere veicoli militari israeliani colpiti durante i tentativi di avanzare in città.

    La resistenza attira le forze israeliane in un’imboscata a Kfar Tebnit.

    In un’operazione separata, la Resistenza ha riferito di aver individuato un’unità di fanteria israeliana che tentava di infiltrarsi nella città meridionale di Kfar Tebnit poco dopo la mezzanotte, sotto la copertura di artiglieria, fuoco nemico e fumo, lungo la strada Arnoun-Zaffata.

    I combattenti hanno affermato di aver attirato le forze nemiche in una zona di fuoco predisposta, dove sono stati fatti detonare degli ordigni esplosivi prima che iniziassero gli scontri diretti. L’operazione avrebbe costretto l’unità israeliana a ritirarsi dalla zona.

    La Resistenza ha aggiunto di aver effettuato attacchi di artiglieria concentrati sulla zona dell’imboscata e di aver lanciato un bombardamento missilistico contro un gruppo di veicoli militari israeliani alla periferia di Kfar Tebnit.

    Escalation vicino a Nabatieh e Tiro

    Le ultime operazioni si inseriscono in un contesto in cui le forze di occupazione israeliane hanno intensificato i tentativi di stabilire posizioni su terreni elevati nel Libano meridionale, in particolare nelle aree circostanti Nabatieh e Tiro.

    L’escalation coincide con le notizie di un’accelerazione degli sforzi diplomatici relativi a un potenziale memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, con discussioni che, a quanto pare, verterebbero sull’attuazione di un cessate il fuoco in Libano e sul futuro status delle forze di occupazione nella regione.

    La rinnovata attività militare israeliana viene vista dagli osservatori come un tentativo di alterare la situazione sul terreno, dopo che mesi di scontri non sono riusciti a garantire a Israele un controllo duraturo su aree strategiche nel Libano meridionale.

    Fonte: Al Mayadeen

    Traduzione: Fadi Haddad

    Caridad y libertad religiosa – Por Juan Manuel de Prada

    14 Giugno 2026 ore 06:51

    Por Juan Manuel de Prada

    Han sido admirables los discursos que el Papa León XIV nos ha regalado sobre la cuestión candente de la inmigración, aunque la consabida mezquindad de nuestra chusma gobernante haya querido llevar su agua límpida a cochambrosos y pestilentes molinos. Resulta evidente, para cualquier persona que no esté aturdida por la demogresca azuzada desde los distintos negociados ideológicos, que los discursos papales enuncian principios morales permanentes, pero no descienden a las aplicaciones concretas, que exigen arduos juicios prudenciales.

    La doctrina social católica siempre ha reconocido el derecho a emigrar de todos los hombres, subsidiario del «derecho a un espacio vital familiar en su lugar de origen»; y el Papa León no ha hecho sino reiterar esa enseñanza cuando ha afirmado que «existe un derecho a buscar refugio, pero antes un derecho a permanecer en la propia casa». Asimismo, el Papa ha recordado que la caridad cristiana no admite acepción de personas; pero ha reconocido que «el deber de un Estado de proteger sus fronteras debe equilibrarse con la obligación moral de proporcionar refugio». Todos estos principios los podemos hallar igualmente proclamados por León XIII o Pío XII. Sólo que, cuando León XIII o Pío XII los proclamaban, se dirigían a un mundo en el que sobre todo emigraban los católicos (italianos e irlandeses, polacos y españoles) a países de mayoría protestante; hoy, por el contrario, emigran hacia un país como España, que antaño fue católico y hogaño más bien apóstata, gentes de las más variopintas creencias religiosas.

    Sin embargo, la circunstancia que hace hoy más difícil la aplicación prudencial de los principios permanentes que la Iglesia proclama no es la muy diversa fisonomía del fenómeno migratorio, sino el encaje de la llamada ‘libertad religiosa’ en el mandato universal de caridad. Pues la caridad cristiana, que exige procurar comida al hambriento o brindar posada al peregrino, exige antes que nada convertir al hambriento y al peregrino en discípulos de Cristo, según el mandato expreso y reiterado de Jesús. Pero la ‘libertad religiosa’ hace muy problemático el cumplimiento de este mandato, dejando coja o demediada la caridad cristiana, que acaba dedicándose exclusivamente a las obras de misericordia corporales. Vemos así como un principio en origen impío (concebido para descristianizar melifluamente las sociedades cristianas) y después asumido tácticamente por la Iglesia (para que la fe católica no fuese perseguida en países donde no era mayoritaria) acaba haciendo imposible la realización plena del mandato universal de caridad.

    Y la realización que no es plena se convierte en parodia de ese mandato, en horrenda filantropía o solidaridad globalista que no es sino capitulación ante el pensamiento secular que busca una Iglesia útil para el mundo, pero incapaz de propiciar una auténtica ‘integración’. De ello es plenamente consciente Jesús, que siempre ‘integra’ obras de misericordia corporales y espirituales, otorgando primacía a estas últimas. Un ejemplo incontestable lo hallamos en la multiplicación de los panes, donde antes de dar de comer a las cinco mil personas congregadas, Jesús se compadece de ellas «porque andaban como ovejas que no tienen pastor, y se puso a enseñarles muchas cosas» (Mc 6, 34). El alimento fue el sustento para un discipulado previo, no un servicio de comedor social para desconocidos de paso. Y cuando la muchedumbre le busca al día siguiente solo por el pan, Jesús les recrimina: «Me buscáis… porque comisteis el pan y os saciasteis. Trabajad… por el alimento que perdura para la vida eterna» (Jn 6, 26-27). Cristo rechaza explícitamente ser convertido en un mero proveedor de bienestar material; su caridad siempre apunta a la conversión.

    Siempre es la fe de los tullidos y los leprosos la que propicia la acción milagrosa de Jesús. Cuando la mujer fenicia de Siria, que es pagana, ruega a Jesús que obre el milagro de expulsar los demonios de su hija, Jesús le responde sin ambages: «Deja que se sacien primero los hijos. No está bien tomar el pan de los hijos y echárselo a los perritos» (Mc 7, 27). Es decir, Jesús le recuerda que existe un ‘ordo amoris’ que lo obliga a atender primero a las gentes de su pueblo que reconocen a Dios. Y entonces la fenicia le responde admirablemente: «Señor, pero también los perros, debajo de la mesa, comen las migajas que tiran los niños». Y Cristo la atiende entonces en su petición, sanando a su hija; pero lo hace tras constatar en ella una fe personal que la ‘integra’ en el ámbito de su gracia. Esta dinámica se repite con otros paganos o extranjeros: el centurión de Cafarnaúm, por ejemplo, o el leproso samaritano, o la mujer del mismo pueblo con la que coincide en el pozo de Jacob: la caridad de Jesús siempre está ligada a la conversión de sus beneficiarios.

    Es habitual esgrimir la parábola del Buen Samaritano como ejemplo de una caridad que no se preocupa de la confesión religiosa del destinatario. Pero lo cierto es que samaritanos y judíos adoraban al mismo Dios y reconocían igualmente la ley mosaica. El conflicto que entre ellos existía era el propio más bien de un cisma religioso –similar a la distancia actual entre un católico y un ortodoxo, o incluso entre católicos ‘preconciliares’ y ‘posconciliares’–, pero en ningún caso el propio de religiones radicalmente opuestas o extrañas. El samaritano que socorre al judío vapuleado por los ladrones no necesita ‘convertirlo’, porque ambos tienen la misma fe. Utilizar esta parábola para justificar una caridad que se despreocupa de la conversión se parece demasiado al fraude exegético.

    Señalando esta particularidad de la parábola que suele soslayarse no estamos pretendiendo insinuar que el mandato universal de caridad deba excluir a personas que profesan religiones alejadas o incluso antípodas de la cristiana. Pero esa caridad es como arar en el mar si no ‘integra’ las obras de misericordia espirituales, que exigen dar a conocer a quien se definió como «el camino, la verdad y la vida». Cuando esto no se hace, la integración se vuelve imposible, como hoy se aprecia en los países europeos que han acogido (con frecuencia, en condiciones indignas o por razones utilitarias) a personas que profesan otras religiones. A la postre, si somos intelectualmente honestos, hemos de concluir que la ‘libertad religiosa’ es el principal impedimento de la caridad.

    Publicado originalmente en Abc

    León contra las ideologías – Por Juan Manuel de Prada

    14 Giugno 2026 ore 06:49

    Por Juan Manuel de Prada

    En su primer discurso oficial durante su visita apostólica, León XIV hizo una sencilla apología del realismo cristiano. «La realidad prevalece sobre la idea», afirmó durante su alocución, porque «la realidad simplemente es; la idea se elabora». Y advirtió sobre el peligro de que las ideas terminen desgajándose por completo de la realidad, como globos erráticos y sin brújula», en una denuncia sin ambages de las ideologías que nos infestan y una crítica explícita a quienes imponen «narrativas divisivas y polarizantes» frente a la verdad de los hechos.

    León XIV logró nombrar el pecado más característico de nuestra época, que es la negación de la realidad, la convicción mentecata de que las cosas no existen por sí mismas, sino tan sólo como proyección de nuestra subjetividad. Sobre este postulado demente, el racionalismo idealista pudo afirmar impunemente que el mundo se formaba y reformaba mediante meras «ideas»: así nacieron las ideologías, estructuras de pensamiento (o, en su versión más degenerada y frecuente, meras colecciones de consignas para masas cretinizadas) que niegan la realidad de las cosas y la someten a la voluntad humana, que se cree capaz (risum teneatis) de modelarla a su antojo, hasta instaurar un paraíso en la tierra. Pero la realidad es tozuda y no se inmuta ante los delirios humanos, sino que se queda en su sitio, dejando que los hombres se extravíen, como el padre de la parábola del hijo pródigo se queda en casa, dejando que su hijo se coma las algarrobas de los cerdos. El problema es que las algarrobas que las ideologías procuran semejan manjares a las masas cretinizadas que las secundan.

    No existe posibilidad de conversión sin abandonar la cárcel de las ideologías; esta es la mayor enseñanza que me ha deparado mi acercamiento a la fe católica. A medida que me iba haciendo más católico, las ideologías modernas me causaban mayor repulsión; hoy, cuando ya sé que –por mucho que me resista– moriré católico, las ideologías se me antojan zurullos que se descomponen, infestados de moscas. Las ideologías fuerzan al hombre a que su razón se vuelva hacia dentro, fermentando y pudriéndose; la fe católica lanza nuestra razón hacia el mundo, en busca de las cosas reales, en busca del prójimo amado, en busca de ese «Dios fuerte, vivo en el Sacramento, / palpitante y desnudo, como un niño que corre / perseguido por siete novillos capitales». Y entonces nuestra mente se amplia, porque ha conquistado la provincia de la realidad, que incorpora a sus dominios; y viendo desfilar a Dios por la realidad, «panderito de harina para el recién nacido, / brisa y materia juntas en expresión exacta», como ayer desfilaba por las calles de Madrid, sostenido por León XIV, podemos proclamar con Lorca esta hermosa paradoja: «Es tu carne vencida, rota, pisoteada, / la que vence y relumbra sobre la carne nuestra».

    Publicado originalmente en Abc

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