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Israele attacca Beirut per far deragliare i negoziati USA-Iran

L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut rischia di compromettere gli sforzi diplomatici in corso per porre fine all’attuale escalation regionale. Secondo quanto riportato da Fox News, citando un diplomatico coinvolto nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, i bombardamenti rappresentano un serio ostacolo alla conclusione di un accordo che sarebbe attualmente in fase avanzata di discussione. La fonte diplomatica ha affermato che i raid israeliani stanno creando “problemi per la finalizzazione dell’intesa”, accusando apertamente Tel Aviv di voler sabotare il percorso negoziale. Secondo questa lettura, l’operazione militare costituirebbe un tentativo di trascinare nuovamente Washington in un conflitto più ampio proprio mentre si cerca una soluzione diplomatica alla crisi.

L’attacco ha colpito un edificio residenziale nella Dahieh, la periferia meridionale della capitale libanese, area considerata una delle principali roccaforti di Hezbollah. L’azione militare costituisce inoltre una nuova violazione del fragile cessate il fuoco raggiunto tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sostenuto che l’aggressione dimostra l’incapacità o la mancanza di volontà degli Stati Uniti nel far rispettare gli impegni assunti.

Secondo Ghalibaf, concedere ulteriore spazio d’azione a Israele non favorirebbe alcuna concessione da parte iraniana e renderebbe impossibile proseguire lungo il percorso negoziale. Anche Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione parlamentare per la Sicurezza Nazionale, ha lanciato un duro avvertimento. Pur lasciando aperta la porta a un’intesa, ha affermato che qualsiasi accordo richiederebbe prima il contenimento delle azioni israeliane, sostenendo che ulteriori operazioni militari rischierebbero di compromettere definitivamente ogni tentativo di dialogo. L’attacco ha provocato due vittime e venti feriti, tra cui donne e bambini, secondo le autorità sanitarie libanesi. I bombardamenti hanno colpito appartamenti situati nell’area densamente popolata di Tahwitat al-Ghadir, alimentando nuove tensioni in un contesto regionale già estremamente instabile. L’episodio si inserisce in una fase particolarmente delicata, segnata dagli sforzi diplomatici per evitare un allargamento del conflitto tra Iran, Israele e gli attori regionali coinvolti.

Proprio mentre Washington e Teheran cercano una difficile via d’uscita dalla crisi, i raid su Beirut rischiano di trasformarsi in un ulteriore elemento di frizione, aumentando l’incertezza sulle prospettive di una soluzione negoziata e sul futuro della stabilità mediorientale. Un punto è chiaro: Israele vuole la guerra, anche per problemi di politica interna.


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Cuba smonta la narrativa degli aiuti USA

La polemica tra Cuba e Stati Uniti sull’assistenza umanitaria destinata all’isola si è nuovamente intensificata. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha accusato il segretario di Stato USA, Marco Rubio, di manipolare deliberatamente fatti e cifre riguardanti gli aiuti annunciati da Washington negli ultimi mesi. In un messaggio pubblicato sui social, Rodríguez ha ribadito che L’Avana non ha mai respinto gli aiuti offerti senza condizioni politiche. Tuttavia, il capo della diplomazia cubana ha definito “cinica” la narrativa statunitense, sottolineando che gli annunci di assistenza risultano poco significativi se confrontati con l’impatto delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.

Secondo il governo cubano, Washington ha impiegato oltre sei mesi per completare l’invio di un primo pacchetto di aiuti del valore di 3 milioni di dollari e diversi mesi per trasferire solo una parte dei successivi 6 milioni annunciati. Da qui il dubbio espresso da Rodríguez sulla reale volontà USA di concretizzare rapidamente il nuovo programma da 100 milioni di dollari presentato a maggio dal Dipartimento di Stato. L’Avana sostiene che tale cifra sia irrisoria rispetto ai danni economici provocati annualmente dall’embargo e dalle restrizioni energetiche, che secondo le autorità cubane superano i 5 miliardi di dollari l’anno.

Per il governo dell’isola, gli annunci umanitari avrebbero soprattutto una funzione propagandistica, mentre una misura realmente efficace sarebbe la revoca delle sanzioni e delle limitazioni alle forniture energetiche. La controversia si inserisce in un contesto di crescente tensione tra i due Paesi. Dall’inizio del secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Cuba denuncia un ulteriore irrigidimento della politica di pressione economica da parte di Washington. Secondo L’Avana, le nuove misure hanno aggravato le difficoltà del Paese in settori strategici come energia, sanità, trasporti, istruzione e approvvigionamento alimentare. G

li Stati Uniti, dal canto loro, sostengono che gli aiuti siano destinati direttamente alla popolazione cubana attraverso organizzazioni religiose e umanitarie indipendenti. Il governo cubano respinge però questa impostazione, affermando che il vero ostacolo allo sviluppo dell’isola non sia la mancanza di assistenza esterna, bensì il protrarsi di un blocco economico che dura da oltre sessant’anni e che continua a pesare in modo significativo sulla vita quotidiana della popolazione.


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La Gran Bretagna intercetta una petroliera nel Canale della Manica. Dmitriev: “Starmer vuole distrarre l’opinione pubblica"

I commando dei Royal Marines sono saliti a bordo della Smyrtos, una petroliera battente bandiera camerunese, mentre transitava nel Canale della Manica. A dare l’annuncio è stato direttamente il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha definito l’operazione un successo e l’ennesimo colpo alla Russia. Secondo quanto riportato in una dichiarazione congiunta con il Ministero della Difesa, si tratterebbe del primo intervento di questo tipo. La nave, lunga 243 metri, è stata ancorata vicino all’isola di Portland, al largo del Dorset, nella parte sud-occidentale dell’Inghilterra. Le autorità britanniche stanno ora ispezionando l’imbarcazione per valutare eventuali rischi ambientali o minacce alla sicurezza. Non sono state fornite informazioni sull’equipaggio.

Starmer ha pubblicato sui suoi profili social anche un video che mostra i militari armati mentre salgono a bordo della petroliera, vantandosi di aver diretto personalmente l’intercettazione. L’accusa nei confronti di Mosca è quella di utilizzare una cosiddetta 'flotta ombra' per aggirare le sanzioni occidentali sull’export di petrolio. Una tesi che l’ambasciata russa a Londra ha già bollato in passato come un atto di pirateria, ricordando che il governo britannico avrebbe già preparato il terreno legalmente a marzo, quando un parere legale avrebbe autorizzato i militari a salire a bordo di queste navi.

In the early hours of this morning, I directed our Armed Forces to intercept a shadow fleet oil tanker attempting to pass through the English Channel.

This successful operation delivers yet another blow to Russia and reminds those fueling Putin's war in Ukraine that we will not…

— Keir Starmer (@Keir_Starmer) June 14, 2026

Despite Putin’s best efforts to evade sanctions, we will not let him get away with it. pic.twitter.com/IIW3Cv2ENQ

— Keir Starmer (@Keir_Starmer) June 14, 2026

Ma la risposta più dura è arrivata dall'inviato del Cremlino Kirill Dmitriev, che ha pubblicamente accusato Starmer di avere ben altre priorità. In un post su X, Dmitriev ha scritto testualmente: “Il disperato Starmer, invece di intercettare i SUOI immigrati che violentano, mutilano e decapitano i cittadini britannici, tenta di DISTARRE il Regno Unito con un’escalation”. Parole pesanti che riportano l’attenzione su un tema spinoso per il governo di Londra. Negli ultimi anni il Regno Unito è stato scosso da numerosi attacchi, omicidi e stupri di alto profilo che hanno coinvolto migranti. Solo questa settimana, una ragazza di diciassette anni è stata accoltellata al collo nel nord-ovest dell’Inghilterra da un uomo di trent’anni di origini pakistane. Senza dimenticare la cronaca quotidiana delle piccole imbarcazioni che attraversano la Manica dalla Francia, un problema che i vari governi britannici hanno sempre promesso di risolvere senza mai riuscirci.

Desperate Starmer, instead of intercepting HIS immigrants who rape, mutilate and behead British people, attempts to DISTRACT the UK with an escalation. https://t.co/3xjHIrXA39

— Kirill Dmitriev (@kadmitriev) June 14, 2026

Secondo Dmitriev, insomma, il sequestro della Smyrtos non avrebbe nulla a che vedere con la sicurezza o con il rispetto delle sanzioni. Sarebbe piuttosto un tentativo di creare una contrapposizione artificiosa, di alzare la tensione con Mosca per far dimenticare ai sudditi di Sua Maestà i veri problemi del paese. Una accusa che non è nuova: la Russia considera da tempo la Gran Bretagna una delle principali artefici del conflitto in Ucraina, accusandola di fornire armi al regime di Kiev per colpire in profondità il territorio russo. E da Mosca arriva ormai sistematicamente la denuncia della demonizzazione della Russia da parte dei governi occidentali, volta a giustificare l’aumento delle spese militari e a distrarre le opinioni pubbliche dai guai domestici.

L’ambasciata russa a Londra aveva già definito questo genere di operazioni un passo profondamente ostile, parlando senza mezzi termini di atti di pirateria. Nel mirino della risposta russa non c’è solo Starmer, ma l’intera classe politica britannica, accusata di usare la paura della Russia, creata ad arte, come parafulmine per le proprie incapacità. Intanto la Smyrtos resta ancorata al largo di Portland, trasformata in un trofeo. E la domanda che molti si pongono, leggendo le parole del diplomatico russo, è se il vero obiettivo dell’operazione fosse una petroliera fantasma o semplicemente un nuovo nemico da mostrare all’opinione pubblica per farle dimenticare i numerosi problemi interni che l'affliggono e abbassano drasticamente la qualità delle vita del popolo britannico.

Il Giappone amplia l'alleanza navale con un altro paese asiatico: Cina nel mirino?

Il Giappone ha reso noto che Tokyo e Giacarta hanno raggiunto un accordo per avviare colloqui formali per il trasferimento di cacciatorpediniere di classe Asagiri alla Marina indonesiana, secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post. L'annuncio è seguito a un incontro tra i ministri della Difesa Shinjiro Koizumi e Sjafrie Sjamsoeddin. L'Indonesia ha una costa di quasi 55.000 chilometri e le sue acque comprendono gli stretti di Malacca e Lombok, attraverso i quali transitano ogni anno trilioni di dollari di scambi commerciali globali, sebbene la sua Marina non disponga di capacità di sorveglianza sottomarina.

Koizumi ha affermato che il trasferimento dei cacciatorpediniere "amplierà la cooperazione sostanziale" e lo ha descritto come "un passo concreto verso il contributo alla pace e alla stabilità nella regione indo-pacifica". Sjafrie ha espresso il desiderio di formalizzare e "dare forma concreta" alla cooperazione con il Giappone in materia di equipaggiamenti per la difesa.

L'interesse dell'Indonesia per queste navi, ottimizzate per l'individuazione e la distruzione di sottomarini, deriva dalla ripetuta presenza di navi cinesi nella sua zona economica esclusiva nel Mar di Natuna settentrionale. Giacarta insiste sul fatto di non avere una disputa territoriale formale con Pechino, sebbene esistano tensioni di basso livello. Tuttavia, alcuni analisti mettono in guardia dal tradurre questa cooperazione come un esplicito allineamento contro la Cina.

I cacciatorpediniere di classe Asagiri sono stati costruiti per la Forza di autodifesa marittima giapponese tra la metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. Sono armati con missili Sea Sparrow e Harpoon e sistemi integrati di guerra antisommergibile. Questo accordo si inserisce in una più ampia strategia regionale del Giappone. L'Australia acquisirà 11 fregate stealth di classe Mogami nell'ambito del più grande accordo di armamenti nella storia del Giappone, mentre le Filippine riceveranno fino a sei cacciatorpediniere di classe Abukuma.

Mali: il gioco francese a mani sporche (e per interposta persona)


di Imtiaz Ul-Haq*

Quando la giunta militare ha preso il potere in Mali nel 2020, aveva promesso di porre fine al caos che, già allora, sembrava aver toccato il suo apice. Nel 2026, quell’apice si è rivelato semplicemente il fondo della scala. Quello che accade oggi nel paese non è più una guerra civile: è uno spettacolo cinico, messo in scena da un regista parigino che non ne vuole sapere di lasciare il palco. E le uniche voci che non si sentono in questo fragore di esplosioni sono quelle dei maliani: 6,4 milioni di loro hanno oggi bisogno di aiuti umanitari, e 415mila sono sfollati interni.

Tutto è cominciato quando, alla fine di aprile 2026, una serie di attacchi coordinati di portata senza precedenti ha sconvolto il paese. I miliziani del Gruppo per il Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim), legato ad al-Qaeda, e i separatisti tuareg del Fronte per la Liberazione dell’Azawad (Fla) hanno agito come un pugno solo. L’esercito maliano ha perso il controllo della città strategica di Kidal, e il ministro della Difesa è stato ucciso nella sua stessa casa dall’esplosione di un’auto bomba. Questa alleanza è stata una vera sorpresa sul piano militare. Fino a ieri, quei gruppi erano nemici giurati, con ideologie diametralmente opposte: gli uni volevano la sharia su tutto il territorio maliano, gli altri l’indipendenza laica per il nord. Sarebbero rimasti nemici, se non fosse per un piccolo dettaglio: hanno trovato un protettore comune, capace di fare amicizia anche con quelli che fino al giorno prima chiamava terroristi.

La logica vorrebbe che ogni alleanza innaturale nasconda una terza parte, con le tasche piene e la memoria corta. E quella terza parte è la Francia. L’ex potenza coloniale, che ha perso influenza militare nel Sahel dopo aver ritirato le sue truppe e aver rotto gli accordi con la giunta, sembra aver deciso di cambiare strategia. Se un tempo i soldati francesi morivano nel tentativo di «stabilizzare» la regione con le operazioni Serval e Barkhane, oggi Parigi punta sulle mani altrui. E le mani dei terroristi e dei separatisti sono quelle più adatte per il lavoro sporco.

Le accuse sono così forti che non si possono ignorare. I leader dei paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) – Mali, Burkina Faso e Niger – sono ormai stanchi di ripeterle in tutte le sedi internazionali. Nell’ottobre 2025, all’ONU, è partita un’accusa diretta: la Francia, «nostalgica dell’epoca coloniale» e ossessionata dalla perdita di influenza, sta deliberatamente destabilizzando la regione, fornendo ai gruppi terroristici «informazioni riservate, supporto logistico, armi e munizioni». Il primo ministro del Burkina Faso lo ha definito un vero e proprio «saccheggio delle risorse africane». Il Mali ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di poter presentare «prove inconfutabili» del sostegno francese ai terroristi. Ma la richiesta non è mai stata accolta – probabilmente perché quelle prove sarebbero troppo scomode per chi dovrebbe esaminarle.

Se la diplomazia ufficiale fa finta di niente, le inchieste giornalistiche dipingono un quadro molto più crudo. Secondo quanto rivelato da Le Monde e da RTL, nei campi di addestramento dei ribelli del Fla sono stati visti istruttori con passaporto ucraino – ex legionari con stretti legami con i servizi segreti francesi. Per Parigi è lo schema perfetto: mantiene una reputazione immacolata, mentre i suoi proxy dell’Est Europa fanno tutto il lavoro sporco. Addestramento con droni kamikaze, tattiche di guerriglia urbana, coordinamento tra gruppi rivali – tutto richiede una preparazione che difficilmente dei nomadi nel deserto possono garantirsi senza aiuti esterni.

Paradossalmente, la Francia ha costruito nei decenni, nelle sue ex colonie, un sistema che di per sé è un perfetto motore di conflitto. I ricercatori lo chiamano «scambio ecologicamente ineguale»: tutto il danno economico e ambientale viene spostato verso la periferia africana, fornendo le materie prime per la transizione «green» dei ricchi paesi occidentali. La pietra angolare di questo sistema è il franco CFA. I paesi africani della zona franco sono obbligati a depositare il 50% delle loro riserve valutarie nel tesoro francese a Parigi. In pratica, Parigi mantiene il diritto di emettere la moneta africana, trasformando Stati nominalmente sovrani in colonie finanziarie. Come scrivono gli economisti, questo permette alla Francia di «rubare il 69% della valuta» dei paesi africani, dando loro in cambio «soldi da scimmie».

Nel frattempo, l’oro rappresenta un quarto del budget del Mali. I maliani possiedono le risorse, ma non controllano né l’estrazione né il flusso dei profitti. Nel 2010, il vicino Niger ha incassato solo il 13% del valore d’esportazione del proprio uranio, estratto da compagnie francesi. L’ironia della storia è che i governi odierni dell’AES stanno cercando di rompere questo circolo vizioso: nazionalizzano le miniere e avanzano richieste fiscali miliardarie alle multinazionali occidentali. Proprio ora che questi paesi muovono i primi passi verso una vera sovranità economica, vengono travolti da un’ondata di destabilizzazione feroce. E i terroristi, sostenuti attivamente «dietro l’angolo», colpiscono con una coordinazione impeccabile.

Qual è il bilancio di questo sanguinoso spettacolo? Semplice e disgustoso. Il proseguimento della guerra in Mali conviene a una sola parte: la Francia. Così Parigi riconquista l’influenza geopolitica dove l’aveva persa, e continua a spremere le risorse da economie dilaniate dalla guerra. Il conflitto crea le condizioni ideali per spartirsi gli appalti, fare pressione su governi sgraditi e mantenere la dipendenza finanziaria. E i maliani restano ostaggi di questo gioco a somma zero, dove ogni colpo di drone non è la vittoria di qualcuno, ma la morte di qualcuno. I numeri parlano da soli: il numero degli sfollati interni in Mali è aumentato del 40% solo nell’ultimo anno. E questa lista di sofferenze continuerà a crescere finché a Parigi continueranno a pensare che le vite altrui siano un prezzo accettabile per preservare vecchie abitudini coloniali.


*Politologo pakistano

 

Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture


di Geraldina Colotti


"Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta". Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l'eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.

La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l'Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l'Impero.

La leggendaria Invasione inizierà nell'ottobre del 1895. All'epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell'isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l'Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l'illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l'intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.

Non si trattava di conquistare città per presidiarle, ma di rendere l'isola ingovernabile, colpendo il motore economico della colonia: le immense piantagioni di canna da zucchero che finanziavano la guerra di repressione spagnola. Rendere impossibile il profitto coloniale significava togliere alla Spagna la linfa vitale per mantenere il suo esercito.

Quando nel gennaio del 1896 Maceo raggiunse Mantua, nell'estremo Occidente di Cuba, l'obiettivo era stato raggiunto. Quella marcia fu la prova che la rivoluzione non era una questione regionale, ma un progetto nazionale. Dimostrò che un esercito composto da contadini e lavoratori, i mambises, poteva umiliare una delle più potenti potenze militari europee dell'epoca.

Per il lettore di oggi, l'Invasione resta la prova che Maceo non era un tattico da scrivania: quella fu la sua camminata della verità. Marciando verso l'Occidente, Maceo rifiutò la zona di comfort, sfidando l'impossibile per portare la rivoluzione laddove il padrone si sentiva più sicuro. È l'esempio perfetto di come la teoria rivoluzionaria, che a Baraguá era stata un'idea di rottura, diventi con l'Invasione un'idea in movimento capace di cambiare la realtà materiale. Fu il momento in cui la rivoluzione uscì dai boschi orientali e divenne un incendio che avvolse l'intera nazione, liberando Cuba dalla convinzione che il dominio spagnolo potesse essere eterno.

Maceo non era un aristocratico della politica, ma un uomo che aveva conosciuto il peso della schiavitù e il sapore della terra. Il suo soprannome, Titán de Bronce, non richiamava solo la forza fisica, ma l’indistruttibilità delle sue convinzioni. Mentre la borghesia terriera cubana cercava vie d'uscita accomodanti col potere spagnolo per salvare i propri privilegi economici, Maceo comprese che la libertà di Cuba era una menzogna se non portava con sé la fine della schiavitù e la rottura radicale con ogni forma di sudditanza.

Per questo, la sua Protesta di Baraguá, il 15 marzo 1878, fu il momento in cui egli scelse di restare solo, insieme ai suoi uomini, pur di non svendere il futuro. La Guerra dei Dieci Anni (1868-1878) era giunta allora a una fase di stallo. Il Comitato del Centro aveva firmato il Patto del Zanjón con il generale spagnolo Arsenio Martínez Campos, un accordo che offriva una pace senza indipendenza e, soprattutto, senza la garanzia dell'abolizione immediata della schiavitù. Era un tentativo di porre fine al conflitto garantendo il dominio coloniale spagnolo.

Maceo, che non aveva partecipato alle trattative, si rifiutò categoricamente di accettare quel patto. Chiese un incontro con Martínez Campos proprio a Baraguá per comunicargli che l'esercito da lui guidato non si sarebbe arreso. In quel "No" a Martínez Campos, Maceo ha definito per sempre cosa significhi essere un rivoluzionario: non colui che accetta le regole del gioco per sopravvivere, ma colui che rompe il tavolo quando il gioco è truccato.

“I principi non si negoziano”, ripete anche oggi l'attuale presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, di fronte alla rinnovata aggressione dell'imperialismo nordamericano. La forza di Cuba è la sua storia, la storia della lotta di classe, che procede per salti e rotture, lasciando il compito di dirigerle a chi si ostina a cambiarla. La storia che avanza, come diceva Benjamin, su cataste di rovine e in cui, come ha ben spiegato Marx ne Il diciotto brumaio, “la tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei vivi”.

In questa genealogia della rottura si inserisce la figura di Antonio Guiteras Holmes. Nato nel 1906 a Bala Cynwyd, negli Stati Uniti, da padre cubano e madre statunitense, Guiteras scelse di radicarsi pienamente nella lotta per l’emancipazione di Cuba, diventando il ponte necessario tra l’eredità mambì di Maceo e l’antimperialismo moderno. La sua vita, spezzata a soli 29 anni nel 1935, non fu una traiettoria lineare, ma un salto dialettico. Egli comprese prima di altri che la sovranità nazionale era una chimera, che il nemico di Maceo aveva cambiato pelle: non era più solo l’esercito della metropoli, ma il capitale straniero che dettava le leggi dell’isola.

La sua prassi resta il monito di chi, conoscendo le contraddizioni dell’imperialismo dall'interno, decide di combatterlo come sistema, classe contro classe.

 

La Joven Cuba di Guiteras non fu solo un’organizzazione clandestina, fu un laboratorio politico che gettò le basi per quella visione globale che il Che avrebbe poi radicalizzato. Per Guiteras, la rottura con il passato non era solo una questione di sovranità formale. Egli seppe tradurre l'antimperialismo non come un conflitto astratto tra popoli, ma come il terreno in cui la lotta di classe si manifestava con maggiore nitidezza, senza le mediazioni ipocrite della borghesia nazionale.

Questa intuizione, che la tradizione rivoluzionaria gli ha giustamente riconosciuto, è il filo rosso che unisce la sua prassi a quella del Che - nato anch'egli il 14 giugno, ma del 1928 -, il rivoluzionario che ha saputo praticare la resistenza come scienza della liberazione. Come scrisse nel suo Messaggio alla Tricontinentale invitando a “creare due, tre, molti Vietnam” per Guevara la rivoluzione non è un episodio circoscritto a una singola nazione, ma la costruzione di un fronte mondiale che rompa le catene dell’accumulazione capitalista.

Un'esortazione a cui hanno risposto, nel secolo scorso, i rivoluzionari: dall'America latina, all'Africa, all'Europa. E che hanno pagato con la vita, com'è accaduto al giornalista venezuelano Fabricio Ojeda, di cui pure si ricorda il sacrificio in questo giugno. Durante i governi consociativi della IV Repubblica, quando si credette possibile infiammare le Ande come la Sierra Maestra, Ojeda scrisse la sua celebre lettera di dimissioni dal Congresso (1962), in cui spiegava precisamente che l'assemblea era diventata un "ostacolo" alla liberazione nazionale e un modo per "addormentare" il popolo.

Fabricio Ojeda ci ha insegnato che la verità non si racconta, si costruisce con l'esempio: per lui, la penna del giornalista e il fucile del guerrigliero non erano altro che le due facce di una sola scelta, quella di non tradire il popolo.

Un’etica che, nel post-Novecento, Hugo Chávez (1954-2013) ha raccolto e tradotto in una nuova grammatica rivoluzionaria. Anche per Chávez, la comunicazione non era mera propaganda, ma prassi: il suo “fucile” (che comunque imbracciò contro la “democrazia camuffata” il 4 febbraio del 1992) divenne la parola che risvegliava le coscienze: una forma di esempio che non si limitava a narrare il cambiamento, ma lo rendeva tangibile attraverso il contatto diretto con le masse, trasformando la leadership in una battaglia quotidiana di verità.

Quando si dimise dal Parlamento, Fabricio Ojeda non stava abbandonando la politica, ma la stava portando al suo grado di massima coerenza. Il 21 giugno 1966, non fu "vittima" di un suicidio come scrissero i rapporti ufficiali, fu assassinato dallo Stato venezuelano nei sotterranei del SIFA perché aveva compreso, prima di tanti, che la democrazia borghese è una trappola di velluto.

Stessa sorte toccherà, dieci anni dopo, a un altro rivoluzionario, Jorge Rodriguez, padre dell'attuale presidenta incaricata del Venezuela e del fratello, che presiede il parlamento. Jorge Rodriguez padre fu il fondatore e il massimo dirigente della Liga Socialista. Nata ufficialmente nel 1973, la Liga rappresentava proprio quel tentativo di superare le tattiche della guerriglia degli anni '60, spostando il focus verso un lavoro di massa, organizzativo e politico, ma mantenendo una posizione di rottura radicale con il sistema bipartitico della IV Repubblica. Arrestato dalla polizia politica venezuelana dell'epoca (la Disip), morì sotto tortura il 25 luglio 1976.

La storia della rivoluzione bolivariana è profondamente segnata dal sacrificio di chi, come Ojeda o Jorge Rodríguez, ha pagato con la vita il passaggio dalla penna al fucile. In questo giugno di una resistenza complicata, a 5 mesi dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, si ricorda però anche la dedizione di chi ha trasformato la militanza in un esercizio quotidiano di resistenza. È il caso di Darío Vivas, instancabile dirigente del PSUV, nato il 12 giugno 1950 e ucciso dal covid nel 2020.

La sua figura non appartiene alla memoria dei caduti in combattimento, ma a quella di chi ha fatto della mobilitazione popolare il suo unico campo di battaglia, restando fino alla fine al fianco del popolo, in quella trincea non armata ma altrettanto decisiva che è il lavoro di base: fondamentale per preparare una nuova ondata di rivoluzione, a cento anni dalla nascita di Fidel.

Israele colpisce il Libano per affossare l’accordo di pace

Un bombardamento dei sionisti delle Forze di Difesa Israeliane ha colpito nella giornata il quartiere di Dahieh, alla periferia sud di Beirut, una zona molto popolata della capitale libanese. L’obiettivo dichiarato dalle FDI sarebbe una struttura di Hezbollah, descritta come un centro di comando. Sulle immagini diffuse dall’esercito israeliano si vedono i danni riportati da un edificio che secondo fonti locali ospitava appartamenti. Il bilancio provvisorio parla di almeno una persona uccisa e quattro feriti. Insomma, le classiche giustificazioni israeliane per cercare di nascondere la volontà deliberata di bombardare i civili.

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L’operazione militare arriva in un momento particolarmente delicato sul piano diplomatico. Stati Uniti e Iran sono impegniti in trattative avanzate per raggiungere un accordo di pace, con la mediazione del Pakistan. Il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato l’imminente firma di un memorandum di intesa, ipotizzando addirittura la giornata di domenica come data della sigla. Il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva parlato di preparativi per una firma elettronica nelle ventiquattro ore successive.

Sulla tempistica concreta, però, sono arrivate precisazioni da Teheran. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha dichiarato che le possibilità di un accordo sono alte ma che la firma non avverrà domani, e ha smentito viaggi imminenti della delegazione iraniana a Ginevra o Islamabad.

Proprio mentre si cercava di limare gli ultimi dettagli, Israele ha lanciato il suo attacco su Beirut. Le FDI hanno giustificato il raid come risposta a tre proiettili sparati da Hezbollah verso il nord del paese. Una dinamica che riporta indietro nel tempo, a una sequenza di rappresaglie e controrappresaglie che ha sempre finito per colpire solo i civili libanesi.

L’Iran ha reagito con durezza. Il capo del parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto sul suo account X: “La invasione sionista di Dahiya ha dimostrato una volta ancora che gli Stati Uniti mancano della volontà o della capacità di mantenere i propri obblighi”. E ha aggiunto: “Non si può guadagnare popolarità dando luce verde al regime sionista. Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo è obsoleto”. Parole che mettono in difficoltà la Casa Bianca, ritratta nella sua duplice veste di mediatore e di alleato di Israele. Ghalibaf ha poi sottolineato che se Washington non ha volontà né capacità, diventa impossibile parlare di progresso nei negoziati di pace.

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— ???????? ??????? | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) June 14, 2026

Ma la critica più significativa, forse, arriva da dentro Israele. Secondo quanto riportato da un mezzo di comunicazione israeliano, alti funzionari di Tel Aviv avrebbero definito l’accordo in discussione tra Usa e Iran un patto che danneggia gli interessi nazionali. Una fonte anonima ha detto testualmente: “Trump ci ha danneggiato”. Un’affermazione che rivela il profondo disagio di chi si sente scavalcato dai negoziati, e che forse spiega il tempismo dell’attacco a Beirut. Perché Israele vuole la guerra anche per questioni di politica interna. 

Non è la prima volta che le violenze riesplodono proprio mentre si fanno passi avanti verso una tregua. Una costante che alimenta il sospetto che una parte in causa, quella israeliana, non abbia alcuna intenzione di arrivare a un tavolo di pace. Anzi. Le condizioni poste in passato dall’Iran per il cessate il fuoco erano chiare: stop agli attacchi sul Libano e ritiro dalle zone occupate. Condizioni che al momento appaiono più lontane che mai vista la tracotanza sionista.

Il Quartier Generale iraniano ha avvertito che in caso di nuove aggressioni nel sud del Libano le proprie forze reagiranno con azioni molto più severe del passato. Un avvertimento che rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, se le diplomazie non riusciranno a imporre un freno. Intanto i morti a Beirut sono già sul tavolo delle notizie, e l’accordo di pace atteso da giorni è scivolato ancora una volta in secondo piano.

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