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Ricevuto ieri — 16 Agosto 2026 Stampa Internazionale

Guerra e intelligence economica: informazioni e competizioni, la riflessione di Giuseppe Gagliano

16 Agosto 2026 ore 18:36

intelligence

Il volume di Giuseppe Gagliano, la cui firma i lettori di InsideOver ben conoscono, Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot, pubblicato da VA Éditions nel 2026, offre una ricostruzione articolata della riflessione sviluppata da Christian Harbulot sulla natura conflittuale dei rapporti economici internazionali. Il libro non si limita a presentare il percorso di uno dei fondatori dell’intelligence economica francese, ma utilizza il suo pensiero per affrontare una questione più ampia: l’incapacità delle classi dirigenti occidentali di riconoscere che l’economia contemporanea è diventata uno dei principali campi di applicazione della potenza.

Il punto di partenza è la critica alla rappresentazione liberale secondo la quale l’estensione degli scambi e l’interdipendenza avrebbero progressivamente neutralizzato le rivalità tra gli Stati. Questa convinzione ha dominato a lungo il discorso politico europeo, soprattutto dopo la fine della guerra fredda. Il mercato globale veniva presentato come uno spazio regolato da norme condivise, nel quale le imprese avrebbero gareggiato sulla base dell’efficienza, dell’innovazione e della qualità dei prodotti. Harbulot ha contestato precocemente questa interpretazione. La mondializzazione non ha cancellato la conflittualità: ne ha modificato gli strumenti, i protagonisti e i territori. Gli Stati continuano a perseguire interessi di potenza, ma possono farlo attraverso il credito, la tecnologia, il diritto, l’informazione, le infrastrutture e il controllo delle risorse. La guerra economica non rappresenta dunque una deviazione occasionale dal funzionamento normale del mercato. Essa costituisce una dimensione permanente della competizione internazionale.

Gagliano ricostruisce questa tesi inserendola all’interno dell’evoluzione intellettuale e istituzionale dell’intelligence economica francese. In tal modo evita di ridurre il pensiero di Harbulot a una successione di formule. I concetti acquistano significato attraverso il contesto storico nel quale sono maturati: il declino relativo dell’industria francese, l’ascesa del Giappone e delle economie asiatiche, la superiorità informativa degli Stati Uniti, l’emergere della Cina e la difficoltà europea di formulare una strategia autonoma.

Uno dei temi fondamentali riguarda la specificità delle culture nazionali della competizione. Le economie non agiscono tutte nello stesso modo perché non sono organizzate secondo un modello universale. Ciascuna potenza costruisce un rapporto particolare tra Stato, imprese, banche, ricerca scientifica e apparati informativi. Dietro la concorrenza tra singole aziende si svolge frequentemente una competizione tra sistemi capaci di coordinare risorse pubbliche e private. Il caso giapponese ha avuto, nella formazione del pensiero di Harbulot, una funzione rivelatrice. L’avanzata industriale del Giappone mostrò che imitazione, acquisizione delle conoscenze, pianificazione di lungo periodo e collaborazione tra istituzioni potevano produrre una capacità offensiva difficilmente comprensibile attraverso la sola teoria della libera concorrenza. L’Occidente tendeva a interpretare il successo giapponese come il risultato dell’efficienza aziendale, trascurando il coordinamento strategico che lo rendeva possibile.

Analoga importanza assume il modello statunitense. Gli Stati Uniti hanno saputo collegare superiorità scientifica, capacità finanziaria, produzione normativa, influenza culturale e apparati di sicurezza. La centralità del dollaro e l’estensione extraterritoriale del diritto consentono a Washington di incidere sulle scelte di imprese e governi stranieri. Le sanzioni, le limitazioni all’esportazione delle tecnologie e l’accesso condizionato al mercato americano possono produrre effetti strategici senza richiedere un intervento militare.

Lo Stato e l’economia

Il problema, pertanto, non è stabilire se uno Stato interferisca nell’economia. La vera questione riguarda la qualità, la coerenza e gli obiettivi di tale intervento. Alcune potenze lo fanno apertamente, altre attraverso strutture meno visibili. L’errore europeo consiste nell’avere spesso scambiato la propria rinuncia alla strategia per una regola universale, senza accorgersi che i concorrenti continuavano a proteggere e sostenere i propri interessi.

Il libro attribuisce un ruolo importante al rapporto Martre del 1994, passaggio decisivo nella formalizzazione francese dell’intelligence economica. Quel documento cercò di elaborare una risposta alla frammentazione delle conoscenze e alla debole cooperazione tra amministrazioni, imprese e mondo della ricerca. L’informazione utile alla competitività non poteva rimanere dispersa tra istituzioni incapaci di comunicare. Doveva diventare una risorsa collettiva, organizzata in funzione degli interessi strategici del Paese.

L’originalità di questa impostazione risiedeva nella ricerca di una via francese, distinta tanto dal modello americano quanto da quello giapponese. Non si trattava di copiarne meccanicamente le strutture, ma di costruire un sistema coerente con la storia politica e amministrativa nazionale. La creazione dell’École de guerre économique nel 1997 si colloca in questa prospettiva: formare dirigenti capaci di riconoscere la conflittualità, analizzare le strategie avversarie e trasformare l’informazione in capacità di azione.

Gagliano mette in evidenza come l’intelligence economica non coincida con lo spionaggio industriale. Essa comprende la raccolta legale delle informazioni, la loro interpretazione, la protezione del patrimonio immateriale e l’influenza sull’ambiente decisionale. Il suo scopo non è semplicemente sapere, ma ridurre l’incertezza, anticipare le minacce e creare condizioni favorevoli al conseguimento di un obiettivo.

La protezione delle informazioni costituisce soltanto una parte del problema. Un’organizzazione può difendere efficacemente i propri dati e rimanere vulnerabile se non comprende le trasformazioni del contesto. La sicurezza passiva deve essere accompagnata da una capacità offensiva, intesa come possibilità di orientare una norma, contrastare una campagna ostile, difendere una reputazione o modificare il calcolo di un concorrente.

Da qui deriva l’importanza attribuita alla guerra dell’informazione e alla guerra cognitiva. La prima riguarda l’impiego dell’informazione per influenzare comportamenti e decisioni. La seconda agisce a un livello ancora più profondo, perché mira a condizionare le categorie attraverso le quali una società interpreta la realtà. Non è necessario nascondere un fatto quando è possibile determinarne preventivamente il significato.

Una campagna informativa può trasformare un’impresa in un simbolo negativo, isolare un governo o rendere politicamente impraticabile una decisione economicamente razionale. Organizzazioni non governative, fondazioni, gruppi di pressione, centri di ricerca e mezzi di comunicazione possono partecipare a queste dinamiche anche senza ricevere istruzioni dirette da uno Stato. La complessità deriva precisamente dalla sovrapposizione tra iniziative spontanee, interessi economici e strategie di potenza.

Il capitale informativo diventa così una risorsa difensiva e offensiva. Il suo valore non dipende dalla semplice accumulazione di dati, ma dalla possibilità di inserirli in una visione strategica. Senza un obiettivo politico, l’informazione rimane frammentaria. Senza una struttura capace di utilizzarla, anche la conoscenza più accurata perde efficacia.

L’Occidente: tante informazioni, poche decisioni

Questo passaggio permette di comprendere una delle critiche più incisive rivolte all’Occidente. Le società occidentali dispongono di università, imprese tecnologiche, servizi di informazione e centri di ricerca di altissimo livello, ma spesso non riescono a integrarli in una strategia comune. L’abbondanza delle informazioni convive con la debolezza della decisione. Si conoscono le dipendenze, si producono rapporti sulle vulnerabilità e si denunciano i rischi, ma le correzioni arrivano soltanto dopo la crisi.

Il caso del Venezuela, esaminato nel volume come applicazione concreta della guerra economica, consente di osservare la combinazione di strumenti finanziari, commerciali, energetici, giuridici e informativi. Al di là di qualsiasi giudizio sul suo sistema politico, il Paese rappresenta un laboratorio nel quale la pressione economica viene impiegata per ridurre le risorse disponibili, restringere i margini di azione del governo e incidere sugli equilibri interni.

Questo esempio mostra perché sia insufficiente analizzare separatamente sanzioni, diplomazia, comunicazione e mercati energetici. Gli strumenti acquistano efficacia quando vengono coordinati. Una restrizione finanziaria può indebolire l’industria petrolifera; la riduzione delle entrate può aggravare la crisi sociale; la crisi alimenta una narrazione internazionale di fallimento; tale narrazione legittima ulteriori pressioni. La guerra economica si presenta quindi come un processo cumulativo, nel quale ciascuna misura rafforza le altre.

L’approccio di Gagliano risulta particolarmente rilevante per l’Italia. Il nostro Paese possiede imprese competitive, conoscenze scientifiche, capacità manifatturiere e una posizione geografica strategica. Tuttavia, la frammentazione delle responsabilità e l’insufficiente cultura della sicurezza economica rendono difficile proteggere questi vantaggi. La difesa di un’azienda viene spesso affrontata soltanto quando un’acquisizione è già in corso, mentre manca una valutazione preventiva delle filiere, delle tecnologie e delle dipendenze.

Il libro induce anche a riflettere sulle ambizioni dell’Unione europea. La sovranità economica europea non può essere ridotta alla produzione di regolamenti. Il potere normativo è efficace soltanto quando poggia su una base industriale, tecnologica, finanziaria ed energetica adeguata. Un continente dipendente da piattaforme digitali, fornitori esterni e protezione militare altrui rischia di confondere l’autonomia formale con la capacità effettiva di agire.

La sovranità, nell’impostazione ricostruita da Gagliano, non significa autarchia. Significa conoscere le proprie dipendenze, selezionarle e impedire che possano essere trasformate in strumenti di ricatto. Ogni economia moderna dipende da risorse e tecnologie esterne; la vulnerabilità nasce quando tali dipendenze sono concentrate, insostituibili oppure controllate da un attore potenzialmente ostile.

Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot è dunque più di un’esposizione del pensiero di uno studioso. È una riflessione sulla necessità di ricostruire una cultura della potenza adeguata alle forme contemporanee del conflitto. Il suo valore risiede nella capacità di collegare storia delle idee, analisi economica, informazione e geopolitica, mostrando che questi ambiti non possono più essere studiati separatamente.

Il volume lascia infine emergere una conclusione tanto semplice quanto scomoda: chi rifiuta di riconoscere la guerra economica non contribuisce a eliminarla, ma rinuncia a difendersi. Nell’ordine internazionale attuale, la neutralità del mercato è spesso una rappresentazione costruita dalle potenze che possiedono gli strumenti necessari per orientarlo. Comprendere questa realtà non significa auspicare un conflitto permanente; significa creare le condizioni per non subirlo passivamente. È precisamente in questa capacità di rendere visibili i rapporti di forza nascosti dietro il linguaggio degli scambi che si trova il maggiore interesse del libro di Giuseppe Gagliano.

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La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini

16 Agosto 2026 ore 11:59

La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore Robert Shageev, 49 anni, fino al 2014 comandante dello “Zaporizhzhia”, l’unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l’avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da Margarita Reut, 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per “discredito delle forze armate russe”, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l’attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l’ergastolo.

Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n’è quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d’altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.

Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. Un buon bacino di arruolamento dopo l’invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l’Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i circa 11 milioni di immigrati, in gran parte originari delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.

Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo Igor Kirillov, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, Akhmad Kurbanov, al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l’atto terroristico. Meno di un anno prima, nell’aprile del 2023, in un attentato simile era morto Maxim Fomin, meglio noto come Vladen Tatarskij, un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all’interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l’altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.

Altro esempio: il generale Fanil Sarvarov, responsabile dell’addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l’ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.

Potremmo fare altri esempi ma il modus operandi dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un ‘altra versione “indipendente” sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un’altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksander Dugin, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva “marcato” l’auto del padre e della figlia per indirizzare l’attentato. L’altra era un’ucraina, Natalja Vovk, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere Anastasia Berezovska, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.

A proposito: per l’attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l’unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni.

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Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce

16 Agosto 2026 ore 01:52

russia e ucraina

A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022, il conflitto ucraino è ormai entrato nella sua terza trasformazione operativa. Dopo la fase iniziale caratterizzata dall’offensiva russa su più direttrici e dal tentativo di conquistare rapidamente Kiev per imporre un cambio di governo, è seguita la stagione delle controffensive ucraine, culminata con il recupero di importanti territori tra il 2022 e il 2023. Oggi prevale invece una lunga fase di logoramento, nella quale nessuno dei due contendenti appare in grado di conseguire una vittoria decisiva sul campo in maniera rapida.

La domanda cruciale non è tanto se la guerra continuerà, quanto quale funzione abbiano oggi le operazioni militari. Le forze ucraine cercano realmente di rompere lo stallo attraverso una serie di successi capaci di modificare radicalmente gli equilibri strategici? Oppure le offensive e gli attacchi in profondità costituiscono soprattutto strumenti per migliorare la propria posizione in vista di un futuro negoziato?

Le due ipotesi non si escludono. Nella storia delle guerre moderne, combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari. Clausewitz ricordava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; altrettanto vero è che la politica continua durante la guerra. I canali diplomatici raramente si interrompono completamente, anche nei conflitti più duri. Cambiano intensità, interlocutori e obiettivi, ma continuano a esistere.

Paradossalmente, quanto più si avvicina la prospettiva di un negoziato, tanto più la guerra tende a intensificarsi. Le parti cercano di strappare gli ultimi vantaggi militari utili a rafforzare la propria posizione negoziale, nella consapevolezza che il rapporto di forza sul campo condizionerà inevitabilmente il compromesso diplomatico. È spesso alla vigilia della pace che la guerra mostra il suo volto più feroce.

Gli effetti del conflitto oltre il fronte

L’errore più frequente consiste nell’osservare la guerra esclusivamente attraverso il confronto tra Mosca e Kiev. In realtà il teatro ucraino è inserito in una rete di rapporti molto più ampia, nella quale ogni attore combatte anche per obiettivi differenti da quelli immediatamente militari. Gli interessi di Washington, delle principali capitali europee, della Turchia, della Cina, dell’Iran e delle monarchie del Golfo contribuiscono a definire il quadro strategico almeno quanto le decisioni prese al Cremlino o a Bankova.

Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato per gli Stati Uniti uno strumento utile per provare parzialmente a riaffermare la centralità della NATO e consolidare la propria leadership sugli alleati europei dopo anni di crescenti divergenze. All’interno di alcune interpretazioni geopolitiche, inoltre, il conflitto viene letto anche come un fattore che ha accelerato il distacco energetico tra Germania e Russia, riducendo una forma di interdipendenza considerata potenzialmente problematica per la coesione del blocco occidentale. Si tratta di una lettura discussa, ma che evidenzia come il conflitto abbia prodotto effetti ben oltre il fronte militare.

Ciò non significa che Washington persegua necessariamente una sconfitta totale della Federazione Russa. Al contrario, la linea seguita prima dall’amministrazione Biden e poi, pur con una retorica differente, dall’amministrazione Trump sembra mantenere una costante: sostenere l’Ucraina senza provocare un collasso dello Stato russo. Una destabilizzazione incontrollata della principale potenza nucleare del pianeta rappresenterebbe infatti un rischio difficilmente gestibile.

Allo stesso tempo, una Russia percepita come una minaccia continua a svolgere una funzione politica nei confronti dell’Europa orientale, contribuendo a mantenere la centralità della presenza americana sul continente e, più in generale, la leadership statunitense all’interno della NATO, anche nei confronti della Germania.

In questa chiave di lettura utile ricordare anche il tentativo di rivolta guidato da Evgenij Prigožin nel giugno 2023. In quei giorni Washington invitò gli alleati a non sfruttare la crisi interna russa e a evitare qualsiasi iniziativa che potesse essere interpretata come un coinvolgimento diretto negli eventi, segnalando come l’obiettivo non fosse favorire un collasso del potere statale russo.

Del resto, pur essendo stati rivali per gran parte dell’ultimo secolo, Stati Uniti e Russia hanno sempre evitato uno scontro militare diretto tra le rispettive forze armate. Anche durante le fasi di massima tensione della Guerra fredda, entrambe le potenze hanno privilegiato il confronto indiretto, nella consapevolezza che era utile per entrambe tenere la Germania divisa.

Che cosa serve per un compromesso

La Russia, inoltre, continua a non costituire da sola il principale competitore sistemico degli Stati Uniti. I limiti economici della Federazione ne riducono la capacità di sostenere una competizione globale di lungo periodo. Il vero confronto strutturale di Washington rimane quello con la Cina. Anche per questo motivo appare eccessivo interpretare l’attuale convergenza russo-cinese come un’alleanza priva di contraddizioni. La crescente penetrazione economica di Pechino nello spazio centroasiatico interessa infatti aree che Mosca considera tradizionalmente parte della propria sfera d’influenza, aprendo inevitabili elementi di competizione.

La prosecuzione della guerra dipenderà quindi anche dal modo in cui gli Stati Uniti ridefiniranno il proprio calcolo strategico. Se il conflitto continuerà a produrre benefici geopolitici superiori ai costi, Washington manterrà probabilmente il sostegno a Kiev. Se invece tali costi dovessero aumentare oppure l’attenzione americana dovesse concentrarsi prioritariamente sull’Indo-Pacifico, potrebbero rafforzarsi le pressioni per una soluzione negoziale.

Una simile soluzione, tuttavia, non dipenderebbe esclusivamente dalla volontà americana. Sarebbe necessario il formarsi di un equilibrio internazionale sufficientemente ampio da indurre tanto Mosca quanto Kiev ad accettare un compromesso. In altre parole, occorrerebbe una convergenza tra le principali potenze interessate affinché nessuna delle parti percepisca maggiori vantaggi nella prosecuzione della guerra.

Anche gli episodi apparentemente periferici confermano la natura sistemica del conflitto. I recenti segnali di riavvicinamento diplomatico tra Kiev e Teheran mostrano come persino due Paesi collocati su fronti opposti possano mantenere margini di dialogo quando ciò risponde ai rispettivi interessi. L’Iran occupa una posizione geografica decisiva: controlla uno spazio che collega il Golfo Persico al Mar Caspio, proiettandosi verso il Caucaso, l’Asia centrale, l’Afghanistan e il Pakistan. Si tratta di uno dei principali snodi energetici e geopolitici dell’Eurasia. Anche per questo motivo nessun attore internazionale può permettersi di ignorarne la stabilità.

La coesione interna

La stessa guerra evidenzia inoltre come nessuna società impegnata in un conflitto di lunga durata rimanga perfettamente coesa. L’Ucraina continua a mostrare un elevato grado di mobilitazione nazionale, ma le tensioni legate alla leva, alla gestione dei coscritti e alla distribuzione dei sacrifici stanno assumendo un peso crescente nel dibattito interno. Le recenti modifiche ai vertici politici e militari riflettono anche queste difficoltà. Fenomeni analoghi interessano la Russia, dove le modalità di reclutamento mettono in luce profonde differenze territoriali e sociali. In entrambi i casi, tuttavia, tali contraddizioni non sembrano ancora mettere in discussione la prosecuzione dello sforzo bellico.

Anche l’evoluzione delle operazioni militari appare coerente con questa logica. Gli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche, impianti industriali e nodi logistici della Federazione Russa non puntano soltanto a ridurre le capacità materiali dell’avversario. Essi cercano anche di aumentare il costo economico della guerra, coinvolgendo segmenti della società russa finora relativamente protetti dagli effetti diretti del conflitto. Colpire interessi economici, filiere produttive e gruppi imprenditoriali significa introdurre nuove variabili nella formazione del consenso interno, esercitando pressioni differenti rispetto a quelle derivanti dalle perdite sul campo.

Da parte russa permane invece l’obiettivo di logorare progressivamente la capacità militare, economica e demografica dell’Ucraina, mantenendo l’iniziativa strategica senza assumere rischi tali da compromettere la stabilità interna della Federazione.

La guerra resta dunque sospesa tra due logiche. Da un lato il tentativo di modificare gli equilibri sul terreno; dall’altro la costruzione delle condizioni politiche per una futura trattativa. È probabile che nessuna delle due dimensioni prevalga completamente sull’altra. Ogni offensiva, ogni attacco in profondità, ogni negoziato riservato rappresentano tasselli di un medesimo processo.

La Russia, inoltre, non sembra intenzionata a concentrare tutte le proprie risorse militari sul fronte ucraino. Mosca deve infatti tenere conto della possibilità, per quanto non ritenuta imminente, che possano aprirsi nuove aree di crisi o ulteriori fronti di confronto. Per questa ragione è costretta a preservare una quota significativa delle proprie capacità militari come riserva strategica, evitando di impegnare integralmente uomini e mezzi nel teatro ucraino. La gestione del conflitto, dunque, risponde non solo alle esigenze operative del fronte, ma anche alla necessità di mantenere margini di flessibilità rispetto a possibili sviluppi del quadro internazionale.

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