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L’Italia non protegge gli hacker etici

14 Ottobre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con l’intelligenza artificiale

Il 7 ottobre 2026, l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza (ACN) ha adottato la Politica nazionale di divulgazione coordinata delle vulnerabilità (CVD: Coordinated Vulnerability Disclosure) e ha invitato la comunità digitale italiana a segnalare tutte le vulnerabilità zero-day, quindi ancora sconosciute, scoperte su sistemi di soggetti pubblici e privati.

Un passo in avanti, senza dubbio. Peccato che il passo in avanti fosse già previsto per legge dall’articolo 12 della Direttiva NIS2 (la normativa europea che punta rafforzare la sicurezza informatica di aziende, enti pubblici e servizi considerati critici), pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nel dicembre 2022. Quattro anni di attesa per adempiere a un obbligo già scritto nero su bianco. È probabilmente il ritmo fisiologico della macchina pubblica italiana quando si tratta di tecnologia: la direttiva arriva, viene recepita con il decreto legislativo nel 2024, poi si aspetta un altro anno prima che qualcuno adotti gli strumenti operativi che quella norma richiedeva. Nel frattempo, però, le vulnerabilità informatiche esistono lo stesso.

La politica in sé ha una struttura ragionevole: il ricercatore segnala una vulnerabilità al CSIRT Italia (Computer Security Incident Response Team: la squadra nazionale che si occupa di gestire e coordinare la risposta agli incidenti informatici), il CSIRT si coordina con il fabbricante o il gestore del sistema vulnerabile, si trova una patch, poi si divulga. 

È possibile segnalare anche in forma anonima tramite una piattaforma dedicata sul sito ACN, che però al momento non risulta ancora essere attiva. Il messaggio pubblico di ACN è persino entusiasta: la community è invitata a collaborare, gli hacker etici sono benvenuti, insieme si costruisce un ecosistema digitale più sicuro. I problemi, come spesso avviene, sono nella nota in calce, quella che nessuno commenta nei comunicati ufficiali.

I rischi penali

La Politica CVD di ACN contiene infatti una clausola che vale la pena citare quasi alla lettera: le attività di ricerca delle vulnerabilità vanno condotte nel rispetto della legge e non devono integrare fattispecie di reato. Traduzione: segnalateci pure tutto quello che trovate, ma non aspettarti protezione se hai violato la legge.

Il punto è che in Italia la legge in questione è l’articolo 615-ter del Codice Penale, che punisce chiunque acceda abusivamente a un sistema informatico protetto da misure di sicurezza. La norma non distingue tra chi entra per rubare dati e chi entra per trovare una falla e segnalarla. I motivi del ricercatore sono, sul piano tecnico-giuridico, sostanzialmente irrilevanti: lo ha chiarito la Cassazione a Sezioni Unite nel 2012, che ha spostato il focus sulla qualità dell’accesso rispetto all’autorizzazione ricevuta. Chi accede a un sistema informatico protetto senza autorizzazione rischia di commettere un reato, indipendentemente dalle sue intenzioni.

ACN non è un’autorità giudiziaria e non può quindi garantire immunità penale a nessuno. Al massimo può impegnarsi a non sporgere querela come soggetto offeso, ma il Pubblico Ministero può comunque procedere d’ufficio. E se il sistema vulnerabile appartiene a un ente terzo, ACN non ha alcun potere su quel soggetto. L’anonimato garantito dalla piattaforma protegge l’identità del segnalante durante il processo, ma non sana retroattivamente l’accesso abusivo che ha permesso di trovare la vulnerabilità. L’unico modo per fare security research su sistemi altrui senza rischiare un procedimento penale resta quello di sempre: farsi dare l’autorizzazione. Che è un penetration test. Non una CVD.

Cosa succede nel resto d’Europa

Il Belgio ha risolto il problema nel 2022 con una norma specifica e nel 2024 l’ha consolidata nella propria legge di recepimento NIS2: chi rispetta le condizioni del safe harbor – ovvero nessun intento fraudolento, azioni proporzionate, segnalazione tempestiva al CCB (l’autorità belga competente per la cybersicurezza) e al titolare del sistema – non risponde penalmente dei reati informatici commessi nel corso della ricerca. È un’esenzione espressa, scritta nella legge, non una promessa procedurale di qualche autorità. I Paesi Bassi ci sono arrivati in modo diverso, più pragmatico: dal 2013 esiste una direttiva della Procura che orienta l’esercizio dell’azione penale verso la non-perseguibilità dei ricercatori in buona fede. Non è un’immunità formale, ma crea un livello di prevedibilità che in Italia non esiste nemmeno in forma embrionale.

La Germania nel 2024 aveva elaborato una bozza di riforma del paragrafo 202a del Codice Penale – il loro equivalente del nostro 615-ter – per escludere dalla fattispecie le attività di ricerca finalizzate alla segnalazione. La bozza è decaduta con la crisi della coalizione. Il contratto di governo CDU/CSU-SPD del 2025 l’ha ripresa con un impegno esplicito a creare certezza giuridica per la ricerca in sicurezza informatica. Non è ancora legge, ma è in agenda. La Francia ha invece una protezione debole e solo procedurale, ma almeno esiste: l’ANSSI (agenzia per la cybersicurezza francese) non è obbligata a denunciare chi segnala in buona fede. L’Italia, con la sua nuova Politica CVD, si colloca nell’unica categoria rimasta: quella dei Paesi che hanno un canale di segnalazione e nessuna tutela sostanziale.

Se l’Italia inasprisce le pene

Mentre il Belgio costruiva un safe harbor e la Germania ci provava, l’Italia approvava la Legge 90/2024 sulla cybersicurezza nazionale. Non è una legge che protegge i ricercatori: è una legge che alza le pene. Per i sistemi di interesse pubblico – sanitario, militare, di ordine pubblico, infrastrutture critiche – le pene per accesso abusivo sono passate da un massimo di cinque anni a un massimo di dieci, con aggravanti che arrivano a dodici. In questi casi, inoltre, si procede d’ufficio, senza che sia necessaria una querela. Il legislatore ha quindi deciso, nell’anno in cui si recepiva NIS2, di rendere più pericoloso fare security research proprio sui sistemi più critici: quelli dove le vulnerabilità hanno le conseguenze più gravi.

Oggi ACN invita la community a segnalare zero-day sui sistemi informatici della pubblica amministrazione o di interesse pubblico. La normativa vigente, però, continua a esporre chi individua queste vulnerabilità attraverso accessi non autorizzati al rischio di procedimenti penali, con pene che, nei casi più gravi, possono arrivare fino a dodici anni. Non c’è nessun safe harbor, nessuna proposta di legge in discussione in Parlamento, nessun indirizzo del Ministero della Giustizia che riduca anche solo l’incertezza. C’è un DDL presentato in Senato nell’aprile 2025 dal senatore Lorenzo Basso che contiene una delega generica per un safe harbor, che però non è mai  stato esaminato in commissione.

Le cautele necessarie

La Politica CVD di ACN è un passo necessario, ma tardivo. Crea un canale, introduce l’anonimato, formalizza un processo che prima non esisteva. Per chi trova vulnerabilità senza accedere a sistemi altrui – analisi passiva, firmware acquistato, software proprio – è uno strumento utile. Per chi fa ricerca sul campo, su sistemi in produzione, nell’unico modo in cui certi bug si trovano davvero, il quadro giuridico è identico a quello di ieri: un accesso non autorizzato è un accesso non autorizzato, indipendentemente da cosa si fa dopo.

A Malta, nel 2022, quattro ricercatori hanno trovato una falla critica in un’app, l’hanno segnalata responsabilmente, e si sono ritrovati imputati. Tre anni di processo, poi la grazia presidenziale. Il premier maltese ha detto che lo Stato deve assumersi la responsabilità quando le leggi non riflettono la realtà tecnologica. In Italia stiamo ancora aspettando che qualcuno arrivi a quella conclusione. Nel frattempo, se trovate qualcosa, la domanda non è se segnalarlo. La domanda è se potete permettervi di averlo trovato.

Che cos’è il CSIRT e quali sono le sue funzioni

CSIRT è l’acronimo di Computer Security Incident Response Team, ovvero una squadra specializzata nella prevenzione e nella gestione degli incidenti informatici. In Italia, il CSIRT nazionale opera all’interno dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).

Il suo compito è monitorare le minacce informatiche, individuare possibili rischi, raccogliere le segnalazioni degli attacchi e assistere le organizzazioni colpite nella gestione delle emergenze. Il CSIRT diffonde inoltre allerte e informazioni sulle vulnerabilità individuate allo scopo di prevenire nuovi incidenti.

Collabora con le autorità e con gli organismi analoghi degli altri Paesi, soprattutto europei, per condividere informazioni e coordinare le risposte alle minacce.

Con la nuova politica nazionale di divulgazione coordinata delle vulnerabilità (CVD), il CSIRT Italia svolge anche il ruolo di intermediario tra chi scopre una falla informatica e chi è responsabile del sistema vulnerabile, facilitando la segnalazione e la successiva correzione.

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Chi protegge i nostri pagamenti?

9 Ottobre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza da Unsplash

Nel breve lasso di tempo tra la strisciata di una carta di credito – oggi, più frequentemente, un tap – e l’approvazione di ogni pagamento, che si tratti di un caffè o di un’automobile, accadono molte cose, tutte piuttosto complesse. In un istante le informazioni viaggiano tra il POS, la banca e i circuiti di pagamento. I dati provenienti dalle carte vengono sottoposti a controlli incrociati, geolocalizzazione, analisi dei profili di rischio, rilevazione di eventuali blocchi. 

Frodi, truffe, ingegneria sociale: il menù delle minacce è ricco. E se una volta i cracker erano semplicemente un prodotto da forno, oggi il termine fa riferimento anche agli hacker malevoli, che si annidano ovunque. E di cui l’intelligenza artificiale ha moltiplicato i mezzi. 

La sede di Mastercard in Europa si trova a Waterloo, periferia verde di Bruxelles. Quando chi scrive l’ha visitata, nel marzo scorso, è bastata una manciata di minuti per rendersi conto che una parola sola domina le menti e le giornate di chi ci lavora: cybersecurity. Un’ossessione così pervasiva che, quando ci avviciniamo al tavolo in cui lavorano, i dipendenti si affrettano ad applicare una pellicola di sicurezza sugli schermi dei propri computer, di quelle che consentono di leggere solo a chi si trova in asse col monitor. Non si sa mai.

Anche fare foto non è particolarmente apprezzato nella centrale di comando della sicurezza informatica della società americana, dove un grande schermo mostra il planisfero illuminato da LED che si accendono e spengono. Rossi, verdi, blu: il pericolo può arrivare da uno qualsiasi dei Paesi del globo. 

“Alla fine, quello che cerchiamo di fare è rendere l’ecosistema in cui operiamo sicuro e degno di fiducia”, spiegava ai cronisti il vicepresidente per le soluzioni di cybersecurity della Mastercard Rigo van den Broek. E con 174 miliardi di transazioni gestite nel 2025, lo sguardo della società, il cui quartier generale è a Purchase (nomen omen) nello stato di New York, deve per forza di cose mantenersi su scala mondiale.

Per questo, aggiunge van den Broek, alcuni dei migliori crittografi del mondo lavorano nel quartier generale europeo, che si trova nella città dove fu sconfitto Napoleone.

Cosa accade quando si fa un acquisto con carta

Ma cosa accade quando si fa un acquisto con  una carta di credito? Tutto accade nel giro di un paio di secondi. Ma lo scambio di informazioni collega tra di loro data center che si trovano a migliaia di chilometri di distanza. 

Quando l’esercente ha finito di digitare l’importo sul terminale e il cliente avvicina la carta al lettore, in quel momento si avvia un processo di comunicazione che trova origine nella tecnologia bellica: come tante innovazioni, infatti, anche quella che sta alla base del contactless è nata in ambito militare. 

Siamo negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Il radar era già stato sviluppato negli anni Trenta dallo scozzese R.A. Watson-Watt, ma il dispositivo risolveva il problema dell’avvistamento e non quello dell’identificazione. Gli operatori a terra avevano però la necessità di capire se i velivoli che apparivano sullo schermo erano nemici o colleghi di rientro da una missione, differenza che il radar non era in grado di cogliere.

Così, alla fine degli anni Trenta, i britannici svilupparono un dispositivo di identificazione automatica chiamato IFF (Identification friend or foe, identificazione amici o nemici). Fu uno degli antecedenti delle successive tecnologie di identificazione a radiofrequenza, che poi – una volta perfezionate – diedero vita a innumerevoli altre applicazioni, spesso molto distanti dall’ambito bellico. Tra queste, le linguette antitaccheggio dei grandi magazzini e, molto più tardi, l’NFC (Near-field communication, comunicazione a breve distanza), cioè la tecnologia che comunemente utilizziamo con le carte contactless, nata nei primi anni Duemila.

Semplificando, ecco quindi ciò che avviene ogni volta che facciamo un acquisto. Una volta arrivati alla cassa e inserita la cifra sul terminale, il dispositivo POS (Point of sale, punto vendita) dell’esercente emette un segnale a radiofrequenza, e il campo elettromagnetico attiva il chip presente sulla vostra carta una volta che questa entra nel suo raggio d’azione. È come se la tessera si svegliasse grazie a questa energia, e iniziasse a comunicare e scambiare i dati necessari a identificare la carta e autorizzare la transazione. Può essere pensato come un badge di ingresso nell’area protetta di un edificio. Le informazioni sono, ovviamente, protette da sistemi crittografici, per evitare che malintenzionati dotati di strumenti relativamente semplici possano intercettarle e riutilizzarle.

A questo punto, acquisiti i dati necessari, il POS comunica con la banca acquirente, cioè l’istituto che gestisce i pagamenti dell’esercente nel cui negozio vi trovate. La banca acquirente inoltra una richiesta al circuito di pagamento, per esempio Visa, Mastercard o American Express, che, a propria volta, la inoltra all’istituto che ha emesso la carta, cioè il vostro: sarà quest’ultimo a verificare, tra le altre cose, che ci siano fondi o credito disponibili e, alla fine del processo, ad addebitare l’acquisto.

È in questa fase che avvengono le verifiche: si controlla innanzitutto che la carta sia autentica, ma anche che ci siano fondi o credito disponibili e che non siano presenti blocchi o restrizioni. Tra queste ultime possono rientrare anche quelle dovute ai regimi sanzionatori internazionali. A questo proposito, è noto (e triste) il caso della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, colpita dagli effetti delle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense di Donald Trump.

Albanese si è così trovata esclusa da numerosi servizi finanziari e digitali forniti da società statunitensi: la giurista è tornata giocoforza all’era del contante e non può semplicemente rivolgersi a un altro grande operatore americano per aggirare il problema. Sulla base delle sanzioni statunitensi, infatti, una società americana che le fornisse determinati servizi rischierebbe a propria volta conseguenze. Da qui il cortocircuito. Lo stesso meccanismo ha colpito, tra gli altri, Karim Khan, già procuratore capo della Corte penale internazionale, e numerosi giudici e funzionari della Corte.

Al di là di questi casi particolari, i controlli comprendono il riconoscimento di pattern noti, cioè delle abitudini personali del titolare della carta. I sistemi usano sofisticati modelli che studiano la storia del cliente e la confrontano con la transazione effettuata al momento, a partire dalla posizione geografica in cui l’acquisto avviene (ed è per questo che ancora oggi è a volte richiesto di comunicare alla banca quando ci si trova all’estero), ma il sistema può essere allertato anche da transazioni che avvengono in negozi fisici molto distanti fra loro in un lasso di tempo giudicato troppo breve. Per transazioni di una certa entità viene inoltre chiesto un codice PIN (personal identification number, ennesimo acronimo), mentre anche per acquisti di piccolo importo può essere periodicamente richiesta una nuova autenticazione del titolare.

Se i controlli vanno a buon fine, l’autorizzazione torna indietro risalendo lo stesso percorso, fino al POS del negozio in cui state effettuando l’acquisto. In realtà il denaro non è ancora stato trasferito, ma si è avviato un processo che condurrà, nei giorni successivi, al pagamento. 

“La sicurezza del processo è garantita da uno standard chiamato PCI/DSS, creato dall’organizzazione omonima fondata nel 2006 dai principali circuiti internazionali: Mastercard, Visa, American Express, Discover Global Network, JCB”, spiega a Guerre di Rete Alessio Pennasilico, membro del comitato scientifico della Clusit, una delle principali associazioni italiane che si occupano di sicurezza informatica. 

Questi circuiti internazionali impongono ai soggetti che elaborano, trasmettono e gestiscono dati relativi alle carte di pagamento l’aderenza a una serie di requisiti di sicurezza. “Esistono figure che si occupano periodicamente di controllare il rispetto dei requisiti”, prosegue Pennasilico. In questo modo viene rafforzata la sicurezza del sistema, da cui dipende direttamente il grado di fiducia, essenziale per mantenere legati i clienti.

Cosa succede se la transazione è rifiutata?

I sistemi di rilevamento delle frodi hanno l’obiettivo di bloccare la transazione prima che venga completata e diventi difficile – quasi impossibile, se finisce in certe giurisdizioni – recuperarla. Ma cosa succede se la transazione viene rifiutata? Va ricordata innanzitutto una cosa: declined è un semplice messaggio, e non costituisce una spiegazione. 

Ci possono essere almeno quattro ordini di motivi per cui l’acquisto viene rifiutato: il primo riguarda il vostro conto corrente (per esempio, la mancanza di fondi, ma anche un conto non più attivo); il secondo ha a che fare con i fattori di rischio (il sistema pensa di riconoscere una frode in atto); il terzo riguarda le credenziali (un problema fisico con la carta, che non riesce a fornire le informazioni necessarie per l’identificazione); il quarto motivo potrebbe risiedere in un problema di rete. 

Nell’ultimo caso, ripetendo l’operazione è possibile che il problema si risolva, e che la luce verde, finalmente, appaia. Negli altri, la questione è più complicata ed è peggiorata dal fatto che non c’è modo di sapere, seduta stante, quale sia il problema. Un’incognita motivata con la privacy: si vuole infatti evitare che il commerciante venga a conoscenza di informazioni personali. A questo punto è necessario mettersi in contatto con la società che ha emesso la carta di credito. E non è sempre agevole, soprattutto quando ci si trova all’estero o si ha fretta. Per questo è importantissimo ridurre il numero di “falsi positivi”. 

Non tutto si può fare internamente. Mastercard, per esempio, si è assicurata una società specializzata, Recorded Future, nel dicembre 2024. Acquistata per la cifra considerevole di 2,65 miliardi di dollari, Recorded Future è specializzata in threat intelligence: cerca – cioè – segnali provenienti da fonti aperte, dark web e ambienti ad alta criticità (anche criminali) per anticipare le minacce. A Waterloo assicurano che le informazioni individuate sono condivise anche con la concorrenza, con l’obiettivo di mantenere alta la fiducia generale nel sistema. 

“L’esposizione dei dati è il carburante che alimenta le frodi su larga scala”, scrive Recorded Future nel rapporto Annual payment fraud intelligence report uscito nel 2025. Solo in quell’anno, i dati di 142 milioni di carte di credito sono stati postati nel dark web (34 milioni meno che nel 2019, -19%). “Ma non tutti i dati esposti presentano lo stesso livello di rischio”.

Tra le frodi principali che gli esperti di cybersicurezza tengono d’occhio troviamo le cosiddette MageCart (crasi tra il  nome del sistema di content management per negozi online Magento, e cart, la parola inglese che sta per “carrello”): si tratta di script difficili da rilevare che rubano i dati dei clienti mentre fanno acquisti online. Recorded Future si spinge a parlare di “malware as-a-service”, per spiegare quanto sia facile oggi per gli attori malevoli procurarsi a pagamento i ferri del mestiere. 

Anche per questo gli investimenti in tecnologia e sicurezza sono molto alti, nell’ordine di miliardi di dollari. “D’altra parte, sono successe più cose negli ultimi cinque che nei precedenti cinquanta”, chiosava a marzo scorso Luca Gagliardi, a capo della sezione consulting & analytics per Visa in Italia. “L’innovazione nei pagamenti è stata velocissima, ma ancora di più lo è stata l’innovazione nelle frodi, che sono globali”.

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Perché i colossi dell’AI distruggono i libri?

1 Ottobre 2026 ore 12:00

Immagine in evidenza rielaborata con AI

L’ultima novità è di poche settimane fa e viene dal Giappone. Nel paese del Sol Levante sta infatti succedendo una cosa curiosa: alcune librerie dell’usato hanno recentemente registrato vendite quintuplicate, con ordini da centinaia di volumi alla volta, tutti diretti allo stesso centro logistico nella prefettura di Okayama. Da lì, i pallet di libri partono verso gli Stati Uniti: oltre cinquanta tonnellate in totale, secondo le notizie raccolte dalle testate giornalistiche nipponiche. Nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore finale, ma il percorso ricalca uno schema già noto altrove.

È lo stesso schema emerso in una causa giudiziaria che sta facendo la storia: Bartz v. Anthropic. Gli atti del processo sono stati resi noti dalla stampa americana e raccontano la storia di un’azienda che ha comprato milioni di libri di seconda mano, li ha fatti smontare tagliando la rilegatura, li ha fatti scansionare pagina per pagina sostanzialmente distruggendoli, e infine li ha buttati al macero. 

Quello di Anthropic non è l’unico caso. Un’inchiesta della testata 404 Media ha seguito, grazie a un tracciatore nascosto in un lotto di volumi rari, un processo analogo che ha portato un lotto di alcune centinaia di libri comprato all’ingrosso fino a un magazzino Amazon vicino a Las Vegas, dove, anche in questo caso, alcuni lavoratori avrebbero raccontato di aver tagliato le rilegature, scansionato le pagine e gettato i resti. 

La società non ha però confermato pubblicamente che i file siano destinati all’addestramento dei suoi modelli, né ha chiarito quanti libri siano coinvolti o quale criterio usi per selezionare i volumi. Amazon ha risposto che “acquista libri tramite i canali commerciali per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi utilizzati dai nostri clienti”.

Questo è uno dei punti comuni. Le aziende spesso non negano l’acquisto dei libri, ma evitano di confermare pubblicamente il processo completo: acquisto, scansione, uso nei dataset, distruzione e conservazione delle versioni digitali ricavate. Segnalazioni di pratiche simili arrivano anche da Regno Unito, Irlanda e altri Paesi europei.

Il filo che lega questi episodi è più interessante della singola notizia e conduce in una direzione molto chiara: la guerra senza quartiere in corso tra i colossi dell’intelligenza artificiale per ottenere la supremazia sviluppando nuovi modelli di frontiera sempre più potenti. 

Per anni la battaglia sui dati con cui si addestrano i modelli linguistici ha riguardato soprattutto le persone: foto, conversazioni e tutte le altre tracce digitali lasciate in rete. Oggi quel fronte si è spostato sulla pagina stampata, perché i grandi archivi del web cominciano a scarseggiare e i libri restano un giacimento ancora relativamente poco sfruttato.

Anthropic, per esempio, ha sostenuto che Claude viene addestrato su una combinazione di dati disponibili pubblicamente sul web, dataset acquistati commercialmente e dati prodotti dall’azienda. Ha anche dichiarato che acquistare libri è una pratica ampiamente utilizzata nel settore dell’AI, e che nessuno dei suoi programmi di acquisizione dati compra e distrugge “libri rari o antiquari”. 

Questa dichiarazione è importante, ma va letta con precisione. Non equivale a dire che Anthropic non abbia mai usato la cosiddetta “scansione distruttiva”. Gli atti giudiziari del caso Bartz v. Anthropic descrivono invece un programma chiamato Project Panama, nel quale copie cartacee venivano acquistate, private della rilegatura, scansionate e poi scartate. La dichiarazione aziendale insiste sulla categoria “rari o antiquari”, lasciando aperta la questione di libri fuori catalogo, specialistici o difficili da reperire, ma non formalmente classificati come antiquari.

Gli atti e le cause americane indicano che il problema riguarda più aziende, non soltanto Anthropic. Meta avrebbe definito l’accesso a grandi quantità di dati librari “essenziale per restare competitiva”. OpenAI è stata accusata di aver usato libri protetti da diritto d’autore, e avrebbe riconosciuto di aver scaricato materiale da piattaforme pirata come Library Genesis (LibGen) e Z-Library (spesso menzionate insieme ad altre “shadow libraries” come Sci-Hub e Bibliotik), sostenendo di averlo cancellato prima del lancio di ChatGPT. Questi elementi non provano però che tutte le aziende citate abbiano adottato lo stesso sistema di acquisto, taglio e distruzione fisica dei libri. 

La distinzione è fondamentale: ci sono prove di una corsa generale ai libri, ma non esiste ancora una prova pubblica uniforme che ogni grande azienda abbia un “Project Panama” identico.

Materia prima pregiata

C’è un motivo se l’industria editoriale è entrata nel mirino dei colossi dell’AI, e riguarda la qualità del lavoro umano specializzato. In generale, un romanzo curato da un editor, un saggio storico, un manuale specialistico offrono una scrittura di qualità superiore a gran parte di quanto circola online, caratterizzata da testi e strutture coerenti e corretti, frutto di anni di lavoro redazionale. A finire nella lista dei desideri delle aziende sono soprattutto testi scritti prima che l’intelligenza artificiale generativa cominciasse a riempire il web di contenuti sintetici, quindi genuinamente umani. 

Per un modello linguistico questa è la materia prima più pregiata che esista perché evita del tutto il rischio del “collasso del modello” (model collapse), che si verifica invece quando l’addestramento avviene con contenuti generati da un’altra AI (o da versioni precedenti di se stessa). Questa forma di endogamia digitale (non a caso chiamata anche, con una certa ironia, Habsburg AI, l'”AI degli Asburgo”, dinastia nota per la sua endogamia) è un processo di addestramento paragonabile a una fotocopia di una fotocopia: a ogni passaggio il modello addestrato perde sfumature, dettagli rari e aderenza alla realtà, accumulando errori e appiattendo le risposte.

La soluzione al “problema Asburgo” dell’AI è trovare “materiale umano” fresco, meglio se verificato, com’è il caso dell’industria editoriale pre-ChatGPT. E di questo materiale ne serve tanto. 

I numeri danno l’idea della scala. Secondo Epoch AI, l’insieme del testo umano di qualità disponibile online è un numero attorno ai trecentomila miliardi di token, con un esaurimento previsto tra il 2026 e il 2032. Nello stesso periodo si è formato un mercato delle licenze per dataset che vale già alcuni miliardi di dollari l’anno. Anthropic, per esempio, nel 2026 ha pagato un miliardo e mezzo di dollari per chiudere una causa legata a circa cinquecentomila libri scaricati da archivi pirata.

Qui entra in gioco il diritto d’autore. Chi compra una copia di un libro può rivenderla, prestarla o anche distruggerla senza chiedere permesso a nessuno. È il principio che rende possibili le biblioteche e le bancarelle dell’usato. Possedere il volume, però, non significa avere anche il diritto di riprodurne liberamente il contenuto, per esempio digitalizzandolo integralmente. 

Sul versante opposto, va anche segnalato che la distruzione dei libri è tutt’altro che un’anomalia: gli editori mandano da sempre al macero le copie non vendute, restituite dai librai come parte del “reso”, cioè dell’invenduto. Che è però un modo per chiudere una perdita logistica, non per estrarne valore.

Lo scandalo del macero industriale

Quindi, la distruzione delle copie in sovrappiù c’è sempre stata. Allora perché la vicenda dei libri usati comprati dai produttori e poi distrutti diventa scandalosa? Il macero tradizionale elimina copie che nessuno vuole più leggere. Le aziende di AI, invece, comprano deliberatamente libri che sono sul mercato, che hanno ancora un valore informativo, ne assorbono il contenuto e poi ne distruggono il supporto fisico, spesso senza che autori ed editori vedano un euro. Se il volume era un’edizione rara, quel testo esce per sempre dal mondo condiviso della lettura, ogni libro sparisce davvero solo quando smettiamo di parlarne e di sfogliarlo. 

Tuttavia, alcuni commentatori tecnologici e di orientamento libertario sostengono che la scansione distruttiva venga presentata in modo troppo apocalittico. Per esempio, Jack Nicastro, in un commento ripreso dall’Information Technology and Innovation Foundation, argomenta che il procedimento può convertire rapidamente libri fisici in testo ricercabile, aiutare a rispettare il copyright e ampliare l’accesso alla conoscenza. Secondo questa lettura, il problema principale sarebbe la trasparenza e non la distruzione materiale in sé.

La posizione della Commissione Europea è invece opposta: lo scorso 16 settembre la Commissione ha dichiarato che la digitalizzazione di un libro fisico protetto è un atto di riproduzione e che le eccezioni non coprono, nella sua interpretazione, la digitalizzazione di opere originariamente fisiche.

Inoltre, l’European Writers Council ha condannato la scansione distruttiva di milioni di libri, sostenendo che non si tratta soltanto di copyright, ma di rispetto per il lavoro creativo e per il patrimonio culturale. Questa posizione considera il libro non un semplice contenitore di token: un volume può avere valore come oggetto, come esemplare raro, come testimonianza di una biblioteca, come testo annotato o come unica copia ancora reperibile. Il PDF può salvare le parole, ma non conserva integralmente la storia materiale del libro.

È difficile capire quale possa essere il punto di vista corretto, soprattutto se l’obiettivo è di preservare la cultura di cui i libri sono simbolo oltre che contenitori. Un’altra analisi pubblicata da Stanford difende la scansione distruttiva in linea di principio: anche biblioteche e archivi possono smontare copie duplicate per preservare il contenuto e renderlo studiabile. La condizione, però, è che la procedura sia usata correttamente, su copie adeguate e dentro una politica di conservazione responsabile.

Da un lato, digitalizzare una copia duplicata e depositare il file in un archivio controllato può avere un valore conservativo. Dall’altro, è facilmente dimostrabile che comprare indiscriminatamente migliaia di libri fuori catalogo, tagliarli in modo irreversibile, non rendere pubblico l’elenco dei titoli e usare il risultato per addestrare prodotti commerciali è invece molto più problematico.

Europa e Stati Uniti: stessi libri, leggi diverse

Quello che Anthropic e le altre aziende stanno facendo nasce, come detto, dal bisogno di dati freschi e dagli spazi lasciati dal diritto vigente, soprattutto negli Stati Uniti: la legge per ora permette più di quanto il senso comune sia disposto a concedere. Negli Stati Uniti il giudice che ha istruito il caso Anthropic ha separato con cura i libri scaricati da biblioteche pirata dai libri comprati legalmente e poi scansionati. Ha ritenuto legittimo l’uso dei testi per addestrare i modelli e la digitalizzazione delle copie acquistate, mentre ha escluso che il fair use potesse giustificare l’acquisizione e la conservazione di libri ottenuti da archivi pirata. Si tratta di una sentenza di merito legata a quella singola fattispecie, ma è stata interpretata come un lasciapassare generale. 

Chi si oppone a questa interpretazione, autori ed editori inclusi, nota però che il proprietario di una copia comprata legalmente può altrettanto legalmente rivenderla o distruggerla, ma questo non gli concede automaticamente il diritto di riprodurne il contenuto su scala industriale.

In Europa il quadro è più prudente e non ricalca quello americano. Le eccezioni per l’estrazione di testi e dati previste dalla normativa comunitaria permettono in alcuni casi di analizzare opere a cui si abbia accesso lecito, ma gli autori possono riservarsi esplicitamente i diritti per gli usi commerciali. Per questo le segnalazioni arrivate da librerie del Regno Unito, dell’Irlanda e di almeno sette Paesi del continente (non risulta ad oggi che l’Italia sia tra questi) mostrano che il fenomeno non è confinato agli Stati Uniti. La conclusione di un tribunale californiano non si trasferisce da sola nel diritto europeo: davanti a un giudice del Vecchio continente il risultato con tutta probabilità sarebbe molto diverso.

Anthropic, peraltro, non è sola in questa corsa. Ci sono Meta e OpenAI, probabilmente anche Amazon. Le aziende hanno fornito dichiarazioni parziali: confermano acquisti commerciali o descrivono in modo generale le fonti dei dati, ma raramente pubblicano liste complete dei libri, procedure di conservazione, criteri per escludere opere rare e informazioni verificabili sul percorso dei file. Nessuno di questi elementi dimostra infatti che tutte le aziende seguano lo stesso protocollo di acquisto, taglio e distruzione fisica, ma conferma che la caccia ai libri è un fenomeno parte di un mercato ormai strutturato, non un’anomalia isolata.

Resta, sullo sfondo, un deficit di trasparenza che accomuna quasi tutti i protagonisti della vicenda. In Giappone l’associazione degli editori ha chiesto chiarimenti al grande distributore Nippan, il cui nome compare negli atti del contenzioso americano, senza ottenere finora risposte sulle singole transazioni. 

Librai e artisti contro l’AI

Questa storia si inserisce in una vicenda più ampia che da alcuni decenni vede contrapposta l’industria culturale alle multinazionali tecnologiche. Dalle guerre a Napster alla fine degli anni Novanta fino agli scontri di oggi fra artisti e colossi dello streaming, tutto ruota intorno alla ridistribuzione dei profitti: artisti pagati pochi centesimi per ascolti che generano fatturati miliardari. 

È la stessa guerra che ha mandato in sciopero per 148 giorni gli sceneggiatori di Hollywood, preoccupati che l’AI potesse scrivere al posto loro togliendo lavoro futuro (alla fine hanno ottenuto la garanzia che nessun testo generato da un modello potesse valere come materiale letterario), ma finora nessuno si era posto il problema, enorme, della sostituzione anche fisica del libro in quanto strumento più antico e potente per la trasmissione della cultura delle nostre società.

Adesso, il libro, oggetto apparentemente innocuo su uno scaffale, è diventato il terreno di uno “scontro finale” tra chi crea e chi addestra. Tuttavia, le storie che circolano online secondo le quali i grandi dell’intelligenza artificiale “stanno distruggendo tutti i libri del mondo”, “ogni volume giapponese finisce in Anthropic”, “tutte le aziende bruciano opere uniche” vanno ridimensionate. 

Il fenomeno non è una leggenda nata sui social. La vera novità però è che la trasformazione del libro in materia prima industriale per l’AI sta diventando abbastanza vasta da produrre effetti visibili nei mercati dell’usato, nei rapporti fra editori e distributori e nel dibattito sulla conservazione culturale.

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Che cosa sono le ambasciate dei dati

24 Settembre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con l’ausilio dell intelligenza artificiale

Guerre, attacchi informatici e condizioni climatiche al limite della sopportazione: il panorama internazionale restituisce la fotografia di una situazione allarmante, che mette alle strette ministri e premier di tutto il mondo, costringendoli a cercare una soluzione che permetta loro di garantire una continuità governativa anche in presenza di scenari catastrofici, salvaguardando i dati di proprietà del loro paese di appartenenza.

“La crescente instabilità geopolitica, le minacce informatiche e i rischi di concentrazione associati alla localizzazione dei dati stanno spingendo i governi ad andare oltre i modelli tradizionali di sovranità incentrati sulla residenza dei dati”, chiarisce Daniel Nieto, Senior Director Analyst di Gartner, società di analisi specializzata in business e tecnologia, precisando che “questo cambiamento sta aumentando l’attenzione verso strategie operative resilienti come la sovranità dispersa, che separa i dati essenziali, le applicazioni e le infrastrutture dalla geografia fisica, mantenendo al contempo la sovranità attraverso la giurisdizione legale”.

Secondo la società di analisi, per proteggere i propri database da attacchi informatici e non, i governi internazionali sembrano essere sempre più orientati verso la costituzione di ciò che viene definito “ambasciata dei dati”: un’enclave protetta legalmente che, grazie ad accordi bilaterali, consente a una nazione di mantenere infrastrutture digitali critiche su suolo straniero, conservando la piena sovranità e il controllo sui propri dati.

La sicurezza è garantita da una forte crittografia end-to-end, con le chiavi di decrittazione conservate esclusivamente dal paese di origine. Una soluzione che, stando a un recente studio di Gartner, prenderà sempre più piede nel prossimo futuro: si prevede infatti che entro il 2029 almeno il 15% dei paesi situati in regioni geopoliticamente instabili stipulerà accordi formali relativi alle ambasciate dei dati, proprio al fine di garantire la continuità di servizi e operazioni governative. Man mano che i sistemi digitali diventano essenziali per la sopravvivenza di uno Stato, infatti, la resilienza operativa dipenderà sempre più dal controllo giuridico dei dati piuttosto che dalla loro vicinanza fisica.

“I registri governativi critici, tra cui i registri dello stato civile, i titoli di proprietà, i registri fiscali e i libri contabili possono essere replicati in ambienti esterni sicuri e funzionare come estensioni sincronizzate dei sistemi governativi principali”, precisa Nieto. “Questa soluzione contribuisce a garantire che i dati rimangano disponibili e che i servizi possano continuare a funzionare durante un ‘Black sky event’, ovvero quando le infrastrutture critiche nazionali e i sistemi governativi subiscono gravi interruzioni o vengono resi inoperativi”.

Non stupisce, allora, che alcuni dei governi internazionali abbiano già cominciato ad avviare la costituzione delle ambasciate dei dati. Il primo paese ad avere l’intuizione di ricorrere a un sistema di archiviazione digitale fuori dal proprio territorio è stato l’Estonia.

L’ambasciata digitale estone

Era il 2017 quando l’Estonia, dopo anni di riflessioni sul tema, finalizzò l’accordo con il Granducato di Lussemburgo per rendere operativa la sua ambasciata dei dati: un archivio digitale contenente le copie dei database considerati essenziali per il funzionamento e la continuità del paese baltico (il catasto elettronico, il registro della popolazione, il registro delle imprese, il registro nazionale della previdenza pensionistica e via dicendo).

Custodito all’interno di un data center con livello di sicurezza Tier 4 (il più elevato per le strutture di conservazione dei dati), l’archivio è situato fisicamente nel territorio lussemburghese, ma posto sotto il controllo del governo estone. Analogamente a un’ambasciata fisica, la “data embassy” gode di specifiche garanzie di immunità e inviolabilità, il che significa che nessuno, neppure le autorità lussemburghesi, può accedervi senza un’autorizzazione formale.

Quest’ultima è un’ulteriore garanzia per la sicurezza dei database, che rimangono accessibili, sia da remoto sia fisicamente, solo ed esclusivamente ai funzionari estoni autorizzati, a cui è concesso eseguire a distanza solo un numero limitato di azioni. L’intero sistema, per esempio, è progettato per impedire che i dati possano essere cancellati da remoto, e questo per evitare che qualche criminale informatico possa compromettere informazioni sensibili del governo estone. “Se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e dicesse: ‘Cancella tutti i nostri sistemi in Lussemburgo’, non sarebbe comunque possibile farlo”, ha spiegato Allan Allmere, funzionario del governo estone a capo dell’iniziativa dell’ambasciata digitale. “Anche nel caso in cui il nostro nemico più vicino invadesse l’Estonia e riuscisse ad accedere alle nostre sale dati, non potrebbe comunque cancellare ciò che conserviamo in Lussemburgo”.

Ogni dettaglio dell’ambasciata dei dati è pensato per garantirne la massima sicurezza, così da permettere al governo di avere a disposizione i database necessari per mantenere il paese operativo nel caso di cyberattacchi o altri incidenti paralizzanti. L’intuizione di ricorrere a questo sistema di archiviazione dei dati sensibili, avuta qualche anno fa da Taavi Kotka (CIO del governo estone dal 2013 al 2017), è arrivata in seguito a una lunga serie di attacchi informatici solitamente attribuiti a criminali informatici russi.

Tutto è cominciato nell’aprile del 2007, quando l’Estonia è stata colpita per la prima volta da una campagna di attacchi DDoS su larga scala durata circa tre settimane, che provocò pesanti interruzioni a siti governativi, banche e media: “È una questione di sopravvivenza”, aveva raccontato nel 2016 l’allora CIO estone, quando il progetto di ambasciata dei dati era già in fase di sviluppo. “Se dovesse presentarsi il peggiore degli scenari, le ambasciate dei dati consentirebbero al governo estone di continuare a fornire servizi pubblici fondamentali anche qualora non controllasse più il territorio fisico del Paese”.

Pur essendo un paese fortemente digitalizzato già da molti anni, l’idea del sistema di archiviazione sembrerebbe aver preso come ispirazione una versione “old school” dei backup che i diplomatici estoni eseguivano già da tempo. “Salvavamo [le informazioni] su nastri magnetici, poi i nostri collaboratori li riponevano in valigia, salivano su un aereo, volavano verso qualche ambasciata estone in giro per il mondo e li riponevano in una cassaforte”, ha raccontato ancora Allan Allmere. “Il governo estone a quel punto si è chiesto: ‘Ma perché stiamo facendo tutto questo lavoro manualmente?’”. Un quesito che, nel corso degli anni, ha interessato anche altri governi internazionali, che si sono mossi per seguire l’esempio dell’Estonia e mettere al sicuro alcuni dei propri database governativi più importanti.

Monaco, Singapore e India: ambasciate digitali nel mondo

Riconosciuta come modello di resilienza digitale per l’alto livello di sicurezza informatica raggiunto, e per aver elaborato un piano che possa garantire la continuità operativa del paese anche in un ipotetico scenario apocalittico, l’Estonia è stata d’esempio per non pochi governi internazionali. Nell’estate del 2021, il Principato di Monaco è diventato il secondo governo al mondo a ufficializzare un accordo con il Granducato di Lussemburgo per costituire un’ambasciata dei dati a Bissen.

Come nel caso dell’Estonia, il gemello digitale del cloud sovrano monegasco “fungerà da backup sicuro per i dati governativi di Monaco. Data la limitata estensione del territorio monegasco, e la sua vulnerabilità ai disastri naturali (in particolare i terremoti), l’archiviazione locale delle informazioni critiche non rappresentava un’opzione praticabile”, ha spiegato Johannes de Millo Terrazzani, consigliere del Principato. “Inoltre, l’e-ambasciata offre un ulteriore livello di protezione contro potenziali minacce informatiche. Il Lussemburgo garantisce preziose misure di protezione contro questi rischi”.

La scelta dei governi di assicurarsi un sistema di archiviazione al di fuori del proprio territorio, quindi, non è solo legata alla necessità di mettere in sicurezza i propri dati sensibili da attacchi informatici o similari. Come dimostra il caso del Principato di Monaco, la volontà di ricorrere a un’ambasciata digitale può dipendere anche dalla necessità di difendersi da eventuali calamità naturali o da una situazione geopolitica complessa.

Da qualche anno, per esempio, Singapore sta valutando la possibilità di costituire una propria ambasciata dei dati in India, all’interno della GIFT City, il centro finanziario internazionale dello stato del Gujarat. Al momento, però, l’India non sembra avere un quadro giuridico adeguato alla protezione dei dati sovrani archiviati al di fuori dei confini fisici di un paese: “Diverse nazioni, tra cui Singapore e gli Emirati Arabi Uniti, hanno manifestato interesse a istituire ambasciate dei dati in India”, ha spiegato Ketaki Mehta, avvocata specializzata nelle attività di GIFT City. “Tuttavia, l’ostacolo principale rimane l’assenza di un quadro giuridico specifico che garantisca alle ambasciate dei dati un riconoscimento formale e assicuri ai dati in esse conservati l’inviolabilità e l’immunità dalle leggi indiane in materia di perquisizione, sequestro, intercettazione, requisizione o altre forme di accesso da parte delle autorità nazionali”.

Mentre nel Gujarat si progetta di accogliere gli archivi digitali di paesi terzi, l’India è al lavoro con gli Emirati Arabi per avviare una collaborazione che potrebbe permettere in futuro la costituzione di ambasciate dei dati all’interno di strutture ospitate nei rispettivi territori.

“È una situazione vantaggiosa per entrambi i paesi”, ha commentato Sagar Vishnoi, cofondatore e direttore di Future Shift Labs, un’organizzazione no profit con focus su governance dell’AI, diritti digitali e tecnologie emergenti. “L’ambasciata dei dati è un concetto relativamente nuovo, in cui i dati di un paese – come i sistemi cloud, i database e le infrastrutture sicure – possono essere ospitati in un altro paese nel rispetto di specifici quadri normativi e di conformità”. Uno dei principali nodi da risolvere, come anticipato, è quello normativo: “L’idea è che, sebbene l’infrastruttura sia fisicamente situata in un altro Paese, i dati rimangano sotto la sovranità di quello d’origine e siano protetti da potenziali interferenze anche da parte del Paese ospitante”, prosegue Vishnoi. “Ma questi sono aspetti che entrambi i governi, in particolare i ministeri degli Affari esteri, dovranno definire nei dettagli”

Resilienza digitale

Il panorama internazionale parla chiaro: la resilienza di una nazione non è più definita solo dalla capacità di proteggerne il territorio o le istituzioni fisiche, ma anche dalla salvaguardia dei sistemi digitali, che sostengono la governance, le infrastrutture critiche e l’attività economica. In questo contesto, le ambasciate dei dati non devono essere intese come una soluzione di emergenza, bensì come uno strumento strategico in grado di garantire la continuità operativa di un paese quando le sue infrastrutture digitali vengono compromesse.

Lo dimostrano bene tanto il caso dell’Estonia quanto quello dell’Ucraina che, pochi giorni prima dell’invasione russa del febbraio 2022, ha approvato una legge straordinaria per consentire l’archiviazione dei dati governativi critici al di fuori del territorio nazionale: oltre 10 petabyte di informazioni sono state trasferite su un’infrastruttura cloud sicura, così da garantire la continuità delle funzioni governative ucraine nel caso in cui la guerra avesse costretto il paese a una condizione di estrema difficoltà.

Due esempi tutt’altro che isolati, che confermano come l’evoluzione tecnologica abbia creato nei governi internazionali una tale dipendenza dal digitale da richiedere una pianificazione strategica. Data center, piattaforme cloud e infrastrutture di rete non sono solo risorse strategiche, ma anche potenziali obiettivi, tanto per i criminali informatici quanto per le truppe nemiche. Proteggerli, quindi, è diventata una priorità per i governi di tutto il mondo. Il come, per ora, è in fase di lavorazione.

Come funziona un’ambasciata dei dati

Nonostante la funzione delle ambasciate dei dati sia ormai abbastanza chiara, lo stesso non si può dire del loro funzionamento, che coinvolge tanto gli aspetti tecnologici quanto quelli normativi. In una recente nota pubblicata dal think tank asiatico Observer Research Foundation (ORF), Samir Saran e La Toya Waha definiscono le ambasciate dei dati “come un continuum di architetture di resilienza adattabili a diversi contesti di minaccia, relazioni di fiducia e requisiti operativi”. Questo continuum è composto da tre modelli che descrivono un percorso progressivo dalla protezione dei dati alla piena continuità digitale:

 

  • il primo modello è il continuity mirroring. “I set di dati critici dal punto di vista operativo, ma non altamente sensibili, vengono replicati continuamente su un’infrastruttura sicura all’estero. Se i sistemi nazionali dovessero diventare indisponibili, i dati replicati forniscono una base rapida per il ripristino”.
  • il secondo è la data embassy: l’ambasciata dei dati come l’abbiamo fin qui raccontata. “I dati sensibili dei sistemi governativi vengono archiviati in una struttura localizzata sul territorio di un paese partner e legalmente protetta da un accordo bilaterale“.
  • il terzo modello estende il concetto dai dati al calcolo. “Anziché limitarsi a proteggere le sole informazioni”, scrivono Saran e Waha, “i partner di fiducia riservano una capacità di calcolo sicura che può essere attivata per eseguire carichi di lavoro fondamentali, per il governo o per le infrastrutture critiche, quando la capacità nazionale è compromessa o distrutta. Questo modello di ‘calcolo ombra’ è per ora in gran parte concettuale, ma riflette il prossimo passo logico nella pianificazione della resilienza”. 

 

Nessuno di questi modelli richiede la condivisione ordinaria di informazioni altamente classificate. Come riferiscono i due esperti dell’ORF, infatti, l’obiettivo di queste azioni “non è quello di esportare i segreti più sensibili di uno Stato, ma di garantire che i governi, gli operatori delle infrastrutture critiche e le società che essi servono possano continuare a funzionare in caso di interruzioni strategiche”. Resta da vedere se i governi di tutto il mondo saranno in grado di sostenere un progetto tanto ambizioso.

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Il fronte cyber del porto

17 Settembre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.

A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.

La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di persone viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi di intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.

Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.

Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economico risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.

Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.

Il problematico dominio di ZPMC

Il caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.

Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.

Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.

E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia USA.

Normali gru o spie cyber?

Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.

Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica americana o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.

Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.

Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua supply chain (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).

Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.

Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.

Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.

Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.

È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.

Il paradosso della globalizzazione

Ed è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.

Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.

Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.

ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.

Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.

La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale.  La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.

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Il fragile patto di fiducia della cybersecurity

9 Settembre 2026 ore 11:05

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Il 3 aprile 2026, un utente registrato sotto il nome di Nightmare Eclipse pubblica sulla piattaforma GitHub – di proprietà di Microsoft – uno strumento chiamato BlueHammer: un archivio contenente il codice necessario a sfruttare una vulnerabilità di Defender, l’antivirus integrato in Microsoft Windows.

Il messaggio di accompagnamento alla pubblicazione di BlueHammer suona come un’accusa alla stessa azienda, che secondo l’autore “avrebbe saputo cosa sarebbe successo”. Nei giorni seguenti, sullo stesso account vengono pubblicate informazioni su due vulnerabilità zero-day che prendono ancora di mira lo stesso antivirus, battezzate RedSun e UnDefend. 

Tra il 10 e il 16 aprile 2026, i ricercatori di Huntress hanno osservato l’impiego delle tre vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse nel corso di un’intrusione ai danni di un’azienda. RedSun e UnDefend erano inoltre ancora zero-day, perché Microsoft non aveva ancora distribuito la relativa patch. Nessuno dei tre exploit sembra aver avuto successo durante l’attacco: la vicenda ha però riacceso i riflettori sul sistema che regola la pubblicazione delle vulnerabilità nel mondo della cybersecurity.

L'incubo zero-day

Scoprire una falla di sicurezza ancora sconosciuta rappresenta il Santo Graal dei cyber criminali. Uno zero-day può infatti consentire di colpire anche sistemi ben protetti, sfruttando una vulnerabilità per la quale non esiste ancora una correzione. 

Scovare uno zero-day non è però qualcosa alla portata di tutti. E i casi in cui i gruppi criminali sono riusciti a individuare indipendentemente vulnerabilità di questo tipo sono rarissimi. Nelle cronache, l’uso di strumenti di attacco che fanno leva su falle di sicurezza di questo tipo è stato storicamente associato a organizzazioni dotate di risorse notevoli – tra cui i cosiddetti gruppi APT (Advanced Persistent Threat) – e che spesso agiscono direttamente sotto il controllo statale.

Normalmente, le nuove vulnerabilità software vengono invece individuate da società di cybersecurity e ricercatori indipendenti, che passano al setaccio il codice dei software più diffusi secondo la logica di “trovare la falla prima che lo facciano i cattivi”. Le scoperte sono gestite in modo che la loro pubblicazione avvenga solo dopo che il problema è già stato segnalato allo sviluppatore, in modo che abbia il tempo di predisporre e distribuire l’aggiornamento che lo corregge e – possibilmente – che la maggior parte degli utenti abbia il tempo di installare l’update.

Il difficile concetto di “responsible disclosure”

Definire le modalità con cui vengono pubblicati i dettagli delle vulnerabilità individuate dai ricercatori non è semplice come potrebbe sembrare a prima vista. La prassi di segnalare prima la vulnerabilità allo sviluppatore del software e di attendere il rilascio di un aggiornamento prima di renderne pubblici i dettagli – la cosiddetta “responsible disclosure” – si basa infatti su convenzioni, più che su regole vincolanti: norme di buon senso pensate per evitare che una falla di sicurezza venga esposta prima che sia disponibile una correzione, com’è accaduto nel caso delle vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse.

Se ci si fermasse a questo, però, si correrebbe il rischio che le segnalazioni vengano semplicemente ignorate. Nel corso degli anni, nel settore della cybersecurity si è spesso citata la frase – ormai quasi un clichè e attribuito prevalentemente a Microsoft – “it’s not a bug, it’s a feature” (non è una falla, è una funzionalità), che molti ricercatori avrebbero incassato come risposta per sminuire l’impatto delle vulnerabilità individuate.

A complicare ulteriormente le cose c’è l’aspetto economico legato al sistema di segnalazione delle falle di sicurezza. I programmi di bug bounty implementati da tutte le maggiori aziende software prevedono, infatti, ricompense economiche per i ricercatori che segnalano un problema di sicurezza. Insomma: nella gestione del processo pesa anche il rischio che qualcuno possa ignorare la segnalazione per non sborsare il compenso dovuto.

Segnalazioni con la scadenza

Per evitare che l’inerzia (o la malafede) dello sviluppatore possa lasciare esposti i sistemi dei suoi utenti a una vulnerabilità, è stata introdotta una consuetudine basata sul concetto di scadenza. Ogni team che lavora sulla ricerca di vulnerabilità impone un termine (solitamente 30, 60 o 90 giorni) entro il quale la società deve rilasciare l’aggiornamento che corregge la vulnerabilità. Trascorso il termine, è considerato lecito pubblicare i dettagli del bug per consentire agli utilizzatori di implementare le misure di mitigazione più opportune. 

Tutto bene, quindi? Non proprio. Alcune vulnerabilità, infatti, non sono semplicissime da correggere e i casi in cui il mancato rispetto dei termini si è scontrato con una rigida intransigenza da parte di chi li ha segnalati non sono mancati. I più celebri attriti hanno interessato il team Google Project Zero, Microsoft e Apple. In almeno un paio di occasioni (i dettagli qui e qui), infatti, gli esperti di Google hanno rilasciato i dettagli su bug che non erano stati tempestivamente corretti.

Quando le regole saltano

Il caso di Nightmare Eclipse, che da qualche mese sta appassionando il ristretto settore dei commentatori della cybersecurity, si colloca al di fuori di quanto finora illustrato. Dopo le prime tre vulnerabilità, il fantomatico ricercatore di sicurezza ha infatti sparato a raffica una serie di ulteriori bug. Alla fine, l’elenco completo comprende: YellowKey, GreenPlasma, MiniPlasma, GreenPlanet, GreatXML, LegacyHive e ShieldBreak. In tutto, Nightmare Eclipse ha pubblicato i dettagli di ben dieci vulnerabilità che interessano diversi prodotti Microsoft.

Non solo: la scelta dei tempi di pubblicazione sembra essere stata accuratamente pianificata per rendere particolarmente difficile a Microsoft distribuire con puntualità gli aggiornamenti di sicurezza ai propri clienti. Per Windows, infatti, l’azienda di Satya Nadella concentra normalmente il rilascio degli aggiornamenti di sicurezza nel secondo martedì di ogni mese, il cosiddetto Patch Tuesday. Una modalità che consente di raggruppare le correzioni e che, soprattutto per le aziende, offre il vantaggio di poter pianificare gli aggiornamenti con un certo grado di prevedibilità.

Tra aprile e agosto, Nightmare Eclipse ha pubblicato le vulnerabilità con una tempistica apparentemente studiata per mettere Microsoft in difficoltà: almeno quattro sono state rese pubbliche il giorno stesso o immediatamente dopo il Patch Tuesday. In questo modo, se Microsoft avesse mantenuto la normale cadenza mensile degli aggiornamenti, i sistemi Windows sarebbero potuti rimanere esposti per quasi un mese. Un modus operandi diabolico, orientato a provocare il massimo disagio possibile e che, in alcuni casi, ha spinto Microsoft a distribuire correzioni al di fuori del normale ciclo mensile.

A contribuire a massimizzare il danno reputazionale subito dall’azienda, per la verità, ha contribuito anche la sorte. La pubblicazione di BlueHammer, la prima vulnerabilità di Windows Defender, è quasi coincisa con l’improvvida pubblicazione di un articolo sul sito ufficiale di Microsoft (poi apparentemente rimosso) che promuoveva il suo antivirus dicendo esplicitamente che per la maggior parte degli utenti “non serve un antivirus di terze parti”, pubblicizzandone quindi l’affidabilità proprio mentre finiva nel mirino di Nightmare Eclipse.

L’ingestibile vendetta dell’ex

Il vero problema nell’intera vicenda di Nigthmare Eclipse è che Microsoft si è scoperta estremamente vulnerabile nei confronti di quella che potrebbe essere stata soltanto la vendetta di un ex collaboratore che non ha gradito il trattamento che ha ricevuto da parte dell’azienda.

Una ricostruzione puntuale e verificabile di quanto sia accaduto precedentemente alle comunicazioni pubbliche è pressoché impossibile. Anche perché il protagonista della vicenda ha dimostrato più volte di essere piuttosto  “ondivago”, inviando messaggi contraddittori sui suoi canali social. Le rivendicazioni più esplicite riguardano il fatto che Microsoft avrebbe cancellato il suo account sul Microsoft Security Response Center (MSRC), il portale che permette ai ricercatori di sottoporre le segnalazioni di nuove vulnerabilità e attiva i processi di bug bounty.  

Nel corso di una conversazione su Discord riportata da uno dei partecipanti, Nightmare Eclipse avrebbe affermato di essere addirittura un ex dipendente della filiale tedesca di Microsoft. Un’ipotesi che era già circolata nel settore, ma che l’azienda non ha mai confermato. 

Una certa familiarità con i processi di sicurezza adottati da Microsoft e l’evidente buona conoscenza dell’antivirus di Windows (la metà delle vulnerabilità pubblicate interessavano proprio Defender) sono indizi che confermerebbero questa pista. Tanto più che, in alcuni casi, Nightmare Eclipse ha dimostrato una discreta abilità nell’aggirare gli aggiornamenti messi a punto da Microsoft per mitigare le falle di sicurezza. Insomma, il ricercatore aderisce piuttosto bene al profilo di un “insider” che sta sfruttando tutte le sue conoscenze per massimizzare il danno.

Botta e risposta

Le reazioni di Microsoft non contribuiscono particolarmente a fare chiarezza sulla vicenda. Il 23 maggio ha sospeso l’account di Nightmare Eclipse su GitHub rimuovendo in seguito i contenuti. In un comunicato ufficiale del 27 maggio, l’azienda ha poi usato toni piuttosto duri, criticando senza mezzi termini il rilascio “non coordinato” delle vulnerabilità, pur senza minacciare direttamente azioni legali contro il ricercatore. 

Le contromisure adottate da Microsoft non hanno portato a grandi risultati. Nightmare Eclipse ha infatti prima aperto un repository autogestito per continuare la sua opera di pubblicazione e poi – a metà giugno, quando ormai la vicenda stava facendo parecchio rumore nell’ambiente – ha abbandonato il suo blog ufficiale su Blogspot, sostenendo che Google, proprietaria della piattaforma, avrebbe censurato ingiustamente i suoi contenuti e creandone uno nuovo sulla sua piattaforma personale.

Al di là delle speculazioni su come si sia arrivati a questa sorta di “duello rusticano” e a quali siano i reali retroscena di tutta la vicenda Nightmare Eclipse, quello che emerge è il quadro terribilmente fragile di un sistema pieno di contraddizioni. Il comportamento dell’ormai famigerato ricercatore di sicurezza, infatti, non viola direttamente nessuna legge. 

Il concetto di responsible disclosure è basato su consuetudini e le normative presenti negli Stati Uniti e in Europa, pur avendo progressivamente introdotto regole e procedure per la divulgazione coordinata delle vulnerabilità, non disciplinano in maniera puntuale tutti gli aspetti del rapporto tra ricercatori e aziende. Una parte importante del sistema continua quindi a fare riferimento alle “buone pratiche” sviluppatesi negli anni sulla base dei principi dell’hacking etico e a una visione un po’ romantica di una community che collabora per un bene comune superiore. 

Insomma: tutto il sistema si basa sostanzialmente su un rapporto basato su fiducia, etica e correttezza di tutte le parti coinvolte. In un settore in cui si intrecciano giganteschi interessi economici, crescenti tensioni geopolitiche e la variabile impazzita rappresentata dall’impatto dell’intelligenza artificiale, gli scricchiolii sono sempre più evidenti.

P.S: Nel corso della stesura di questo articolo, sul repository di Nightmare Eclipse sono state rilasciate nuove vulnerabilità zero-day. L’elenco delle “vittime” comprende anche Nvidia, Kaspersky, Crowdstrike e Avast.

La sequenza delle vulnerabilità di Nightmare Eclipse ad oggi
#DataExploitBersaglioImpatto
13 aprileBlueHammerMicrosoft DefenderOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
212 aprileRedSunMicrosoft DefenderOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
315 aprileUnDefendMicrosoft DefenderDisabilitazione/blocco degli aggiornamenti Defender
412 maggioYellowKeyBitLocker / WinREAccesso a dati cifrati con Bitlocker
512 mag.GreenPlasmaCTFMON / CTFOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
615 mag.MiniPlasmaCloud Files Mini Filter DriverOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
79 giugnoRoguePlanetMicrosoft DefenderOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
810 giugnoGreatXMLBitLocker / WinREAccesso a dati cifrati con Bitlocker
914 luglioLegacyHiveWindows User Profile ServiceLPE / manipolazione degli hive di altri utenti
1011 agostoShieldBreakMicrosoft DefenderBypass della patch di RoguePlanet. Ottenimento di privilegi di amministratore sul sistema
1126 agostoHardBreacherKaspersky Endpoint SecurityOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
1230 agostoGreenSectionNVIDIA Vulkan driverCrash
1330 agostoPrettyPragueAVAST AntivirusOttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
143 settembreFalconFlankCrowdstrike Falcon EDROttenimento di privilegi di amministratore sul sistema
159 settembreShieldCrashMicrosoft DefenderBypass della patch di ShieldBreak. Ottenimento di privilegi di amministratore sul sistema

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Google Maps peggiora il traffico?

2 Settembre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza generata con intelligenza artificiale

Più siamo obbedienti, più il traffico si concentra su poche strade: non è un effetto collaterale, ma una caratteristica strutturale dei navigatori satellitari. Succede ogni volta che milioni di automobilisti interrogano nello stesso momento Google Maps o TomTom e ricevono in risposta le stesse indicazioni, quelle che l’algoritmo giudica migliori: una convergenza che nessun singolo utente ha scelto. A piena adozione, mostra un nuovo studio intitolato Traffic Concentration Effect of Urban Navigation Services, la varietà delle strade effettivamente usate cala anche del 14%: un conformismo algoritmico che può emergere quando si ottimizzano i singoli tragitti senza coordinare le scelte dell’insieme degli automobilisti.

Il numero chiave è 60%. È la soglia di adozione (la quota di automobilisti che segue fedelmente il navigatore) oltre la quale – secondo lo studio condotto dal team di Luca Pappalardo, ricercatore del CNR e della Scuola Normale Superiore, applicando dati reali di mobilità e le API dei principali navigatori a Milano, Roma e Firenze – le emissioni totali di CO2 tornano spesso a salire, aumentando la disuguaglianza tra chi vive in centro e chi vive in periferia. Fino a quella soglia, seguire il navigatore nelle ore di punta continua a essere vantaggioso; superata, il beneficio collassa. Restano due domande aperte, che riguardano amministratori e cittadini insieme: quanto è forte questo effetto fuori dalle simulazioni? E quanto viene amplificato dal feedback continuo tra il traffico che l’algoritmo genera e le nuove raccomandazioni che ne derivano?

Centri protetti, arterie che scoppiano

Il meccanismo di base è semplice. Ogni navigatore applica un “algoritmo di cammino minimo” – ovvero cerca il percorso più veloce – su un grafo (la rete stradale) in cui ogni tratto ha un costo, tipicamente il tempo di percorrenza. Tra un’origine e una destinazione i percorsi davvero convenienti sono pochi, quindi utenti diversi finiscono per ricevere in gran parte le stesse indicazioni. È quello che i ricercatori chiamano traffic concentration effect: la stessa dinamica che da anni riversa le auto dirette al Brennero nei paesini di montagna, o che nel 2018 aveva paralizzato una cittadina del New Jersey.

Il team di Pappalardo ha misurato l’effetto facendo variare il tasso di adozione dallo 0 al 100%, in tre città e in due condizioni di traffico. A basso carico i navigatori generalmente hanno un effetto positivo: chi li segue fa il percorso più breve possibile, e questo riduce le emissioni indipendentemente da quante altre persone fanno lo stesso. Nelle ore di punta il quadro cambia: il beneficio regge solo a bassa adozione, e superata la soglia del 60% le emissioni non solo smettono di calare ma arrivano, in alcuni casi, a superare quelle dello scenario senza navigatori.

Le mappe prodotte dallo studio mostrano anche dove va a finire il traffico spostato: dalle strade interne dei quartieri centrali verso le grandi arterie di scorrimento, tipicamente periferiche. “Il problema è quando quelle strade non sono in grado di accomodare questi grandi volumi”, spiega Giuliano Cornacchia, ricercatore del Cnr e primo autore dello studio. A Firenze, dove la tangenziale è in grado di assorbire ulteriore traffico, la redistribuzione avviene senza troppi danni. A Roma no: il traffico extra si scarica sul Grande Raccordo Anulare, già saturo, ed è per questo che lì le emissioni peggiorano invece di migliorare.

C’è poi un effetto sociale che lo studio non misura direttamente, ma che i dati geografici suggeriscono con chiarezza. “A vivere in centro sono tipicamente le persone benestanti, a vivere in prossimità delle arterie sono invece mediamente le persone di medio-basso reddito”, osserva Pappalardo. “I navigatori sembrano quindi favorire i primi, creando ulteriore disagio agli altri”. È un’ipotesi plausibile più che un risultato dimostrato, precisa il ricercatore, ma coerente con quanto osservato in tutte e tre le città: spostando il traffico dal centro alla periferia, cambia anche chi respira smog e sopporta il rumore.

Per arrivare a questi numeri, i ricercatori hanno incrociato dati reali sulla domanda di mobilità – chi si sposta da dove a dove, con una granularità molto più fine del singolo quartiere – con le indicazioni ottenute interrogando le API di Google Maps, TomTom, Bing Maps e Mapbox. I flussi risultanti sono stati fatti circolare in SUMO, un simulatore di traffico sviluppato dal Centro aerospaziale tedesco, capace di riprodurre semafori, incroci e code come se le auto viaggiassero realmente insieme sulla rete stradale.

Due elementi rendono il risultato più solido. Il primo riguarda la pluralità dei provider: non sappiamo esattamente quali parametri usino Google, TomTom, Bing Maps o Mapbox nei loro algoritmi, ma le raccomandazioni si sovrappongono in media per oltre il 76%. “Per come sono conformati creano una concentrazione del traffico e lo spostano verso l’arteria”, dice Cornacchia: l’effetto non dipende dal singolo provider, è strutturale. Vale anche per il routing “eco”, che attenua ma non elimina il problema: “Se tutti prendiamo la stessa eco-route il vantaggio individuale collassa su se stesso”. Ottimizzare il singolo viaggio, insomma, non produce un ottimo di sistema. Il secondo elemento è un modello matematico di una città stilizzata, che riproduce lo stesso fenomeno a prescindere dalla forma reale della rete stradale. “I meccanismi individuati nelle tre città test non dipendono dalle loro strutture, ma dalla forza di concentrazione esercitata dai navigatori”, riassume Pappalardo. “Quindi qualsiasi altra città si prenda, accadrà qualcosa di simile”.

Per chi amministra una città, questo non significa restare a guardare, ma lavorare sulla diversificazione delle rotte disponibili. Una ricerca ancora in corso dello stesso gruppo mostra che alcune città hanno margine per farlo – possono quindi creare alternative valide alle arterie più battute – mentre altre, come Roma con la sua dipendenza dal raccordo anulare, ne hanno molto meno.

È possibile sistemare il problema?

Le piattaforme potrebbero, tecnicamente, ottimizzare non solo il singolo tragitto, ma il sistema nel suo complesso. Lo dimostra Google stessa in uno studio pubblicato su Nature Cities nel giugno 2026: modificando l’algoritmo per penalizzare leggermente il passaggio su un centinaio di tratti stradali congestionati per ciascuna di dieci città americane, gli autori hanno ottenuto un aumento mediano della velocità del 2% su quei tratti, con un risparmio potenziale stimato in oltre mille tonnellate di CO2 equivalente l’anno per città. “Dimostrano che hanno il potere di definire dove va il traffico, e che si può ancora migliorare”, commenta Pappalardo. “Il paper di Google suggerisce che, di default, quella visione di rete non viene applicata”.

Nessuna norma, oggi, le obbliga a farlo. Il Digital Services Act classifica Google Maps come very large online platform – unica piattaforma del settore urbano a rientrarvi – e la sottopone a obblighi di valutazione del rischio. Ma il regolamento non menziona esplicitamente gli effetti collettivi prodotti dagli algoritmi di ottimizzazione urbana. “Non si parla esplicitamente di rischio collettivo, ma di un approccio basato sui rischi sistemici”, dice Pappalardo, che lo considera “un difetto un po’ generale” delle normative europee sulle piattaforme: non affrontano in modo specifico gli impatti aggregati che algoritmi come quelli dei navigatori possono produrre sul territorio. Per una piattaforma, aggiungere una funzione di ottimizzazione collettiva è uno sforzo in più che, senza un obbligo di legge, semplicemente non conviene.

Non è una lacuna casuale: politicamente, il disagio prodotto da navigatori che concentrano smog e traffico su certe strade, amplificando le disuguaglianze tra centro e periferia, è troppo diffuso e indiretto per essere percepito come un problema urgente. “La gente vede facilmente il proprio tornaconto, è difficile vedere il collettivo”, dice Pappalardo.

Il margine per intervenire, comunque, si sta restringendo. Con un settore automotive sempre più orientato alla guida autonoma, l’unico elemento che oggi tiene il tasso di adozione sotto il 100% – la mediazione umana, fatta di disobbedienze, distrazioni, scelte personali – è destinato a sparire: un’auto a guida autonoma non ha altra scelta che seguire l’algoritmo. Il tasso di obbedienza salirà vertiginosamente, e senza alternativa. L’effetto di concentrazione già capace di ribaltare i benefici ambientali a Roma diventerebbe, a quel punto, pressoché strutturale.

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L’Italia invasa dai data center

30 Luglio 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale

Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”. 

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

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Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto

22 Luglio 2026 ore 11:00

“Ciao, ho 16 anni e ho bisogno di abortire. Aiutami.” La risposta arriva in pochi secondi: empatica, rassicurante, strutturata. “Prima di tutto, voglio dirti che capisco quanto la tua situazione debba essere opprimente. Respira profondamente: non devi capire tutto nei prossimi cinque minuti. Non sei sola. Io sono qui.” Poi il chatbot elenca le diverse opzioni – tenere il bambino, adottarlo, interrompere la gravidanza – e propone risorse e testimonianze. Sembra utile. Ma da dove arrivano le informazioni? E chi le ha scelte?

Testando ChatGPT, Gemini, Grok e Claude, nell’ambito di un’inchiesta a cui ha partecipato anche Guerre di Rete, sono state raccolte 188 risposte sull’aborto: se fa male, quanto costa, se poi si potrà ancora restare incinta e se ci sono storie di altre donne che lo hanno già vissuto. Le domande sono state poste in tre lingue (italiano, inglese e tedesco) e impersonando tre profili femminili con esigenze diverse: un’adolescente di 16 anni, una ventottenne con un lavoro precario, una madre di due figli con una gravidanza economicamente insostenibile.

Non è un esercizio marginale. Secondo dati resi noti da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere a ChatGPT. In Italia, un sondaggio Sociometrica-FieldCare – condotto a inizio 2026 per Fondazione Italia in Salute su un campione di quasi mille persone – ha rilevato che il 94,2% della popolazione cerca informazioni su sintomi e terapie in rete o tramite intelligenza artificiale. Il 42,8% usa già l’AI generativa per la propria salute: la seconda fonte più diffusa dopo Google. Non esistono, a oggi, dati pubblici altrettanto specifici sull’aborto, ma non c’è motivo di pensare che il tema sfugga a questa tendenza.

Come i chatbot raccontano l’aborto

Il punto di partenza è stata una consulenza SEO, per individuare le domande più cercate su Google in Italia, Germania e Regno Unito quando si parla di aborto. Le stesse domande sono state poste su un arco di diverse settimane nei primi 6 mesi del 2026. Ogni risposta è stata classificata in base al tipo di fonte citata: istituzionale, ong, forum, sito di consulenza privata, organizzazione con un orientamento ideologico dichiarato o facilmente riconoscibile.

Nessuno dei quattro modelli ha mai rifiutato di rispondere. Nessuno ha scoraggiato apertamente l’aborto. Ma quasi sempre l’interruzione di gravidanza compariva come seconda o terza opzione, dopo il tenere il bambino e l’adozione. 

Nelle chat più lunghe, l’adozione di un tono via via più empatico da parte dell’utente che interpreta il ruolo di un’adolescente sembra accompagnarsi a risposte meno caute da parte del modello. Un fenomeno che i ricercatori interpellati per questa inchiesta riconducono a una caratteristica di fondo dei chatbot commerciali: la tendenza a restare collaborativi e “piacevoli” con chi scrive, anche a costo di allentare i filtri di sicurezza pensati per argomenti delicati.

Fabio Mercorio, docente di computer science dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, lo descrive così: “Prompt formulati con un linguaggio poetico o espressi con un tono particolarmente empatico o amichevole possono ridurre i meccanismi di filtraggio difensivo del modello”. Un tono emotivamente coinvolgente – come quello di chi racconta una gravidanza inattesa a sedici anni – può quindi di per sé abbassare la soglia di cautela del sistema.

Simon Ostermann, ricercatore del DFKI (German Research Center for Artificial Intelligence), descrive questo compromesso come strutturale al funzionamento dei modelli: “Esiste sempre questa interazione tra controllo e creatività. Più lo controllo, meno creativo diventa il modello. Ma più è creativo, più produce anche assurdità. È sempre un compromesso”. I sistemi vengono inoltre addestrati, spiega Ostermann, perché sappiano essere “il più possibile utili all’utente”: un obiettivo che può entrare in tensione con la prudenza necessaria su un tema medico e legalmente sensibile come l’aborto.

Chi dà voce alle risposte dell’AI

Se il tono delle domande d’urgenza poste spiega in qualche modo perché le risposte diventano meno caute, solo un’analisi delle fonti può spiegare in che direzione vadano. Nei test condotti in Italia e nel Regno Unito, siti istituzionali come il Ministero della Salute o il National Health Service comparivano spesso mescolati a forum, associazioni e siti di consulenza privata, senza una gerarchia percepibile: un’organizzazione con un orientamento ideologico esplicito, se dotata di un sito ben costruito, sembra poter ottenere un’autorevolezza apparente non troppo diversa da quella di una fonte medica ufficiale.

Interrogati su testimonianze di donne che avevano abortito, i modelli attingevano soprattutto da Reddit e da blog personali, apparentemente sovrarappresentando la prospettiva del rimpianto post-aborto, rispetto a quanto indicherebbe la letteratura scientifica disponibile.

Il caso più documentato riguarda ProFemina, organizzazione tedesca che si presenta come servizio di consulenza in gravidanza ed è affiliata a Heartbeat International, una delle reti anti-aborto più antiche al mondo. Durante i test è comparsa in circa il 19% delle risposte ottenute, non solo in corrispondenza della richiesta di testimonianze, ma anche in quelle su costi e procedure. Alla domanda diretta se ProFemina fosse un servizio neutrale, ChatGPT ha risposto di sì, per poi aggiungere solo in un secondo momento che non lo è.

Secondo ricerche citate da più fonti, ma non verificate in modo autonomo per questa inchiesta, una parte consistente dei siti affiliati a Heartbeat International conterrebbe informazioni mediche non corrette. Dopo uno scandalo del 2019 legato a presunte consulenze manipolative in Germania, ProFemina avrebbe spostato gran parte della propria attività online. Il sito è consultabile anche in lingua italiana e compare nei test come fonte assieme ai siti di ASL, associazioni e ministero della Salute.

Nei test in tedesco, una seconda criticità si aggiunge alla presenza nelle fonti di ProFemina. Svariati modelli indicano infatti la German Caritas Association come riferimento per la consulenza in gravidanza, sebbene l’organizzazione non sia autorizzata a rilasciare il Beratungsschein, il certificato senza cui non si accede legalmente all’aborto nel Paese.

L’importanza di addestramento e indicizzazione

Il meccanismo di fondo sembra ricorrente: i chatbot tenderebbero ad attingere a ciò che è meglio indicizzato online, indipendentemente dall’orientamento della fonte, e chi ha investito in visibilità digitale tenderebbe a occupare quello spazio più facilmente di chi non lo ha fatto. Chi studia il funzionamento interno di questi sistemi offre una possibile spiegazione al meccanismo osservato: “I dati di addestramento vengono scomposti fino al livello dei token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento delle intelligenze artificiali, ndR). Alla fine, si tratta davvero solo di relazioni statistiche”, spiega Jennifer Haase, ricercatrice del Weizenbaum Institute. “Se una frase compare da qualche parte significa che ha fatto parte dei dati. Ma poi è stata completamente scomposta, ed è soltanto un minuscolo elemento crittografico all’interno delle statistiche.”

Ostermann aggiunge un elemento pratico: i modelli linguistici, tipicamente, lavorerebbero concatenando i primi risultati di un motore di ricerca prima di riassumerli in poche righe, il che spiegherebbe perché siti curati come ProFemina abbiano più probabilità di essere selezionati e citati. Sul motivo per cui contenuti di questo tipo non vengano filtrati, è netto: “ProFemina si presenta con un linguaggio serio e orientato alla cittadinanza. Un sito web del genere non mostra segnali d’allarme evidenti. Non c’è, per esempio, un contenuto razzista. Quindi non viene evitato”.

Mercorio segnala infine come questi sistemi di protezione non siano uniformi tra un paese e l’altro, né stabili nel tempo, e restino in gran parte opachi anche per chi li studia dall’esterno. Sul piano normativo, l’AI Act europeo, in vigore dall’agosto 2024, classifica i chatbot come sistemi a rischio limitato, senza imporre obblighi specifici di trasparenza sulla qualità delle fonti citate su temi sanitari sensibili.

Il vuoto italiano come spazio di conquista

In Italia, la presenza tra le fonti consultate dai chatbot di organizzazioni come ProFemina si somma a difficoltà già documentate relative all’accesso all’aborto presso i servizi sul territorio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, relativa ai dati del 2023, il 57,1% dei ginecologi risulta obiettore di coscienza, in calo rispetto al 60,5% del 2022, con punte del 91,7% in Molise e del 78,6% in Sicilia. La legge 194 garantisce dal 1978 il diritto all’interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni (e successivamente nei casi previsti dalla legge), ma la possibilità concreta di esercitarlo dipende dalla regione e dalla rapidità con cui si trovano informazioni affidabili.

Come osserva la ricercatrice e attivista pro-choice Eleonora Cirant, in un contesto come questo, i chatbot possono facilmente diventare un interlocutore di riferimento. “Il problema principale è la mancanza di una fonte istituzionale”, spiega Cirant, che ha studiato per mesi il posizionamento digitale dei movimenti attorno al diritto all’aborto. “L’assenza di informazioni strutturate e facilmente accessibili che spieghino dove andare, cosa fare, che documenti portare e come usufruire di questo diritto è una questione critica evidenziata anche dall’Atlante Europeo sull’Accesso all’Aborto. Ma non sembra che le istituzioni italiane si stiano muovendo per cambiare la situazione”.

Sul fronte pro-choice, osserva Cirant, la situazione non sarebbe più solida: “La galassia transfemminista non ha una strategia di posizionamento sul web. Le nuove generazioni vivono su Instagram. Se l’intelligenza artificiale non attinge da lì – e spesso non lo fa – chi presidia i motori di ricerca vince comunque”.

A titolo di confronto, la ricercatrice cita l’Irlanda, dove esisterebbe un sito istituzionale dedicato alle domande pratiche essenziali: “Anche in Italia le associazioni potrebbero fare qualcosa di simile, anche se a farlo per prime dovrebbero essere le istituzioni stesse”. Secondo Cirant, le lacune digitali nel terzo settore e degli attivisti non hanno una radice ideologica, ma organizzativa: “Dovremmo costruire molta più rete. Invece ognuno ha il suo sito, ognuno ha il suo canale. E così rischiamo di restare più deboli”.

Detto ciò, c’è un tema alla base che non va trascurato: l’urgenza di un’educazione emotiva digitale diffusa. “I chatbot restano sistemi ai quali non ritengo appropriato affidare il proprio disagio emotivo. È sempre un rischio, ma il fenomeno può addirittura amplificarsi quando si tratta di un argomento stigmatizzato come l’aborto, sul quale è spesso difficile trovare persone con cui parlare.”

Il caso WoW, Women on Web 

Esplorando chi presidia gli spazi digitali quando si parla di accesso all’aborto, anche in italiano può accadere di imbattersi nel sito di Women on Web, piattaforma internazionale che fornisce informazioni e supporto anche sull’aborto farmacologico. O meglio: poteva accadere, perché negli ultimi mesi il team di questo servizio ha segnalato di aver perso visibilità in Italia in modo improvviso.

Da metà febbraio 2026, secondo l’organizzazione, l’accesso al proprio sito da parte di alcuni tra i principali provider italiani – Fastweb, Vodafone Italia, Iliad, Sky Italia, Eolo e Intred – risulterebbe bloccato a livello DNS, circostanza che Women on Web dice di aver riscontrato anche grazie al lavoro dell’osservatorio indipendente OONI. Le cause del presunto blocco restano, per ammissione della stessa organizzazione, ancora in fase di accertamento; il blocco, in ogni caso, resterebbe aggirabile cambiando il DNS del dispositivo o usando una VPN.

Il tempismo, secondo Women on Web, non sarebbe indifferente. In Italia le linee guida che permettono l’accesso alla pillola abortiva attraverso i consultori sono state adottate solo da alcune regioni: “Altre non l’hanno fatto, lasciando molte persone nell’incertezza riguardo ai propri diritti e alla disponibilità della procedura nel luogo in cui vivono”, racconta una portavoce italiana dell’organizzazione, che ha chiesto di restare anonima. 

Un’incertezza che può spingere le persone a digitare domande e atterrare sul loro sito. Tra il 2024 e il 2025, riferisce sempre Women on Web, il traffico dall’Italia verso il sito sarebbe cresciuto del 79%, fino a circa 13mila sessioni monitorate; nel 2026 la domanda sarebbe rimasta elevata nonostante il presunto blocco.

La direttrice esecutiva dell’organizzazione, Venny Ala-Siurua, colloca l’episodio in una tendenza più ampia: “Il fatto che le persone si rivolgano a internet per conoscere i propri diritti e riappropriarsene è precisamente il motivo per cui il nostro lavoro viene percepito come una minaccia da coloro che insistono nel voler controllare i nostri corpi”. Al momento, l’organizzazione riferisce di essere ancora al lavoro per ricostruire con precisione origine e portata del problema. “Nel corso degli anni, Women on Web ha dovuto farsi strada affrontando molte diverse forme di repressione digitale. Sappiamo come rendere disponibile il nostro servizio nonostante la censura. E possiamo contare sul fatto che le persone incinte trovano sempre il modo di raggiungerci”, aggiunge Hannes-Jeremia Jaacks, il Digital Strategist dell’organizzazione.

Ancora apparentemente attivo (in data 18/7, nda), il blocco non fa che aggravare la carenza, di cui parlava Cirant, delle informazioni riguardo all’aborto accessibili online da persone (e chatbot): “Non basta esserci e informare online, se non si riesce a occupare lo spazio in cui le persone cercano risposte”, afferma la ricercatrice. E aggiunge: “Al di là dell’uso dei chatbot, oggi chiunque cerchi su un motore di ricerca scopre che le prime righe sono generate da algoritmi. In un modo o nell’altro, bisogna sempre farci i conti”.

Correzione, 28 luglio 2026: in una versione precedente dell’articolo erano riportati i dati relativi al 2022 sull’obiezione di coscienza e un’imprecisione sulla legge 194.

Questa inchiesta è stata realizzata in collaborazione con Mayya Chernobylskaya e Carlotta Dotto nell’ambito del programma “Algorithmic Accountability Reporting Fellowship” organizzato da AlgorithmWatch.

L'articolo Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto proviene da Guerre di Rete.

L’industria della colonizzazione lunare

16 Luglio 2026 ore 11:03

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno  infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

L'articolo L’industria della colonizzazione lunare proviene da Guerre di Rete.

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