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Il fronte cyber del porto

17 Settembre 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.

A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.

La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di persone viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi di intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.

Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.

Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economico risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.

Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.

Il problematico dominio di ZPMC

Il caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.

Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.

Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.

E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia USA.

Normali gru o spie cyber?

Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.

Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica americana o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.

Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.

Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua supply chain (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).

Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.

Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.

Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.

Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.

È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.

Il paradosso della globalizzazione

Ed è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.

Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.

Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.

ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.

Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.

La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale.  La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.

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L’industria della colonizzazione lunare

16 Luglio 2026 ore 11:03

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno  infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

L'articolo L’industria della colonizzazione lunare proviene da Guerre di Rete.

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