Vista elenco

Ricevuto ieri — 12 Giugno 2026 Sinistra Anticapitalista

La legalità illegittima della repressione

di: loc
9 Giugno 2026 ore 17:42

di Alessandra Algostino (da il manifesto)

L’istanza del pubblico ministero di Torino con la quale si chiede al giudice di sollevare questione di legittimità alla Corte costituzionale sulla norma che considera reato il blocco stradale costituisce un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario.

La pm solleva pesanti e argomentati dubbi sulla legittimità di una delle norme centrali di quel decreto sicurezza (uno dei tanti) che ha cominciato ad edificare tale regime. Le norme della Costituzione richiamate nell’istanza, l’articolo 17 sul diritto di riunione e l’articolo 40 sul diritto di sciopero, presidiano l’espressione del diritto alla protesta: il blocco stradale ne costituisce una forma, tutelando il conflitto, elemento coessenziale alla democrazia. In questo senso, è rilevante che il rinvio alla Corte non verta solo su ragionevolezza e proporzionalità (anch’esse giustamente richiamate nell’istanza), ma sottolinei la violazione dei diritti di riunione e di sciopero. Manifestare è un diritto, non un reato.

Il processo in corso a Torino, quindi, testimonia come, accanto al dato simbolico di colpire con il disvalore del diritto penale l’espressione del pensiero e il dissenso, la norma eserciti concreti effetti repressivi e, a cascata, deterrenti e dissuasivi. Un’intimidazione istituzionale rispetto all’esercizio dei diritti costituzionali; la stessa, che, per altra via, quella dell’amministrativizzazione, persegue l’ultimo, ennesimo, decreto sicurezza, ormai anch’esso convertito in legge (numero 54 del 2026), laddove utilizza il potere del denaro (le multe) per dissuadere (… minacciare) rispetto all’esercizio di diritti costituzionali (punendo promotori, deviazioni del percorso, non meglio specificati turbamenti delle forze dell’ordine).

Recentissima è la notizia delle denunce nei confronti di 54 attivisti per la Palestina a Pisa, in concorso con centinaia di altri: è chiara la volontà di neutralizzare e reprimere ogni forma di conflitto. Riesumando, fra l’altro, formule oscure come il «concorso morale».

Nell’istanza della pm torinese tutto si tiene, anche il richiamo alla violazione dell’articolo 77 della Costituzione per mancanza dei presupposti di necessità e urgenza del decreto legge, che, come da costante giurisprudenza costituzionale, non è sanata dalla conversione in legge. In questo caso poi abbiamo assistito alla patente violazione del requisito dell’urgenza, trattandosi di norme che erano state originariamente previste in un disegno di legge. Strappate al controllo del parlamento, anche con il ricorso – altra costante – al voto di fiducia. L’abuso del governo ai danni del parlamento costituisce un altro asse – la verticalizzazione del potere – del disegno autoritario.

L’applicazione dei decreti sicurezza sui territori, non uniforme, ma diffusa, restituisce il quadro di una repressione crescente e aggressiva, che distorce una presunta legalità in sterilizzazione della democrazia. Una legalità illegittima. Occorre attivare tutte le garanzie, gli anticorpi, sociali e istituzionali, per impedire che svuoti la democrazia.

Ricevuto — 10 Giugno 2026 Sinistra Anticapitalista

Costruire l’unità dei movimenti per battere le destre

di: loc
10 Giugno 2026 ore 13:06

Una discussione difficile e necessaria

di Franco Turigliatto

Le compagne e i compagni di Potere al Popolo lanciano con l’assemblea nazionale del 14 giugno a Roma un progetto ambizioso, “Un campo politico indipendente/Cambiamo tutto”, una sfida non solo e tanto alle forze della classe dominante, ma alle organizzazioni della sinistra radicale.

Proprio perché prendiamo sul serio quanto proposto, avanzeremo un ragionamento critico assai articolato.

Il disegno di Potere al popolo ha una valenza politica ed elettorale, ma rimanda anche esplicitamente a un progetto strategico e programmatico, puntando sulle dinamiche positive del movimento di massa che si è espresso nell’ultimo anno sulla Palestina e sulle prime crepe che il blocco sociale e la coalizione governativa delle forze della destra e dell’estrema destra hanno mostrato. Più concretamente scommette sul fatto che la combinazione tra condizioni oggettive e quanto hanno fatto nei movimenti attraverso le loro strutture di riferimento, a partire dall’USB, permetta loro una credibilità politica tale da produrre un salto qualitativo nella loro dimensione politica ed organizzativa.

Non dimentichiamoci che fin dal suo sorgere Potere al Popolo si è posto come soggetto ex novo, che nulla voleva a che vedere con le vecchie forze dell’estrema sinistra: il “cambiamo tutto” non solo rispetto agli assetti sociali, ma anche alle stesse strutture delle sinistre “alternative”. 

Condivisioni e criticità

Diciamo subito che ci sono significativi punti di condivisione con le rivendicazioni sociali e politiche che il testo propone nei 7 punti conclusivi, rivendicazioni essenziali per costruire in questa fase resistenza ed opposizione al sistema capitalista e alle politiche liberiste dei governi e che, secondo noi, dovrebbero essere alla base di una forte unità d’azione delle formazioni politiche, sociali e sindacali della sinistra radicale.

E’ positivo che Potere al Popolo riaffermi non solo la centralità della classe lavoratrice nello scontro politico e sociale, ma anche la finalità del movimento di classe da costruire, cioè la riproposizione di una società socialista (noi pensiamo che oggi sia meglio definirla ecosocialista per ovvie ragioni), progetto strategico e programmatico fondamentale per opporsi alla barbarie del capitale.

Poi però cominciano le nostre criticità sulle posizioni di questa formazione politica, a partire dalle forzature settarie e autoaffermative, (caratteristiche di una certa corrente del movimento comunista storico), da alcuni aspetti dell’analisi politica (nel testo la questione del fascismo e l’affermarsi dell’estrema destra appare secondario) e dalle scelte politiche che ne derivano, infine e soprattutto dalle radici programmatiche su cui si basa la concezione stessa del socialismo. Su questo nodo strategico, quel che è significativo non è tanto quanto scritto nell’appello quanto quello che manca, (ma che è invece ben presente nei loro riferimenti politici quotidiani): semplicemente non si fanno i conti con la storia, con quella, in particolare, del movimento operaio, del movimento comunista internazionale e delle formazioni statali postcapitaliste sorte nel ‘900  e crollate a partire dall’89, cioè con quelle involuzioni burocratiche stataliste espresse nella sua forma più alta e oppressiva dallo stalinismo. Non si può parlare oggi di socialismo senza esprimersi sulle società del ‘900 etichettate come socialiste.

I rapporti di forza e il movimento di classe

Partiamo dalla valutazione dei rapporti di forza tra le classi e del ruolo dei partiti.

Non c’è dubbio che le forze del centro sinistra e quelle del centro destra, (oggi destre e destre estreme) hanno garantito le politiche di fondo liberiste della borghesia e del sistema capitalista (il testo le chiama amministratori del condominio), e che la gestione di queste politiche impopolari crea prima o poi logoramento di consenso anche per un governo come quello Meloni sulla cresta dell’onda per molti anni e che a monte di questa situazione ci sia una crisi di fondo del sistema capitalista. Questo è l’ABC.

La domanda è: c’è già una dimensione di massa e di lotta di opposizione al governo delle destre?

Le grandi manifestazioni dell’autunno contro il genocidio, si sono già evolute in una più generale ripulsa del governo? Il rifiuto delle scelte del riarmo con le loro ricadute sulle condizioni di vita ha già prodotto una forte coscienza di massa capace di collegare cause ed effetti? 

Siamo già al superamento significativo di un paese incattivito?

Per rispondere a queste domande bisogna avere un giudizio lucido sulla dimensione del movimento dell’autunno. Le manifestazioni di massa sono state enormi, ma il paese non è stato bloccato; le lavoratrici e i lavoratori sono scesi numerosissimi in piazza insieme ai giovani e agli studenti, ma lo sciopero nei luoghi di lavoro è stato contenuto, le attività produttive non si sono fermate. Le contrattazioni sindacali continuano ad essere difficili se non perdenti, non solo per il collaborazionismo delle direzioni sindacali, ma per le obiettive difficoltà della classe, certo prodotte anche dalle scelte dei loro dirigenti, ma diventate elemento obiettivo di incertezza e demoralizzazione in ampi settori di massa, molte volte precarizzati e ricattati. Questa è la dura dialettica dello scontro di classe.

E’ in questo contesto che la forza e la crescita dell’estreme destre, favorito per altro da un ambiente internazionale che le sta portando in alto in tanti paesi e segnatamente in Europa, non si è esaurita tanto è vero che assistiamo con Vannacci allo spostamento sempre più estremo di alcuni loro settori. La strada per tagliare l’erba sotto i loro piedi è ancora piuttosto complicata e sarebbe bene non fare troppi errori. Il governo ha reagito alle lotte autunnali e alla sconfitta referendaria rilanciando i suoi contenuti politici autoritari. La sconfitta delle destre e la cacciata del governo Meloni resta un compito centrale ed ineludibile della lotta del movimento di massa

Scrive Potere al Popolo nel proporre un campo popolare indipendente: “Tramutare questa rabbia, questo rifiuto in un progetto trasformativo è un’operazione eminentemente politica. Che non è sinonimo di elettorale. Anzi: il presupposto è la costruzione di un campo popolare che sappia agire sul terreno politico, su quello economico, su quello culturale, mediatico e ideologico.” 

Poco più oltre però l’indipendenza elettorale viene assunta come indispensabile ed è evidente che l’assemblea del 14 ha come finalità primaria questo obiettivo.

Si aggiunge poi “Per indipendenza intendiamo una capacità autonoma della classe di organizzarsi su tutti i fronti del conflitto; un impegno che si snodi dal versante sociale e sindacale a quello politico fino a quello culturale, mediatico e ideologico, con l’obiettivo di ricostruire quella sedimentazione articolata delle forze che puntano a essere sì un efficace argine di resistenza, ma soprattutto di prospettiva di offensiva politica…L’obiettivo è riconquistare la coscienza della necessità della funzione storica e del protagonismo collettivo della classe lavoratrice tutta”.

OK. Affermazioni condivisibili che però presuppongono una capacità di costruire le resistenze alle politiche del capitale che sono quelle economiche, ma anche quelle sociali e politiche, compreso il ruolo delle ideologie e delle formazioni fasciste, che sono parti integranti degli strumenti della classe borghese. La lotta e la sconfitta delle forze fasciste, di cui pure in un generico passaggio si riconosce la capacità di avere influenza di massa, è oggi elemento costituente della lotta anticapitalista e antimperialista, come anche significativamente è stato riaffermato nel recente Forum mondiale di Porto Alegre in Brasile.

Di questa duplicità e complessità per costruire una alternativa non c’è traccia nelle proposte di Potere al Popolo. Per non parlare della considerazione banale che non tutti i governi borghesi sono eguali ed egualmente repressivi delle forze del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori; queste e questi devono combattere tutti, e sottolineo tutti, i governi borghesi, ma le tattiche per farlo possono essere inevitabilmente articolate. E’proprio la crisi profonda del sistema borghese che dovrebbe metterci in guardia dal ripetere gli errori compiuti con le disastrose politiche del terzo periodo dell’internazionale staliniana (anni 30 del secolo scorso), doppiata poco dopo da una ulteriore svolta negativa di alleanza politica tout court con le forze borghesi. Più che mai gli spazi democratici vanno difesi collocandoli in un progetto di superamento del capitalismo.

Contro il fascismo non possiamo fare a meno della costruzione di un fronte unico di classe che sappia realmente vincere questa battaglia decisiva.

Indipendenza

Pongono alcuni interrogativi due successivi passaggi: 

Indipendenza è prima di tutto il rifiuto del dogma atlantista” Il rigetto della Nato è un punto programmatico di fondo, ma l’indipendenza di classe è in primo luogo il rigetto del sistema capitalista e di tutti gli imperialismi. Dietro questa formula del testo fa capolino, l’approccio non solo geopolitico, ma più o meno apertamente “campista” di Potere al Popolo.

Successivamente: “Opporsi all’Unione Europea e alla sua architettura politica, finanziaria, giuridica, economica e militare è un compito politico fondante per aprire a tutti i popoli del nostro continente, dal Portogallo agli Urali, una prospettiva di Pace, di difesa del progresso sociale e lo sviluppo di nuove forme di cooperazione paritaria e di interscambio internazionale.

Che vada smantellata la architettura finanziaria, giuridica, ecc. dell’Unione Europea capitalista è questione di fondo, ma perché non prospettare in alternativa una Europa delle lavoratrici e dei lavoratori, socialista e democratica, introducendo invece una vaga formula democraticista e generica, assai ambigua? La prospettiva non doveva essere quella del socialismo?

Per un sindacato indipendente e conflittuale” è il titolo di un capitolo fondamentale del testo.

Condividiamo questa affermazione e tanto più il passaggio successivo “la retorica sulla scomparsa della classe operaia, dell’impresa come motore della società e del privato come elemento dinamico e di progresso sta disvelando tutto il suo carattere regressivo ed antisociale”.

Non condividiamo invece le conclusioni che si traggono a partire da una distorta valutazione delle mobilitazioni dell’autunno 2025. “Esistono, dunque, le condizioni per rilanciare un progetto sindacale generale, confederale e di classe contando sulle nostre forze……ciò  è  possibile solo se si rompe definitivamente con le centrali sindacali che da decenni predicano moderatismo e praticano consociativismo e con chi continua, sterilmente, a praticare entrismo nella CGIL.”

In questo passaggio emerge sia una impostazione settaria, sia una incomprensione di fondo sulla organizzazione e sulla complessità della classe lavoratrice e del suo bisogno di unità, nonché della indispensabile ricerca delle forme di autoorganizzazione della stessa. Sarebbe stata buona cosa dire che si punta il più rapidamente possibile a un processo unitario dei sindacati di base come minimo punto di partenza. Invece proprio nel mese di maggio abbiamo assistito a due giornate di “sciopero generale”, si fa per dire, separate tra USB da una parte e gli altri sindacati di base dall’altra. E non hanno fatto “tremare il governo” e tanto meno hanno “bloccato tutto”. E oggi, alla vigilia delle manifestazioni reazionarie e fasciste di Pro Vita e della cosiddetta Remigrazione a Roma, sembra proporsi una manifestazione separata da quella di tutte le altre forze sociali e sindacali antifasciste.

Si fa una enorme confusione tra la possibilità ed anche l’utilità di avviare un processo indipendente e radicale di sindacalismo conflittuale rispetto alle burocrazie sindacali conservatrici (per altro diversificate qualche volte tra loro) e nello stesso tempo avere sempre ben presente nelle scelte e nella tattica la capacità di coinvolgere e di incidere sulle organizzazioni sindacali storiche, in un progetto di unità di classe. L’approccio di sola denuncia che viene praticato da decenni, non sembra aver dato i risultati auspicati e desiderati. Nessuno ha in mano le carte vincenti, ma proprio perché la ricomposizione e la costruzione di un sindacato di classe di massa è questione dirimente per il futuro della classe operaia, occorre avere non solo una certa prudenza, ma anche una disponibilità a ricercare tutti gli strumenti utili possibili e tutti i passaggi unitari. Non dimenticandosi che l’unità della classe non è solo un sindacato di massa e di lotta, ma anche l’autoorganizzazione della classe in quanto tale nelle vecchie e nuove forme che saprà darsi. 

La questione del socialismo

Verso il socialismo è un capitolo fondamentale del testo; dopo aver elencato tutti i mali del capitalismo si afferma: “Del resto il potente sviluppo delle forze produttive e le possibili nuove soglie della cooperazione umana e sociale permetterebbero di vivere meglio e consentirebbero uno sviluppo finalizzato non al profitto ma orientato alla qualità delle relazioni economiche e sociali di tutta la specie umana e di questa con la natura. Mai come oggi si è allargata la distanza tra la società che potremmo costruire grazie alle forze produttive in campo e quella in cui siamo costretti a vivere a causa degli attuali rapporti di potere.” Condividiamo a fondo queste affermazioni che rieccheggiano alcune formulazioni della Quarta Internazionale.

Si aggiunge poi: Ci percepiamo ed agiamo come parte di un movimento verso e per il Socialismo che, con caratteristiche e percorsi diversificati, in ogni parte del mondo segnala la urgente necessità di superare in avanti gli odiosi rapporti sociali vigenti”.

Abbiamo già detto che è difficile parlare di socialismo oggi senza avere un giudizio sulla storia del ‘900. Il testo è volutamente ambiguo in tutti i passaggi che rimandano al futuro. Va da se che ci saranno percorsi diversificati, ma in questa categoria rientra anche la Cina “comunista” o il Madurismo? E quando si parla dei valori presuntamente universali dell’Occidente ci si riferisce solo alla odiosa propaganda degli ideologhi della borghesia? Non sarebbe bene anche specificare e valorizzare le grandi esperienze democratiche, rivoluzionarie, le esperienze dei consigli di fabbrica, dei comitati dal basso, delle lotte femministe e transfemministe, delle lotte per i diritti universali delle donne e degli uomini, esperienze che per altro sono stati presenti in tutte le parti del mondo, comprese l’America latina, l’Asia e l’Africa, cioè a tutte le esperienze di autoorganizzazione delle classi subalterne, strumenti fondamentali per progettare una società democratica e socialista?

E non sarebbe bene chiarire, per evitare che qualcuno pensi che ci si schiera più o meno con un imperialismo o con qualche potenza capitalista contro altre e che qualsiasi regime possa andare bene purché non sia quello americano, per evitare cioè una vanificazione di un reale progetto socialista, anzi ecosocialista, affermare con forza che il nostro progetto è totalmente internazionalista, a fianco di tutte le classi oppresse, delle loro lotte per i diritti economici, sociali e democratici, contro le loro classi dominanti? 

Senza queste precisazioni il dubbio che Potere al Popolo sia, come per altro la maggior parte della sinistra radicale italiana, e come appare in tante formulazioni politiche, semplicemente “campista”, resta molto forte.

Costruire l’unità della classe nei movimenti sociali per battere le destre e combattere il capitale

Per le ragioni esposte non parteciperemo all’assemblea nazionale del 14 giugno, e il giorno prima saremo nella piazza unitaria insieme alle tante organizzazioni e movimenti che hanno organizzato la contromanifestazione al Colosseo per fermare le forse fasciste della remigrazione e dei provita. Continueremo a collaborare con i compagni e le compagne di Potere al Popolo e dell’USB nelle lotte sociali che però vanno condotte in modo unitario e leale verso i movimenti, senza sovradeterminazioni politiciste ed elettoraliste. 

Allo stesso modo ci pare fuorviante la proposta che la maggioranza di Rifondazione ha avanzato vero il campo largo del centro sinistra, che rischia di portare ad una integrazione di quella forza politica, come già è stato per Alleanza Verdi e Sinistra, in un campo politico borghese, responsabile di aver contribuito a creare le condizioni di frammentazione sociale, che hanno favorito l’ascesa delle estreme destre. La necessità di combattere le destre anche sul terreno elettorale non può portare a candidarsi a governare con le forze della borghesia “progressista”, entrando nella coalizione del campo largo. 

In primo luogo le forze della sinistra di classe dovrebbero mettere in discussione il principio maggioritario, alla base sia della legge elettorale attualmente in vigore, che della proposta delle destre in discussione in questi giorni in Parlamento. Entrambi i sistemi comprimono la rappresentatività delle opzioni politiche in particolare delle forze antisistema, costringendo ad alleanze in grandi coalizioni per poter accedere ai premi di maggioranza o conquistare i seggi uninominali e imponendo sbarramenti che alzano la soglia di accesso al Parlamento. Le istituzioni repubblicane, per come funzionano oggi, sono funzionali agli interessi di oppressione e di sfruttamento della classe dominante. In queste condizioni, e con la necessità di non consentire alle destre di guadagnare nuovamente la maggioranza parlamentare, la strada elettorale è difficilmente praticabile per una sinistra di classe indipendente, se non dopo aver riconquistato posizioni di radicamento ed una forza sociale che possa far emergere un’opzione politica radicale e alternativa alle destre e alla borghesia.

Per questo pensiamo che la nostra priorità in questa fase storica sia l’intervento nei movimenti sociali, la loro politicizzazione e radicalizzazione, la convergenza dei movimenti su obiettivi comuni e contro il governo delle destre, ciascuno a partire dalla propria specificità ma con una visione del mondo comune, la costruzione quindi di un programma politico ecosocialista che raccolga le istanze dei movimenti. Facciamo quindi appello all’unità nelle lotte e alla costruzione di un forum permanente, sul modello di Genova 2001, ma anche dei No Kings nel mondo di oggi, tra le forze politiche e sociali della sinistra radicale e di classe.

Sosteniamo la proposta “Un per cento equo” per un’imposta sui grandi patrimoni

di: loc
10 Giugno 2026 ore 11:55

Sinistra Anticapitalista sostiene la campagna “1% Equo” per una “Imposta sui grandi patrimoni” e per una legge di iniziativa popolare per ottenere questa misura minimale di giustizia ed equità fiscale.

Oggi in Italia le enormi ricchezze, con il 5% delle famiglie italiane che possiede il 50% della ricchezza, sono determinate da almeno tre fattori:

  1. sono frutto dello sfruttamento e dell’ipersfruttamento del lavoro altrui, con enormi profitti e salari da fame che chiedono fatica e precarietà a chi lavora ma non offrono in cambio un’esistenza libera e dignitosa;

  2. sono frutto di rendite parassitarie che consentono ai soldi di generare altri soldi senza fare nulla di utile alla società, salvo togliere risorse alle classi popolari;

  3. sono conseguenza di redditi non tassati, liberi di evadere, di occultarsi, di fruire di incentivi alle grandi imprese e alle grandi speculazioni, pagate dalla massa di lavoratori e lavoratrici, pensionate e pensionati a vantaggio dei ceti più ricchi.

Di solito questi tre fattori agiscono insieme e contemporaneamente, determinando un’ingiustizia clamorosa, un furto sistematico ed uno sfruttamento delle risorse di tutte e tutti a vantaggio di pochi.

Questa campagna per una “Imposta sui grandi patrimoni”, che si propone di tassare il patrimonio eccedente i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) con un’aliquota dell’1% che sale fino al 3,5% per i patrimoni sopra i 20 milioni di euro, è un primo passo limitato per introdurre in Italia meccanismi di maggiore equità. Questa imposta non è una rivoluzione, ma una misura fiscale in grado di creare risorse per un rilancio dei servizi sociali, dalla sanità alla scuola, dalla tutela del territorio alla cultura, dall’assistenza sociale delle persone non autosufficienti ai programmi a favore dell’abitare.

Solo i ricchi ed i ricchissimi, con patrimoni sopra i due milioni e magari perfino plurimiliardari possono essere contrari a questa proposta.

Sono loro i ceti difesi a spada tratta da Meloni e dal suo governo di destra ma anche, da sempre, anche da una parte consistente del centrosinistra.

Quanto a noi – invece –

a tutte e tutti noi

“Noi siamo i milioni del cui lavoro vive l’intera società”.

Rosa Luxemburg, 1914.

Era vero oltre un secolo fa.

Oggi è più vero che mai.

Per firmare la proposta di legge di iniziativa popolare collegarsi al sito: unpercentoequo.it

Respingiamo la feccia razzista e patriarcale: NO alla marcia della Remigration. NO alla marcia dei “Pro vita”. A fianco del proletariato migrante per l’unità di tutti gli sfruttati, di ogni Paese. A fianco delle donne e del movimento transfemminista e lgbtq+ contro il patriarcato

di: loc
10 Giugno 2026 ore 11:46

Sabato 13 a Roma si sono dati appuntamento gli accoliti fascio-leghisti-vannacciani della Remigrazione. Si tratta di una campagna ultrareazionaria e razzista, ideologicamente suprematista in contrasto con qualsiasi principio della Costituzione. La campagna – che nasce sulla scia del Trumpismo e sull’esempio dell’impiego assassino e criminale dell’ICE negli Usa – vorrebbe importare in Italia un modello che riproduce una logica funzionale sia alla propaganda ideologica fascista sia ad una non banale necessità del marcescente capitalismo contemporaneo. Da una parte, infatti, i migranti vengono indicati come capro espiatorio del disagio e del peggioramento delle condizioni materiali di vita di settori sempre crescenti di classi lavoratrici e popolari per canalizzare la rabbia verso un settore ancora più debole ed impedire che venga invece indirizzata contro i veri responsabili: governo, padroni e/o speculatori di ogni tipo. Dall’altra c’è l’interesse di una parte non marginale della borghesia nostrana ed europea a deprivare di ogni diritto i e stabilità migranti, rendendoli così docili ad ogni possibilità di sfruttamento a qualsiasi condizione della loro forza lavoro. Il terribile caso di Amendolara, la strage di migranti che non volevano sottostare alle inaccettabili condizioni di lavoro alle quale erano sottoposti, ne è l’esempio più emblematico.

Il sostrato, il collante ideologico che sostiene questa campagna è quello tipicamente fascista. Su questo si sono ritrovati, non a caso, non solo Casapound e Forza Nuova, ma anche e soprattutto Vannacci, pezzi consistenti della Lega e di Fratelli d’Italia.

Come se non bastasse, in quello stesso pomeriggio, sempre a Roma, si raduneranno le associazioni e movimenti Pro vita, per ribadire l’ unicità della famiglia tradizionale ( uomo, donna accudente, prole obbediente), per ribadire che l’ aborto è un omicidio e la necessità di smantellare la legge 194, una manifestazione non meno inquietante e pericolosa. Una ideologia patriarcale pienamente condivisa dal governo Meloni che negli anni ha proposto e approvato interventi legislativi che colpiscono donne, persone Lgbtqia+, giovani, l’ ultimo è di qualche giorno fa introduce il consenso dei genitori per fare educazione affettiva e sessuale nelle scuole.

Dobbiamo respingere queste campagne con tutte le forze disponibili e ricacciare i loro propugnatori da dove vengono.

Lottiamo per l’unità di classe di tutti/e i/le lavoratori/trici sfruttati, italiani e migranti di ogni nazionalità. Contrapponiamo alla remigrazione fascio-razzista il valore della solidarietà di classe, della solidarietà sociale, dell’accoglienza, della costruzione di spazi comuni di organizzazione che favoriscano la lotta contro questo sistema capitalistico che genera guerre e crisi climatiche (dalle quali tanti migranti sono in fuga), oppressione, depredazione dei paesi dipendenti.

Manifestiamo per la libertà di movimento di tutte le persone, per la giustizia sociale e climatica, per i diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+, per una società liberata dal patriarcato e dal capitalismo

Ci associamo alle richieste di divieto dell’oscena manifestazione fascista ed invitiamo tutti e tutte a manifestare sabato 13 alle ore 15:00 con appuntamento al Colosseo

Il razzismo ed il fascismo non devono passare!

Ricevuto — 6 Giugno 2026 Sinistra Anticapitalista

Il Belpaese, un paradiso solo per i milionari

di: loc
6 Giugno 2026 ore 20:13

di Emiliano Brancaccio (da il manifesto)

Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo loro. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.

Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.

Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.

In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.

Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento. Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui.

La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.

La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale. Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.

La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura. Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.

L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.

La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.

E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.

Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato. Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.

Nei prossimi cinque anni, temperature pari o vicine ai livelli record

di: loc
6 Giugno 2026 ore 20:08

*articolo apparso su climate&capitalism il 28 maggio 2026

La media del calore superficiale fino al 2030 probabilmente supererà l’obiettivo di 1,5 °C.

L’Aggiornamento Climatico Globale Annuale e Decennale viene pubblicato ogni anno dall’World Meteorological Organization (WMO). Fornisce una sintesi delle previsioni climatiche globali annuali e decennali elaborate dalla WMO e da altri centri di ricerca contributori.

L’ultimo rapporto, pubblicato questa settimana, afferma che le temperature medie globali continueranno probabilmente a mantenersi a livelli record o vicini ai record nel quinquennio 2026-2030. Si prevede che la temperatura media globale annua vicino alla superficie per ciascun anno tra il 2026 e il 2030 sarà compresa tra 1,3 °C e 1,9 °C al di sopra della media del periodo preindustriale 1850-1900.

Altre previsioni includono:

  • È molto probabile (91% di probabilità) che la temperatura media globale vicino alla superficie superi di 1,5 °C i livelli medi del periodo 1850-1900 per almeno un anno tra il 2026 e il 2030. È inoltre probabile (75% di probabilità) che la media del quinquennio 2026-2030 superi anch’essa la soglia di 1,5 °C rispetto alla media del 1850-1900.
  • È probabile (86% di probabilità) che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 stabilisca un nuovo record annuale di temperatura (l’attuale record è detenuto dal 2024). È invece estremamente improbabile (meno dell’1% di probabilità) che uno qualsiasi dei prossimi cinque anni superi i 2 °C di riscaldamento globale.
  • La temperatura media prevista per cinque anni nella regione Niño 3.4, rispetto all’insieme dei tropici, indica una tendenza verso condizioni di El Niño, in particolare nel 2027 e nel 2028.
  • Le temperature nell’Artico durante i prossimi cinque inverni estesi (novembre-marzo) sono previste in media 2,8 °C superiori rispetto al periodo 1991-2020, un’anomalia oltre tre volte e mezzo maggiore rispetto all’anomalia della temperatura media globale nello stesso periodo.
  • Le previsioni decennali delle temperature superficiali per il periodo 2026-2035 sono simili a quelle dei modelli climatici a lungo termine. Tuttavia, mostrano anomalie più calde rispetto alle proiezioni in alcune aree, tra cui l’Amazzonia, il Nord Africa, la Scandinavia settentrionale e il Mare della Groenlandia.
  • Le previsioni relative al ghiaccio marino artico per il mese di marzo nel periodo 2026-2035 indicano ulteriori riduzioni della concentrazione di ghiaccio nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Ochotsk.
  • I modelli di precipitazione previsti per il periodo maggio-settembre 2026-2030 suggeriscono una maggiore probabilità di precipitazioni superiori alla norma nel Sahel, nell’Europa settentrionale, in Alaska e in Siberia, mentre condizioni più secche della media sono attese nell’Amazzonia.
  • Sono state elaborate previsioni regionali per tutte le regioni della WMO. Ad esempio, gli ultimi inverni nella regione dell’Europa sud-orientale (SEECOF) sono stati insolitamente secchi. Le previsioni indicano che il periodo 2026-2030 avrà probabilmente precipitazioni superiori alla norma anche in quest’area.

 

Ricevuto — 2 Giugno 2026 Sinistra Anticapitalista

Per un 2 giugno contro i re e i tiranni

di: loc
2 Giugno 2026 ore 09:33

di Francesco Locantore

Il 2 giugno si celebra l’ottantesimo anniversario della Repubblica, con la consueta parata militare in via dei Fori Imperiali a Roma. Una celebrazione che oggi più che mai mistifica il significato storico di quel Referendum popolare che il 2 giugno del 1946 rovesciò la monarchia, complice del fascismo.

Un primo fattore che ha portato a quel risultato è stato l’esito vittorioso della lotta popolare di Resistenza contro il nazifascismo, che aveva messo fine, il 25 aprile dell’anno precedente, ad un regime antidemocratico, maschilista, razzista e repressivo durato oltre venti anni.

Oggi a festeggiare il 2 giugno saranno figure istituzionali la cui storia politica è in continuità con il fascismo e non solo per ragioni nominalistiche o simboliche, o per i busti di Mussolini ostentati in televisione dal presidente del Senato. Il Governo delle destre guidato da Giorgia Meloni ha promosso negli ultimi quattro anni, con l’introduzione di ben quattro pacchetti “sicurezza”, provvedimenti repressivi delle lotte sociali e sindacali, la compressione dei diritti delle persone migranti, l’emanazione di nuove linee guida per le scuole caratterizzate dal suprematismo occidentale, bianco e cristiano, la legittimazione della violenza degli stupratori con il ddl Buongiorno, ha cercato di limitare l’autonomia e indipendenza della Magistratura (progetto scongiurato ancora una volta grazie ad un referendum popolare) e in queste settimane sta provando ad imporre una riforma della legge elettorale sul modello della legge Acerbo del 1923, introducendo un premio di maggioranza che andrebbe a comprimere ancora più di quanto è stato già fatto la rappresentatività del Parlamento.

Il secondo fattore che nel 1946 probabilmente ha fatto maturare le coscienze in senso antimonarchico è stato il desiderio di pace, dopo anni di coinvolgimento dell’Italia nelle imprese coloniali e nella seconda guerra mondiale.

Oggi la parata militare del 2 giugno risulta ancora più funesta per via dei venti di guerra che spirano nel mondo e del ruolo nefasto che ha assunto l’Italia al fianco dei suoi alleati imperialisti. La guerra in Ucraina, scatenata dall’imperialismo russo, è stata colta al balzo dalle potenze europee e dalla NATO come scusa per giustificare un enorme aumento delle spese militari (aumento che peraltro era già in atto da alcuni anni), mentre da oltre 4 anni si continuano a mietere centinaia di migliaia di vittime. La retorica dell’unione tra i popoli in Europa per costruire la pace e la solidarietà, già traballante per via delle politiche di respingimento sistematico dei migranti, ha presto lasciato il campo alla retorica militarista, alla necessità di comprimere ulteriormente le spese sociali per aumentare quelle per la difesa.

Intanto il governo Meloni si guarda bene dal criticare l’imperialismo del suo alleato negli Stati Uniti, con una presidenza Trump che sta imponendo gli interessi di quel Paese in tutto il mondo in spregio del diritto internazionale e della convivenza pacifica. Si pensi al rapimento di Maduro in Venezuela, alle minacce di annessione della Groenlandia, al blocco economico  e alle minacce di invasione di Cuba. L’attacco all’Iran  ha scatenato una guerra con conseguenze drammatiche per la popolazione locale, ma con effetti economici per tutta la popolazione mondiale, ivi comprese le classi popolari in Italia che stanno già subendo l’inflazione dovuta all’aumento dei prezzi delle fonti energetiche, in un’economia ancora fortemente dipendente dal petrolio (anzi l’obiettivo già raggiunto dalle destre in Europa è stato quello di rinviare sine die la necessaria transizione energetica alle fonti rinnovabili ed ecocompatibili).

Infine la disumanità dell’imperialismo è evidente in Palestina, dove la prepotenza dello Stato sionista di Israele è arrivata a compiere un genocidio, con il beneplacito delle democrazie occidentali. A chi ha provato ad opporsi all’apartheid e allo sterminio pianificato dei palestinesi provando a rompere il blocco navale e terrestre degli aiuti, vale a dire ai militanti della Global Sumud Flotilla, è stato riservato un trattamento disumano, comprensivo di torture ed umiliazioni, che rimanda a quello ancor più feroce che viene impartito ai Palestinesi. Il Governo italiano, insieme agli europei, ha fatto il gesto di indignarsi contro il video fatto girare dallo stesso ministro Ben-Gvir, ma poi continua a intrattenere relazioni di collaborazione economica e militare con Israele, rendendosi complice di un crimine storico contro l’umanità, paragonabile a quello che il fascismo e il nazismo hanno perpetrato contro gli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nel referendum e nelle elezioni dell’Assemblea costituente del 1946 si sono manifestate con forza le istanze di classe delle lavoratrici e dei lavoratori, che esprimendosi contro il fascismo e la monarchia avevano in mente di cacciare i padroni, quelli che sfruttavano operai e contadini, protetti dallo Stato di polizia, dallo sciopero considerato un reato penale, quelli che continuavano tranquilli a vivere nel lusso mentre la popolazione era affamata dalla crisi economica mondiale, dall’autarchia e dalla necessità di finanziare l’apparato bellico.

Oggi il Governo delle destre precetta i lavoratori e le lavoratrici in sciopero, tutela e finanzia in ogni modo i padroni persino nel decreto primo maggio, non fa nulla per far rispettare e rafforzare le norme sulla sicurezza nonostante ci sia una media di tre omicidi sul lavoro al giorno, ha in progetto di introdurre la flat tax, per far pagare ancora meno a chi ha di più, rifiuta ogni idea di tassazione dei grandi patrimoni, realizza l’autonomia differenziata delle Regioni per poter meglio privatizzare i servizi pubblici e per lasciare a loro stesse le Regioni più povere, riforma le scuole asservendo gli istituti tecnici e professionali alle esigenze di avvio precoce al  lavoro delle imprese private, rifiuta di introdurre un salario minimo che sia in grado di assicurare a chi lavora un’esistenza libera e dignitosa. Oggi come allora le destre sono al servizio dei padroni, di un capitalismo che non genera più sviluppo e crescita economica, ma che riscopre vecchie modalità di sfruttamento e nuove modalità di devastazione ambientale, che utilizza la ricerca e l’innovazione tecnologica per fini privati e contro il bene comune, che licenzia lavoratrici e lavoratori anziché riconvertire le produzioni dannose e inquinanti, come ha dimostrato la lotta dei lavoratori ex GKN e il loro progetto di fabbrica socialmente integrata.

A ottant’anni di distanza bisogna riconoscere che le istituzioni repubblicane hanno ampiamente tradito le aspirazioni di pace, di libertà e di giustizia sociale che avevano animato le masse in quella stagione. Tocca oggi ad altri raccogliere quelle aspirazioni. Contro le monarchie dei moderni re, i capitalisti che finanziano e fomentano le guerre tra i popoli, il movimento No Kings sta provando a realizzare le convergenze dei movimenti sociali, ambientalisti, democratici, transfemministi, antimilitaristi. Prima e dopo il 2 giugno sono state realizzate e messe in cantiere numerose iniziative contro la guerra e per la giustizia sociale e climatica, a cui Sinistra Anticapitalista sta dando il suo contributo. Anche a livello internazionale nelle prossime settimane ci saranno importanti iniziative. La prima sarà la manifestazione Welfare not Warfare a Bruxelles il 14 giugno, contro i progetti di riarmo dei Paesi della UE, organizzata dalla rete Stop Rearm Europe. Negli stessi giorni, dal 13 al 17 giugno a Ginevra è stato organizzato il controvertice per contestare la riunione del G7 a Evian. Il 4 luglio  parteciperemo alla manifestazione contro la NATO a Istanbul, in occasione del vertice imperialista che si svolgerà in Turchia.

Infine ci stiamo preparando ad accogliere i nostri ospiti nazionali e internazionali in occasione della terza edizione dell’Università ecosocialista d’estate: “Intelligenze Anticapitaliste”, in cui discuteremo e approfondiremo le tematiche poste dai movimenti e proveremo ad avanzare le prospettive di lotta dell’autunno per cacciare il governo delle destre e per rafforzare il progetto rivoluzionario di costruzione di una società ecosocialista.

Ricevuto — 1 Giugno 2026 Sinistra Anticapitalista

Guerra in Ucraina, le bugie sui caduti non bastano

1 Giugno 2026 ore 18:41

IL LIMITE IGNOTO La propaganda sui numeri: : oltre 600mila morti tra russi e ucraini. (Sabato Angieri, da il manifesto)

La guerra in Ucraina si è trasformata da tempo in un tritacarne, ma per avere un’idea di quanto sia costata in termini di vite umane non ci si può affidare ai dati dei belligeranti. Se considerassimo affidabili i dati ucraini sulle perdite russe, tra morti e feriti inabili al combattimento, saremmo ben oltre il milione e 300mila uomini. Quasi specularmente il ministero della Difesa di Mosca quantifica in 1,5 milioni gli ucraini morti o feriti gravi. Tuttavia, pur non avendo cifre ufficiali, esistono report basati su elenchi di nomi verificati che portano le vittime militari complessive a oltre 600mila uomini.

PER PIÙ DI TRE ANNI i media occidentali hanno aperto le notizie del giorno sull’Ucraina citando le cifre fornite dal ministero della Difesa di Kiev sui caduti russi e azzardando le teorie più apocalittiche sulle sorti dei reparti di Mosca. Le quali, in parte, traggono spunto da un assunto impresso su tutti i manuali di teoria militare: chi attacca subisce perdite molto più alte di chi difende, in un rapporto di circa 3 a 1. Siccome la guerra dei russi è stata tutta offensiva, è scontato e quasi certamente vero che gli uomini di Vladimir Putin alla fine avranno un bilancio complessivo molto più alto della controparte.

QUESTA SETTIMANA Anne Keast-Butler, direttrice della Gchq, l’agenzia di intelligence britannica che si occupa di cyberattacchi ha dichiarato che «quasi 500mila soldati russi sono morti dall’inizio della guerra», ma si tratta di stime su dati classificati. Non come quelli che compongono il report che Mediazona (uno dei principali media dell’opposizione del Cremlino) ha compilato e aggiorna costantemente in collaborazione con Meduza (altro media d’opposizione russo) e la versione russa della Bbc. Al 22 maggio 2026 è stata trovata conferma di 221.206 soldati russi caduti in Ucraina dall’inizio dell’invasione. Di questi 7.147 sono ufficiali. Il dato, considerato il più affidabile al momento, è costruito basandosi sugli annunci delle famiglie sui social network, sui funerali, le comunicazioni funebri, gli elenchi ufficiali (laddove disponibili o in qualche modo scoperti) dell’amministrazione civile e militare. Si legge nella premessa: «abbiamo elaborato una stima basata sulla mortalità maschile in eccesso, utilizzando i dati del Registro nazionale delle successioni. Questo metodo statistico, messo a punto in collaborazione con Meduza, contribuisce a ovviare ai limiti derivanti dal fare affidamento esclusivamente sui decessi riportati dai media» e porta la cifra complessiva stimata a 352mila caduti. Non si tengono in considerazione i feriti, che secondo tutti i rapporti internazionali ammontano a diverse centinaia di migliaia.

IL RAPPORTO consegna uno schema evidente dell’evoluzione del conflitto: «nei primi sei mesi di guerra, quando i combattimenti erano condotti dall’esercito regolare, la fascia d’età compresa tra i 21 e i 23 anni registrava il maggior numero di vittime». Successivamente, con il reclutamento forzato dei carcerati, l’afflusso costante di volontari e l’arrivo dei richiamati delle classi precedenti, si arriva a più di 120mila morti confermati tra i 30 e i 45 anni. Questi numeri ci dicono che la guerra è cambiata: dall’ “operazione militare speciale” dei professionisti delle armi, alla carne da cannone reclutata nelle regioni più lontane e mandata a fare numero. Infatti i morti complessivi sono saliti progressivamente settimana dopo settimana, fino a quintuplicare – in media – nel 2025 rispetto al 2022.

ANCHE LA PROVENIENZA dei defunti è emblematica: le regioni che hanno dato più uomini sono le più remote (e in molti casi povere) con in testa la Baschiria (9473) e il Tatarstan (8408). Tuttavia, dell’intera parte occidentale della Federazione, la regione di Mosca è quella che ha pagato il tributo di sangue più alto (5799, ma su 13 milioni di residenti).

VOLODYMYR ZELENSKY hs fornito per la prima volta delle cifre sui caduti ucraini all’inizio di quest’anno: 55mila. Qualsiasi fonte che non sia il governo di Kiev sostiene che tale cifra non sia aderente alla realtà. Secondo il progetto Ua losses, che sta compilando un report simile a quello di Mediazona ma con meno mezzi e collaborazioni, ad oggi siamo ad almeno 91.559 morti confermati, 95.165 dispersi e 4.454 prigionieri. Stupisce – e questa è una specificità ucraina – che in molti casi le autorità militari preferiscano utilizzare l’etichetta “disperso” invece che dichiarare il decesso di un soldato. Tale pratica, come abbiamo più volte raccontato, porta all’esasperazione le famiglie. Meno specifici i dati del centro studi Usa Csis: tra i 100 e i 140mila caduti e quasi 500mila feriti. Mentre la Bbc parla di 200mila caduti.

I DATI SUI CIVILI, al contrario, sono quasi univoci. Gli ucraini uccisi dai bombardamenti russi sono almeno 16mila e 48mila i feriti (dati Onu). Mentre per quelli russi non si hanno stime esatte anche perché al momento i numeri sono esigui e limitati alla seconda metà del 2025 e al ’26, ovvero da quando i droni ucraini hanno iniziato a colpire regolarmente le regioni a ridosso della frontiera.

La tempesta perfetta del Cremlino

di: loc
1 Giugno 2026 ore 16:09

Ripubblichiamo in traduzione italiana l’editoriale de 27 maggio scorso di POSLE da Inprecor. Posle è un sito web di attivisti russi in esilio

Qualche giorno fa, il Ministero della Giustizia russo ha definito «agente straniero» il sito web dei nostri compagni di Posle a causa della sua chiara posizione contro la guerra. Il regime utilizza questa qualifica per perseguitare i propri oppositori, sia all’interno che all’esterno del Paese. Essere etichettati in questo modo significa che sarà molto più difficile per noi portare avanti il nostro lavoro. Ecco perché qualsiasi sostegno al sito — che sia condividendo i nostri contenuti o facendo una donazione — è estremamente importante per noi in questo momento!

Editoriale sugli eventi recenti in Russia

All’inizio di maggio, il regime di Putin sembrava trovarsi di fronte a una vera e propria tempesta: una situazione di stallo sul campo di battaglia, una stagnazione economica e una risposta palesemente insufficiente da parte dello Stato di fronte a catastrofi che andavano dalle inondazioni nel Daghestan a un’epidemia di afta epizootica in Siberia. Allo stesso tempo, il Cremlino ha intensificato i blocchi di Internet e rafforzato le misure adottate dai servizi di sicurezza per stringere la morsa sulle reti sociali.

Ma ciò che colpisce ancora di più sono le osservazioni insolitamente critiche formulate da personalità pubbliche solitamente vicine al Cremlino, in particolare la videoblogger Viktoria Bonya e il rapper Guf — un possibile segno della crescente frustrazione all’interno di alcuni segmenti dell’élite e della società russa che, fino ad allora, erano rimasti politicamente disimpegnati. Allo stesso tempo, i media occidentali sono stati inondati di notizie sul crollo della popolarità di Putin e persino di speculazioni su un possibile complotto contro di lui. Lo stesso Putin ha risposto assicurando più volte che le restrizioni su Internet erano «temporanee» e che la guerra «stava volgendo al termine».

Il Cremlino in crisi?

Tutto ciò indica una vera e propria crisi per il regime russo? In effetti, il primo semestre del 2026 è stato caratterizzato da un’inflazione in aumento e da un sensibile calo del tenore di vita. Al momento, gli effetti di ciò che alcuni economisti hanno definito «keynesismo di guerra» — una crescita alimentata da massicci investimenti pubblici — sembrano essersi in gran parte esauriti. Nei primi due anni di guerra, la percentuale di russi con un reddito superiore a 1.000 dollari al mese è raddoppiata, passando dal 5% al 10%. Ma il Ministero dello Sviluppo Economico prevede ora una crescita dei salari di appena il 2% per il 2026, inferiore all’obiettivo ufficiale di inflazione del governo, fissato al 5%. Di conseguenza, i redditi delle famiglie stanno diminuendo in termini reali.

Allo stesso tempo, il deficit di bilancio federale ha continuato ad aumentare, raggiungendo il 2,5% — un livello già ben superiore al tetto dell’1,6% previsto dal governo per l’anno. Mentre il Cremlino continua a spendere miliardi di rubli per lo sforzo bellico, non ha praticamente altre opzioni per colmare il deficit se non aumentare le tasse e ridurre la spesa sociale.

L’aggravarsi della crisi economica sta minando il mito della «stabilità di Putin», ma non porterà necessariamente a manifestazioni di massa. Come negli anni ’90, durante le cosiddette riforme di mercato, quando la maggior parte dei russi faticava ad arrivare a fine mese, la riduzione del tenore di vita rischia di alimentare un’apatia e un disimpegno politico ancora maggiori.

Tuttavia, a differenza dell’era Eltsin, la causa delle attuali difficoltà è chiara a tutti: la guerra di aggressione in corso in Ucraina. Gli attacchi dei droni ucraini, che si sono particolarmente intensificati negli ultimi mesi, rendono impossibile ignorare la realtà di questa guerra, né il fatto che la Russia non la stia chiaramente vincendo. Il divario tra la percezione che il Cremlino ha degli eventi e quella dei russi comuni si sta rapidamente allargando.

Recentemente, il portavoce del Cremlino, Peskov, ha dichiarato che il ritiro dell’esercito ucraino dalla regione di Donetsk non è un argomento di eventuali negoziati con Kiev, ma una condizione preliminare per qualsiasi trattativa.

In altre parole, una volta che l’Ucraina avrà ceduto volontariamente una parte del proprio territorio, verranno probabilmente avanzate altre richieste. È chiaro che il Cremlino non è interessato a un cessate il fuoco e prevede una grande offensiva nel Donbass quest’estate e in autunno. L’obiettivo di questa offensiva non è solo militare ma anche politico: si tratta di convincere Trump che la Russia continua a dominare sul campo di battaglia e che gli Stati Uniti devono quindi aumentare la pressione su Kiev, costringendola ad accettare le condizioni del Cremlino.

Il piano di Putin mette chiaramente in luce un conflitto tra le sue ambizioni personali e gli interessi del popolo russo. Le perdite dell’esercito russo sul fronte hanno raggiunto il livello più alto quest’anno: ad esempio, solo nella seconda metà di aprile sono stati uccisi circa 4.500 soldati (in totale, almeno 350.000 russi sono morti nei cinque anni di guerra). Anche il numero delle vittime civili è in aumento a causa degli attacchi missilistici ucraini contro le infrastrutture militari ed energetiche (sebbene ciò sia del tutto incomparabile alle perdite causate dai bombardamenti russi sulle città ucraine).

L’intensificarsi della repressione e i tentativi del governo di limitare la circolazione delle informazioni sono una risposta al crescente malcontento. Mentre in precedenza il regime godeva di grande legittimità presso la popolazione in quanto garante della stabilità della vita quotidiana, ora si basa sempre più sulla paura della polizia e dei servizi segreti. In questo senso, Putin potrebbe orientarsi verso il modello iraniano, dove un regime che non gode del sostegno della maggioranza mantiene il potere con la violenza.

Putin abbandonato dalle classi dominanti?

Per quanto riguarda lo stato d’animo dell’élite politica ed economica, questa è ovviamente scontenta del protrarsi senza fine della guerra, del rallentamento economico, delle restrizioni su Internet e del crescente potere dei servizi di sicurezza. Tuttavia, contrariamente alle voci diffuse da vari media occidentali, non c’è alcun complotto in atto contro Putin.

Ciò si spiega per diversi motivi. In primo luogo, il timore della repressione all’interno dell’élite la rende divisa e diffidente. Va ricordato che nell’ultimo anno il numero di arresti di funzionari è aumentato notevolmente: sono stati arrestati decine di dipendenti del Ministero della Difesa (tra cui diversi ex vice del ministro Sergej Šoigu), nonché rappresentanti di altri dipartimenti. Nel 2024, il ministro dei Trasporti Roman Starovoit si è suicidato a causa della minaccia di un arresto, mentre il viceministro delle Risorse naturali Denis Butsaev è fuggito negli Stati Uniti. Diversi importanti uomini d’affari sospettati di slealtà politica hanno perso i propri beni e la libertà (è quanto è accaduto, ad esempio, a Vadim Moshkovich, proprietario di una delle più grandi aziende agricole del Paese). In secondo luogo, l’agenda e le prospettive di una simile cospirazione sono incerte nelle circostanze attuali, poiché questa élite non ha una visione comune chiara di un orientamento alternativo della politica estera né delle condizioni per porre fine alla guerra.

Infine, la scomparsa di Putin potrebbe scatenare conflitti su larga scala all’interno dell’élite russa per il controllo dei beni. Avendo distrutto tutte le istituzioni politiche del Paese nel corso dei suoi 25 anni al potere, Putin è diventato egli stesso l’unico fattore che mantiene un relativo equilibrio di interessi all’interno della classe dirigente. Ed è per questo che l’élite teme la sua partenza più della continuazione delle sue avventure militari distruttive.

Ricevuto — 28 Maggio 2026 Sinistra Anticapitalista

Ucraina. L’economia della guerra e la pace infelice all’orizzonte

di: loc
28 Maggio 2026 ore 21:45

di Adam Novak (da MPS)

Resistenza, neoliberismo e la battaglia del dopoguerra, quattro anni dopo

Quattro anni dopo l’inizio dell’invasione russa su vasta scala, ferrovieri, minatori e lavoratori del settore energetico ucraini mantengono il paese in funzione sotto i bombardamenti, mentre uno stato oligarchico si rifiuta di imporre ai ricchi il pagamento delle spese per la difesa. Questo articolo documenta il prezzo pagato dalla classe lavoratrice, la rete di volontariato femminile che si fa carico di ciò che lo stato non riesce a fare, le massicce mobilitazioni cittadine contro la corruzione e la posta in gioco di una ricostruzione che viene concepita nelle conferenze dei donatori.

Quella che Mosca aveva previsto sarebbe stata una guerra di poche settimane è entrata nel suo quinto anno. Stiamo entrando nella fase finale. La seconda amministrazione Trump ha eliminato gli aiuti militari, ad eccezione della condivisione di informazioni di intelligence, e con l’intensificarsi dell’aggressione statunitense in Medio Oriente, gli altri paesi della NATO non sono in grado di acquistare le sofisticate armi americane necessarie per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici. Un accordo tra Stati Uniti e Russia estremamente sfavorevole è ora l’esito più probabile del conflitto.

Il prezzo della guerra

Nell’Ucraina libera, la guerra sta diventando sempre più pericolosa per i civili. Il 2025 è stato l’anno più letale accertato della guerra (2.514 morti, 12.142 feriti, tra i civili) e solo nei primi quattro mesi del 2026 si sono registrati 815 morti e 4.174 feriti tra i civil (1).

Sei milioni di ucraini vivono sotto l’occupazione russa. Ci sono circa cinque milioni di rifugiati ucraini nell’Europa occidentale, diversi milioni in più in Russia e 3,7 milioni di sfollati interni. Dei 300.000 abitanti di Kherson prima della guerra, ne rimangono solo circa 65.000, più di due terzi dei quali sono pensionati (2). Ogni inverno, la Russia prende di mira sistematicamente la rete elettrica. Ospedali, scuole, biblioteche, musei, chiese, terminali per cereali, sistemi di approvvigionamento idrico e reti di teleriscaldamento sono stati colpiti deliberatamente.

La guerra di manovra del 2022, in cui le forze ucraine hanno difeso Kiev e liberato Kharkiv e Kherson, si è conclusa nel 2023 con una situazione di stallo tra linee fortificate. La controffensiva ucraina dell’estate del 2023 si è conclusa proprio lì. Dal 2024 in poi, l’avanzata russa è proseguita inesorabilmente. Entro il 2025, la guerra con i droni era diventata la realtà tattica dominante, con i droni responsabili di circa il 70% delle perdite da entrambe le parti. I vantaggi russi in termini di bombe plananti, guerra elettronica e numero di uomini sono stati parzialmente compensati dai vantaggi ucraini nella produzione di droni e nell’improvvisazione asimmetrica e, fino alla pausa dell’era Trump, dalla superiorità degli armamenti di precisione occidentali.

I droni FPV (3), che costano 300 euro, distruggono regolarmente attrezzature russe del valore di milioni, e la maggior parte dell’innovazione non avviene in Occidente o nelle aziende private di armi degli oligarchi di Kiev, ma in officine, garage e cucine finanziati da famiglie, volontari e piccole reti di donatori, tra cui il collettivo anarchico Solidarity Collectives. Armin Papperger, CEO di Rheinmetall, ha definito sprezzantemente questa industria artigianale su The Atlantic alla fine di marzo 2026, parlando di “casalinghe ucraine” con “stampanti 3D in cucina” che giocano “con i Lego” invece di produrre vera innovazione. La replica di Zelensky – che una qualsiasi di queste casalinghe potrebbe essere CEO di Rheinmetall – ha riconosciuto il ruolo della società civile ma perpetua l’illusione che una guerra importante possa essere combattuta senza il coordinamento statale o il finanziamento pubblico per la produzione di armi.

Il prezzo pagato dai lavoratori e dalle lavoratrici

La resilienza ha un nucleo poco appariscente: i lavoratori che mantengono il paese in funzione sotto i bombardamenti. Le reti di resilienza energetica sono operative da quattro inverni, così come i lavoratori comunali addetti all’acqua, al teleriscaldamento e ai servizi igienico-sanitari. I ferrovieri di Ukrzaliznytsia hanno mantenuto i servizi passeggeri e merci nonostante gli attacchi sistematici alle infrastrutture ferroviarie, pagando un prezzo terribile: entro ottobre 2025, circa 949 ferrovieri erano stati uccisi.

I lavoratori del settore energetico vengono regolarmente uccisi e feriti mentre ripristinano le infrastrutture di rete sotto il fuoco continuo. Il 1° febbraio 2026, un attacco di droni russi Shahed contro un autobus che trasportava minatori tra un turno e l’altro nella regione di Dnipropetrovsk ha ucciso dodici persone e ne ha ferite almeno sedici. Mykhailo Volynets, presidente della Confederazione dei sindacati liberi dell’Ucraina (KVPU) e dell’Unione indipendente dei minatori (NPGU), ha descritto gli scioperi come uno schema deliberato: “I minatori non possono lavorare in sicurezza… Centinaia di migliaia di persone sono costrette a vivere e lavorare in un costante stato di stress e ansia”IndustriALL riporta 2.968 lavoratori ucraini feriti dagli attacchi russi mentre svolgevano le loro mansioni, di cui 857 sono stati uccisi; solo nel 2025, 1.101 sono stati feriti e 220 uccisi, la cifra annuale più alta dall’invasione.

Le basi patrimoniali oligarchiche sono rimaste in gran parte intatte. Il paese paga salari e pensioni tramite aiuti finanziari occidentali, non tramite entrate fiscali. Il governo neoliberista conservatore di Volodymyr Zelensky in tempo di guerra ha continuato l’orientamento neoliberista prebellico (4). Vitaliy Dudin, avvocato del lavoro ed ex presidente dell’organizzazione socialista e democratica Sotsialnyi Rukh (Movimento Sociale), insiste: “Operai, contadini, lavoratori e le classi lavoratrici stanno pagando un prezzo sproporzionato in questo conflitto. Le leggi recenti hanno ridotto le tutele sociali e reso più facile licenziare le persone, anche in tempo di guerra. Mentre l’esistenza dell’Ucraina dipende dalla resilienza e dallo sforzo collettivo dei suoi cittadini, il governo sta lavorando per indebolire le fondamenta stesse di questa solidarietà” (5).  Un paese che lotta per la sua sopravvivenza viene schiacciato perché lo stato si rifiuta di chiedere ai ricchi di pagare per la difesa.

Il crollo del sostegno militare occidentale

Il sostegno occidentale è sempre stato fortemente condizionato. Il rifiuto del 2022 di fornire armi pesanti (“offensive”) ha lasciato il posto, nel 2023 e nel 2024, alle consegne di sistemi missilistici HIMARS, NASAMS, batterie di missili Patriot e intercettori, tra cui Leopard, Abrams e missili F-16. La seconda amministrazione Trump ha interrotto questa traiettoria a partire da gennaio 2025: una sospensione iniziale dell’assistenza militare e della condivisione di informazioni di intelligence è stata parzialmente revocata sotto la pressione europea, ma il volume degli aiuti militari statunitensi non è tornato ai livelli precedenti. In particolare, le sofisticate munizioni per la difesa aerea, come gli intercettori Patriot PAC-3 e i missili a lungo raggio di classe ATACMS, dipendono dalle linee di produzione statunitensi ora riorientate verso il Medio Oriente. I governi europei hanno concordato l’acquisto di armi statunitensi per l’Ucraina, ma il volume effettivamente consegnato rimane ben al di sotto dei livelli del 2024.

Il vertice tra Trump e Putin ad Ancorage nell’agosto del 2025 ha prodotto un quadro di 28 punti, redatto dalla Russia e presentato dall’inviato di Trump Steve Witkoff, che delineava la spartizione dell’Ucraina come base per una soluzione; la controproposta europea di 24 punti è stata ritirata nel giro di pochi giorni. Il riarmo europeo è stato presentato come “sostegno all’Ucraina”, ma la maggior parte della nuova spesa è destinata alle scorte nazionali, non all’Ucraina.

La società resiste

Lo stato non ha chiesto ai ricchi di pagare né ha protetto coloro che mantengono il paese in funzione. Ha abdicato alle proprie responsabilità e la società civile ne ha sopportato il peso maggiore. La mobilitazione di massa della società civile ucraina nella primavera del 2022 ha cambiato forma negli ultimi quattro anni, ma non è crollata. Le reti di volontariato, la raccolta fondi per droni e veicoli per il fronte e i servizi di emergenza, e il sostegno alle famiglie sfollate rimangono stabili. La cultura della solidarietà dei prytulok (i rifugiati), il crowdfunding per i soldati al fronte e le tradizionali reti di sostegno sociale basate sulla fiducia sono persistite. La stanchezza è sempre più evidente: riduzione del numero di donatori, campagne di raccolta fondi più lunghe e burnout dei volontari.

L’infrastruttura di volontariato che ha tenuto unito il paese è a sua volta fortemente femminilizzata. Daria Saburova, basandosi sul lavoro sul campo svolto con le reti di volontari della classe operaia a Kryvyi Rih per il suo libro del 2024, “Donne lavoratrici della resistenza”, sostiene che “l’impoverimento della classe operaia” in Ucraina “ha, soprattutto, un volto femminile”. Le donne sono concentrate nei lavori meno retribuiti del settore pubblico – insegnamento, infermieristica, assistenza all’infanzia, servizi sociali – e sono proprio questi i settori che subiscono i danni infrastrutturali più gravi e i tagli di bilancio più drastici. Gran parte del lavoro svolto in prima linea – cucinare, lavare, tessere reti mimetiche, raccogliere fondi, prendersi cura degli sfollati e dei feriti – è lavoro non retribuito svolto dalle donne. Con gli uomini mobilitati, le donne si sono anche assunte la responsabilità del sostegno familiare, della cura degli anziani, dei bambini e dei feriti, e una quota sproporzionata di lavoro di sopravvivenza. Ciò che segue – VeterankaBe Like We AreZla Mavka, le reti di volontarie non retribuite – opera all’interno di questo contesto materiale e ne viene plasmato.

Circa l’8% delle forze armate è composto da donne. Veteranka, la prima organizzazione ucraina di veterane, è stata una delle forze femministe liberal-progressiste più costanti del paese, crescendo da una ventina di attiviste iniziali nel 2018 a oltre 1.700 alla fine del 2024. Poiché il ministero della Difesa non ha distribuito le uniformi estive per le donne fino a febbraio 2024, e quelle invernali sono rimaste introvabili, il laboratorio di sartoria di Veteranka ha prodotto circa 700 set di uniformi gratuiti adattati alla corporatura femminile: ancora una volta, il lavoro non retribuito delle donne ha colmato il vuoto lasciato da uno stato restio a provvedere. Tra febbraio 2022 e la metà del 2025, l’organizzazione ha raccolto oltre 90 milioni di UAH (2,1 milioni di euro), fornendo veicoli, droni, munizioni e attrezzature al fronte. La presidente di VeterankaKateryna Pryimak, dichiara chiaramente la posta in gioco politica: “Oggi, i militari sono il gruppo sociale con meno diritti e le donne nelle forze armate affrontano le maggiori restrizioni”. La petizione di Veteranka per il disegno di legge 13037, approvato dalla Verkhovna Rada con 276 voti il ​​25 febbraio 2026, simbolicamente in occasione della Giornata della donna ucraina, impone ai comandanti di indagare sui casi di discriminazione e violenza nelle forze armate, richiede tolleranza zero per le molestie e definisce formalmente le molestie sessuali come un reato disciplinare (6).

La politica volontaria antiautoritaria è stata l’impegno di sinistra più visibile in prima linea e dietro le linee. Solidarity Collectives è la rete più grande. Si descrive come “un gruppo di anarchici ucraini che si sono uniti all’inizio dell’invasione russa, per sostenere i nostri compagni che combattono in prima linea e per aiutare coloro che sono stati colpiti dall’invasione russa”.  In pratica, ciò ha significato giubbotti antiproiettile, elmetti, termocamere, droni e veicoli per i combattenti antiautoritari e di sinistra all’interno delle forze armate e della difesa territoriale; convogli umanitari a Butcha, Bilohorodka e Kramatorsk; e la produzione di droni FPV.

Resistenza sotto occupazione

La resistenza civile è stata più esposta e meno visibile a livello internazionale nei territori occupati. Un’intensa russificazione si sta diffondendo nelle regioni occupate dal 2014 e in quelle conquistate nel 2022, con pressioni per acquisire la cittadinanza russa, programmi scolastici che rafforzano l’“educazione patriottica” russa per bambini anche di soli tre anni e attività competitive militarizzate sotto la supervisione dell’esercito russo. Persino parlare ucraino può portare all’arresto, alla tortura e alla condanna.

Più di 20.000 bambini ucraini sono stati deportati e russificati, di cui solo 2.133 erano tornati entro maggio 2026. Il 12 marzo 2026, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Ucraina ha concluso che “la deportazione e il trasferimento forzato di bambini ucraini da parte delle autorità russe, così come le sparizioni forzate, costituiscono crimini contro l’umanità” (7).

L’espropriazione delle proprietà trasforma la geografia dei territori occupati in una “Nuova Russia”. Più di 38.000 abitazioni sono state registrate come “abbandonate” dalle autorità russe e numerosi coloni provenienti dalla Federazione Russa si stanno trasferendo nella zona.

I tatari di Crimea, prime vittime dell’occupazione del 2014, continuano a subire persecuzioni sistematiche: la messa al bando del Mejlis, la coscrizione obbligatoria di uomini tatari di Crimea da parte dei russi, la persecuzione con false accuse di estremismo islamico e la soppressione della lingua tatara di Crimea. Mustafa Dzhemilev, leader storico dei tatari di Crimea, ex prigioniero politico sovietico e deputato ucraino, avverte che qualsiasi accordo che accetti l’occupazione russa della Crimea sarebbe un disastro per il suo popolo: “Abbiamo combattuto per mezzo secolo per poter tornare nella nostra patria; ora siamo costretti a fuggire di nuovo”.

La resistenza civile sotto occupazione ha assunto anche la forma della rete di disobbedienza civile del Nastro Giallo, di operazioni partigiane e del rifiuto di accettare la cittadinanza russa nonostante il costo crescente. La rete femminile Zla Mavka (Mavka arrabbiate, dal nome di uno spirito femminile della foresta nel folklore ucraino), fondata nella Melitopol occupata all’inizio del 2023, distribuisce volantini in ucraino, vandalizza la propaganda russa e coordina il dissenso non violento in Crimea, Zaporizhzhia e altre regioni occupate; le sue attiviste sfruttano quello che le fondatrici descrivono come il presupposto degli occupanti che le donne non possano essere sabotatrici, trasformando l’invisibilità di genere in un vantaggio operativo.

I diritti dei lavoratori sotto occupazione sono stati sistematicamente soppressi. Come riportato nel gennaio 2026 da Vasyl Andreyev della FPU e Luca Cirigliano della Unione Sindacale Svizzera, entrambi membri del Consiglio direttivo dell’OIL, i lavoratori ucraini nei territori occupati sono “costretti ad accettare la legge russa sul lavoro, a registrarsi nuovamente presso le autorità occupanti o a ottenere passaporti russi, pena la detenzione o il licenziamento”; i beni sindacali sono stati sequestrati e consegnati a strutture sostenute dal Cremlino.

Il linguaggio come casus belli e come pratica

La giustificazione russa della guerra si basa sull’affermazione di difendere i russofoni in Ucraina. Hanna Perekhoda, storica e attivista di Sotsialnyi Rukh, originaria del Donetsk, insiste: “Prima dell’invasione russa del 2014, in Ucraina non esistevano praticamente problemi di questo tipo. Questa era la retorica russa volta ad alimentare i conflitti interni, usando la popolazione russofona come strumento per i propri obiettivi politici di soggiogare l’Ucraina”. Hanna osserva che l’effetto reale della guerra è stato l’opposto di quanto previsto da Mosca: “La guerra e le atrocità commesse dai russi hanno portato molti ucraini a parlare solo ucraino”. La ​​maggior parte delle unità militari (incluse le unità ultranazionaliste ispirate al movimento Azov) operano in russo, a riprova del loro reclutamento nell’Ucraina centrale e orientale, le regioni in cui il russo è più diffuso.

La guerra ha indubbiamente rafforzato alcune correnti nazionaliste ucraine reazionarie, con una costante pressione per eliminare il russo dalla vita pubblica, la denigrazione degli ucraini di lingua russa e leggi restrittive sull’uso del russo (e di altre lingue minoritarie) nella comunicazione ufficiale, nel settore pubblico e nell’istruzione. La legge del giugno 2022 sulla trasmissione di musica ucraina, entrata in vigore nell’ottobre 2022, vieta le esibizioni e le trasmissioni musicali di cittadini russi nati dopo il 1991, con un’esenzione, inserita in una “lista bianca”, per coloro che hanno condannato pubblicamente l’invasione e dichiarato il loro sostegno alla sovranità ucraina.

Il conflitto linguistico russo-ucraino è una conseguenza, non una causa, dell’aggressione russa, come dimostra la distruzione inflitta dalla Russia alle comunità russofone di Mariupol e Kharkiv.

Anticorruzione: una mobilitazione inedita

Le più grandi mobilitazioni civiche dall’inizio della guerra su larga scala si sono svolte nell’estate del 2025. Le proteste anticorruzione, scatenate dal disegno di legge 12414 che ha eliminato l’indipendenza operativa delle agenzie anticorruzione, si sono tenute in 22 città, con 13.000-16.000 persone a Kiev. La generazione Z e i veterani militari hanno costituito la spina dorsale del movimento. Un post su Facebook del veterano Dmytro Koziatynskyi ha esplicitamente ripreso l’appello di Mustafa Nayem del 2013 che portò le prime folle a Maidan (la rivoluzione di Euromaidan del 2013-14). Vitaliy Dudin vi ha intravisto un particolare momento politico: “Queste mobilitazioni sono caotiche per natura. Le persone non hanno avuto esperienza di manifestazioni di massa per più di tre anni. I partiti politici non hanno alcuna influenza su questo movimento. Non ancora, comunque.”

Il suo compagno di Sotsialnyi RukhDenys Pilash, ha osservato che, per tacito accordo, nessuno alle manifestazioni ha mostrato la propria affiliazione politica. Dudin ha colto l’occasione: “Lì possiamo farci nuovi amici. In queste manifestazioni vediamo quanto sia profonda la richiesta di giustizia sociale”.

Il governo ha fatto parzialmene marcia indietro. Nel novembre 2025, le agenzie anticorruzione hanno smascherato un sistema di tangenti da 100 milioni di dollari (circa 90 milioni di euro) presso la società nazionale di energia nucleare Energoatom, coinvolgendo il collaboratore di lunga data di Zelensky, Timur Mindich, e Andriy Yermak, capo di gabinetto del presidente, che si è dimesso il 28 novembre 2025, dopo una perquisizione nella sua casa (8). Secondo Semen Kryvonos, capo dell’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU), “Senza le proteste [di luglio], il caso Energoatom non sarebbe mai esistito. Sarebbe stato insabbiato, questo è certo.”

Diritti LGBT in tempo di guerra

Oltre 600 militari e veterani LGBT+ si sono ora organizzati apertamente attraverso l’associazione LGBT Military for Equal Rights, prestando servizio in almeno 59 unità, esponendo sull’uniforme il distintivo dell’unicorno – adottato nel 2014 come risposta sarcastica alle affermazioni russe secondo cui “non ci sono gay nell’esercito” – e cucito sulla bandiera nazionale. Il loro servizio visibile ha avuto conseguenze politiche. In un paese in cui l’omosessualità è stata criminalizzata fino al 1991 e dove l’opinione pubblica è rimasta in gran parte ostile alla vigilia dell’invasione su vasta scala, il curriculum di combattimento dei soldati apertamente LGBT, e il netto contrasto che crea con uno stato russo che classifica la stessa identità LGBT come “estremismo”, ha fatto di più per la legittimità politica dei diritti LGBT ucraini di decenni di precedenti campagne di sensibilizzazione.

I sondaggi mostrano ora un sostanziale cambiamento nell’opinione pubblica ucraina verso il riconoscimento e la tutela legale. Alcune riforme liberali sono state realizzate nonostante le difficoltà. Il 25 febbraio 2026, la Corte Suprema dell’Ucraina ha riconosciuto una coppia dello stesso sesso come famiglia, “affermando che tale riconoscimento può basarsi su circostanze comprovate della loro convivenza piuttosto che su decisioni politiche o sull’esistenza di leggi formali sulle unioni”.

L’estrema destra

I partiti di estrema destra Svoboda e Pravyi Sektor (Settore Destro) hanno ottenuto punteggi a una sola cifra prima del 2022 e non hanno avuto rappresentanza parlamentare dal 2014. L’estrema destra è più visibile altrove: nella politica municipale di Leopoli e in alcune parti dell’Ucraina centrale e occidentale, nelle mobilitazioni di piazza attorno alla memoria storica, alla lingua e alle minoranze, e negli attacchi fisici contro la sinistra ucraina. Secondo Ihor Vasylets del sindacato studentesco Pryama Diia“Ci sono stati pestaggi a Kiev e in diverse altre occasioni, ed è un problema piuttosto serio che ci impedisce di lavorare attivamente nelle strade e all’università”.

Operai, soldati, la sinistra

Tra le forze politiche organizzate in Ucraina, la sinistra anticapitalista è piccola, ma con una voce distintiva e un impegno pratico. Sotsialnyi Rukh (Movimento Sociale, co-fondatore dell’Alleanza dei Verdi di Sinistra dell’Europa centrale e orientale-CEEGLA e organizzazione osservatrice nella Quarta Internazionale) è la più grande organizzazione anticapitalista. I suoi membri sono raddoppiati durante la guerra, ma rimangono poche centinaia. Si descrive come un’organizzazione che “in tempi difficili per l’Ucraina, difende sistematicamente gli interessi dei lavoratori, dei veterani e degli sfollati interni (IDP), sostenendo al contempo il personale militare”. Il suo programma (tassazione progressiva, cancellazione del debito, espropriazione degli oligarchi, ricostruzione pubblica e diritti dei lavoratori) inquadra la risposta della sinistra radicale all’economia politica in tempo di guerra.

Il sindacato studentesco Pryama Diia (Azione Diretta), rifondato nel febbraio 2023 e strettamente allineato con Sotsialnyi Rukh, ha costruito una rete di sindacati di studenti universitari strutturata a livello nazionale. Le sue campagne sono concrete. All’Accademia Nazionale di Arti e Architettura, durante l’inverno 2024-25, i residenti dei dormitori universitari, alle prese con bollette eccessive e temperature inferiori a 16°C, hanno presentato reclami collettivi e poi organizzato picchetti; entro luglio 2025, avevano ottenuto 2.200 UAH (circa 50 EUR) per residente a titolo di rimborso per i costi dei servizi, rimborsi economici e una posizione a tempo pieno di responsabile del dormitorio.

Contemporaneamente, un reclamo collettivo ha costretto l’accademia a rimuovere un modello accusato di molestie da diverse studentesse. Il 24 ottobre 2025, una conferenza studentesca di Pryama Diia sullo stesso tema è stata interrotta da 8-10 giovani di estrema destra che hanno bloccato le porte, denunciato il sindacato per la diffusione di “ideologia LGBT, femminismo e anarchismo”, estratto un coltello e aggredito una guardia di sicurezza (9).

Le organizzazioni femministe BilkisFemSolution e Feminist Workshop si occupano di lavoro femminile, violenza di genere, donne nell’esercito e diritti queer (10).

Il 20 marzo 2022, il Consiglio di sicurezza e difesa nazionale ha messo al bando undici partiti di opposizione, la maggior parte dei quali apertamente filo-russi e legati agli oligarchi, nonché alcuni partiti marginali di sinistra e di estrema destra (11). Diversi leader di partito sono fuggiti a Mosca. La sinistra radicale ucraina, che non aveva alcuna affinità politica con le organizzazioni messe al bando, ha condannato il provvedimento definendolo ingiustificato e un pericoloso precedente.

Lavorare sotto il fuoco di entrambe le parti

Gli operatori sanitari, concentrati in uno dei settori femminilizzati che Saburova identifica come quello maggiormente colpito dalla guerra, hanno dato vita alla più sviluppata auto-organizzazione dei lavoratori di qualsiasi altro settore in tempo di guerra. Il movimento Be Like We Are (precedentemente Be Like Nina), fondato da alcune infermiere in risposta alle conseguenze della riforma sanitaria del 2017 e alla perdita di circa il 14% della forza lavoro sanitaria ucraina dal 2022, ha costruito strutture sindacali indipendenti a livello ospedaliero, ha sostenuto colleghe e colleghi in cause legali contro dirigenti abusivi e ha svolto attività di solidarietà internazionale con le infermiere in sciopero a New York e presso l’ospedale pediatrico Garrahan di Buenos Aires. La presidente di Be Like We AreOksana Slobodyana, avverte: «Se non si protegge l’assistenza sanitaria, se non si preservano le risorse umane, nessuna ristrutturazione, nessuna innovazione, nessun miglioramento servirà a qualcosa. Di fatto, non ci sarà uno stato senza medicina, senza istruzione e senza un esercito».

Le principali confederazioni sindacali, KVPU e FPU, sono state oggetto di continui attacchi legali. Il progetto di legge 5054, che avrebbe esentato i dirigenti di società a capitale straniero dalla legislazione sul lavoro ucraina, introdotto serrate a livello aziendale, reso i contratti a tempo determinato la norma e indebolito le tutele contro il licenziamento ingiusto, è stato respinto dalla Verkhovna Rada l’8 gennaio 2025, a seguito dell’opposizione guidata dal presidente della KVPU Mykhailo Volynets e dell’intervento internazionale di IndustriALL Global e IndustriALL Europe (12). Un progetto di legge parallelo, il 5344d, avrebbe privato le persone con disabilità, i veterani di guerra e gli atleti paralimpici dei loro diritti, in violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

I sindacati operano in condizioni che la sinistra occidentale non affrontava da decenni. La legge marziale ha limitato scioperi, manifestazioni e libertà di stampa dal febbraio 2022. La contrattazione collettiva è stata sospesa in molti settori.

La Federazione Ucraina dei Lavoratori (FPU) è stata bersaglio di una campagna statale per espropriarne i beni: il 5 giugno 2025, l’Agenzia Statale per la Gestione dei Beni (ARMA) ha fatto irruzione nella Casa dei Sindacati di Maidan e ha ordinato al personale dell’FPU di andarsene; il 13 maggio 2026, una sentenza del Tribunale distrettuale di Pechersk ha permesso all’FPU di rientrare sotto una nuova guida. La sinistra socialista Ucraina ha insistito affinché l’attacco statale ai beni dell’FPU fosse contrastato, pur criticando sistematicamente l’atteggiamento conciliante della dirigenza dell’FPU in merito al Codice del Lavoro e ad altre questioni.

Alla Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina a Roma, il 10 e 11 luglio 2025, il ministero dell’Economia guidato da Yulia Svyrydenko e l’FPU hanno firmato un memorandum tripartito sulla riforma del Codice del Lavoro. La più dinamica Federazione Ucraina Indipendente dei Lavoratori (KVPU) non ha firmato.

Soldati sotto pressione

I soldati sono sovraccarichi di lavoro e non ricevono sufficienti riposi. L’abbassamento dell’età di leva a 25 anni nel 2024 non ha risolto la carenza di personale. I nuovi volontari sono sempre meno; la diserzione è in aumento (13). Molti sono uomini che hanno prestato servizio continuativamente per diversi anni, osservando gli ucraini più ricchi acquistare esenzioni mediche per 3.000 dollari (circa 2.600 euro) o evitare legalmente la leva mantenendo l’iscrizione all’università. Più di un milione di dipendenti pubblici sono in possesso di esenzioni dalla mobilitazione.

La piattaforma “Army+” del novembre 2024, che consente ai soldati di richiedere trasferimenti di unità per via elettronica, e un’amnistia parziale in cui circa 9.000 disertori sono tornati volontariamente, trattano i sintomi anziché le cause. Come ho scritto l’anno scorso, i difensori dei diritti umani ucraini combattono “non solo l’imperialismo russo, ma anche i fallimenti del proprio stato in termini di mobilitazione, protezione sociale e responsabilità”.

Anche i soldati stanno opponendo resistenza collettivamente. Nel settembre 2025, 24 soldati del battaglione di riparazione della 125ª Brigata Meccanizzata Pesante Indipendente – per lo più specialisti nella riparazione di droni di età superiore ai 50 anni che gestiscono officine autogestite con stampanti 3D finanziate dalle loro famiglie – hanno annunciato che avrebbero abbandonato collettivamente il campo piuttosto che obbedire agli ordini di trasferimento in posizioni d’assalto. L’ordine è stato revocato entro 48 ore. Due mesi prima, il 48º Battaglione d’Assalto Indipendente, composto per il 90% da volontari e comprendente molti tatari di Crimea che combattono per riconquistare le loro terre occupate, aveva diffuso un video pubblico di protesta contro il licenziamento del loro comandante fondatore, Lenur Islyamov, a Pokrovsk: “Cambiare il comandante in un momento critico è una minaccia diretta alla capacità di combattimento dell’unità”“Finora, la gerarchia militare ha gestito la maggior parte di questi incidenti attraverso la negoziazione e il trasferimento dei soldati e degli ufficiali coinvolti, piuttosto che con le misure disciplinari previste in tempo di guerra. Ciò riflette la dipendenza del regime dal sostegno pubblico e la consapevolezza della propria fragilità.”

L’azione della sinistra

La risoluzione della  conferenza di Sotsialnyi Rukh dell’ottobre 2024 chiedeva di “porre fine all’incertezza sulla durata del servizio militare, poiché si tratta di una questione di equità fondamentale”, difendendo i diritti dei coscritti e dei militari “a un trattamento dignitoso, alla smobilitazione dopo un periodo di servizio definito e alla riabilitazione”. Il suo programma in dieci punti del marzo 2025 collega la mobilitazione militare a quella economica: periodi di servizio fissi, ripristino delle tutele salariali per i lavoratori mobilitati, indennizzo dignitoso per i feriti e il trasferimento parallelo dell’onere economico della guerra dagli uomini della classe operaia al capitale oligarchico.

La “riserva economica” – una proposta del 2024 che permetteva alle aziende di esentare i propri dipendenti pagando 20.000 UAH (circa 440 EUR) al mese per lavoratore – avrebbe formalizzato l’evasione di classe che già opera informalmente. La superiorità tecnologica combinata con un trattamento dignitoso del personale, sostiene Sotsialnyi Rukh, è la strada per una difesa sostenibile.

La sinistra ucraina, i movimenti femministi e sociali sono stati in parte ricostruiti grazie al loro ruolo attivo nella guerra. Il redattore di Commons Taras Bilous, un soldato in servizio nelle forze armate ucraine dall’inizio dell’aggressione russa, spiega:: “Nei primi giorni dell’invasione, ho capito che il futuro del movimento di sinistra in Ucraina dipendeva dalla nostra partecipazione attiva alla guerra. … Se non fossimo andati a combattere, tutto sarebbe crollato. La sinistra avrebbe cessato di esistere come qualsiasi tipo di entità in Ucraina.”

Il peso istituzionale e l’infrastruttura di reclutamento della sinistra anticapitalista non possono essere paragonati a quelli delle unità militari di estrema destra, molto più grandi e consolidate, che hanno un’identità esplicita di estrema destra (14).

Pace, ricostruzione, solidarietà

L’opinione pubblica ucraina si è evoluta negli ultimi quattro anni. La maggior parte degli ucraini ora accetterebbe un cessate il fuoco sull’attuale linea di contatto. La maggior parte non accetterebbe la cessione formale del territorio e della sovranità russa su Crimea, Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson (15).

Oleksandr Kyselov, membro di Sotsialnyi Rukh, ha posto il problema: le forze ucraine sono esauste e il sostegno occidentale è sempre più condizionato, ma le condizioni che emergono da Washington equivalgono a una resa mascherata da compromesso. Secondo Kyselov“le proposte di pace dell’amministrazione Trump in Ucraina sembrano un affare immobiliare, in cui gli Stati Uniti ricevono un pagamento per la cessione di terre ucraine”. Le condizioni per il ritorno sicuro dei rifugiati dipendono da garanzie di sicurezza che ancora non esistono. Le garanzie credibili che gli ucraini chiedono – un impegno da parte dei paesi occidentali a fornire forniture di armi, un sostegno finanziario e diplomatico simile in caso di un secondo attacco da parte della Federazione Russa – sono proprio ciò che l’Occidente guidato da Trump non è disposto a fornire. La “pace” mediata da Washington è un cessate il fuoco forzato alle condizioni russe senza le garanzie che lo renderebbero sostenibile.

Che tipo di paese sarà l’Ucraina quando le armi taceranno?

La ricostruzione non è una questione rimandata alla pace. È un tema che viene concepito ora, come dimostrano una serie di conferenze dei donatori – Lugano 2022Londra 2023Berlino 2024Roma 2025 – e le condizioni di riforma legate al Fondo UE per l’Ucraina, ai prestiti del FMI, al prestito per la politica di sviluppo della Banca Mondiale e alla Centrale per le riforme. L’economia politica su cui convergono questi strumenti è coerente: privatizzazione dei servizi pubblici, austerità fiscale, deregolamentazione del lavoro e attrazione di investimenti esteri come motore della crescita postbellica.

Secondo Yuliya Yurchenko, rappresentante della KVPU nel Regno Unito e membro di Sotsialnyi Rukh“il progetto sul tavolo per l’Ucraina, con il suo schiacciante debito pubblico, il suo approccio di austerità alla spesa pubblica, la sua forte dipendenza dalle rimesse (10% del PIL nel 2021), i suoi bassi salari e le deboli tutele del lavoro, difficilmente potrebbe essere considerato in grado di produrre qualcosa di paragonabile” alla costruzione/ricostruzione dello stato sociale europeo del dopoguerra. Lo spostamento di massa, il collasso demografico, la distruzione di alloggi e infrastrutture, l’eccessivo indebitamento, la continuità oligarchica e le condizioni proposte per l’adesione all’UE stanno aggravando questi problemi.

Da questa prospettiva, l’Ucraina del dopoguerra sarà una dipendenza permanente: una periferia deregolamentata alla mercé del capitale internazionale. La pressione americana per l’accesso alle risorse minerarie sotto l’amministrazione Trump 2.0 struttura apertamente la spartizione e la ricostruzione dell’Ucraina come un’opportunità di mercato. Sotsialnyi Rukh ha delineato chiaramente la scelta: nella sua dichiarazione del marzo 2025, ha affermato che “il governo ucraino ha un’opportunità unica per dimostrare, nella pratica, cosa è disposto a sacrificare: il paese o gli oligarchi”; il suo programma prevede una tassazione progressiva fino al 90% del reddito, l’espropriazione dei beni oligarchici, la cancellazione del debito e la ricostruzione pubblica. “Lo smantellamento del capitalismo oligarchico è diventato più fattibile che mai nel contesto di una guerra su vasta scala ed è percepito dalla società come giustificato”.

Il programma di riarmo menzionato in precedenza è in gran parte un trasferimento di risorse ai produttori di armi occidentali piuttosto che alla difesa ucraina. La questione del finanziamento rimane aperta. “Ci sono tre opzioni”, sostiene Hanna Perekhoda“In primo luogo, possiamo tagliare i finanziamenti ai sistemi sociali nazionali: questo è pericoloso e sbagliato. L’insicurezza sociale rafforza i populisti e i fascisti antidemocratici. In secondo luogo, si potrebbero aumentare le tasse per i super-ricchi e le aziende. Questo, tuttavia, richiede coordinamento per prevenire la fuga di capitali. L’annuncio di Trump di visti d’oro per i super-ricchi significa che si sta già preparando a uno scenario del genere. Ma c’è una terza soluzione. Circa 300 miliardi di euro di beni russi sono stati congelati. Potrebbero essere confiscati e utilizzati per finanziare la difesa dell’Ucraina, nonché la sicurezza europea. La Russia sarebbe quindi chiamata a rispondere dei suoi crimini di guerra e l’onere della difesa non ricadrebbe solo sui cittadini europei.”

Nel febbraio 2026, Bilous ha scritto che Washington aveva abbandonato l’Ucraina come strumento di pressione anziché utilizzarla: “Trump ha abbandonato una posizione negoziale dopo l’altra, ha rinunciato alla sua richiesta di un cessate il fuoco incondizionato e ha dato a Putin ciò che voleva: il riconoscimento e la fine dell’isolamento internazionale”. La sua domanda alla sinistra radicale occidentale era diretta ed è rimasta in gran parte senza risposta: “Ma chi a sinistra dice che la Russia debba essere costretta a rispettare il cessate il fuoco?”. L’avvertimento di Bilous è che un cattivo cessate il fuoco, in particolare uno che richiederebbe all’Ucraina di cedere territori non occupati nel Donbass, destabilizzerebbe la società ucraina e rafforzerebbe l’estrema destra. Una cattiva pace sarebbe anche il momento in cui le contraddizioni del tempo di guerra analizzate sopra — tra una classe operaia che si fa carico del peso della difesa e un’oligarchia che non ne sopporta alcuno, tra l’auto-organizzazione dei lavoratori dal basso e la riforma guidata dai donatori dall’alto — diventerebbero il contenuto politico dell’Ucraina del dopoguerra.

Il contributo della sinistra ucraina allo sforzo bellico – sindacati e associazioni studentesche, gruppi femministi, Sotsialnyi RukhPryama DiiaBe Like We Are e i Collettivi di Solidarietà – ha costruito il vocabolario politico e la credibilità necessari per il difficile lavoro che si svolgerà in Ucraina dopo la fine dei combattimenti. È responsabilità della sinistra occidentale ascoltare e fornire sostegno politico e materiale.

Solidarietà significa schierarsi al fianco dei lavoratori ucraini, delle donne, dei soldati, dei rifugiati e delle persone nei territori occupati contro gli imperialismi che hanno plasmato questa guerra e contro una “pace” che consegnerebbe permanentemente l’Ucraina all’occupazione, alla dipendenza o a entrambe.

*redattore del sito Europa Solidaire Sans Frontières (ESSF) ed ex coordinatore della Rete europea di solidarietà con l’Ucraina (RESU/ENSU). Articolo pubblicato il 21 maggio 2026 sul sito europe-solidaire.org

  1. Le Nazioni Unite hanno documentato oltre 15.000 morti e più di 41.000 feriti tra i civili dal febbraio 2022; questa stima prudente esclude Mariupol e la maggior parte dei territori occupati, dove la verifica indipendente è stata impossibile. Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina, “I danni ai civili e le violazioni dei diritti si intensificano in Ucraina quattro anni dopo l’invasione”, 16 febbraio 2026.
  2. KVPU e FPU, appello congiunto alla CES, 16 novembre 2025, nel Bollettino sindacale ENSU-RESU n. 17, novembre 2025.
  3. I droni FPV (First-Person View) consentono all’operatore di pilotare il velivolo utilizzando un flusso video in diretta da una telecamera montata sul drone, e vengono utilizzati in Ucraina come in Russia per colpire veicoli, fortificazioni e fanteria a basso costo.
  4. Zelensky è stato eletto nell’aprile 2019 con un programma centrista, anticorruzione e liberale (“Servitore del Popolo”) che poneva l’accento sulla riconciliazione con la popolazione russofona, sulla fine della guerra nel Donbass e sul decentramento. La traiettoria del suo governo durante la guerra ha proseguito la deriva neoliberista prebellica, accelerata dalle condizionalità del FMI e dalle priorità dei donatori occidentali.
  5. Citato in Francesca Barca, “Ucraina: guerra, disuguaglianza, neoliberismo: le sfide che la sinistra ucraina si trova ad affrontare”, Europe Solidaire Sans Frontières, febbraio 2025. Disponibile – in inglese – all’indirizzo: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article74022
  6. Pryimak ha ricevuto il Premio franco-tedesco per i diritti umani per il suo impegno a favore dei diritti delle soldatesse. Per quanto riguarda il progetto di legge 13037 e la Marcia delle donne dell’8 marzo 2026 a Kiev, si veda “08M26, Ucraina, un’iniziativa in tempo di guerra”.
  7. Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di arresto nei confronti di Vladimir Putin e della commissaria russa per i diritti dei minori, Maria Lvova-Belova, in relazione alla deportazione illegale di bambini ucraini.
  8. L’11 maggio 2026, la NABU e la SAPO hanno formalmente notificato a Yermak l’accusa di riciclaggio di denaro nel caso Dynastia/Kozyn, sostenendo che circa 460 milioni di UAH (circa 9 milioni di euro) fossero stati riciclati attraverso un progetto residenziale di lusso nella periferia di Kiev con fondi provenienti dallo schema Energoatom; il 14 maggio 2026, la Corte anticorruzione superiore (HACC) ha posto Yermak in custodia cautelare per 60 giorni con una cauzione fissata a 140 milioni di UAH (circa 2,7 milioni di euro), mentre altri sei indagati, tra cui l’ex vice primo ministro Oleksii Chernyshov e Mindich, hanno ricevuto nuove notifiche di indagine.
  9. Pryama Diia esiste e interviene nell’Accademia Nazionale di Arti e Architettura (NAOMA), nell’Accademia Kyiv-Mohyla, nell’Università Nazionale Taras Shevchenko, nell’Università Ivan Franko di Leopoli e nell’Accademia Ucraina di Design. Nel 2025 Pryama Diia è entrata a far parte della Rete Internazionale dei Sindacati per la Solidarietà e le Lotte.
  10. Bilkis è stata fondata a Kharkiv nel 2019 e si è trasferita a Leopoli dopo il febbraio 2022; si descrive come intersezionale, anticapitalista e orizzontale. FemSolution è stata fondata nel 2016 presso l’Accademia Kyiv-Mohyla come iniziativa studentesca queer femminista. Feminist Workshop ha sede a Leopoli.
  11. Gli undici partiti erano: Piattaforma di Opposizione Per la Vita (la maggiore opposizione con 44 seggi parlamentari), Partito ShariyNashiBlocco di OpposizioneOpposizione di SinistraUnione delle Forze di SinistraDerjavaPartito Socialista ProgressistaPartito SocialistaSocialisti Blocco Volodymyr Saldo.
  12. Judith Kirton-Darling e Atle Høie, segretari generali di IndustriALL Europe e Global Union, hanno scritto al presidente della Rada Stefantchouk il 29 gennaio 2025, avvertendo che il progetto di legge avrebbe “compromesso gravemente le tutele legali dei lavoratori in materia di licenziamento ingiusto, consenso al lavoro straordinario, diritto alla sicurezza sociale e alle pensioni, diritti delle donne e dei giovani lavoratori e condizioni di lavoro dignitose”.
  13. Dal 2022 sono stati registrati oltre 310.000 casi di diserzione e assenza ingiustificata, più della metà dei quali solo nel 2025. Si veda Oleksandr Kyselov, “L’Ucraina di fronte a una scelta insopportabile”.
  14. Alcune decine di combattenti antiautoritari e di sinistra prestano servizio nelle stesse formazioni delle forze di difesa territoriale. Elementi del movimento di estrema destra Azov dominano la 12ª brigata delle forze speciali della Guardia Nazionale; la 3ª brigata d’assalto separata, comandata da Andriy Biletsky, e l’unità Kraken, riuniscono migliaia di soldati motivati ed esperti in unità con un orientamento di estrema destra esplicito.
  15. Un sondaggio condotto dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev (KIIS) nel 2023 ha rilevato che l’82% degli ucraini si opponeva a qualsiasi concessione territoriale. Nell’agosto 2025, un sondaggio del Rating Group ha rilevato che il 59% era favorevole a porre fine ai combattimenti e a cercare un compromesso; il 20% voleva continuare a combattere fino alla riconquista del Donbass e della Crimea, e il 13% fino alla linea del 23 febbraio 2022. Il 75% ha dichiarato allo stesso istituto di sondaggi che qualsiasi cessate il fuoco dovrebbe essere accompagnato da garanzie di sicurezza internazionali.

❌