I villaggi Alzheimer: un’alternativa possibile alle RSA
di Isaac J.P. Barrow
Chi ha avuto un familiare in una RSA conosce bene la scena: porte chiuse, spazi asettici, sedie davanti a televisori sempre accesi o… spenti. Un’organizzazione pensata prima per la gestione del rischio e dei costi, poi per la vita quotidiana delle persone. Anche dove il personale è motivato e competente, la struttura fisica e il modello organizzativo producono una forma di sospensione dell’esistenza, dove la vecchiaia è una parentesi da isolare.
Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, questo modello ha mostrato tutti i suoi limiti. Ed è qui che entrano in gioco i modelli alternativi, a partire dai cosiddetti villaggi Alzheimer.
Il riferimento storico è Hogeweyk, nei Paesi Bassi. Un quartiere vero, con strade, piazze, negozi, giardini, ristorante e teatro. Un perimetro protetto, sì, ma senza la sensazione di reclusione delle RSA. Le persone si muovono liberamente, fanno la spesa, passeggiano, incontrano altri residenti. L’assistenza è presente ma non dominante. Dopo oltre dieci anni di attività, i dati mostrano una riduzione dell’uso di psicofarmaci, livelli di agitazione più bassi e una migliore qualità della vita percepita.
In Francia, il modello è stato reinterpretato con il Village Landais Alzheimer, a Dax. Un progetto pubblico, finanziato in larga parte dalle istituzioni locali, che ha fatto della sperimentazione dichiarata il suo punto di forza. Qui l’architettura è pensata per essere facile da capire e da vivere: gli spazi sono continui, senza vicoli ciechi, con percorsi circolari che aiutano a orientarsi. I colori sono uniformi per ridurre la confusione e non ci sono cartelli di divieto, che aumenterebbero ansia e inquietudine. I risultati, confermati anche da studi indipendenti, parlano di minore depressione, meno disturbi comportamentali e un carico assistenziale più sostenibile per gli operatori.
In Germania, da oltre dieci anni, esistono i cosiddetti Demenzdörfer, villaggi o quartieri dedicati a persone con demenza inseriti spesso in contesti semiurbani. Case di piccola scala, spazi verdi continui, assenza di barriere visive, percorsi circolari e forte integrazione con servizi di prossimità. L’attenzione è rivolta soprattutto alla quotidianità. Fare una passeggiata, sedersi in un bar, partecipare a un’attività senza la sensazione di essere osservati o sorvegliati. Anche qui emerge lo stesso dato, meno agitazione, meno contenimento farmacologico, maggiore continuità tra la vita precedente e quella dentro la struttura.
Fuori dall’Europa, anche la Cina ha iniziato a sperimentare modelli alternativi. A Xi’an è stato inaugurato uno dei primi villaggi dedicati alla demenza, in un Paese che si prepara a un rapido invecchiamento della popolazione dopo decenni di crescita demografica controllata. Il progetto combina spazi verdi, servizi sanitari integrati e attività quotidiane, con un forte accento sulla comunità. In un contesto culturale molto diverso da quello europeo, l’idea di fondo resta la stessa. Ridurre l’istituzionalizzazione, mantenere una parvenza di vita ordinaria, sostenere le famiglie oltre che i pazienti.
E in Italia? Non è ferma ma purtroppo si muove con molta lentezza e in modo frammentario. Il caso più noto è Il Paese Ritrovato, a Monza, promosso dalla Cooperativa La Meridiana. Un villaggio urbano dedicato a persone con Alzheimer, con appartamenti, negozi, spazi comuni, un luogo in cui le persone con demenza sono libere di scegliere cosa fare del proprio tempo e ritrovano una dimensione di socialità che restituisce valore alla loro vita. I primi risultati mostrano un miglioramento del benessere complessivo e una riduzione della conflittualità legata al disorientamento.
Esistono poi esperienze più piccole, spesso sperimentali. Cohousing per anziani (ne abbiamo parlato qui), nuclei Alzheimer all’interno di strutture più grandi, residenze leggere integrate nel tessuto urbano. Progetti interessanti, ma ancora marginali rispetto al sistema complessivo delle RSA. Il problema principale resta la scala. Queste esperienze richiedono investimenti iniziali elevati, personale formato in modo specifico, un cambio di paradigma gestionale isomma.
I villaggi e le architetture orientate alla dignità mostrano che un ambiente pensato bene può ridurre il carico clinico, migliorare il lavoro degli operatori e restituire senso alle giornate delle persone.
Un altro elemento chiave è la visibilità. Molte strutture tradizionali nascondono la vecchiaia, come se fosse qualcosa da tenere lontano dallo sguardo pubblico. I progetti più avanzati fanno il contrario: affacciano sulla strada, “dialogano” con il quartiere, invitano la comunità a entrare.
Tutti questi esempi, anche se molto diversi tra loro per dimensioni, risorse e contesto culturale, seguono gli stessi principi di base: la persona resta al centro; la vita quotidiana mantiene una continuità con il passato; le cure mediche intervengono solo quando servono davvero; gli spazi sono chiari e rassicuranti; la libertà è accompagnata e protetta, senza chiusure preventive. Il contatto con l’esterno viene favorito, invece dell’isolamento.
Il confronto con l’Italia fa emergere subito il divario. Le RSA restano il cardine quasi unico dell’assistenza agli anziani fragili. Le alternative, ci sono, poche e spesso sperimentali, affidate a cooperative coraggiose o a amministrazioni illuminate. Quello che manca è una visione, conta riconoscere che il luogo in cui si vive l’ultima parte della vita incide sulla salute, sui costi, sul lavoro di chi assiste.
Dobbiamo pensare in modo diverso, dobbiamo smettere di pensare alla vecchiaia come un problema, nascondendola…e iniziare a progettare il futuro che prima o poi riguarda tutti noi.
L’AUTORE
Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.
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