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Ricevuto — 15 Giugno 2026 Il Blog di Beppe Grillo

La Cina banna gli influencer del lusso estremo

15 Giugno 2026 ore 00:08

In Cina negli ultimi mesi, le autorità di Pechino hanno intensificato la stretta contro gli influencer che hanno costruito la propria fama esibendo ville, gioielli, auto di lusso, abiti costosissimi e vite apparentemente irraggiungibili.

La guerra al lusso ostentato è entrata nel cuore dei social, con account bloccati e profili rimossi. Il caso più noto è quello di Wang Hongquanxing, influencer cinese soprannominato da molti il “Kim Kardashian cinese”. Wang è diventato famoso per i video in cui mostrava abiti firmati, diamanti, proprietà immobiliari e uno stile di vita costruito sulla spettacolarizzazione permanente della ricchezza. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, era arrivato a dire di non uscire mai di casa con addosso meno di 10 milioni di yuan, circa 1,4 milioni di dollari, tra vestiti e gioielli. E così i suoi profili sono spariti dalle principali piattaforme cinesi, tra cui Weibo, Douyin e Xiaohongshu. Altri creator dello stesso tenore hanno subito misure simili; alcuni erano noti per mostrare case di lusso, altri per video girati tra Rolls Royce, borse firmate, animali domestici portati in accessori da migliaia di euro e storie costruite intorno al denaro facile. Il messaggio delle autorità cinesi è stato chiaro: il lusso può esistere, il lusso trasformato in culto pubblico diventa un contenuto da fermare.

La campagna rientra nella linea della “prosperità comune” promossa da Xi Jinping, uno dei concetti centrali della nuova fase politica cinese, nato per ridurre le disuguaglianze, contenere l’eccesso di potere economico privato e riportare le grandi fortune dentro un perimetro più controllato dallo Stato. Negli anni scorsi questa linea ha colpito colossi tecnologici, miliardari, piattaforme digitali, finanza, videogiochi, istruzione privata e spettacolo, e ora tocca anche gli influencer. La giustificazione ufficiale riguarda i valori sociali. Pechino sostiene che l’ostentazione della ricchezza alimenti il materialismo, il culto del denaro e un modello distorto di successo, soprattutto tra i più giovani. Le piattaforme cinesi sono state invitate a rimuovere contenuti che mostrano ricchezza in modo volgare, che promuovono vite artificialmente lussuose per attirare follower e vendere prodotti.

Molti cittadini cinesi hanno accolto positivamente la misura, per una parte dell’opinione pubblica, gli influencer del lusso rappresentano una deriva volgare dei social, fatta di narcisismo e distanza dalla vita reale, e in  questo senso, la stretta viene vista come un argine alla pornografia della ricchezza, quella vetrina continua in cui tutto diventa lusso, e invidia; altri osservatori invece leggono la vicenda in modo diverso,  il problema degli influencer milionari esiste, la risposta cinese per loro apre una questione più grande: la lotta al materialismo può diventare anche un modo per nascondere le disuguaglianze invece di affrontarle. Far sparire il lusso dai social non elimina la distanza tra ricchi e poveri, forse toglie solo l’immagine dallo schermo.

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Ricevuto — 14 Giugno 2026 Il Blog di Beppe Grillo

Svizzera, bocciata la proposta anti-immigrazione sui 10 milioni di abitanti

14 Giugno 2026 ore 19:02

Gli svizzeri hanno bocciato il referendum che chiedeva di limitare la popolazione del Paese a 10 milioni entro il 2050. Secondo i risultati preliminari, quasi il 55% degli elettori ha votato contro la proposta, mentre il 45% l’ha sostenuta. L’affluenza è stata intorno al 59%, un dato alto per gli standard dei referendum svizzeri.

L’iniziativa era stata promossa dal Partito Popolare Svizzero, l’SVP, la principale forza della destra nazionalista del Paese. Il testo si chiamava “No a una Svizzera da 10 milioni” e chiedeva di inserire un limite costituzionale alla crescita demografica. La Svizzera oggi conta circa 9,1 milioni di abitanti. Secondo le proiezioni, potrebbe raggiungere quota 10 milioni nei primi anni Quaranta.

La proposta prevedeva un meccanismo progressivo, se la popolazione residente permanente avesse superato i 9,5 milioni prima del 2050, governo e Parlamento avrebbero dovuto intervenire con misure più rigide su asilo, permessi di soggiorno e ricongiungimenti familiari. Se la soglia dei 10 milioni fosse stata oltrepassata, la Svizzera avrebbe dovuto rinegoziare o disdire gli accordi internazionali che favoriscono la crescita demografica, compreso l’accordo con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone. Il voto aveva assunto un peso politico molto più ampio della sola questione migratoria;  per gli oppositori, il referendum avrebbe potuto trasformarsi in una sorta di “Brexit svizzera”, mettendo a rischio i rapporti economici con l’Unione europea, principale partner commerciale del Paese. La libera circolazione permette alle aziende svizzere, agli ospedali, alle case di cura e a molti settori produttivi di assumere lavoratori provenienti dai Paesi europei. Una rottura avrebbe colpito il mercato del lavoro e l’intero sistema degli accordi bilaterali con Bruxelles.

Il governo federale, il Parlamento, i sindacati e le principali organizzazioni economiche si erano schierati contro l’iniziativa. La loro posizione era chiara,  limitare artificialmente la popolazione non avrebbe risolto il problema degli affitti, del traffico o della pressione sui servizi pubblici, mentre avrebbe creato incertezza economica e diplomatica. Anche Economiesuisse, la principale organizzazione delle imprese svizzere, aveva avvertito che il tetto avrebbe indebolito la capacità del Paese di attrarre lavoratori qualificati. Il fronte del sì ha costruito la campagna sulla paura della crescita demografica. Secondo l’SVP, l’immigrazione sta cambiando troppo rapidamente il volto della Svizzera, aumentando la pressione su case, scuole, trasporti e welfare. Gli stranieri rappresentano oggi circa il 28% della popolazione residente. Il partito sostiene che il Paese abbia bisogno di un’immigrazione più contenuta e selettiva.

Il risultato mostra una Svizzera divisa, con un forte sostegno all’iniziativa soprattutto nelle aree rurali, e una resistenza decisiva nelle città. Il “no” ha evitato una crisi immediata con l’Unione europea, ma il 45% raccolto dal sì conferma che il tema dell’immigrazione resta una delle grandi faglie politiche del Paese.

 

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Ricevuto — 13 Giugno 2026 Il Blog di Beppe Grillo

Un fondo pubblico per l’intelligenza artificiale

13 Giugno 2026 ore 00:46
di Igor G. Cantalini

Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.

Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.

Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.

La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.

I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.

Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.

Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.

 

 

L’AUTORE

Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su  vari temi.

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La strage invisibile nelle reti da pesca

13 Giugno 2026 ore 00:54

C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.

Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.

Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.

Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.

Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.

Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.

La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.

 

Foto di depositphotos

 

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Ricevuto — 11 Giugno 2026 Il Blog di Beppe Grillo

Ombrelloni vietati a Villasimius

11 Giugno 2026 ore 11:50

A Punta Molentis, una tra le spiagge più famose della Sardegna, l’estate comincia con una regola che sta facendo assai polemica: il Comune di Villasimius ha deciso di rendere l’accesso a pagamento e contingentato, con prenotazione obbligatoria e un “biglietto d’ingresso” di 10 euro al giorno. La misura riguarda una delle spiagge colpite lo scorso anno da un incendio doloso che aveva minacciato l’arenile, gli habitat e la biodiversità della zona. Secondo il Comune, l’obiettivo è limitare la pressione turistica su un ecosistema fragile e ridurre il numero di presenze sulla spiaggia.

La decisione più contestata riguarda l’ombra. Dal 6 giugno al 31 ottobre sarà vietato installare ombrelloni, gazebo, tende e altri sistemi di ombreggio. L’eccezione vale soltanto per le famiglie con bambini sotto i 10 anni e per le persone dai 65 anni in su. Anche in questi casi sarà consentito un solo ombrellone per nucleo familiare che “rispetta le condizioni”.

Sui social c’è chi ha commentato con ironia, chiedendo: “Per aprire un ombrellone devo noleggiare un bambino?”. Un altro utente ha scritto: “Per venire in spiaggia con un ombrellone devo portare mio nonno o mettere al mondo un bambino da qui a domani?”. Altri hanno sollevato il tema della sicurezza sotto il sole estivo: “Si rischia un’insolazione, un colpo di calore!”.

Il Comune di Villasimius difende la scelta richiamando le condizioni ambientali dell’area. “L’ecosistema di Punta Molentis è tra i più preziosi del nostro territorio, ma anche tra i più fragili”, ha scritto l’amministrazione, ricordando che gli incendi e gli eventi meteomarini eccezionali hanno “ridotto la capacità dell’arenile e messo a dura prova habitat e biodiversità“. Per questo, secondo il Comune, è diventato “necessario limitare l’impatto antropico e garantire la tutela di questo patrimonio per le future generazioni”.

Le nuove regole prevedono anche limiti molto rigidi agli accessi. Via terra potranno entrare al massimo 70 veicoli al giorno e non più di 150 persone contemporaneamente sull’arenile. Gli ingressi saranno sospesi una volta raggiunta la capienza massima. Via mare potranno arrivare solo operatori autorizzati, con un massimo di 100 persone contemporaneamente e permanenza limitata a un’ora, al costo di 5 euro a persona. Sarà vietato sbarcare con zaini, borse termiche e attrezzature “non compatibili con la tutela ambientale del sito”.

L’accesso sarà consentito dalle 8 alle 20.30, con uscita obbligatoria entro le 21. Le persone con disabilità potranno accedere gratuitamente, fino a un massimo di tre persone contemporaneamente presenti oltre ai limiti ordinari di capienza, con accompagnatore.

Il caso Punta Molentis riapre una questione sempre più evidente sulle spiagge italiane, il diritto dei cittadini a vivere il mare pubblico con libertà come è giusto che sia. Si può chiedere alle persone di pagare per entrare in una spiaggia pubblica e poi impedire loro di ripararsi dal sole?

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La povertà è una scelta politica

11 Giugno 2026 ore 00:10

Viviamo nel mondo più ricco della storia, eppure miliardi di persone faticano ancora a mangiare, curarsi e avere un tetto sopra la testa. La povertà viene spesso raccontata come una disgrazia, un incidente, una conseguenza inevitabile della scarsità. Un collettivo di quasi 400 personalità internazionali, tra cui Olivier De Schutter, Thomas Piketty, Kate Raworth e Joseph Stiglitz, dice invece una cosa molto diversa: la povertà è una costruzione politica, nasce dalle regole con cui organizziamo il lavoro, la fiscalità, il debito, i servizi pubblici, il potere delle grandi ricchezze e il rapporto tra Nord e Sud del mondo.

La lettera che segue è la traduzione della tribuna-manifesto pubblicata su Le Monde. Il testo accompagna la “Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth”, promossa nell’ambito dell’iniziativa New Economies for Eradicating Poverty, guidata da Olivier De Schutter, ex Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani.

 

Viviamo nell’era della scarsità artificiale. In un mondo più ricco che mai, oltre un decimo della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non hanno i mezzi per nutrirsi, abitare o curarsi adeguatamente, mentre una minuscola minoranza accumula una ricchezza e un potere senza precedenti. Intanto siccità, mega-incendi, inondazioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.

Queste due crisi non sono separate. Entrambe sono sintomi di un modello economico ormai esaurito. La povertà e le disuguaglianze sono le conseguenze prevedibili di scelte politiche. Derivano dal modo in cui concepiamo i sistemi fiscali, regolamentiamo il mercato del lavoro, attribuiamo valore al lavoro di cura e organizziamo i servizi pubblici. Dipendono dal modo in cui il potere politico è distribuito e dall’importanza che accordiamo ai diversi interessi. Quando le persone vengono private dei mezzi per vivere con dignità e partecipare pienamente alla vita della propria società, i loro diritti fondamentali vengono violati.

Se i governi possono produrre la povertà, possono anche eliminarla. Per decenni la ricetta è stata semplice. Bastava far crescere l’economia e la povertà sarebbe gradualmente scomparsa. La promessa di una crescita economica a beneficio di tutti non è stata mantenuta. Mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari reali ristagnavano, i posti di lavoro diventavano più precari e i servizi pubblici venivano ridotti. Mentre i più ricchi si arricchivano in modo spettacolare, i più poveri si rivolgevano sempre più numerosi alle mense e ai banchi alimentari.

La crescita non si traduce più in una prosperità condivisa ed è diventata ecologicamente insostenibile. Gli scienziati mettono in guardia dal rischio che la Terra si trasformi in una fornace, nella quale l’aumento delle emissioni di gas serra e la distruzione della biodiversità destabilizzano le condizioni necessarie alla vita umana. Circa il 90% delle emissioni mondiali di carbonio in eccesso è attribuibile ai paesi del Nord e il 10% degli individui più ricchi è responsabile di quasi la metà delle emissioni mondiali, secondo l’economista Lucas Chancel in Nature nel 2022, mentre le popolazioni che vivono in povertà sono le prime a subire le conseguenze dei cattivi raccolti e dell’aumento dei prezzi alimentari. Un modello economico fondato su un’espansione senza fine su un pianeta dalle risorse limitate è ingiusto e pericoloso.

I paesi a basso reddito hanno ancora bisogno di crescita per costruire strade, ospedali e scuole, sviluppare le energie rinnovabili e creare posti di lavoro dignitosi. Il modello dominante di crescita si basa però sull’estrazione delle risorse, sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo, sulla dipendenza dalle esportazioni e su un indebitamento crescente. Questo modello ha aggravato le disuguaglianze e accelerato il collasso degli ecosistemi. La vera questione oggi riguarda il tipo di economie che stiamo costruendo, chi ne trae beneficio e se permettono a tutti di vivere con dignità nel rispetto dei limiti planetari.

Per questo abbiamo elaborato una Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, recentemente presentata a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sotto l’egida della Coalizione Globale per la Giustizia Sociale. Essa propone alternative per andare oltre l’approccio crescita, tasse e redistribuzione, attraverso il quale la lotta alla povertà è stata definita per decenni.

Per diciotto mesi, oltre 400 persone, tra agenzie delle Nazioni Unite, governi nazionali, esperti accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, attori dell’economia sociale e solidale, movimenti cittadini del Nord e del Sud del mondo, hanno lavorato per rispondere a una domanda semplice. Come porre fine alla povertà e ridurre le disuguaglianze senza fare della crescita del prodotto interno lordo la condizione principale del progresso?

I diritti umani forniscono il principio guida per misurare i progressi, definire le priorità e trovare compromessi tra obiettivi concorrenti. Garantire una protezione sociale universale fondata sui diritti e un accesso universale a servizi pubblici di qualità è una priorità assoluta. In molti paesi rimane l’urgenza più grande. Un’economia rispettosa dei diritti umani va però oltre la semplice redistribuzione e la compensazione successiva al mercato. La protezione sociale e i servizi pubblici sono essenziali, ma non possono costituire indefinitamente la stampella di economie che, per loro natura, generano salari da miseria, lavori precari e alloggi inaccessibili.

È necessario modificare le regole a monte. Questo significa proteggere il lavoro dignitoso, creare sistemi di garanzia dell’occupazione, rafforzare i sindacati e la democrazia sul luogo di lavoro, combattere le discriminazioni e valorizzare il lavoro di cura, retribuito o meno, dal quale dipendono le società. Significa investire nella prima infanzia, nell’edilizia abitativa, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti, elevandoli a servizi pubblici universali, per spezzare i circoli viziosi che perpetuano la povertà di generazione in generazione. Significa anche esercitare un controllo pubblico sugli asset strategici, orientare il credito verso priorità sociali ed ecologiche e sostenere lo sviluppo dell’economia sociale e solidale.

Realizzare questo programma implica anche trasformare le regole di un’economia mondiale che, ancora oggi, orienta le capacità produttive dei paesi a reddito basso e medio verso il consumo dei paesi del Nord, a scapito della soddisfazione dei bisogni locali. Oggi i governi dei paesi del Sud vengono criticati per la loro inattività di fronte alla povertà, mentre subiscono la pressione di sanzioni unilaterali, di accordi commerciali che li privano dei margini politici indispensabili e perpetuano uno scambio ineguale, insieme a un indebitamento ereditato da secoli di spoliazione coloniale. Così 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che destinano più risorse al servizio del debito che alla sanità o all’istruzione.

I paesi fortemente indebitati sono costretti dalle istituzioni finanziarie internazionali a ridurre la spesa sociale e a indebolire la tutela dei lavoratori in nome della competitività. Parallelamente, le catene globali di approvvigionamento consentono un trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud verso il Nord, su una scala tale che i redditi perduti dai paesi poveri sarebbero più che sufficienti a eliminare la povertà estrema in tutto il pianeta.

La solidarietà internazionale è un obbligo giuridico e morale che deriva da un dato storico. Molti paesi ricchi hanno costruito la propria ricchezza impoverendo i paesi del Sud attraverso modelli estrattivi che oggi continuano sotto nuove forme. Una transizione giusta, oltre la crescita, deve includere la giustizia sul debito, una maggiore cooperazione Sud-Sud, un finanziamento più robusto dell’azione climatica e un sostegno più consistente alla creazione di sistemi di protezione sociale di base, fondati sui principi di non dominazione e autodeterminazione. I paesi del Sud potrebbero così definire il proprio futuro economico in condizioni che rispettino la loro sovranità.

È altrettanto cruciale sapere chi avrà il potere di contribuire a questa transizione. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone che vivono in povertà vengono concepite senza di loro, o addirittura contro di loro. Quando i sistemi di protezione sociale si basano sul sospetto, sulla minaccia di sanzioni e sull’imposizione di condizioni umilianti, rafforzano la stigmatizzazione e scoraggiano le persone dal rivendicare i propri diritti. Quando le riforme agrarie o i programmi di edilizia sociale sono segnati da corruzione e favoritismi, oppure escludono gli abitanti delle baraccopoli, non vanno a beneficio di coloro che hanno il bisogno più urgente di tali sostegni. Le persone che vivono in povertà sanno meglio di chiunque altro come i dispositivi pensati per aiutarle possano fallire nella pratica. La loro esperienza deve guidare la progettazione, l’attuazione e il monitoraggio delle strategie di lotta alla povertà, dalle collettività locali ai parlamenti fino alle istituzioni internazionali.

Non partiamo da zero. In tutto il mondo, le lotte indigene, i movimenti femministi, i sindacati e i movimenti per la giustizia climatica difendono e costruiscono futuri alternativi fondati sulla solidarietà e sui diritti territoriali. Nuove coalizioni di Stati propongono altre visioni della governance economica globale e i governi sperimentano strategie di lotta alla povertà basate sui diritti, assemblee cittadine e modelli di creazione di ricchezza comunitaria.

La nostra roadmap si fonda su questi sforzi, li collega tra loro e li amplifica. La proponiamo ora come punto di riferimento comune per tutti coloro che rifiutano di accettare che la povertà e il collasso ecologico siano il prezzo da pagare per la nostra attuale definizione di successo economico.

In vista del vertice sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2027, i governi e le istituzioni multilaterali devono scegliere. Possono perseverare in un modello di crescita fallimentare oppure impegnarsi a eliminare la povertà trasformando le regole economiche che la producono. La povertà è una costruzione. Ciò che è stato costruito può essere smantellato. Il sistema che la perpetua può essere sostituito da qualcos’altro. Grazie alla Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, proponiamo soluzioni concrete.

 

Tra i primi firmatari figurano Olivier De Schutter, ex Relatore speciale dell’ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts Amherst, Jason Hickel, antropologo e professore presso l’Università Autonoma di Barcellona, Thomas Piketty, professore di economia alla Scuola di Economia di Parigi, Kate Raworth, economista presso l’Institute for Environmental Change dell’Università di Oxford, e Joseph Stiglitz, economista e premio Nobel per l’economia.

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Ricevuto — 9 Giugno 2026 Il Blog di Beppe Grillo

Mangiamo sei volte più pollo dei nostri nonni

9 Giugno 2026 ore 08:05

La persona media mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto ai nostri nonni. A rivelarlo è un nuovo rapporto della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

La disponibilità mondiale di carne è cresciuta enormemente negli ultimi sessant’anni e continuerà a farlo anche nei prossimi anni.

L’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022, secondo i dati dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). La produzione di carne suina è raddoppiata a 15 kg a persona nello stesso periodo, mentre il manzo, l’alimento più inquinante, è rimasto stabile a 9 kg.

L’agricoltura è il secondo settore più inquinante dell’economia globale. Le emissioni che riscaldano il pianeta dovrebbero aumentare del 7,6% nel prossimo decennio, secondo la revisione scientifica della FAO sui fattori determinanti della domanda e dell’offerta di carne, con il bestiame responsabile di circa l’80% dell’aumento.

Il rapporto ha rilevato che la fornitura media globale di carne è aumentata da 25 kg per persona nel 1961 a 47 kg per persona nel 2022. Ha rilevato che circa il 14% della carne e del latte è stato perso durante la produzione o sprecato dopo aver raggiunto gli scaffali dei supermercati e dei ristoranti.

La FAO segnala nello studio anche una forte disuguaglianza, il Nord America resta l’area con la maggiore disponibilità pro capite di alimenti di origine animale. L’Asia è diventata il primo produttore mondiale, eppure la disponibilità per persona rimane più bassa. Nell’Africa subsahariana la crescita è stata molto limitata, con alcuni progressi solo in singoli Paesi e in specifici settori, come il latte in Kenya o il pollame in Sudafrica. Nei Paesi poveri, carne, latte e uova possono essere ancora troppo costosi rispetto al reddito delle famiglie e possono rappresentare una fonte importante di nutrienti. Nei Paesi ricchi, invece, il consumo resta alto e stabile, mentre medici e climatologi indicano da anni la necessità di ridurre l’eccesso di prodotti animali, soprattutto quelli con maggiore impatto ambientale.

La FAO ricorda che il settore zootecnico deve affrontare pressioni sempre più forti. Deforestazione, consumo di suolo, emissioni di gas serra, uso dell’acqua, inquinamento, antibiotico resistenza e rischi legati alle malattie trasmesse dagli animali sono parte della stessa catena. Il bestiame può contribuire all’alimentazione umana, soprattutto dove la sicurezza alimentare è fragile, però il modello attuale sta mostrando limiti sempre più evidenti.

In sessant’anni il mondo ha moltiplicato la carne disponibile, ha trasformato il pollo in una presenza quotidiana e ha costruito un sistema alimentare che produce sempre di più. Fino a quanto questo sistema può crescere ancora senza aumentare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute e sulle disuguaglianze globali?

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Ricevuto — 8 Giugno 2026 Il Blog di Beppe Grillo

La fattoria dove adotti un albero e ricevi il raccolto a casa

8 Giugno 2026 ore 00:26

A Valencia c’è un’azienda agricola dove si può adottare un albero, dargli un nome e ricevere a casa i suoi frutti. Si chiama CrowdFarming ed è nata dall’esperienza di due fratelli spagnoli, Gonzalo e Gabriel Úrculo, che nel 2010 hanno ripreso in mano la fattoria di famiglia, Masia El Carmen, a Bétera, poco a nord di Valencia. Il terreno era stato lasciato fermo dopo la morte del nonno e così hanno deciso di riportarlo in vita passando all’agricoltura biologica rigenerativa.

Il meccanismo è semplice, l’utente entra sul sito, sceglie una fattoria, adotta un albero o un’altra coltivazione, segue la crescita attraverso foto e aggiornamenti e poi riceve il raccolto direttamente a casa. Nel caso degli aranci di Naranjas del Carmen, si può adottare un albero da 40 o 80 chili di arance a stagione, con consegne programmate tra novembre e aprile. L’azienda assegna l’albero, lo cura, appende una targhetta con il nome scelto dall’utente e permette anche di visitarlo di persona. La differenza rispetto alla normale vendita online sta nella produzione su richiesta. Il produttore sa in anticipo quante persone hanno prenotato il raccolto, organizza meglio il lavoro, riduce gli sprechi e vende senza passare dalla grande distribuzione. Il consumatore, dall’altra parte, conosce chi coltiva ciò che mangerà, vede da dove arriva il cibo e riceve prodotti raccolti in stagione. CrowdFarming presenta questo sistema come un modo per prevenire lo spreco alla fonte, sostenere la stabilità economica dei produttori e garantire prodotti stagionali a prezzo definito. Dopo aver testato il modello sulla loro fattoria, i fratelli Úrculo hanno lanciato CrowdFarming nel 2017. Oggi la piattaforma permette di acquistare frutta, verdura, olio d’oliva, frutta secca e altri prodotti direttamente da agricoltori partner in Europa. L’azienda ha più di 300.000 adozioni attive di alberi e lavora con oltre 300 produttori partner. Nel 2024 ha registrato ricavi per 65 milioni di euro. Dopo l’acquisizione della piattaforma francese La Ruche qui dit Oui!, il gruppo collega quasi 10.000 produttori con due milioni di utenti in circa trenta Paesi europei.

Adottare un albero non significa sempre ricevere esclusivamente i frutti di quel singolo albero; gli alberi non producono tutti allo stesso modo e l’azienda spiega che, per ragioni agricole, il raccolto può essere integrato con frutti di altri alberi dello stesso campo. Sul sito di CrowdFarming oggi si trovano avocado, mango, olivi, mirtilli, viti, campi di grano, miele, formaggi e altri prodotti agricoli. La piattaforma dichiara oltre 554.000 alberi adottati, più di 4,7 milioni di cassette spedite direttamente dagli agricoltori e 3.515 produttori in otto Paesi.

In un sistema alimentare dominato da intermediari, magazzini, celle frigorifere, imballaggi e prezzi compressi, questa formula prova a rimettere al centro il legame tra chi coltiva e chi mangia. Una famiglia in città può adottare un arancio a Valencia, un olivo in Spagna o un albero di mango, seguire il raccolto e ricevere a casa ciò che la terra produce davvero in quella stagione.

Un gesto piccolo, quasi simbolico, che racconta una trasformazione molto più grande.

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