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Trump riduce le esercitazioni con Seul. Guardando a Pyongyang?

17 Agosto 2026 ore 13:10

Nelle ultime ore è emersa la decisione del presidente statunitense Donald Trump di chiedere al Pentagono una riduzione “sostanziale” della scala delle esercitazioni militari con la Corea del Sud, una decisione che tocca uno dei dossier più delicati del sistema di alleanze americana in Asia e introduce nuove incognite nella strategia statunitense verso la penisola coreana. L’ordine è arrivato alla vigilia dell’avvio delle annuali esercitazioni Ulchi Freedom Shield, che coinvolgono circa 18mila militari sudcoreani e che, nonostante le dichiarazioni di Trump, sono iniziate regolarmente lunedì e dovrebbero proseguire fino al 27 agosto.

Trump ha motivato la scelta con il costo delle esercitazioni e con il comportamento di Seul, accusata dal presidente americano di non aver voluto partecipare alle operazioni statunitensi contro l’Iran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha definito queste esercitazioni “costose”, sostenendo al contempo che esse trasmettano alla Corea del Nord un segnale “inappropriato e ostile”. Parole che gli analisti hanno interpretato come uno strumento per creare le condizioni per una nuova apertura diplomatica. Dal canto suo Seul ha reagito con cautela, facendo sapere di essere al lavoro sulla questione e di auspicare che il rapporto tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un possa portare a un dialogo significativo, con l’obiettivo di favorire pace e stabilità nella penisola. Allo stesso tempo, il governo sudcoreano ha ribadito che i due alleati continueranno a coordinare la propria postura di difesa e le attività militari congiunte.

La mossa di Trump si inserisce in una relazione da tempo caratterizzata da oscillazioni. Già durante il suo primo mandato il presidente americano aveva manifestato l’intenzione di ridurre o cancellare le esercitazioni congiunte, mentre Washington e Seul si erano scontrate sulla ripartizione dei costi per il mantenimento delle circa 28.500 truppe americane presenti in Corea del Sud. Il problema è che qualsiasi riduzione delle esercitazioni arriva in un momento particolarmente delicato sul piano della sicurezza. Pyongyang continua a considerare le attività militari americane e sudcoreane come una preparazione a un’invasione e, nelle ultime settimane, ha effettuato nuovi lanci di missili balistici. Secondo Reuters, la Corea del Nord ha lanciato due missili dall’inizio di agosto, mentre un alto ufficiale del Northern Command americano ha recentemente avvertito che Pyongyang ha testato missili balistici intercontinentali capaci di trasportare una testata nucleare fino a qualsiasi punto del Nord America. Allo stesso tempo, i due Paesi hanno accelerato al cooperazione in temi sensibili, come ad esempio quello dei sottomarini nucleari (uno sviluppo che, volendo, si può inquadrare nella stessa lente di spending review usata da Trump).

Ma dietro la decisione americana potrebbe esserci anche un calcolo più ampio. Secondo Victor Cha del Center for Strategic and International Studies, Trump potrebbe voler aumentare la propria capacità di influenza su Kim anche alla luce del crescente rapporto tra Corea del Nord e Russia. Pyongyang ha infatti fornito sostegno militare a Mosca nella guerra contro l’Ucraina, mentre militari nordcoreani hanno acquisito esperienza sul campo combattendo al fianco delle forze russe. In quest’ottica il tentativo di riaprire un canale con Kim potrebbe avere la doppia finalità di rilanciare la diplomazia sulla questione nucleare e di cercare di limitare l’avvicinamento strategico tra Mosca e Pyongyang. È una scommessa che richiama la politica del primo mandato di Trump, quando i due leader arrivarono a incontrarsi in tre vertici senza però ottenere risultati concreti sul programma nucleare e missilistico nordcoreano.

La decisione sulle esercitazioni, dunque, non sembra essere soltanto una questione militare, e non è solo limitata ai rapporti tra Washington e Seul, ma pare riferirsi invece agli equilibri strategici nell’intera penisola coreana e oltre. Guardando anche alla concezione di grand strategy seguita da The Donald.

Cossiga avrebbe apprezzato Meloni senza amare Trump. Il ricordo di Rotondi

17 Agosto 2026 ore 13:04

Gli amici di Formiche.net mi chiedono un ricordo diverso di Francesco Cossiga, allineato all’oggi, con l’ausilio della immaginazione e dei ricordi personali. Qualche strumento ce l’ho per immaginare Cossiga nel tempo della guerra a pezzi e della destra italiana di governo. Non ho avuto con lui l’intimità di Pippo Marra o Paolo Naccarato, per citare i suoi ultimi amici viventi; tuttavia il Presidente mi ha onorato di una costante conversazione culturale, culminata nella compilazione della prefazione di tutti i miei libri.

Mi manca? È più corretto dire: ci manca. Ma vale per Cossiga ciò che il suo amico De Mita diceva di sé: “Continuerò a parlare anche dopo morto”.

E cosa dice Cossiga all’Italia di oggi? Basta interrogare i ricordi. Partiamo dagli scenari mondiali. Per alcuni il mondo è cambiato al punto da dover rivedere definizione e confini dell’Occidente: non sarebbe più l’America la mater et magistra. Cossiga non sarebbe d’accordo. Lui non si offese mai della Kappa con cui gli anarchici scrivevano il suo cognome, spesso raddoppiando la consonante denigratoria: Kossiga l’amerikano. Il Presidente non smentì né si vergognò mai di essere la voce più ascoltata oltreoceano. Non rinnegò Gladio, semmai la spiegò: nel dopoguerra il rischio comunista non era uno slogan dei democristiani, ma una minaccia concreta contro cui gli alleati americani disponevano protezioni vere. E se qualcuno oggi si scandalizzasse, Cossiga gli ricorderebbe che anche la liberazione dal fascismo ci è arrivata “sulla punta delle baionette degli americani”, per dirla con l’espressione del comune maestro, mio e di Cossiga: il primo leader della “Base”, Fiorentino Sullo.

Trump piacerebbe a Cossiga? Manco un po’, immagino. Aveva per i ricchi la diffidenza tipica dei politici antichi, orgogliosamente consapevoli di essere un potere che non doveva mai allinearsi alla ricchezza. Il solo ricco che Cossiga tollerava in politica – ma fino ad un certo punto – era il suo amico Silvio Berlusconi, a cui però rimproverava di non possedere la dote della cattiveria, necessaria a un uomo di Stato (e a Silvio questa critica piaceva moltissimo).

Diciamo che a Cossiga Trump non piacerebbe, ma suggerirebbe di conviverci al minor costo possibile, perché non si cambia fronte quando non ci piace chi lo governa. I capi di Stato passano, il destino degli Stati è scritto nella storia e nella civiltà. E il nostro destino rimane comune con quello americano.

E di Giorgia Meloni cosa direbbe? Aveva simpatia per lei quando era la mascotte del nostro governo, a maggior ragione ne avrebbe oggi, vedendola al cospetto dei grandi del mondo. Né Cossiga avrebbe pruderie verso la destra di governo, che tenne a battesimo da Capo dello Stato, nel suo primo abbozzo di Alleanza Nazionale.

Moroteo oltre Moro, Cossiga consumò la “strategia dell’attenzione” in ogni direzione, non a senso unico, come fa la pelosa storiografia della sinistra, impadronitasi di Moro facendone un santino se non un precursore del Pd. Il vero Moro era quello che raccontava Cossiga: il teorico di una democrazia compiuta in cui pure i comunisti potessero governare, e fu quello il motivo per cui Cossiga sostenne il governo D’Alema.

Non è azzardato pensare che oggi Cossiga vedrebbe nel governo Meloni il definitivo completamento, sulla sponda opposta, del sogno moroteo di una democrazia normale.

Da Colleferro a Varsavia. Una linea rossa presto sulla politica italiana

17 Agosto 2026 ore 12:30

Con il passare delle ore si addensano sempre più sospetti di un attentato di matrice russa per l’esplosione alla fabbrica di munizioni di Colleferro. Questo imporrà presto il tracciare una chiara linea nella sabbia alla politica italiana, che finora ha cincischiato con tentazioni filorusse, e porterà inevitabilmente a scelte decise e precise per chi sta al governo o all’opposizione a Roma.

Colleferro si inserisce in una lunga catena di eventi sospetti in tutta Europa. Nell’arco di una sola settimana, i Paesi della Nato sono stati teatro di una serie di incidenti sospetti.

POLONIA

Il 7 agosto, i servizi polacchi hanno arrestato un cittadino russo con il compito di uccidere a Varsavia un cittadino americano e ucraino. Secondo il primo ministro Donald Tusk è la prima volta che qualcuno, su ordine russo, ha tentato di uccidere un cittadino americano sul territorio di un Paese Nato.

GERMANIA

Il 6 agosto, un drone carico di esplosivo è stato rinvenuto nei pressi di una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle accanto a un aereo cargo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich.

ITALIA

Un incendio scoppiato il 13 agosto nel reparto di compressione delle polveri presso lo stabilimento KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, è stato seguito da una massiccia esplosione. Lo stabilimento produce munizioni da artiglieria da 155 mm, fornite all’Ucraina.

PAESI BASSI

Nel giro di poche ore, sempre il 13, a Rotterdam il più grande porto d’Europa, sono avvenuti un incendio a un trasformatore, un grave blackout elettrico, uno spegnimento d’emergenza presso la raffineria ExxonMobil di Botlek e un’esplosione presso la raffineria e il terminal della Gunvor Energy, che ha causato la morte di un lavoratore e il ferimento di altri sei.

Oltre a ciò nelle ultime settimane le difese Nato hanno subito incursioni di droni lungo l’intero perimetro dell’alleanza. Il rischio è che qualche paese potrebbe cedere alla pressione russa e scivolare fuori dai ranghi. Cosa farebbe allora la Nato? La guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi, in alcune nazioni, in una guerra civile?

L’Italia, patria durante la Guerra Fredda del più grande partito comunista dell’Europa occidentale ha già sperimentato la cosa.

Oggi a Roma certamente molti vogliono nascondere la testa sotto la sabbia perché si tratta di prendere scelte chiare: l’Italia è con la Russia che le fa esplodere le fabbriche o contro? Molti potrebbero pensare a tipiche contorsioni italiche, tipo il Lodo Moro. Allora il governo fece un patto con i palestinesi per lasciare usare il suo territorio come base logistica a patto che non ci fossero attentati palestinesi in Italia. Ma le condizioni oggi sono molto diverse da allora e oggi sappiamo che il Lodo non funzionò.

Quindi l’Italia deve scegliere. Luigi Zanda ricordava che alle spalle della Guerra Fredda c’era stato un patto stretto alla fine della Seconda guerra mondiale tra i leader della Dc e del Pci, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Il Pci poteva rimanere legale e partecipare alle elezioni ma in cambio non faceva la rivoluzione e non andava al governo.

Può esserci un patto simile oggi tra “forze dell’ordine” e la folla confusa di filorussi dentro governo e opposizione? In realtà mancano due pezzi fondamentali del gioco, De Gasperi e Togliatti.
Il patto Dc-Pci evitò la deriva greca, dove nel 1947 ci fu un bagno di sangue contro il partito comunista che stava per prendere il potere ad Atene.

Oggi, quanto a lungo Ue e Usa possono tollerare i balletti italiani? Warren Buffet nei suoi investimenti dice di guardare ai fondamentali. Se i fondamentali ci sono le cose accadranno. Nessuno però può dire con precisione quando. Questa sembra la situazione attuale del Paese. Se i fondamentali non cambiano, qualcosa accadrà presto, anche se nessuno può dire con certezza quando sarà il ‘presto’.

Diversamente da ottant’anni fa sono pochi i duri e puri, ed è possibile che, davanti a rischio di un disastro, molti filo russi di oggi cambino completamente casacca. È una caratteristica storica dell’Italia. Naturalmente in questo i primi nella fuga verso l’ordine saranno preferiti. Cioè però, chi forse pensa che tutto questo sia solo una drammatizzazione italica dove si usano parole fortissime per azioni minime.

Il killer di Bra e il cittadino di Varsavia. Vi racconto cent’anni di “misure attive” russe all’estero

17 Agosto 2026 ore 11:26

Il 13 agosto 2026 Donald Tusk ha annunciato di aver sventato, a Varsavia, un piano per uccidere un cittadino con doppia nazionalità statunitense e ucraina, definendolo il primo tentativo attribuito a Mosca di colpire un cittadino americano sul suolo di un altro Paese Nato. È tentante leggere l’episodio come una novità assoluta, l’ennesima escalation di un conflitto che sembra non conoscere più argini. È una lettura incompleta. Quello di Varsavia è l’ultimo anello di una catena che attraversa un secolo di storia dei servizi segreti sovietici e russi, con una logica operativa sorprendentemente stabile: l’eliminazione fisica del nemico all’estero come strumento di politica di Stato, purché resti negabile.

Il paradigma nasce nel gergo stesso dei servizi sovietici, che chiamavano questa attività mokrye dela, “affari bagnati”. Il primo caso compiutamente documentato porta la firma di Pavel Sudoplatov, che diventerà l’architetto dell’intera dottrina. Nel maggio 1938, a Rotterdam, Sudoplatov consegna di persona a Yevhen Konovalets, leader del nazionalismo ucraino, una scatola di cioccolatini con un ordigno a orologeria: Konovalets muore dilaniato pochi minuti dopo. Due anni dopo lo stesso Sudoplatov organizza da Mosca l’eliminazione di Lev Trotsky: nell’agosto 1940, a Coyoacán, l’agente Nkvd Ramón Mercader, infiltratosi nella cerchia del fondatore dell’Armata Rossa, gli conficca una piccozza da alpinista nel cranio. Mercader sconterà vent’anni di carcere senza mai confessare per chi lavorasse, e riceverà comunque, in absentia, l’onorificenza di Eroe dell’Unione Sovietica. È il primo elemento costante: l’esecutore isolato e sacrificabile, protetto dal silenzio più che dalla fuga — e una regia accentrata capace di colpire, in due anni e su due continenti, i due nemici più ingombranti dello stalinismo in esilio.

Il secondo elemento costante — un apparato tecnico capace di simulare la morte naturale — matura negli anni Cinquanta con il Dipartimento 13 del Kgb, erede della struttura di Sudoplatov. È qui che si forma Bogdan Stašinski, che nel 1957 uccide a Monaco l’intellettuale ucraino Lev Rebet e nel 1959 il leader nazionalista Stepan Bandera, entrambi con una pistola spray al cianuro capace di simulare un arresto cardiaco. Quando nel 1961 Stašinski diserta consegnandosi ai tedeschi occidentali, la catena di comando svelata fino al presidente del Kgb Šelepin costringe Chruščёv a dichiarare formalmente sospesi gli omicidi mirati individuali — sospensione più diplomatica che reale, ma che segna una svolta dottrinale: da allora Mosca preferirà, quando possibile, appaltare l’esecuzione a servizi alleati o intermediari non direttamente riconducibili al Cremlino. Ai margini estremi della dottrina resta un caso che rompe la logica della negabilità invece di perfezionarla: nel dicembre 1979, nell’Operazione Storm-333, le forze speciali del Kgb assaltano il palazzo presidenziale di Kabul e uccidono il presidente afghano Hafizullah Amin, sostituendolo in poche ore con un leader gradito a Mosca — non un omicidio coperto, ma una decapitazione politica a viso aperto, funzionale a un cambio di regime.

È il modello dell’appalto a servizi alleati a spiegare il caso più noto della Guerra Fredda tarda: l’omicidio di Georgi Markov, il dissidente bulgaro della Bbc, ucciso a Londra l’11 settembre 1978 con un proiettile di ricina iniettato nella gamba dalla punta di un ombrello sul Waterloo Bridge. L’operazione fu condotta dai servizi segreti bulgari con assistenza tecnica del Kgb: tecnologia sovietica, esecuzione bulgara, negabilità totale per Mosca. Il sospettato principale, identificato solo nel 2005 grazie agli archivi desecretati di Sofia, è un cittadino italiano: Francesco Gullino, nato a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1945, reclutato dai bulgari nel 1971 e attivo per anni con copertura di antiquario e passaporto danese, nome in codice “Piccadilly”. Interrogato nel 1993 a Copenaghen, ammise la propria attività di agente ma negò ogni coinvolgimento nell’omicidio; non fu mai incriminato, poiché i fatti erano avvenuti fuori dalla giurisdizione danese e i termini per lo spionaggio erano scaduti. È morto da solo, in Austria, nel 2021, senza aver mai confessato — il monumento più compiuto alla capacità del sistema di proteggere fino alla morte naturale anche l’esecutore materiale, non solo il mandante.

Con la fine dell’Urss ci si attendeva un declino di questa prassi; è accaduto l’opposto. Il primo caso post-sovietico compiuto è quello di Zelimkhan Yandarbiyev, ex presidente ceceno in esilio, ucciso a Doha nel febbraio 2004 da un’autobomba fatta detonare da due operativi del Gru: l’unico caso dell’intera sequenza in cui gli esecutori furono arrestati, processati e condannati — da un tribunale qatariota — prima di essere rimpatriati sotto pressione diplomatica di Mosca. Il caso Litvinenko, a Londra nel 2006, rompe invece con la tradizione della negabilità tecnica: l’ex ufficiale Fsb Aleksandr Litvinenko viene avvelenato con polonio-210, isotopo rarissimo che lascia una scia radioattiva tracciabile ovunque gli esecutori siano passati. L’inchiesta pubblica britannica del 2016 ha attribuito l’operazione ad Andrei Lugovoi e Dmitrij Kovtun, giudicando “probabile” l’approvazione dello stesso Putin: un’arma così impossibile da negare da far ipotizzare che qui il messaggio politico contasse più della copertura. Lo stesso schema, tecnicamente più sofisticato, si ripete nel 2018 a Salisbury contro l’ex agente del Gru Sergei Skripal e la figlia, avvelenati con il nervino Novichok da due operativi dell’unità 29155, in un’operazione che ucciderà per esposizione accidentale anche la cittadina britannica Dawn Sturgess.

Tra Skripal e la sequenza polacca si colloca il caso di Maksim Kuzminov, il pilota russo che nell’agosto 2023 aveva disertato consegnando alle forze ucraine il proprio elicottero Mi-8. Rifugiatosi in Spagna sotto falso nome, viene trovato morto il 13 febbraio 2024 in un garage di Villajoyosa, ucciso da diversi colpi d’arma da fuoco. L’intelligence spagnola ha indicato la pista di sicari inviati da Mosca — un’ipotesi che l’Alto rappresentante Ue Borrell ha definito potenzialmente “molto preoccupante” — ma senza mai raggiungere una certezza giudiziaria: parte della stampa spagnola ha inizialmente valorizzato anche l’ipotesi di un regolamento di conti privato. Rispetto al polonio o al Novichok, l’uso di armi comuni in uno scenario che poteva passare per criminalità ordinaria disegna una terza variante di negabilità: non l’assenza di tracce di Markov, né il segnale politico dichiarato dei casi britannici, ma un’ambiguità costruita ad arte.

È in questo intreccio di registri — negabilità totale, recupero diplomatico, segnale politico dichiarato, ambiguità costruita — che si colloca la sequenza polacca degli ultimi due anni, un’ulteriore mutazione del modello, non più limitata ai soli dissidenti e disertori. Nello stesso 2024 l’intelligence statunitense scopre e comunica a Berlino un piano russo, il più avanzato di una serie più ampia contro dirigenti dell’industria della difesa europea, per uccidere Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, il principale produttore tedesco di munizioni e mezzi corazzati per l’Ucraina — episodio riportato da fonti anonime citate dalla Cnn e mai confermato da atti giudiziari, ma non smentito da Berlino: il livello di attribuzione più debole dell’intera sequenza recente, eppure coerente con il resto del quadro. Il bersaglio, in questo caso, non è più un oppositore politico ma un manager, colpito in quanto nodo industriale della catena di rifornimento bellico occidentale. Il sabotaggio ferroviario di novembre 2025 sulla linea Varsavia-Lublino, l’omicidio del dissidente Robert Kuzovkov (Semyon Skrepetsky) nel giugno 2026 e il tentativo sventato contro il cittadino statunitense-ucraino di agosto condividono un tratto che li distingue da Mercader, Stašinski, Markov e Litvinenko: gli esecutori non sono più “illegali” addestrati per anni, ma soggetti reclutati per singole missioni via messaggistica cifrata, pagati in criptovaluta, spesso ignari del piano complessivo. È il modello che Eurojust ha documentato nell’inchiesta sui pacchi incendiari spediti nel 2024 dagli hub DHL di Lipsia e Birmingham, riconducendola al GRU dopo aver identificato ventidue sospetti definiti “persone in condizioni socio-economiche vulnerabili” — lo stesso identikit del ventinovenne arrestato a Varsavia il 7 agosto.

Questa esternalizzazione non nasce da un ripensamento dottrinale, ma da un vincolo strutturale: il numero di operazioni che Mosca deve condurre simultaneamente in Europa — contro dissidenti, industriali della difesa e infrastrutture logistiche, oggi anche contro cittadini americani — è troppo alto perché la rete storica degli “illegali”, costosa e lenta da formare, possa reggerne il ritmo. Il reclutamento per procura consente volume, ma a un prezzo: i proxy improvvisati commettono errori, lasciano tracce digitali e sono più facilmente processabili, come dimostra la rapidità con cui l’Abw ha neutralizzato il piano di agosto. La negabilità politica resta intatta — nessun documento collega mai il Cremlino all’esecutore — ma quella operativa, che per decenni ha protetto anche gli esecutori fino alla morte naturale come accadde a Gullino, si è visibilmente erosa.

Resta invece del tutto immutata la funzione politica di queste operazioni, identica da Rotterdam a Varsavia: colpire un bersaglio scomodo restando sotto la soglia che costringerebbe la Nato a una risposta collettiva, comunicando a ogni dissidente o disertore che nessuna distanza costituisce una protezione reale. Cambia lo strumento — una scatola di cioccolatini, una piccozza, il cianuro, un ombrello, un’autobomba, il polonio, il Novichok, una pistola comune, oggi un sicario pagato in bitcoin — ma non la convinzione, che attraversa un secolo di storia sovietica e russa, che l’eliminazione del nemico all’estero sia una prerogativa legittima dello Stato, purché nessuno possa mai provarlo fino in fondo. Non stupisce, in questa luce, che il sospetto esecutore materiale dell’omicidio Markov fosse un cittadino italiano mai realmente indagato dall’Italia: un promemoria di quanto sia stata a lungo permeabile — e lo resti, su scala oggi molto più ampia — la capacità del controspionaggio occidentale, italiano compreso, di intercettare per tempo il reclutamento dei propri cittadini da parte di servizi ostili operanti sotto copertura commerciale. È lo stesso interrogativo, aggiornato alla scala del reclutamento digitale di massa, che oggi impone alle magistrature e ai servizi di Polonia, Germania, Lituania e Italia una cooperazione multilaterale sempre più stretta, coordinata da Eurojust, per intercettare in tempo reale una rete di proxy che nessun singolo Paese può più sorvegliare da solo.

Colleferro. Perché ora non si può escludere la pista del sabotaggio (russo)

17 Agosto 2026 ore 10:14

Non sappiamo ancora che cosa abbia provocato l’esplosione che giovedì scorso ha pesantemente danneggiato lo stabilimento di munizioni di Colleferro, una trentina di chilometri a sud-est di Roma. Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un incidente industriale o se dietro l’incendio e la successiva deflagrazione vi sia altro. Sappiamo però un’altra cosa con certezza: nelle ore successive all’esplosione, la galassia online filorussa ha rapidamente trasformato quanto accaduto in materiale propagandistico.

D’altronde, un impianto europeo che produce munizioni, inserito nella catena industriale della difesa italiana – occidentale, Nato – e legato allo sforzo europeo a sostegno dell’Ucraina, andato in fiamme è un’occasione ghiotta per la propaganda (automatica o semi-automatica) e la disinformazione.

La distinzione è essenziale. Celebrare o sfruttare propagandisticamente un’esplosione non significa averla provocata. Ma la velocità con cui episodi di questo tipo vengono assorbiti dall’ecosistema informativo favorevole al Cremlino racconta qualcosa di più ampio sul modo in cui Mosca e le reti che ne amplificano le narrative guardano oggi alla vulnerabilità europea.

Cosa è successo

L’esplosione è avvenuta nello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, nell’area industriale tra Colleferro e Artena. L’impianto produce munizionamento di medio e grosso calibro per sistemi terrestri e navali e propellenti solidi destinati anche al settore aerospaziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’incendio sarebbe partito dal reparto di pressatura delle polveri prima della violenta esplosione, avvertita a chilometri di distanza. Non ci sono state vittime: i lavoratori presenti hanno raggiunto le aree di sicurezza e le autorità hanno aperto un’indagine sulle cause.

Non si tratta, tuttavia, di uno stabilimento qualsiasi. Colleferro è parte di una filiera europea delle munizioni che negli ultimi anni ha assunto un’importanza strategica crescente. KNDS ha aumentato la capacità produttiva europea di munizionamento d’artiglieria, e nello stabilimento italiano vengono prodotte anche cariche modulari per proiettili da 155 millimetri: esattamente il tipo di capacità industriale che la guerra in Ucraina ha trasformato da questione prevalentemente commerciale a elemento della sicurezza europea.

Perché è importante

Come dovrebbe essere interpretato un incidente che colpisce un nodo della produzione militare europea in un continente nel quale sabotaggio, ricognizione clandestina, cyberattacchi, manipolazione informativa e operazioni ibride condotte attraverso intermediari sono ormai parte del panorama della sicurezza?

Colleferro, infatti, non arriva nel vuoto. Solo tre giorni prima, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva colpito un impianto di stoccaggio e lavorazione di munizioni e materiali esplosivi della società bulgara EMCO a Belitsa, provocando l’evacuazione di circa 300 persone. Le autorità bulgare hanno indicato come origine dell’incendio un veicolo che aveva preso fuoco durante una consegna di carburante, con le fiamme poi propagate verso un deposito di munizioni. Anche in questo caso non risultano vittime.

La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il nome EMCO rende il caso inevitabilmente sensibile: l’azienda appartiene all’imprenditore bulgaro Emilian Gebrev, vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento che le autorità e le indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa.

Ancora più significativo è quanto accaduto pochi giorni prima in Germania. All’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub logistico utilizzato anche dagli Antonov ucraini e inserito nelle capacità di trasporto strategico della Nato — è stato trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore. La procura federale tedesca sta indagando sul caso come possibile attacco alla sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha inserito esplicitamente nello scenario delle minacce ibride; secondo informazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa internazionale, esiste inoltre il sospetto di un coinvolgimento russo, che Berlino non ha finora formalmente attribuito.

Yes but… Tre episodi non fanno automaticamente una campagna. E sarebbe metodologicamente sbagliato tracciare una linea retta tra Lipsia, Belitsa e Colleferro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato osservare ciascuno di questi episodi come se avvenisse in un ambiente strategico sterile.

La zona grigia

Da anni i servizi europei avvertono che il confronto con Mosca non si esaurisce sul campo di battaglia ucraino. La cosiddetta guerra ibrida prospera precisamente nell’ambiguità: combina strumenti militari e non militari, azioni manifeste e clandestine, cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, coercizione economica e operazioni attraverso proxy, mantenendo quando possibile il livello dello scontro al di sotto della soglia che imporrebbe una risposta militare convenzionale. È quella zona grigia tra pace e guerra nella quale stabilire non soltanto chi abbia agito, ma persino se vi sia stato un attacco, può richiedere settimane o mesi.

L’Italia non è estranea a questo problema. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità si è concentrata non soltanto sulla protezione (anche cyber) delle infrastrutture critiche, ma sull’intersezione tra intelligence, sabotaggio, influenza e guerra cognitiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già avviato il percorso per la creazione di una struttura civile-militare di circa 5.000 persone specificamente dedicata al contrasto delle minacce ibride, indicando energia, aeroporti, infrastrutture critiche, disinformazione e cognitive warfare tra i fronti sui quali rafforzare le capacità dello Stato. Il tema è stato discusso anche nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa, che ha definito la minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori ostili una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa e all’integrità dei processi democratici. L’Italia sta formulando una modifica del comparti Difesa e Sicurezza che avrà nella gestione delle minacce ibride uno dei fulcri operativi.

Il problema, però, precede l’eventuale sabotaggio

Una parte particolarmente delicata riguarda la raccolta di informazioni su infrastrutture militari e dual-use attraverso fonti aperte. Negli anni tra il 2024 e il 2025 il movimento italiano “No Nato“ ha per esempio elaborato e diffuso un dossier intitolato “Mettere nel mirino i presidi bellici”, contenente una mappatura di installazioni, aziende, università e infrastrutture considerate collegate alla Nato o alla filiera della difesa in Emilia-Romagna.

Il documento è pubblico, e proprio per questo il caso è interessante. Gli stessi ambienti che lo hanno promosso hanno presentato la mappatura come uno strumento attraverso il quale identificare la presenza militare sul territorio e organizzare una ”risposta concreta e strutturata”. Altri materiali collegati hanno incoraggiato la ricostruzione attraverso fonti aperte di infrastrutture sensibili, compreso il tracciato dell’oleodotto Nato NIPS (North Italian Pipeline System) nel Nord Italia, descrivendo le tecniche utilizzate come relativamente semplici e replicabili.

Nulla di questo dimostra una catena di comando verso Mosca. Né l’attivismo anti-Nato può essere automaticamente assimilato a intelligence. Ma non sarebbe nemmeno corretto escludere che attività di osservazione su infrastrutture sensibili possano essere sfruttate da servizi stranieri. In Europa esistono precedenti giudiziari. In Polonia, membri di reti legate all’intelligence russa sono stati condannati per aver monitorato basi, porti, stazioni, aeroporti e linee ferroviarie usate per i trasferimenti verso l’Ucraina, anche con telecamere installate sulle infrastrutture. L’Italia ha un caso diverso ma significativo: Walter Biot, ufficiale di Marina condannato per aver trasmesso documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.

Nella guerra ibrida la distinzione tra propaganda, open source, ricognizione e attività operativa è sempre meno netta, e una catena di comando tradizionale non è sempre necessaria perché gli interessi di uno Stato vengano favoriti. Mosca combina agenti, intermediari e ambienti ideologicamente affini. Questi ultimi non devono ricevere ordini per produrre informazioni, individuare vulnerabilità o amplificare narrative utili al Cremlino. La compresenza di attività dirette, proxy e convergenze spontanee — e la difficoltà di distinguerle dall’esterno — rende l’attribuzione e la deterrenza uno dei nodi centrali della guerra nella zona grigia.

Colleferro offre un esempio quasi perfetto dell’altro lato dello stesso meccanismo. Qualunque sia stata la causa dell’esplosione, il risultato può essere immediatamente utilizzato nello spazio informativo. Un incidente industriale può diventare una dimostrazione della vulnerabilità occidentale. Un incendio può essere trasformato in una vittoria simbolica. L’incertezza stessa diventa materia prima: insinuazioni, celebrazioni, teorie concorrenti e sospetti possono circolare molto più rapidamente di quanto un’indagine tecnica possa stabilire che cosa sia realmente accaduto. È una caratteristica della guerra nella zona grigia.

Cambio della dottrina sulla sicurezza?

È anche per questo che Roma non è sola nel ripensare il proprio apparato di sicurezza. La Germania ha appena approvato un progetto che rafforza i poteri di Bnd e BfV, per far fronte a minacce cyber e ibride. Il tutto mentre Berlino indaga sul caso del drone di Lipsia e su altri episodi sospetti vicino a infrastrutture sensibili.

Il cambiamento è più profondo del semplice rafforzamento della sicurezza attorno alle fabbriche di armi. Negli ultimi decenni, l’Europa ha tenuto separati ambiti che oggi tendono a sovrapporsi: terrorismo, criminalità, controspionaggio, cyber e difesa militare. La guerra ibrida lavora proprio su queste zone grigie.

Un drone su un aeroporto è un caso di polizia, finché non diventa intelligence. Un profilo social è espressione individuale, finché non entra in una campagna coordinata di influenza. Una foto di un sito militare è informazione pubblica, finché non diventa parte di una ricognizione sistematica. Un’esplosione in una fabbrica di munizioni è un incidente, finché non emergono elementi contrari.

La difficoltà per le democrazie è non ribaltare questo principio: il contesto deve alzare l’attenzione, non abbassare la soglia della prova. Il punto non è che ogni incendio sia automaticamente un sabotaggio. È che l’Italia e l’Europa non possono più permettersi di escluderlo a priori.

Spionaggio in Corea del Sud, due ex militari cinesi arrestati vicino alle installazioni Usa

17 Agosto 2026 ore 09:49

Due cittadini cinesi, entrambi con un passato nelle forze armate del loro Paese, sono stati arrestati in Corea del Sud con l’accusa di avere raccolto illegalmente informazioni riguardanti le attività militari sudcoreane e statunitensi. Un’indagine che tocca direttamente uno dei dispositivi di sicurezza più importanti dell’Indo-Pacifico, ma sulla quale restano ancora da chiarire alcuni passaggi decisivi: soprattutto se il materiale raccolto sia stato trasmesso alle autorità cinesi e se dietro l’attività dei due uomini vi fosse un committente.

A riferire gli arresti è Associated Press, citando la polizia sudcoreana. I due casi, almeno sulla base delle informazioni rese pubbliche finora, sono distinti. Li accomunano però il precedente servizio militare dei sospettati in Cina e la natura degli obiettivi: infrastrutture, comunicazioni e personale collegati alla presenza militare americana nella penisola coreana.

Le comunicazioni intercettate vicino alla base

Il primo sospettato è un cittadino cinese di circa sessant’anni. Secondo gli investigatori avrebbe installato in un albergo vicino a una base aerea utilizzata congiuntamente dalle forze sudcoreane e statunitensi un sistema composto da un ricevitore software-defined radio, un’antenna e un computer portatile.

L’apparato sarebbe stato utilizzato in diverse occasioni, a partire dal 2024, per intercettare le comunicazioni tra i caccia pilotati da militari sudcoreani e americani e i controllori del traffico aereo della base. L’uomo è stato arrestato il 10 agosto con l’accusa di avere violato, tra le altre, le norme sudcoreane sulla protezione delle comunicazioni.

Agli investigatori avrebbe spiegato di essere un appassionato di comunicazioni aeronautiche: dopo avere ascoltato quelle tra velivoli civili e torri di controllo, avrebbe voluto fare altrettanto con gli aerei militari. Una versione che la polizia sta verificando. Il computer sequestrato è sottoposto ad analisi forense proprio per stabilire se le informazioni intercettate siano rimaste nella disponibilità dell’uomo oppure siano state trasmesse ad altri soggetti, comprese eventuali autorità cinesi. Al momento, su questo punto, non è stata resa pubblica alcuna prova di un trasferimento a Pechino.

Informazioni sul comando americano

Il secondo arresto riguarda un cittadino cinese sulla quarantina, anch’egli già appartenente alle forze armate cinesi. Gestisce un negozio di forniture militari nei pressi del quartier generale statunitense nell’area di Seoul.

Secondo la ricostruzione della polizia, l’uomo avrebbe raccolto materiale sulle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, fotografie relative ai movimenti di armamenti e informazioni sugli avvicendamenti ai vertici militari americani. Una parte di questi dati sarebbe arrivata da una cittadina sudcoreana impiegata presso il comando Usa, alla quale il sospettato avrebbe consegnato denaro. Gli investigatori ritengono inoltre che tra i due vi fosse una relazione personale.

Anche in questo caso la spiegazione fornita dall’indagato è di natura privata: avrebbe cercato quelle informazioni perché le riteneva utili alla propria attività commerciale. La polizia contesta questa ricostruzione e procede per violazioni delle norme riguardanti, tra l’altro, la protezione delle installazioni militari.

L’ambasciata cinese a Seoul, contattata da Associated Press dopo l’annuncio degli arresti, non aveva risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione della notizia.

Il momento scelto da Seoul

Il calendario aggiunge inevitabilmente un elemento al quadro, senza per questo dimostrare un collegamento tra gli arresti e le manovre militari. Dal 17 al 27 agosto, Stati Uniti e Corea del Sud terranno infatti l’edizione 2026 di Ulchi Freedom Shield, la grande esercitazione annuale dedicata alla preparazione delle forze alleate sulla penisola. Circa 18 mila militari sudcoreani prenderanno parte alle attività, che quest’anno comprenderanno anche scenari legati a droni, interferenze Gps e attacchi informatici.

La Corea del Sud rimane uno dei pilastri della postura militare americana in Asia orientale. Washington mantiene nel Paese circa 28.500 uomini, formalmente destinati in primo luogo alla deterrenza nei confronti della Corea del Nord. La loro presenza, tuttavia, si inserisce ormai in un dispositivo regionale più ampio, nel quale la penisola coreana è anche uno dei punti di contatto tra la strategia statunitense e la crescente competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

È precisamente per questo che informazioni apparentemente circoscritte – frequenze radio, procedure operative, movimenti di mezzi, calendari delle esercitazioni, avvicendamenti del personale – assumono un valore diverso se raccolte sistematicamente. Il lavoro d’intelligence non passa necessariamente dalla sottrazione di un singolo documento classificato: può procedere anche attraverso l’accumulazione di dati separati che, messi insieme, consentono di ricostruire abitudini operative e vulnerabilità.

Una legge sullo spionaggio che sta cambiando

Il caso cade inoltre in una fase particolare per il sistema di controspionaggio sudcoreano. Per decenni l’architettura legislativa di Seoul è stata costruita principalmente attorno alla minaccia proveniente dalla Corea del Nord. L’articolo 98 del codice penale limitava infatti il tradizionale reato di spionaggio alle attività svolte nell’interesse di un “Paese nemico”, con conseguenti difficoltà nell’applicarlo a operazioni condotte per conto di altri Stati.

Il Parlamento ha modificato la norma il 26 febbraio 2026. Dal prossimo 13 settembre, il campo di applicazione verrà esteso alle attività svolte a beneficio di qualsiasi Paese straniero o organizzazione equivalente. È una revisione maturata dopo anni di discussione proprio sulla necessità di adeguare gli strumenti giuridici a una competizione che non riguarda soltanto il confronto militare con Pyongyang, ma anche tecnologia, industria e intelligence.

Gli arresti dei due ex militari cinesi precedono quindi l’entrata in vigore della nuova disciplina e saranno valutati sulla base delle norme attualmente applicabili. Ma mostrano quale sia il problema che Seoul intende affrontare: proteggere una presenza militare americana capillare e un apparato tecnologico avanzato da operazioni che possono muoversi in una zona molto più sfumata rispetto allo spionaggio tradizionale.

Per ora, ciò che è accertato è più limitato: due uomini sono stati arrestati, la polizia sostiene che abbiano raccolto informazioni di interesse militare e gli investigatori stanno cercando di capire quale uso ne sia stato fatto. L’eventuale regia di Pechino resta invece da provare. Ed è proprio questa distinzione, in una vicenda destinata a essere osservata da Washington oltre che da Seoul, a separare i fatti già emersi dalle conclusioni che l’indagine deve ancora raggiungere.

Falsi colloqui e siti-clone, così l’intelligence cinese cerca esperti occidentali

17 Agosto 2026 ore 09:38

Per mesi alla Horizzen, una piccola società di consulenza australiana con sede a Brisbane, sono arrivate richieste piuttosto strane. Curriculum di esperti di difesa, telefonate, candidature per presunti posti di lavoro negli Stati Uniti. Il problema era semplice: Horizzen non stava assumendo nessuno.

La spiegazione è arrivata molto più tardi. Qualcuno aveva copiato online il nome della società, l’indirizzo, il numero di telefono e parte dei contenuti del suo sito per dare credibilità a una falsa società di consulenza che cercava esperti di difesa, politica e commercio.

Il sito è finito nell’inchiesta dell’Fbi sulle operazioni di reclutamento che le autorità americane attribuiscono a soggetti collegati all’intelligence cinese.

La vicenda è stata ricostruita nelle ultime ore dal Guardian Australia, che ha collegato il sito-clone della società di Brisbane a una delle tredici piattaforme sequestrate dal dipartimento di Giustizia americano lo scorso giugno. Il particolare australiano è nuovo. Il metodo, invece, è diventato abbastanza frequente da spingere i servizi occidentali a parlarne pubblicamente.

Una società vera per costruirne una falsa

Secondo il Guardian, Horizzen aveva iniziato a ricevere le prime comunicazioni anomale dalla metà del 2025. Solo un anno più tardi l’azienda ha scoperto che il dominio che ne imitava l’identità era stato sequestrato dalle autorità federali statunitensi nell’ambito di un’indagine di controspionaggio.

Il valore della copertura era precisamente nella sua banalità. Invece di inventare da zero un’impresa dai contorni inevitabilmente vaghi, chi aveva costruito la piattaforma aveva preso in prestito i dettagli di una società realmente esistente.

Il dipartimento di Giustizia americano sostiene che le tredici piattaforme sequestrate facessero parte di uno schema costruito per avvicinare cittadini statunitensi, compresi funzionari ed ex funzionari in possesso di autorizzazioni di sicurezza e quindi potenzialmente esposti a informazioni classificate.

I posti di lavoro pubblicizzati avevano titoli assolutamente ordinari: analista senior, consulente per gli affari internazionali, esperto di geopolitica. Gli annunci apparivano su piattaforme per professionisti e freelance e le materie richieste coincidevano, secondo gli atti giudiziari americani, con temi di interesse per il governo cinese.

Prima una ricerca, poi le informazioni riservate

Il meccanismo ricostruito dall’Fbi non prevedeva di chiedere immediatamente un documento classificato.

Il primo incarico poteva consistere nella produzione di un rapporto di ricerca, accompagnato da una remunerazione relativamente elevata. Una volta costruito il rapporto personale, al candidato potevano essere chieste informazioni sempre più difficili da reperire pubblicamente, fino alla richiesta di materiale proveniente da fonti interne.

Per rendere credibili le società venivano utilizzati contratti e accordi di riservatezza. Le comunicazioni potevano poi spostarsi su Telegram o altre applicazioni cifrate, mentre i pagamenti venivano effettuati attraverso conti intestati a identità fittizie o criptovalute.

Secondo il dipartimento di Giustizia, i siti utilizzavano alias, identità rubate e fotografie generate con l’intelligenza artificiale. Gli investigatori sostengono che lo schema fosse operativo almeno dal novembre 2023. Le persone dietro l’operazione hanno negato qualsiasi rapporto con un governo straniero.

Il mestiere più vecchio, con strumenti nuovi

L’elemento interessante non è tanto l’uso dell’intelligenza artificiale in sé. Una falsa fotografia o un sito generato rapidamente non sostituiscono le tecniche tradizionali dello spionaggio. Le rendono però più economiche e scalabili.

Costruire una copertura commerciale credibile richiedeva un tempo personale, documenti e infrastrutture. Oggi parte di quel lavoro può essere automatizzata: testi professionali, immagini di dipendenti inesistenti, profili social e interi siti possono essere prodotti rapidamente e modificati quando vengono scoperti.

È un moltiplicatore, non un nuovo mestiere. Lo ha spiegato indirettamente anche l’Fbi quando, annunciando il sequestro dei tredici domini, ha indicato proprio la combinazione tra contenuti generati dall’IA, piattaforme professionali e sistemi di pagamento online come una delle caratteristiche del metodo attribuito ai servizi cinesi.

La vulnerabilità sono le persone

Nessuno dei bersagli deve necessariamente considerarsi una spia. Un ex militare può ritenere di essere pagato per la propria esperienza. Un diplomatico in pensione può pensare di scrivere un’analisi. Un funzionario può convincersi che un’informazione sia innocua perché non formalmente classificata, pssaggio graduale che rende efficace il reclutamento. Il bersaglio può rendersi conto molto tardi che la domanda successiva non riguarda più ciò che sa per competenza professionale, ma ciò che conosce perché ha avuto un determinato incarico. Il rapporto pubblicato questa settimana dall’intelligence neozelandese descrive uno schema quasi identico: falsi consulenti o reclutatori che cercano funzionari ed ex funzionari tramite piattaforme professionali, commissionano inizialmente studi e analisi e successivamente chiedono informazioni privilegiate.

È difficile considerare la coincidenza irrilevante. Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e gli altri partner Five Eyes stanno cercando di portare una parte del controspionaggio fuori dagli uffici dei servizi e dentro le normali abitudini professionali di chi ha lavorato nelle istituzioni. Il caso Horizzen racconta bene il perché. Una società può essere coinvolta in un’operazione d’intelligence senza saperne nulla. Un candidato può finire nel radar di un servizio straniero pensando semplicemente di avere trovato un lavoro ben pagato.

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