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Dassault saluta Airbus: l’Eurodrone può attendere

15 Giugno 2026 ore 10:16

Francia

La vicenda Eurodrone non riguarda soltanto un disaccordo tecnico tra Dassault Aviation e Airbus. Deve essere interpretata come un episodio di guerra economica all’interno dello stesso campo europeo. Ciò che, a prima vista, appare come una controversia su compensazioni industriali rivela in realtà una lotta per il controllo delle filiere critiche, il dominio delle tecnologie militari, la protezione dei saperi nazionali e la definizione stessa della sovranità europea. La richiesta di compensazione formulata da Dassault nei confronti di Airbus, dopo la riduzione della propria quota di lavoro legata al disimpegno francese dall’acquisto dell’Eurodrone, non è dunque una semplice disputa contrattuale. È il sintomo di un disordine strategico più vasto. La Francia, senza uscire formalmente dal programma, ha smesso di prevedere il finanziamento delle proprie acquisizioni fino al 2035. Questo significa mantenere la facciata politica della cooperazione, ma togliere al progetto una parte essenziale della sua sostanza industriale e militare.

Per comprendere questa crisi bisogna uscire dal linguaggio convenzionale della cooperazione europea. Le parole usate nei vertici diplomatici — partenariato, condivisione, autonomia, sovranità, difesa comune — spesso mascherano realtà molto più dure. Nell’industria degli armamenti ogni programma è anche una battaglia di potenza. Si tratta di stabilire chi definisce il bisogno, chi controlla l’architettura tecnica, chi possiede i dati, chi conserva i brevetti, chi fissa le norme, chi intercetta i finanziamenti pubblici e chi impone agli altri il proprio modello industriale. È proprio qui che diventano utili le categorie della Scuola di Guerra Economica di Parigi, dell’EPGE e delle analisi diffuse da OPIG. La guerra economica non è soltanto lo scontro tra Stati nemici. È anche la concorrenza permanente tra alleati, imprese, amministrazioni, filiere industriali e sistemi nazionali di potenza. Si combatte nei contratti, nelle norme, nei finanziamenti, nei racconti pubblici, nelle dipendenze tecnologiche, nelle catene di approvvigionamento e negli arbitrati di bilancio.

L’Eurodrone come specchio di una sovranità incompiuta

L’Eurodrone avrebbe dovuto essere uno strumento dell’indipendenza europea. Il programma riuniva Francia, Germania, Italia e Spagna attorno a un drone di media altitudine e lunga autonomia, destinato alla sorveglianza, all’intelligence, alla designazione degli obiettivi e, in prospettiva, anche a missioni armate. L’obiettivo era chiaro: ridurre la dipendenza europea dai droni statunitensi e israeliani, in particolare dal Reaper americano, divenuto per anni uno dei simboli della superiorità occidentale nel settore dei sistemi senza pilota.

Ma l’ambizione politica si è scontrata con la realtà industriale. Airbus è stata collocata al centro del dispositivo, mentre Dassault, Leonardo e Airbus Spagna avrebbero dovuto occupare ruoli importanti. Questa architettura doveva soddisfare gli equilibri nazionali. Tuttavia, in una logica di guerra economica, l’equilibrio non è mai neutrale. La distribuzione dei compiti determina la distribuzione delle competenze, dei posti di lavoro, dei margini, dei brevetti e dell’influenza futura. Chi dirige un programma non controlla soltanto un calendario industriale; controlla una posizione strategica.

La Francia si è progressivamente interrogata sull’utilità reale di un sistema costoso, complesso e tardivo, mentre la guerra in Ucraina ha sconvolto le dottrine. I droni non sono più soltanto mezzi di ricognizione di lunga durata. Sono diventati strumenti di saturazione, logoramento, correzione del tiro, attacco tattico, pressione psicologica e disorganizzazione permanente dell’avversario. Il campo di battaglia moderno non premia più soltanto la sofisticazione. Premia anche la massa, la velocità di produzione, la capacità di sostituzione, la resilienza davanti al disturbo elettronico e l’integrazione in un ecosistema completo fatto di guerra elettronica, sensori, artiglieria e dati.

In questa prospettiva, la scelta francese appare meno come un’esitazione e più come una riorganizzazione strategica. Parigi non rinuncia ai droni; rifiuta di lasciarsi imprigionare in un modello industriale che potrebbe produrre troppo tardi un sistema troppo pesante. La preferenza crescente per soluzioni più nazionali, più rapide e più adatte all’alta intensità traduce una forma di patriottismo economico applicato alla difesa. Non si tratta soltanto di comprare francese per riflesso nazionale, ma di preservare una capacità sovrana di decisione, produzione e adattamento.

L’intelligence economica come lucidità strategica

L’intelligence economica consiste nel raccogliere, analizzare, proteggere e sfruttare l’informazione strategica utile alla decisione. Applicata alla vicenda Eurodrone, porta a porre domande che il discorso ufficiale evita spesso. Chi beneficia davvero del programma? Chi guadagna competenze? Chi perde autonomia? Quale impresa diventa centrale? Quale filiera nazionale viene indebolita? Quali saperi rischiano di essere marginalizzati? Quale dipendenza futura viene creata in nome della cooperazione presente?

Se si applica questa griglia, la crisi Eurodrone diventa più leggibile. Dassault difende una posizione che va oltre la sola questione della remunerazione. L’impresa difende il proprio posto nell’architettura aeronautica militare europea. Rifiuta di essere ridotta a un ruolo secondario in un settore nel quale le tecnologie senza pilota, la connettività, l’intelligenza imbarcata e l’integrazione con i futuri sistemi di combattimento diventeranno decisive. Perdere oggi una quota di lavoro significa rischiare di perdere domani una competenza. E perdere una competenza nell’industria della difesa significa perdere una porzione di sovranità.

Airbus, da parte sua, difende la logica del grande consorzio europeo. Questa logica ha prodotto risultati notevoli nell’aviazione civile, ma si rivela più fragile nel settore militare. L’armamento non è un mercato ordinario. Tocca il segreto, la dottrina d’impiego, la proprietà delle tecnologie, la libertà decisionale degli Stati e la capacità di produrre in tempo di crisi. La questione non è quindi soltanto sapere se Airbus possa coordinare più industriali. La questione è capire se questa coordinazione produca potenza o dipendenza.

L’intelligence economica obbliga anche ad analizzare i racconti. Presentare Eurodrone come un programma europeo di sovranità non basta. Bisogna chiedersi se questo programma accresca davvero la libertà strategica degli Stati partecipanti o se diventi un compromesso costoso destinato a salvare l’apparenza politica dell’unità europea. Nella guerra economica le parole sono armi. La parola sovranità può mascherare una dipendenza. La parola cooperazione può nascondere una cattura di valore. La parola Europa può dissimulare rapporti di forza tra potenze nazionali.

Patriottismo economico o ingenuità europea

Il patriottismo economico, in questo dossier, non deve essere caricaturato come una chiusura protezionistica. Indica la capacità di uno Stato di identificare i propri interessi vitali, proteggere le proprie imprese strategiche, sostenere le filiere critiche e rifiutare che la logica del mercato o quella del compromesso diplomatico indeboliscano la sua potenza futura. Nel campo della difesa, questo patriottismo economico non è un’opzione ideologica. È una condizione di sopravvivenza strategica.

La Francia ha rivendicato a lungo questa cultura. Essa si fonda sull’idea che le industrie della difesa non siano imprese come le altre. Dassault, Naval Group, Thales, Safran o MBDA non producono soltanto beni industriali. Producono autonomia politica. Permettono allo Stato di decidere, esportare, dissuadere, intervenire, negoziare e resistere alle pressioni esterne. Quando una capacità industriale viene perduta, non si ricostituisce facilmente. Servono anni, a volte decenni, per ricostruire un sapere abbandonato.

La crisi Eurodrone illustra dunque una tensione fondamentale: bisogna sacrificare una parte della sovranità industriale nazionale in nome di una sovranità europea ancora incerta? La risposta francese sembra diventare più prudente. Parigi accetta la cooperazione quando questa rafforza le sue capacità. Diventa però molto più diffidente quando la cooperazione rischia di diluire i suoi saperi, ritardare i suoi programmi o collocare i suoi industriali in posizione subordinata.

Questa posizione può essere criticata da chi difende una difesa europea integrata. Ma è perfettamente coerente dal punto di vista della guerra economica. In un mondo in cui gli alleati sono anche concorrenti, nessuno Stato serio affida ad altri il cuore delle proprie tecnologie decisive senza garanzie solide. L’Europa della difesa non può essere costruita sull’ingenuità. Presuppone una chiarificazione brutale degli interessi.

Il conflitto Dassault-Airbus come guerra di posizione

La rivalità tra Dassault e Airbus non nasce con Eurodrone. Attraversa già il dossier SCAF, il sistema di combattimento aereo del futuro. Anche lì la questione centrale riguarda la direzione industriale, la proprietà intellettuale, il controllo del velivolo da combattimento e la ripartizione dei compiti tra francesi, tedeschi e spagnoli. Dietro i dibattiti tecnici si nasconde una questione di potere: chi comanderà l’aviazione militare europea di domani?

Dassault ritiene che la progettazione di un aereo da combattimento non possa essere trasformata in un mosaico burocratico. L’esperienza del Rafale dà all’impresa francese una legittimità particolare. Ha concepito, sviluppato, migliorato ed esportato un velivolo diventato un successo strategico e commerciale. Airbus, al contrario, rappresenta la potenza del consorzio, l’equilibrio tra partner, la capacità di organizzare grandi programmi multinazionali. Queste due culture possono cooperare, ma non parlano sempre la stessa lingua.

Nell’Eurodrone come nello SCAF, il disaccordo riguarda dunque la gerarchia. Chi dirige? Chi segue? Chi arbitra? Chi possiede le tecnologie? Chi decide le evoluzioni future? Queste domande sono al centro della guerra economica. Chi controlla l’architettura controlla la dipendenza degli altri. Chi definisce le interfacce impone i propri standard. Chi detiene i dati possiede una capacità d’influenza duratura.

La crisi attuale può quindi essere letta come una guerra di posizione tra due modelli industriali. Il modello francese privilegia la coerenza sovrana, l’autorità tecnica e il legame diretto tra Stato stratega e industria nazionale. Il modello Airbus privilegia la distribuzione europea, la coordinazione multinazionale e la costruzione di un attore continentale capace di competere con i grandi gruppi americani. Il problema è che questi due modelli convergono soltanto se gli Stati condividono la stessa visione strategica. E non è questo il caso.

Germania, Italia, Spagna e la battaglia dei ritorni industriali

L’Eurodrone coinvolge anche Germania, Italia e Spagna. Ciascuno di questi Paesi cerca di ottenere ricadute industriali, posti di lavoro, competenze e un posto nella catena del valore. È normale. Ma questa logica dei ritorni industriali può trasformare un programma militare in un compromesso geoeconomico permanente. Non si costruisce più soltanto lo strumento più efficace; si costruisce lo strumento politicamente accettabile per ogni partner.

La Germania ragiona in un quadro particolare. Vuole rafforzare la propria difesa, ma resta profondamente legata alla NATO e alla relazione transatlantica. Desidera sviluppare la propria industria, ma conserva una cultura strategica diversa da quella francese. L’Italia cerca di preservare il ruolo di Leonardo nei grandi programmi europei e di evitare di essere marginalizzata tra l’asse franco-tedesco e le scelte americane. La Spagna vuole consolidare la propria partecipazione industriale e trarre vantaggio dalla logica Airbus. Così, ogni Paese partecipa alla sovranità europea, ma ciascuno la traduce anzitutto nel proprio interesse nazionale.

È esattamente ciò che mostra l’approccio della guerra economica: le alleanze non cancellano le rivalità. Le organizzano, le spostano e talvolta le rendono meno visibili. In un programma come Eurodrone, la competizione non si svolge soltanto contro Stati Uniti, Israele, Turchia o Cina. Esiste anche tra europei. La domanda è se questa competizione interna produca una potenza comune o distrugga l’efficacia collettiva.

La dimensione geoeconomica: il mercato mondiale dei droni non aspetta l’Europa

Mentre l’Europa negozia, il mercato mondiale avanza. Gli Stati Uniti conservano un vantaggio storico nei droni di media e lunga autonomia. Israele dispone di un sapere operativo antico e di una capacità d’esportazione molto solida. La Turchia ha dimostrato che un attore più agile può conquistare mercati con sistemi meno costosi, visibili sui campi di battaglia e politicamente ben sostenuti dallo Stato. La Cina propone un’offerta abbondante a Paesi che non vogliono dipendere da Washington.

In questo contesto, l’Eurodrone rischia di arrivare in un mondo già trasformato. Non è soltanto un problema di ritardo industriale. È un problema di guerra economica. Perdere tempo significa perdere mercati. Perdere mercati significa perdere volumi. Perdere volumi significa aumentare i costi. Aumentare i costi significa ridurre l’attrattività all’esportazione. E ridurre l’esportazione significa indebolire la filiera industriale che si voleva proteggere.

L’Europa si trova così intrappolata in un circolo pericoloso. Vuole produrre in modo sovrano, ma produce lentamente. Vuole competere con i grandi attori mondiali, ma moltiplica gli arbitrati interni. Vuole costruire un’industria continentale, ma non sempre possiede il riflesso di potenza necessario per imporre rapidamente le scelte. Nella guerra economica, la velocità è un’arma. L’Europa, troppo spesso, agisce come se disponesse ancora del tempo lungo delle amministrazioni. I suoi concorrenti agiscono con il tempo breve dei rapporti di forza.

La guerra cognitiva attorno alla sovranità europea

Esiste anche una dimensione informativa. La crisi Eurodrone si svolge dentro uno spazio di racconti concorrenti. Per alcuni, la Francia indebolisce l’Europa riducendo il proprio impegno. Per altri, si protegge da un programma diventato troppo costoso e inadatto. Per alcuni industriali, la cooperazione europea è indispensabile di fronte agli Stati Uniti. Per altri, diventa un meccanismo di diluizione delle competenze nazionali.

Questa battaglia delle interpretazioni è una forma di guerra cognitiva. Determina ciò che decisori, media e opinioni pubbliche considerano legittimo. Bisogna considerare Dassault come un attore che difende in modo eccessivo i propri interessi? O come un campione nazionale che protegge una competenza strategica? Bisogna vedere Airbus come l’incarnazione necessaria dell’Europa industriale? O come un sistema di compromessi che può indebolire la prestazione militare? Bisogna presentare la decisione francese come un ripiegamento nazionale? O come un adattamento lucido alle lezioni della guerra in Ucraina?

Nella guerra economica, imporre il racconto giusto conta quanto controllare il contratto. Chi impone l’interpretazione, spesso, impone anche la decisione futura. Se la Francia viene presentata come responsabile del fallimento europeo, dovrà pagare un costo diplomatico. Se l’Eurodrone viene presentato come un programma superato, i suoi difensori dovranno giustificarne il mantenimento. Se Dassault appare come vittima di una riconfigurazione industriale, la sua richiesta di compensazione guadagna legittimità. Se Airbus appare come garante dell’interesse europeo, la sua posizione si rafforza.

Sovranità europea o somma di patriottismi nazionali

La grande contraddizione è qui. L’Europa vuole costruire una sovranità comune, ma non dispone ancora di un patriottismo economico europeo abbastanza forte. Gli Stati parlano d’Europa, ma difendono le proprie imprese, i propri posti di lavoro, i propri uffici tecnici, le proprie catene di subfornitura e le proprie priorità militari. Questa realtà non è scandalosa. È normale. Il problema è negarla.

Un patriottismo economico europeo non può nascere da una semplice somma di compromessi. Presuppone una visione comune delle minacce, una gerarchia chiara delle priorità, un’autorità capace di arbitrare, una protezione delle filiere critiche e una strategia d’esportazione coerente. Senza tutto questo, l’Europa resterà uno spazio di concorrenza interna più che un attore di potenza esterna.

La Francia, in questa vicenda, agisce da Stato stratega. Si possono discutere le sue scelte, ma esse rispondono a una logica identificabile: non disperdere risorse in un programma giudicato meno adatto, preservare le capacità nazionali, sostenere soluzioni più rapide, evitare che i propri industriali siano marginalizzati nelle architetture future. Questa logica corrisponde pienamente al patriottismo economico così come viene inteso dalla scuola francese della guerra economica: identificare le vulnerabilità, proteggere gli asset strategici, rafforzare le capacità nazionali e rifiutare le dipendenze mascherate da cooperazione.

L’Europa deve scegliere tra potenza e procedura

La vicenda Eurodrone mostra che la difesa europea non soffre soltanto di una mancanza di denaro. Soffre di una mancanza di pensiero conflittuale. Troppo spesso l’Europa ragiona come se la cooperazione bastasse a produrre potenza. Ma la potenza presuppone innanzitutto la coscienza del conflitto. Conflitto contro i competitori esterni, ma anche conflitto d’interessi tra partner. La Scuola di Guerra Economica, l’EPGE e le analisi di OPIG ricordano proprio questa evidenza: nella globalizzazione, l’economia non è uno spazio pacificato, ma un campo di confronto.

L’Eurodrone doveva ridurre la dipendenza europea. Rischia invece di rivelare un’altra dipendenza: quella dell’Europa dalle proprie illusioni. Credere di poter costruire una sovranità industriale senza arbitrare duramente i rapporti di forza è un errore. Credere che interessi nazionali divergenti produrranno spontaneamente una strategia comune è un altro errore. Credere che i concorrenti aspetteranno che l’Europa finisca i propri compromessi è forse l’errore più grave.

La vera domanda non è dunque soltanto se Dassault otterrà una compensazione. La vera domanda è se l’Europa sia capace di pensare i propri programmi di armamento come strumenti di guerra economica. Questo significa proteggere i saperi, controllare i dati, mettere in sicurezza le catene del valore, accelerare le decisioni, sostenere i campioni industriali, dominare i racconti e scegliere quali dipendenze accettare e quali rifiutare.

In questa prospettiva, Eurodrone non è un incidente. È un avvertimento. Un’Europa che vuole essere potenza non può accontentarsi di procedure, vertici e comunicati. Deve accettare la logica del rapporto di forza. Deve praticare l’intelligence economica non come un supplemento accademico, ma come uno strumento quotidiano di decisione. Deve assumere un patriottismo economico che non sia soltanto nazionale, ma anche europeo, a condizione che l’Europa sappia finalmente definire ciò che vuole proteggere.

La sovranità non nasce dalle dichiarazioni. Nasce dalla capacità di trasformare l’informazione in decisione, la decisione in industria, l’industria in potenza e la potenza in libertà d’azione. È precisamente ciò che rivela la crisi Eurodrone: l’Europa possiede imprese, ingegneri, bilanci e ambizioni. Ciò che ancora le manca è una cultura strategica della guerra economica capace di unificare queste risorse in un vero progetto di potenza.

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Mondiale Usa 2026, l’importante è non partecipare

14 Giugno 2026 ore 07:19

mondiale usa 2026

E poi cominciano le partite e il fascino del gioco fa dimenticare molte cose. Ma non tutto. Il gigantismo del Mondiale di calcio americano targato Donald Trump-Gianni Infantino, con il suo finto multipolarismo (per la prima volta nella storia 48 squadre al via, in pratica chiunque riesca a mettere insieme una Nazionale) costruito per celebrare le smanie di grandezza della Casa Bianca, sembra il frutto del delirio di un pubblicitario a caccia di nuovo pubblico: la simpatia totale per Capo Verde e Curacao, debuttanti assolute a un Mondiale, non può nascondere il fatto che le due nazioni sono al 69° e 82° posto della classifica Fifa, mentre altre Nazionali assai meglio piazzate (e sì, diciamolo, l’Italia in classifica al 12° posto) sono state tagliate fuori, anche se per colpa loro.

Volendo, potremmo anche tirare in ballo il calo costante, tra le partecipanti, delle squadre inquadrate nell’Uefa (Union of European Football Association), la federazione europea, fenomeno che peraltro procede dal 1988, primo Mondiale a 32 squadre e primo Mondiale con le squadre europee sotto la quota del 50%. Ma alla fin fine, smaltita la delusione per la terza mancata qualificazione consecutiva, e fatto salvo il piacere di vedere la palla che rotola, la realtà è che a questo Mondiale è meglio non esserci.

Intanto perché è impossibile capire, per esempio, perché la Uefa continui a bandire i calciatori russi dalle competizioni internazionali ma spedisce tranquillamente i suoi affiliati a esibirsi negli Stati Uniti. Siamo forse tutti d’accordo nel condannare come una porcheria politica l’invasione russa dell’Ucraina ma pronti ad assolvere gli Usa per l’attacco (cominciato con un negoziato in corso) contro l’Iran? A parte la fine (speriamo che sia davvero finita) ingloriosa della spedizione americana, non raccontiamoci balle: la storia che l’Iran stava per avere la bomba atomica (che, per esser chiari, non dovrebbe mai avere) era, appunto, una storia, anzi una storiella. Come quella del 2003, quando George Bush andava mentendo sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq, poi infatti attaccato, con centinaia di migliaia di morti civili.  

Ma la gente non si arrende

Già questo sarebbe bastato. Perché noi non ci badiamo e ci sentiamo furbi, ma il resto del mondo ci fa caso eccome. E il caso dell’Iran dimostra che nemmeno le bombe, ormai, bastano a fargli cambiare idea. Ma poi basta vedere quel che è già successo in questi primi giorni. L’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, considerato il migliore della Confederazione africana, che peraltro viaggiava con passaporto diplomatico, fermato in aeroporto e rispedito a casa perché “ritenuto inammissibile a causa di problemi di verifica e gli è stato negato l’ingresso“, formula che di fatto significa: perché non mi va. La Somalia, peraltro, è uno dei 39 Paesi colpiti dal divieto di viaggio deciso dall’amministrazione Trump, provvedimento che fa il paio, ma in grande, con il muslim man che lo stesso Trump aveva deciso ai danni di Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia. Considerato che in pratica tutti quei Paesi erano stati prima o poi colpiti dagli Usa e giudicando alla luce dell’oggi il fatto che nel 2018 lo stesso Trump diede disdetta all’accoro sul nucleare iraniano firmato da Barack Obama, possiamo serenamente constatare che errare è umano ma perseverare è davvero idiota.

L’arbitro Artan, però, non bastava. Un giocatore iracheno, Ayman Hussein, interrogato per sette ore in aeroporto. I giocatori di Senegal e Uzbekistan perquisiti a lungo anche con i cani anti-droga. La nazionale dell’Iran costretta a entrare negli Usa, rimanerci giusto il tempo della partita e poi obbligata a tornare in Messico. Anche il Belgio ha ricevuto un trattamento non proprio di riguardo. Insomma, sembra che l’organizzazione di questo Mondiale sia stata affidata all’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il corpo di polizia anti-migranti che a suo tempo diede così buona prova di sé in Minnesota. E pensare che nel dicembre scorso Infantino, presidente della Federazione mondiale del calcio, consegnò a Trump un tronfio Premio della pace…

Quello che ci consola, rispetto allo scempio che la politica sta facendo di quella stupenda fabbrica di storie e di miti che chiamiamo calcio, è che la gente non si arrende. I tifosi della Bosnia-Herzegovina che sulla strada dello stadio scandiscono in mondovisione”Palestina! Palestina!”, e poi la partita contro i padroni di casa del Canada andrà come deve andare, sono stati il vero spettacolo. Le famiglie dei desaparecidos (135 mila!) del Messico, che hanno trasformato in un commovente memoriale lo stadio dell’esordio della loro, più che mai loro Nazionale contro il Sudafrica, una lezione per il mondo. InsideOver ne ha parlato qui. E siamo convinti che non finirà qui, aspettiamo con una certa curiosità le tappe del Mondiale negli Usa. Come dice una stupenda canzone sul calcio: “Quando Gigi Riva tornerà/Torneremo tutti in serie A/Dopo tanti calci di rigore/Troveremo insieme l’umiltà/Per ricominciare con più cuore/Quando Gigi Riva tornerà”.

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Maledetti turisti russi!

11 Giugno 2026 ore 21:02

russia

Al Parlamento europeo c’è qualcuno che decisamente non li ama. I 29 deputati del Parlamento europeo espressi dal partito di Governo della Germania, l’Unione democratica cristiana (CDU) e l’Unione sociale cristiana (CSU), che aderiscono al Partito popolare europeo, hanno lanciato una campagna per instaurare un blocco totale alla concessione di visti turistici Schengen ai cittadini russi. All’insegna dello slogan “Una vacanza in Europa è un privilegio e non un diritto”, i deputati tedeschi si sono detti assolutamente indignati del fatto che circa 500 mila cittadini russi l’anno scorso abbiano ottenuto il visto per visitare l’Europa. A parer loro, nessun russo deve più entrare.

L’iniziativa dei 29 esponenti CDU/CSU, anche al di là delle questioni di principio e di coerenza (nessuno ha mai pensato di bloccare americani e britannici dopo l’invasione dell’Iraq…) ci pare una vera fesseria anche per altre e più concrete ragioni. Nel 2022, nei primi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, circa un milione e mezzo di russi lasciò il Paese. Molti verso Georgia e Armenia, ma molti anche verso l’Europa comunitaria. Si trattava in gran parte di giovani qualificati (informatici, ingegneri, quadri…) che non volevano andare in guerra o, comunque, non volevano essere coinvolti nelle politiche di Vladimir Putin. Poco dopo, proprio all’insegna del motto che tutti i russi sono comunque colpevoli, cominciò il giro di vite: visti più difficili, compressione per gli studenti russi della possibilità di accedere a università europee, controlli assai più stringenti sugli accessi al territorio Ue per ragioni di lavoro, cacciata degli atleti dalle competizioni internazionali e così via.

Quale fu il risultato di questa brillante politica? In altri pochi mesi almeno metà degli emigrati tornò in Russia. Al posto di continuare a togliere capitale umano a Putin, cominciammo a restituirglielo. C’è da stupirsi che l’Europa abbia dei problemi?

Inside Russia prova a raccontare la Russia e i Paesi coinvolti nelle sue politiche in un modo che non si limiti a seguire le versioni più diffuse o addirittura i luoghi comuni. Se quest’approccio ti convince, diventa uno di noi, abbonati a InsideOver! Riceverai ogni giovedì, puntualmente, la newsletter InsideRussia, una finestra aperta su una parte decisiva del mondo.

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