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stanca dei negazionisti dell’emergenza climatica

di: Stanca
20 Luglio 2026 ore 18:37

Sono le nove del mattino, scendo dall’autobus che mi porta alla stazione della metro. Mentre attraverso la strada che separa la fermata dai tornelli spero che il prossimo treno abbia l’aria condizionata. In 200 metri di tragitto ho già oltrepassato la soglia della sensazione trascurabile. Oggi sono pure sfortunata: le porte che si spalancano di fronte a me fanno un rumore che esprime tutt’altro che modernità. Un sospiro brusco e stanco, con picchi acuti che mi stordiscono. La testa già mi gira, ma penso che sono solo le nove del mattino. Il treno è di quelli vecchia scuola, la metro B di Roma ne conserva ancora qualche esemplare superstite risalente al massimo alla fine degli anni Novanta. Accanto a me sulla banchina due sessantenni, un signore e una signora indietreggiano lentamente come spostati dal lieve tepore fuori luogo proveniente dall’interno del vagone, rinunciano, aspettano il prossimo. Con un passo sono dentro, voltandomi tra le porte li vedo inquadrati. La signora è già seduta sulla panchina, si è tolta gli occhiali e si asciuga la fronte con un fazzoletto di carta. Il signore cammina lento nel verso opposto al treno, alza lo sguardo e lo rivolge alla sua destra, l’unico occhio che posso osservare sembra quello di Dio nella Creazione di Michelangelo, ma con una patina di lacrime o, più probabilmente, di sudore.

Le porte si chiudono, facendo il rumore assordante di prima che sfianca fino a tradursi in un movimento meccanico di una flemma indescrivibile. Il treno parte, devo fare sette fermate e già fatico a respirare.

Attorno a me alcuni ventagli svolazzano con una precisione e un vigore incredibili che solo determinate donne sono in grado di sfoggiare. Altri mezzi cerchi colorati ondeggiano impacciati sbattono sui gomiti, sulle spalle o sui petti, altri direttamente si chiudono, scivolando arenati lungo i ciondoli legati alle borsette.

Penso poche cose, due: come farò? E come faccio adesso? 

Sono dentro a una serra piena di ormoni coltivati dalla temperatura ottimale. Non posso rifugiarmi concentrandomi sul mio odore perché sono fuori casa da mezz’ora e già non lo riconosco più, non è più familiare. Dietro al collo sento come un alito caldo, ma è una persona che muovendosi ha spostato l’aria. Sono completamente sudata, devo stare fuori casa fino alle otto.

Le abitudini delle persone in un vagone della metropolitana sopra i quaranta gradi cambiano, la rivoluzione antropologica è questa: alcune, completamente stordite, spengono i display del telefono. Alcune si fissano i piedi, altre chiudono gli occhi: sono costretti a disconnettersi contro la loro volontà. Mi sembra uno stand by sempre più frequente, comandato dal clima come fosse la punizione della natura al nostro progresso. Ho pensato la stessa cosa quando sono venuta a sapere che a Torino il sistema elettrico non regge l’aumentare dei consumi causato dall’impiego dei climatizzatori e interi quartieri vanno sistematicamente in black out per ore. Nel duemilaventisei, all’apice della società della performance, della liquidità e dei suoi flussi, del tenere traccia, del monitorare ogni cosa, tutto collassa per una cosa che scientificamente possiamo misurare e gestire come il caldo.

C’è qualcosa che non funziona, stiamo proprio mancando gli obiettivi minimi del progresso. Un signore ha sotto al braccio il giornale di oggi, Elon Musk si esprime contro i giudici che hanno condannato il gioielliere di… Non riesco a leggere. Non riesco nemmeno a capire. Davvero a un tizio che può possedere tutto non importa niente di possedere anche il pianeta Terra come ambiente umanamente vivibile? Sono stanca, mi pulsa la testa, ho pure le mestruazioni e sento uscire una biglia di roba calda da me. È evidente che è così, come potrebbe una persona normale e ragionevole diventare Elon Musk? Sto mostrificando. La verità è che voglio tornare a casa.

Una ragazza vicino a me ha un odore dolce, dopo quindici minuti mi ha preso in ostaggio i recettori olfattivi e mi ha fatto venire la nausea. Per fortuna la prossima fermata è la mia. Comunque io non sono una persona che soffre il caldo, tutt’altro, penso che fino ai sedici anni non ho nemmeno mai sudato veramente. D’estate stavo la mattina al mare e in mezzo alla strada dalle 15:45 fino all’ora di cena, capitava al massimo un paio di giorni che facesse più caldo del solito e si preferisse rimanere a casa dove comunque non avevamo mai dovuto comprare né condizionatori né ventilatori e si stava bene. 

Da pendolare cronica ho passato ore sotto al sole ad aspettare gli autobus, le corriere, è capitato a mezzogiorno anche nelle stazioni dei treni affollate, dove sotto l’ombra della tettoia non ci si stava: ma non ho mai avuto così tanta paura di sentirmi male. 

Scendo a Castro Pretorio, sono le dieci, e le persone si muovono lente, affaticate o sudate. Nessuno fuma tra il bar e le scale della metro vicino ai posacenere dei secchioni.

Sei minuti di strada e sono a lavoro. Ho già imparato a memoria i punti all’ombra e tengo un andamento sostenuto e preciso per non fare nemmeno un passo in più. Il percorso l’ho capito già da metà maggio. A un certo punto, fisso, un fuoristrada militare con un’inutile tendinda bianca mi costringe ad attraversare la strada, o meglio, a superare la barriera tangibile e misurabile oltre la quale l’ombra smette di fare il suo lavoro. Tengo duro, attraverso, in almeno tre strati di indumenti mimetici due ventenni mi guardano ignorare le strisce pedonali. Hanno le pupille dilatate come tossici, ma so perfettamente che è il caldo, se mi concentrassi sul movimento della pupilla e lo decifrassi in codice morse sono certa che uscirebbe fuori “aiuto”. Mi fanno un po’ pena, ma hanno pure un mitra e questi due pensieri sbattono nella mia testa producendo lo stesso rumore pieno e acuto delle porte dei treni vecchi della metro B.

Sono puntuale, ma il caffè non lo prendo perché se mi fermo è finita. Varco la porta sul retro del locale con cinque minuti di anticipo. Dentro c’è l’aria condizionata, ancora bassa, ma c’è. Mi cambio e scendo.

“Ciao come va?” mi sorride “Fa caldo” è l’unica cosa che riesco a dire, lo constato al minimo della voce per non risultare strana, lo sussurrerei a stento, se fosse per me. Per i prossimi venti minuti vorrei poter non pensare e non parlare. 

“Sì è vero….” dice lei mentre apre una scatola da cui tira fuori delle posate nuove e le getta in una vaschetta piena d’acqua calda “… ma io comunque mi ricordo che anche in passato, tipo nel duemilatre forse? O era il duemila? Ma anche quando sono andata in Grecia dopo la maturità, faceva caldissimo”. Io sono impalata e la guardo, mi sento imperscrutabile, io non ce la faccio. Mi guarda come se mo io dovessi rispettare quella cazzata dei turni di parola. Non mi avrai. 

“Nel senso, comunque ora c’è anche l’aria condizionata, non si soffre più come prima! Io mi ricordo a inizio agosto a Roma non si stava!”. Penso “sarà la decima volta quest’anno” dico “Sì. Può darsi”, non mi avrai.

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stanca delle attese

di: Stanca
13 Luglio 2026 ore 14:40

L’altra sera sono arrivata in anticipo a un appuntamento. È la seconda volta in una settimana, forse in tutta la vita. Sono una persona ritardataria. 

Mi sono trovata nel mezzo di una piazza piena di gente e sono rimasta appesa, in piedi, perché non sapevo nemmeno dove sedermi per cena. L’attesa di per sé non è durata molto, I. è arrivata un anticipo (anche lei regina indiscussa del ritardo) e quella sensazione di groviglio attorno al corpo, fonte di un indiscusso imbarazzo, lentamente se n’è andata. 

Aspettare può essere molto soddisfacente, se sai cosa fare. Se ti trovi in mezzo a una folla di gente in cui tutti si conoscono, ma tu non fai parte di nessun gruppo, può diventare un disagio che inizia a farsi sentire nella pesantezza dell’aria, negli sguardi delle persone intorno a te che ti osservano semplicemente perché tu non ti sei accorta che li stai fissando insistentemente, cercando di trovare un diversivo per far scorrere il tempo. 

L’altra sera, per esempio, in quei sessanta secondi di attesa ho osservato: le pietre della piazza, quasi nuove; la facciata della chiesa con le persone sulle panche esterne, ancora verde e bianca; i tre ristoranti che circondavano la piazza: uno sicuramente non era quello giusto, l’altro ero quasi sicura che lo fosse, ma non aveva l’insegna che mi aiutasse a confermarlo, l’ultimo era quello con le pareti color ottanio e il djset che speravo di non dover approcciare in nessun modo. 

Sono passati sessanta secondi, non di più. E se mi metto a pensare alla dilatazione di quel minuto penso a quanto sia relativo il tempo, rispetto al nostro stato d’animo. Il disagio dovrebbe averci insegnato, per evoluzione, ad adattare il corpo a uno stato di ibernazione interiore tale da farlo passare in fretta, senza rendercene troppo conto, e invece mi trovo in questo flusso inceppato da cui vorrei uscire, ma non mi è permesso. 

Le persone intorno a me sono tirate a lucido in un giovedì sera in cui i negozi sono aperti e fa decisamente troppo caldo per rimanere dentro casa, nonostante siano le nove e mezzo. Capisco che la puntualità mi mette in una posizione di svantaggio: devo avere fiducia che arrivi qualcuno o devo per forza contare su di me, sul fatto che quella persona da sola in mezzo a una piazza non sembri troppo strana mentre tenta di far qualcosa della sua vita. Non ho un libro, un cruciverba, ho solo il telefono e un ventaglio sgangherato. 

Quando I. arriva e mi vede, lo so che sta pensando: e adesso che siamo io e te, che di solito non dobbiamo mai aspettare, che ci inventiamo per far passare il tempo? Forse il mondo imploderà e non dovremo pensarci, speriamo. È un sollievo a metà perché solo con gli esperti della puntualità sai davvero di essere al sicuro, perché oltre ad essere puntuali, sono universalmente organizzati. 

La serata prosegue talmente tanto al contrario che L., la persona più puntuale di noi, arriva con tre ore di ritardo. 

Alla fine prendiamo un gelato, che lei aveva già programmato. Mentre ci avviamo, mi trovo a fissare la sua borsa: sopra è stampato l’appeso, la carta degli arcani maggiori numero 12 che simboleggia paradosso, sospensione, attesa e sacrificio. Mi viene in mente un programma di quando ero piccola, dove c’era questa signora con lunghe unghie laccate di rosa e mille bracciali e collane che in un quiz chiedeva ai concorrenti di scegliere tra varie carte per scoprire quale livello di difficoltà e quale argomento celava ogni arcano. La mia preferita, che non esiste nei tarocchi tradizionali, era la Luna nera, la peggiore che ci fosse. C’era anche l’appeso che mi lasciava sempre una sensazione a metà: lui è a testa in giù (posizione divertente per una bambina) ed è fermo e legato mani e piedi, ma non è triste. Il volto è quasi “normale”, quello di uno a cui questa condizione non fa nessun effetto particolare: accetta di essere arrivato per primo, è volontariamente in quella condizione, al punto che in alcune rappresentazioni la testa è circondata da un’aureola dorata. 

Un personaggio strano, abbastanza indecifrabile, ma invidiabile. Sarà che non amo particolarmente stare a testa in giù da quando sono diventata un’adulta perché il sangue va alla testa troppo velocemente e devo aspettare che passi il capogiro prima di ricominciare a vivere. Forse la puntualità di ieri sera (e del giorno precedente) è stata proprio questo: un tentativo di rimanere con la testa sottosopra per un po’, per vedere come si sta dall’altra parte, quella delle persone puntuali. Ma allora, siamo tutti appesi a testa in giù, oppure lo sono sempre stata io e non me ne sono mai resa conto?

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Stanca dei masturbatori maschili

di: Stanca
29 Giugno 2026 ore 10:28

La masturbazione maschile è troppo spesso lasciata al caso e all’inedia. Non parlo da sprovveduta. Non sono una che ha chiesto agli amici un parere informato e quelli – schifosi – le hanno proposto di dargli una mano. No, sto concludendo un dottorato su “tecnologie e onanismo nell’era post-umana” nel dipartimento di sociologia della Sapienza. Come molti degli attuali studi dell’università romana, anche il mio si è concentrato sul quartiere del Quarticciolo, dove attraverso la somministrazione di questionari anonimi e un approccio speculativo sul campo – ovviamente qui il mio riferimento è stato il lavoro inestimabile di giganti come Harold Garfinkel e Gabriel Tarde – ho potuto constatare che l’uso di tecnologie legate alla masturbazione soffre di non poche problematiche che, se da un lato ne disincentivano la diffusione, dall’altro ne favoriscono una mitizzazione favolistica, negativa e foriera di incomprensioni. Certo il contesto della borgata presa in esame è particolareggiato e proprio per questo estremamente interessante. Devo ammettere di sentirmi spesso immersa in un contesto edenico; non voglio arrivare ad affermare di essere una nuova Triloknath Pandit mentre stringe la mano del capo tribù dei sentinellesi, ma certo non è il quartiere della Camilluccia dove ho avuto la fortuna di crescere e farmi le ossa in questa società.

Qui la sfida è elettrizzante e posso già anticipare che questo diffuso scetticismo è in gran parte dovuto al reddito pro capite esiguo, che ovviamente limita l’accesso a questo tipo di tecnologie, ma anche a una ormai storica presenza di trans brasiliane che, chiaramente, offrono un’alternativa trasversalmente accessibile e rodata alla soddisfazione di quegli stessi bisogni intrinseci presenti nella demografia maschile. Come avrete forse intuito, il mio lavoro si pone a metà strada tra l’approccio statistico della sociologia e quello attivo – mi verrebbe da dire avventuroso – dell’antropologo. Non nego di protendere a volte, a causa di una mia personale inclinazione, per il secondo. Così nei sabato sera uggiosi di marzo rinuncio ai miei UGG Ultra Mini per indossare delle Sketchers rosa salmone e attraversare la liminale via Togliatti e da lì inoltrarmi nell’ignoto o come lo chiamo spesso tra me e me amichevolmente: l’orizzonte dell’evento masturbatorio. Ma sto correndo troppo, ammetto che a volte quando devo illustrare ricerche che tanto mi appassionano, il mio pensiero, come una rapace affamato, va giù in picchiata dritto al punto, come il punto fosse un coniglio terrorizzato in un campo d’asparagi; dimenticando così di attraversare i gradi concentrici di know how necessari alla comprensione, per i non addetto ai lavori di questo campo tanto specialistico.

Quindi cos’è un masturbatore maschile? È difficile dare una risposta a questa domanda che ci ha perseguitato per secoli. Come l’annoso detto che “in tempo di guerra, ogni buco è trincea”, così la forma, le dimensioni e ogni caratteristica fisica di questa entità è variata nel tempo e in base a necessità contingenti che è difficile tracciare, tanto il panorama del desiderio umano è sfaccettato e denso. Posso comunque fornire qualche breve certezza: che la struttura è generalmente costituita da un strumento tubiforme in cui inserire il pene e che in quei bui tempi di violenza e barbarie che sono stati la culla dell’umanità – dal pleistocene alla marcia dei Quarantamila su Torino all’incirca – questa funzione è stata espletata spesso da animali non umani. Galline, pecore e vacche da latte hanno tenuto per sé attraverso i secoli il segreto di questa funzione d’uso secondaria. Oggi fortunatamente, grazie ai progressi strabilianti dell’industria petrolchimica, che ha portato allo sviluppo dei siliconi di grado medico prima e agli elastomeri (TPE) e gomme termoplastiche (TPR) dopo, materiali straordinariamente simili alla superficie degli orifizi tanto desiderati – vulvari, anali od orali che siano – tale tanto brutale esternalizzazione libidica è potuta passare dal soddisfacimento biologico a quello tecnologico. E questo, mi sento di dire in tutta onestà, non può essere che un bene. Non sono mancati certo nella storia isolati gesti messianici di numinosa benevolenza, che hanno tentato di risparmiare l’annoso lavoro di soddisfacimento sessuale alle altre specie, attraverso l’impiego di rozzi surrogati vegetali, tra tutti quello del melone forato, che permetteva di raggiungere con il glande il viscido e zuccherino cuore di semetti al centro del frutto, ma non possiamo che considerarli come casi isolati, black swan events, sparute vette di genuina compassione inghiottite dalla cieca corsa della Storia.

Bene, le tecnologie. Sarà evidente, dopo questa sparuta rassegna storiografica, che si squaderna davanti a noi l’eterno scontro tra produzione capitalistica e DIY, che tanto caratterizza la nostra società contemporanea. Cosa fare dunque? Cedere a una produzione di masturbatori di origine quasi esclusivamente statunitense, che addirittura promettono calchi realistici delle cavità più lussuriose delle pornostar, venduti ovviamente a prezzi proibitivi e che palesano un mondo in cui perfino la soddisfazione degli istinti sessuali si posiziona su una gerarchia basata sulla capacità di spesa; oppure imboccare la strada anacronistica di una decrescita (sessuale) felice, immaginando un mondo in cui ognuno potrà tenere in casa il proprio melone forato, o di più, un durian dalla polpa cremosa, simbolo di un villaggio (sessuale) globale senza più confini o discriminazioni di sorta? È proprio su questo stretto e impervio pendio, su cui sarà chiaro ormai che si gioca l’autodeterminazione orgasmica delle future generazioni, che si fa strada la mia ricerca. Sto quindi lavorando a una soluzione – che qualche malalingua accademica veterocomunista ha già definito di compromesso – ma che a me piace definire di crasi e risignificazione creativa.

Il progetto è questo: rendere disponibile a chiunque ne senta la necessità un progetto di masturbatore autocostruito, prodotto con il riuso creativo di materiali comuni. (Dopo notti insonni passate su subreddit come r/sextoys e r/malesexualhealth, sono arrivata finalmente a un prototipo semidefinitivo che ha ottenuto feedback entusiasti dalla maggiorparte dei miei amici summenzionati.) Ecco un tutorial: sono necessari un tubo di cartone, del tipo che si trova al centro del rotolo della carta asciugatutto o della carta igienica (la scelta tra le due ovviamente va orientata in base alle dimensioni specifiche del soggetto, sotto gli undici centimetri consigliamo il ricorso al secondo), un panno in spugna del tipo che si usa nelle pulizie casalinghe e un guanto in lattice, preferibilmente di qualità medica e ipoallergenico, si preferisca il modello con polvere bianca (generalmente amido di mais) all’interno. Servirà inoltre della colla vinilica, infine del lubrificante a base di acqua per la fruizione finale. Si cosparga di una soluzione in misura di uno a quattro di colla e acqua il tubo di cartone e lo si lasci asciugare una notte, di modo che il giorno successivo risulti ben rigido. Si inserisca nel tubo il panno di spugna incollandolo lungo i bordi interni, ripiegando le parti residue che sporgono verso l’esterno e si attenda di nuovo una notte che la colla faccia presa. Infine si inserisca il guanto in lattice nell’imboccatura del tubo su cui abbiamo ripiegato il bordo di spugna e se ne incolli l’imboccatura verso l’esterno; lasciare ancora riposare per una notte intera affinché la colla si solidifichi. Il giorno successivo avremo costruito un perfetto masturbatore, il cui costo si attesterà su pochi euro, pronto da usare ad ogni evenienza, preoccupandoci ovviamente di lubrificare abbondantemente la superficie interna prima dell’uso. Una volta ottenuta soddisfazione si proceda a pulizia con sapone naturale e lo si riponga ad asciugare con l’interno del guanto rivolto verso l’esterno.

Gli screening test dei soggetti selezionati per la sperimentazione sono stati estremamente incoraggianti e qualcuno di questi ha anche proposto varianti interessanti, come quella di inserire delle piccole perline (anche i ceci essiccati vanno benissimo) all’interno, per ottenere un’interessante variante delle sensazioni generate. Mi propongo di registrare questa mia creazione, quando sarà giunta allo stadio definitivo, con licenza MIT, così che possa configurarsi come il mio personale regalo all’umanità tutta. Il nome provvisorio per ora è TubHotXXX. Devo ammettere con rammarico che un piccola percentuale dei soggetti partecipanti alla sperimentazione preliminare ha sottolineato di preferire comunque il ricorso ai meloni forati, ma si sa che il genere umano non è avvezzo a cambiamenti tanto radicali quando gli si palesano davanti e quasi gratis.

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