❌

Vista elenco

La voce di Carla Lonzi

16 Ottobre 2026 ore 12:29

«Mi colpì ogni frase, ogni parola, e soprattutto la sfrontata libertà di pensiero. Sottolineai tantissime frasi con forza, segnai punti esclamativi, freghi verticali. Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicoanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio, sulla famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le sue forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a se stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza».

Non sappiamo se siano state queste frasi di Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante, in cui la protagonista Lenù racconta della sua scioccante e illuminante esperienza di lettura di Sputiamo su Hegel a iniziare questa rinascita di attenzione verso Carla Lonzi. Certo è che negli ultimi sono usciti tantissimi libri e scritti dedicati a Lonzi – su tutti ci piace ricordare Carla Lonzi. Un’arte della vita di Giovanna Zapperi e la raccolta in lingua inglese Feminism in Revolt curata da Luisa Lorenza Corna e Jamila M. H. Mascat, ma ce ne sarebbe mille altri – oltre che ripubblicati gran parte dei suoi scritti dalla rediviva casa editrice La Tartaruga, oggi diretta da Claudia Durastanti.

Mentre i rapporti tra il femminismo della differenza di quella generazione e il transfemminismo contemporaneo non sono sempre stati tra i più facili (anche se in realtà Lonzi era più vecchia di una decina d’anni della generazione di Luisa Muraro), Lonzi sembra parlare in modo quasi naturale ai movimenti femministi di oggi.

In realtà l’attenzione verso Lonzi non si è mai fino in fondo interrotta – L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi di Maria Luisa Boccia è del 1990 – eppure chi ha avuto la fortuna o l’occasione di leggerla non può non provare la sensazione di come l’importanza della sua esperienza, teorica, politica ed esistenziale, non si sia accompagnata da un adeguato riconoscimento.

Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi, presentato alle Giornate degli Autori dell’ultimo Festival di Venezia (uscirà in sala il 26 ottobre, anche se per soli tre giorni, distribuito da Fandango) è il primo documentario a lei dedicato. E per una volta il film di impianto biografico, di cui spesso si è abusato nel documentario recente, ha una sua ragion d’essere: non soltanto perché una delle questioni centrali del pensiero di Lonzi è proprio la problematizzazione del confine tra riflessione teorica ed esperienza esistenziale, ma anche perché il pensiero di Lonzi è, fin dall’inizio, inseparabile dal suo percorso di vita.

Non è un caso che uno dei suoi libri più importanti, Taci, anzi parla, sia un lunghissimo diario, scritto tra il 1972 e il 1977 e composto da oltre mille pagine, dove politica e vita, femminismo e percorso esistenziale sono di fatto indistinguibili. È proprio attraverso le parole di questo testo che si costruisce gran parte della voce fuori campo del documentario che, insieme alle interviste ad alcune delle persone che hanno conosciuto Lonzi, costituisce il filo rosso dell’intero racconto.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui il film assume una dimensione così fortemente biografica, e riguarda la stessa Francesca Archibugi. Per chi conosce la sua filmografia, Archibugi non è probabilmente il primo nome che verrebbe in mente pensando a un documentario su una delle figure più radicali del femminismo italiano. E tuttavia la regista è la compagna di Battista Lena, compositore e unico figlio di Carla Lonzi. Il suo incontro con Lonzi avviene dunque innanzitutto attraverso uno spazio familiare, che le permette di accedere a una quantità straordinaria di materiali d’archivio.

Nonostante la vastissima produzione di scritti che Lonzi ha lasciato, il film riesce così a restituire anche aspetti meno conosciuti della sua vita: dalle lettere scritte durante gli anni di scuola, in cui racconta i bombardamenti di Firenze, alle testimonianze delle nipoti, figlie della sorella, fino a quella dello stesso Battista Lena.

Ne emerge un lavoro di ricostruzione biografica particolarmente prezioso, capace di riportare alla luce materiali e testimonianze che difficilmente avrebbero trovato spazio in una ricostruzione affidata soltanto agli scritti più conosciuti.

Il film si articola sostanzialmente in tre parti, che corrispondono ai tre momenti principali della vita di Carla Lonzi. Il primo è quello della formazione, a partire dagli anni dell’infanzia e dal contesto familiare: il difficile rapporto con il padre, l’esperienza del collegio di Badia a Ripoli, dove viene mandata negli anni Quaranta quando ha appena nove anni, il periodo trascorso a Firenze e poi quello di studio a Parigi. Ma è soprattutto la formazione universitaria a segnare questa prima fase della sua vita.

Prima di diventare una delle figure più importanti del femminismo italiano, Lonzi è infatti una storica dell’arte, formatasi alla scuola di Roberto Longhi, uno dei maggiori storici dell’arte italiani del Novecento, con il quale si laurea discutendo una tesi dal titolo Rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell’800. Una tesi che Longhi apprezza particolarmente, tanto da incoraggiarla a intraprendere la carriera universitaria. Lonzi, tuttavia, decide di non seguire quella strada, scegliendo invece di dedicarsi alla critica d’arte. È la prima di una serie di uscite, di abbandoni di luoghi e percorsi già tracciati, che segneranno profondamente la sua vita.

Gli anni della formazione sono segnati anche da alcuni incontri decisivi, a partire da quello con Marisa Volpi, conosciuta a Firenze e con la quale da subito ebbe un’amicizia travolgente. Nel 1954 vanno alla Biennale di Venezia e vedono la mostra di Ben Shahn nel Padiglione americano e decidono di scrivere un articolo a quattro mani («perchè non volevamo fare una cosa egoica», dirà Volpi) che poi uscirà su “Paragone”. È un episodio che sembra già anticipare un tratto importante del percorso di Lonzi: l’idea che il pensiero debba prendere forma attraverso un rapporto e un’esperienza condivisa. Ma sono anche gli anni dell’incontro con Mario Lena, con il quale avrà il suo unico figlio, anche se i due si separeranno poco dopo la nascita di Battista.

La seconda parte del film è invece dedicata agli anni della critica d’arte. La decisione di rinunciare alla carriera accademica nasce anche dal desiderio di occuparsi più direttamente dell’arte contemporanea, ma soprattutto di entrare in rapporto con le artiste e gli artisti, di parlare con loro, anziché limitarsi a interpretarne le opere dall’esterno. Sono gli anni in cui Lonzi diventa una una critica d’arte riconosciuta e in cui incontra anche Pietro Consagra, che sarà uno dei grandi amori della sua vita (e con il quale, anni dopo, scriverà Vai pure dove le tensioni e le impossibilità del rapporto tra uomo e donna vengono drammatizzate attraverso la forma stessa del dialogo).

È durante gli anni di Autoritratto, pubblicato nel 1969, che questa esperienza raggiunge il suo punto più significativo. Il libro nasce da una serie di conversazioni registrate al magnetofono con alcuni artisti, che Lonzi monta e ricompone in un testo nel quale la parola viene restituita direttamente ai suoi interlocutori. È un esperimento rivoluzionario per l’epoca, perché mette in discussione il ruolo tradizionalmente attribuito al critico come colui che deve interpretare l’opera d’arte e produrne il significato. Lonzi sembra voler rinunciare proprio a questa posizione di autorità, lasciando che siano gli artisti stessi a parlare, attraverso conversazioni libere, digressive, nelle quali spesso l’arte finisce quasi per rimanere sullo sfondo.

Più che proporre una nuova interpretazione delle opere, Autoritratto mette così in discussione l’ideologia stessa della critica d’arte e il rapporto di potere che essa istituisce tra chi produce un’opera e chi pretende di spiegarne il significato.

Ma è forse nella terza parte, dedicata al periodo più propriamente femminista della vita di Carla Lonzi, che il film inizia a mostrare qualche limite. È il 1970 quando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Lonzi fonda il collettivo di Rivolta Femminile, inizialmente attorno a un manifesto che comincia a circolare e a essere discusso tra gruppi di donne in diverse città italiane, e poi attraverso testi come Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale (rispettivamente del 1970 e del 1971). Si apre così quella che è senz’altro la stagione più importante della sua vita, destinata a interrompersi soltanto nel 1982, con la sua morte prematura a causa di un tumore, e di cui il film restituisce anche la dimensione più intima attraverso alcuni filmati privati di grande intensità.

È proprio qui che sarebbe stato forse necessario fare un passo ulteriore rispetto all’impianto strettamente biografico del documentario, per mettere maggiormente a tema l’originalità e la portata dirompente del pensiero di Lonzi. A partire, per esempio, da una questione che il film accenna, ma che avrebbe meritato un approfondimento maggiore: la discontinuità, più volte rivendicata dalla stessa Lonzi, tra il femminismo e il Sessantotto.

Il femminismo non nasce infatti semplicemente come una prosecuzione dei movimenti di quegli anni, ma anche in discontinuità. C’è poi anche una specificità generazionale che non andrebbe sottovalutata: nel 1968 Lonzi ha già 37 anni, non appartiene alla generazione degli studenti che scendono nelle piazze e ha alle spalle un percorso intellettuale e professionale già molto articolato, che le permette forse di cogliere con maggiore distanza alcuni dei limiti di quell’esperienza.

Da questo punto di vista, il femminismo di Rivolta Femminile appare per molti versi più in sintonia con le trasformazioni politiche degli anni Settanta che con la stagione del Sessantotto.

Un altro elemento decisivo è naturalmente quello del separatismo, che va ben al di là di qualsiasi dimensione semplicemente provocatoria (esilarante un frammento video di Primo Moroni che si lamenta della decisione di Rivolta Femminile di non mandare i libri alla Calusca per l’assenza di una donna nel collettivo della libreria). L’esperienza dell’autocoscienza, che costituisce uno dei momenti più originali dell’attività di Rivolta Femminile, non riguarda infatti soltanto la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato, tra parola soggettiva e presa di parola politica, o persino, se vogliamo, tra inconscio e spazio pubblico.

Wikimedia

È anche il luogo in cui viene sperimentata una forma inedita di pratica politica, fondata sulla possibilità di prendere la parola a partire da sé. E il film è particolarmente efficace nel mostrare quanto questa possibilità fosse tutt’altro che scontata, e quanto fosse difficile, faticoso, a volte persino fisicamente doloroso. Sono forse tra i momenti più belli del documentario le interviste ad Angela De Carlo, che racconta proprio la fatica di riuscire a parlare di sé anche davanti a un piccolo gruppo di donne.

La pratica di Rivolta femminile appare qui non semplicemente come la conquista di uno spazio di espressione precedentemente negato, ma come l’invenzione stessa di una parola che prima non esisteva, o che comunque non aveva ancora trovato le condizioni per potersi articolare.

Il film riesce a restituire questa dimensione anche attraverso alcuni materiali d’archivio particolarmente preziosi, tra cui una delle rarissime testimonianze filmate di un’esperienza di autocoscienza, mostrata e discussa durante un incontro con Maria Luisa Boccia a Lucha y Siesta. E tuttavia è proprio in questa parte che si avverte maggiormente la mancanza di interlocutrici capaci di entrare più a fondo nella specificità del pensiero di Lonzi, di ricostruirne non soltanto la vicenda esistenziale, ma anche la radicalità delle innovazioni teoriche e politiche. La stessa Boccia, che a Lonzi ha dedicato alcuni dei lavori più importanti, avrebbe forse potuto avere uno spazio maggiore.

Questi limiti non tolgono tuttavia nulla all’importanza del lavoro fatto da Archibugi, che realizza un documentario ricchissimo di materiali, attraversato da momenti memorabili, spesso di grande intensità emotiva. Più discutibile è forse la scelta di ricostruire attraverso l’intelligenza artificiale la voce di Carla Lonzi, utilizzandola per leggere i brani dei suoi stessi scritti, soprattutto Taci, anzi parla, che costituiscono il filo conduttore della voce fuori campo. È una soluzione certamente audace, ma che introduce anche una certa ambiguità mimetica, tanto più singolare in un film dedicato a una figura che ha fatto della presa di parola e della singolarità della propria voce una questione politica fondamentale.

Non è chiaro, in fondo, che cosa avrebbe perso il documentario affidando quelle stesse parole alla voce di un’altra persona, senza cercare di riprodurre artificialmente quella di Lonzi. Resta in ogni caso un documento di grande importanza, la cui circolazione non dovrebbe esaurirsi nei pochi giorni della distribuzione cinematografica, ma trovare una continuazione nei prossimi mesi anche in spazi politici e militanti.

Immagine di copertina Carla Lonzi da wikimedia

Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580.

L'articolo La voce di Carla Lonzi proviene da DINAMOpress.

Francia, verso lo sciopero del 17 ottobre

16 Ottobre 2026 ore 10:41

Durante le mobilitazioni del 2018 contro la riforma dell’educazione, mentre molti studenti esprimevano impazienza di fronte a un mancato allargamento delle proteste, i quadri sindacali e di partito che venivano a fare formazione nelle facoltà occupate rilevavano positivamente la ripresa della politicizzazione giovanile, di una frazione della classe che stava reimparando strumenti e tecniche, linguaggi, e a misurare i rapporti di forza; una classe de lutte come intitolava un film collettivo del 1969. Se i partiti della sinistra tradizionale non brillano per radicalità e connessione sentimentale, di fronte al livello di conflittualità e di coscienza espresso dalle nuove generazioni è però evidente che quella lettura cogliesse un processo reale.

Effetti del regime neoliberale

Passati quasi dieci anni da quella riforma, che è stata la più importante riforma dell’educazione durante i mandati presidenziali di Emmanuel Macron, è una nuova generazione di studenti ad aprire la fase terminale di questo periodo mediocre e grottesco.

Una generazione cresciuta nel periodo di maggior aggressività del neoliberismo francese (iniziato appunto con la nomina di Macron al Ministero dell’Economia da parte di François Hollande nel 2014, e segnato dal movimento dei Gilet Gialli nel 2018), e che si confronta oggi con i risultati di quelle politiche nella sua vita quotidiana.

Oltre al regime di controllo basato sul merito e la competizione creato da Parcoursup, è la qualità delle infrastrutture scolastiche a essersi degradata a causa della riduzione dei finanziamenti, di pari passo con il peggioramento generale dei servizi pubblici e del salario sociale. Una delle rivendicazioni principali è un piano di intervento per il rinnovamento degli edifici insalubri e vetusti, per la sicurezza e per garantire temperature accettabili durante i periodi climatici più difficili, sempre più frequenti nella fase attuale di cambiamento climatico. Posizioni, assieme a quelle contro il divieto degli smartphone o sulle giornate scolastiche eccessivamente lunghe (8h-18h), che ricordano quelle dell’ambientalismo del lavoro italiano degli anni ’60, in cui la classe operaia rivendicava il controllo delle condizioni ambientali nei luoghi di lavoro e la possibilità di incidere su ritmi, cicli di lavoro e tecnologie attraverso i consigli di fabbrica. Altrettanti legami si potrebbero ricostruire con le lotte per la liberazione della riproduzione sociale, o – ancora più immediati, vista la geografia delle mobilitazioni – con le lotte antirazziste e decoloniali.

A livello più generale, i caratteri potenzialmente insurrezionali che sta assumendo la situazione francese in questo autunno sono il risultato della coincidenza di un tempo locale su scala nazionale – fabbricato e scandito da un passato recente di conflitti -, e di un tempo globale – la trasformazione del neoliberismo in regime di guerra.

La Francia è uno snodo cruciale del sistema capitalistico occidentale, non è quindi un caso che il picco di malcontento e di repressione all’interno coincida con l’esaurimento del ciclo di accumulazione a egemonia occidentale su scala internazionale, ma non vi era nessuna necessità storica che la classe arrivasse nelle condizioni di cogliere l’occasione offerta dalla crisi.

Foto CGT

Les jeunes aspettando les jaunes

Questo è stato reso possibile prima di tutto dalle trasformazioni qualitative interne ai movimenti sociali. Anche se i conflitti aperti dalle mobilitazioni spontanee o sindacali degli ultimi anni sono state difensive, in opposizione all’attivismo riformatore dei governi, e non hanno mai riportato un significativo avanzamento delle condizioni di vita, hanno tuttavia vinto la battaglia del consenso sul lungo periodo, mentre il potere non ha mai riportato una vittoria decisiva in grado di rompere il loro crescendo.

La richiesta di riforme radicali in un settore sociale veniva puntualmente rielaborato e riappariva, qualitativamente trasformato e potenziato, nella riappropriazione da parte del soggetto che, nella specifica congiuntura successiva, si trovava a esercitare un’egemonia transitoria nelle rivendicazioni e nelle pratiche.

Il dégagismo dei Gilet Gialli non aveva la capacità propositiva mostrata dagli studenti in queste settimane, nelle cui parole d’ordine riappare il termine rivoluzione, che certamente è impiegato in una concezione vaga e astratta, ma risponde a un sentire comune che va oltre sia i richiami folcloristici, settari o dogmatici, sia la citazione parodica della ghigliottina e del 1789 dei Gilets Jaunes. Sembra trattarsi piuttosto di un’attrazione verso livelli di radicalità e di trasformazione che la socialdemocrazia ha rimosso dalle sue possibilità, espressa da una generazione che non pone limiti al proprio orizzonte politico, perché per chi appartiene a questa generazione è autoevidente che una nuova fase mondiale si è aperta, in cui la grande maggioranza di chi si affaccia al mondo adulto ha pochissimo da perdere.

L’aggravarsi delle contraddizioni ecosociali comporta così uno spostamento degli spazi pratici e ideologici verso le estremità dello spettro politico, un movimento che è flagrante nella gioventù politicizzata, e che si esprime anche nelle crisi e nelle sconfitte delle socialdemocrazie, in Europa come in America Latina.

Foto CGT

La lotta, la teoria e la classe

In questo decennio di mobilitazioni in cui si inserisce il movimento studentesco, l’identificazione di classe è implicita ma costantemente all’opera, e si dà prima di tutto in negativo e si definisce attraverso avversari comuni nelle strade, negli scioperi e nel senso comune, senza poggiare su una lettura ideologica in grado di definirne gli obiettivi rispetto a un metodo e a una teoria. Questa condizione di debolezza teorica sembra essere meno grave per la sinistra francese rispetto ad altri paesi perché nella sua storia, fin dalle sue origini nel socialismo utopista (quello che Lenin chiamò terza fonte del marxismo), le necessità della pratica e della lotta politica tendono a prevalere sulla teoria.

La ripetizione della pratica conflittuale del soggetto frammentato ed eterogeneo della classe rende sempre più evidente come la soddisfazione di ogni singola rivendicazione (dalla riforma e il disarmo della polizia alle scuole e le università, dalle pensioni alla pianificazione ecologica) sia necessariamente condizionata dalla trasformazione totale del modello socio-economico.

In questo affermarsi di un programma trasformativo attraverso la reiterazione di una pratica contestatrice, lo Stato diventa il terreno di una saldatura possibile dei diversi movimenti sociali, e questo può avvenire per almeno tre motivi.

Innanzitutto, queste mobilitazioni hanno riconosciuto nei governi nominati da Macron il motore delle riforme neoliberali (che più che altrove sono state imposte attraverso strumenti legislativi e governativi), individuando nello Stato lo strumento necessario alla redistribuzione delle risorse (come avvenuto con il Front Populaire) e a una forma più democratica di rappresentanza politica (come durante la Commune). Questa conoscenza è stata poi socializzata da intellettuali e militanti, anche attraverso i social e i media indipendenti, superando la dimensione che Gramsci definiva “corporativa”, costruendo un’egemonia morale e intellettuale all’interno della classe.

Foto CGT

Le generazioni migranti

Altro elemento che rende possibile questa saldatura è la riappropriazione di un ideale nazional-popolare da parte di una gioventù di origine immigrata, finora esclusa dal corpo politico, e che invece adesso si identifica in un progetto di società nazionale di rottura rispetto al modello antropologico neoliberale (ciò che vale sia per la generazione Z che per l’appello alla manifestazione del 17 ottobre da parte dei Gilet Gialli, che a differenza del 2018 parte anche da frange del proletariato di origine immigrata). Un elemento che favorisce anche forme spontanee e intuitive, ma reali, di internazionalismo, come il sostegno alla resistenza palestinese.

Infine, terza condizione è l’esistenza di una rappresentanza partitica e sindacale che permette di non arretrare nello scontro per il consenso e di armonizzare le parole d’ordine. In questo senso, se vogliamo comparare la sinistra francese, che è probabilmente la più avanzata sul continente in questo momento, con la sinistra italiana, nell’ottica di un allargamento all’Italia di una contestazione al neoliberismo che è già internazionale, la differenza decisiva sta molto meno nella qualità dei movimenti (pur con tutte le differenze fra Paesi con storie, economie e demografie molto diverse) e nel trattamento mediatico della realtà (il regime di propaganda e la programmatica falsificazione della realtà da parte dei mass media sono all’opera anche in Francia), che piuttosto nell’assenza di una rappresentanza che traduca le rivendicazioni sociali in proposta politica, nell’inettitudine di chi fa politica di mestiere e avrebbe il compito di trovare risposte alle contraddizioni che una società esprime.

La France Insoumise è per adesso in condizione di arrivare al secondo turno delle elezioni perché ha continuamente scommesso sulla sedimentazione delle idee e delle pratiche di resistenza, sulla maturazione di classe dell’opposizione alle riforme neoliberali. Malgrado si trovi in un conflitto aperto con la quasi totalità dell’apparato politico e del sistema mediatico, il partito oggi sembra essersi rafforzato, e la conquista del governo è un orizzonte che appare possibile e desiderato a molti, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.

Dalle crisi se ne può uscire par le haut o par le bas, e se una parte importante di questa scelta la Francia dovrà prenderla nelle elezioni di primavera, già i prossimi giorni saranno decisivi, con un appello di mobilitazione dei Gilet Gialli previsto per il 17 ottobre, otto anni dopo la più violenta contestazione alla presidenza Macron, che iniziò dalla tassa sul carbone che fece aumentare i costi dei carburanti. Difficile prevedere se il movimento sia definitivamente rifluito, se la sua rabbia abbia ceduto alla rassegnazione nelle zone rurali e periurbane sempre più isolate dal centro e abbandonate dai servizi pubblici, dove la propaganda razzista delle televisioni trova le migliori condizioni per diffondersi. I tratti peculiari e inediti della situazione attuale espongono ogni ipotesi sul futuro al rischio di limitare le potenzialità del movimento sociale, così come ogni paragone storico rischia di essere una scusa per neutralizzare la rabbia con la nostalgia.

Se però da più parti è stato rievocato il ’68 non è per costruire un parallelo storico sulle condizioni dell’azione e sui suoi possibili sbocchi, ma perché – spesso proprio a scuola di quell’evento la generazione Z ne ha appreso gli eventi determinanti, il verificarsi di una mobilitazione di massa studentesca, l’internazionalizzazione della contestazione; e perché, in quella che fu l’ultima volta che vacillò e arretrò il capitale europeo, le consegne erano le stesse delle prossime settimane: l’unità della classe lavoratrice con la classe studentesca.

Immagine di copertina e dentro l’articolo dalla pagina facebook della CGT

Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580.

L'articolo Francia, verso lo sciopero del 17 ottobre proviene da DINAMOpress.

La complicata transizione nella Siria del Nord-Est

15 Ottobre 2026 ore 09:27

La dogana è affollata. In coda, osserviamo i lavoratori agli sportelli. Fate attenzione a cosa dite», ci è stato comunicato la sera prima. «C’è confusione. Non si sa chi è con noi e chi è con il governo. Non si conoscono le procedure, perché al momento non ci sono. Potrebbe volerci un po’ prima che vi lascino passare». Scrutiamo i volti che ci circondano, cercando in uno sguardo gentile e vivo la traccia di un pensiero rivoluzionario.

Passaggio di frontiera

Siamo al confine tra Siria e Iraq. Abbiamo passato i controlli delle autorità di frontiera irachene, stiamo aspettando il visto che ci permetterà di entrare in quella che era conosciuta come Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est, DAANES. Il territorio della DAANES corrispondeva a circa un terzo della Siria, un’area liberata nel corso della Rivoluzione del Rojava dal controllo del regime di Assad prima e dello Stato Islamico poi, in una guerra durata fino al 2019. In questo territorio rivoluzionari e rivoluzionarie del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dal leader Abdullah Öcalan, sono da anni implicati nella costruzione di una società libera dal sistema capitalista e statalista.

Fino a qualche mese fa, una volta superati i controlli di frontiera iracheni ad accoglierti in Siria c’erano compagne e compagni, felici di aprire le porte della propria terra a internazionalisti, solidali, giornalisti. Oggi, gli spazi vengono condivisi con inviati del Governo di Transizione Siriano sotto la guida di Hay’at Tahrir al-Sham, HTS, l’organizzazione discendente di Al-Quaeda che nel dicembre 2024 rovesciò con una guerra lampo il regime di Assad.

La presenza di inviati governativi fa parte di un più ampio processo di integrazione tra DAANES e Governo di Transizione Siriano. A seguito di un’offensiva iniziata nel gennaio 2026 da HTS, con la connivenza delle potenze occidentali e l’aperto supporto della Turchia, l’Amministrazione Autonoma ha perso un’ampia parte del suo territorio. Il 29 gennaio 2026 è stato firmato un accordo tra le Forze Democratiche Siriane, organizzazione militare di difesa della DAANES, e il Governo di Transizione Siriano. Con questo accordo, legato a un più ampio cambiamento della strategia del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dalla volontà di spostare il terreno del conflitto da un piano militare a uno politico, è iniziata l’integrazione delle strutture dell’Amministrazione Autonoma nello Stato siriano.

Aumento del costo della vita

Le problematiche di questa fase sono fortemente sentite dalla popolazione curda e dai militanti del Movimento. «Tutto è aumentato, anche il pane costa il doppio», lamenta Beritan. Grazie al processo è stata liberata da una prigione turca a Sere Kaniye, zona occupata dalla Turchia che sta tornando sotto la sovranità dello Stato siriano. Oggi vive a Jinwar, il villaggio delle donne, modello di organizzazione autonoma e economia cooperativa.

Per molte famiglie, l’aumento del costo della vita è un aspetto centrale del processo di integrazione. Il carovita è legato all’aumento del prezzo del petrolio. Mentre prima l’estrazione di petrolio veniva utilizzata per il fabbisogno energetico della popolazione, l’accordo con il governo stabilisce che solo una piccola parte venga utilizzata a questo fine, e non è certo che esso stia venendo rispettato. Di fatto, l’esportazione del petrolio sta privando la popolazione di una risorsa fondamentale e portando a un aumento generale del costo della vita.

Un’altra causa è la perdita di terre comuni, come ci spiega Beritan: «Avevamo delle terre che coltivavamo in modo comunitario, anche per supportare le Forze Democratiche Siriane. Se ora con l’integrazione delle forze militari queste terre vanno al governo, perderemo una parte della nostra autonomia alimentare. La mentalità dello Stato vuole accaparrare tutto per sé, per questo dobbiamo costruire e rafforzare un modello opposto, in cui la terra sia di tutti e venga gestita insieme».

Beritan dà una chiara voce ai sentimenti che in forme diverse abbiamo sentito nelle nostre visite alle famiglie nelle aree rurali attorno a Qamishlo: «Il processo non è all’altezza dei nostri martiri e di quattordici anni di guerra. Abbiamo dato così tanti martiri per questo?». Nonostante tutto, rimane convinta che la pace sia “la giusta via”, una pace di cui la lotta, aggiunge, è l’elemento principale.

La difesa dell’esistenza curda

Un altro terreno di scontro rispetto alle politiche del governo centrale è l’utilizzo della lingua curda nell’istruzione. Durante i nostri pochi giorni in Rojava ci sono stati diversi scioperi nelle scuole della regione e una grande manifestazione a Qamishlo in difesa della lingua curda. Con il ritorno del sistema scolastico statale, il governo ha inserito il curdo come materia di studio a scuola e la possibilità di avere alcune materie in curdo, mentre altre, in particolare le materie scientifiche, sono in arabo o inglese. «Il nostro popolo non l’ha accettato», afferma fieramente Zilan, madre di tre figli. Ci racconta che suo figlio è stato picchiato a scuola per aver parlato curdo e che non avere la possibilità di tutto il curriculum in curdo comporterebbe dei passi indietro rispetto ai progressi ottenuti durante la rivoluzione. «Perché mio figlio dovrebbe imparare l’inglese se non conosce la propria lingua madre?», si chiede, come molte altre famiglie.

Il principio della liberazione delle donne

La rivoluzione del Rojava viene spesso descritta come la rivoluzione delle donne. L’AANES è stata costruita su questa base, con il principio dell’autonomia, ovvero la costruzione di istituzioni di donne che possano rappresentarne gli interessi a livello politico e della co-presidenza, ovvero della pari rappresentazione di uomini e donne nelle posizioni di leadership. Nel quadro del processo di integrazione, il ruolo centrale delle donne non sta venendo sufficientemente riconosciuto a livello istituzionale.

Deniz, militante del Movimento delle Donne, ci spiega: «Nella proposta di costituzione non si parla della libertà delle donne. Nelle municipalità il governo sceglie come rappresentanti ufficiali solo gli uomini. Abbiamo deciso di non accettare questa situazione e organizzato una delegazione per affrontare la questione con i rappresentanti e i consigli delle municipalità. In alcune città abbiamo avuto successo ed è aumentato il numero di donne nel consiglio». La mentalità patriarcale del governo di transizione si riflette anche nelle difficoltà a integrare le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, all’interno di strutture statali. «Non sono state accettate come esercito femminile. Negli ultimi incontri sono state accettate come parte delle forze di polizia, ma non è ancora stata trovata una formulazione comune con il governo». D’altra parte, ufficializzarsi non è un obiettivo condiviso da tutte le strutture autonome: «l’ufficializzazione può anche essere un limite, noi siamo un movimento. Ci basta la nostra forza ideologica».

Deniz sottolinea che «il movimento delle donne è più sotto attacco che mai», ma è certa che attraverso la lotta le donne possano raggiungere i propri obiettivi. La possibilità di unione con donne arabe, alevite, druse è un punto di forza della nuova fase. Deniz crede che il Movimento delle Donne Curde possa dare speranza e ispirazione alle donne della regione, e impulso per una lotta comune.

Cambiare per andare avanti

Il processo di integrazione è un importante campo di lotta, ma non l’unico. Come dice Deniz: «Dopo tutta questa lotta non possiamo chinare la testa. È necessario organizzare la società. Ovunque, dobbiamo organizzare comuni». L’aspetto del riconoscimento istituzionale, ci dice citando Abdullah Öcalan, non è che una piccola parte, il 10%, della lotta. Il 90% deve consistere nell’organizzare la società.

Zelal, giovane militante, attiva nella costruzione di una cooperativa di giovani donne nella campagna di Derik, riconosce il dolore che gli attacchi di gennaio hanno causato al proprio popolo, ma vede anche che essi «hanno rafforzato e mostrato più fortemente la contraddizione tra Stato e comune», e che attualmente «il popolo può di nuovo comprendere la realtà dello Stato» e la necessità di organizzarsi. La sua energia riflette la speranza e le possibilità insite nella fase attuale.

Difficoltà e contraddizioni restituiscono il quadro di una rivoluzione vivente, di un processo in evoluzione. Una fase si sta chiudendo, un’altra si sta aprendo, attraverso discussioni e sessioni di critica e autocritica di militanti e società, in un fermento di idee e ricerca di soluzioni.

Il Rojava non è, e non è mai stato, un’utopia cristallizzata, fuori dal tempo e dallo spazio, ma un corpo in movimento, in corsa verso un orizzonte di libertà. Senza riposo, con la consapevolezza che solo con lo sforzo si può costruire un mondo diverso. E’ forse proprio questa tensione verso il cambiamento e la libertà, la natura di una rivoluzione.

Immagine di copertina di Duncan

Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580.

L'articolo La complicata transizione nella Siria del Nord-Est proviene da DINAMOpress.

❌