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La madre di uno dei figli di Musk fa causa a xAI

16 Gennaio 2026 ore 15:29

Ashley St. Clair, influencer conservatrice statunitense e madre di uno dei figli di Elon Musk, ha avviato un’azione legale contro xAI, la società di intelligenza artificiale fondata dal miliardario. L’accusa riguarda il fatto che il chatbot Grok abbia manipolato sue fotografie generando immagini sessualizzate senza consenso.

Secondo la causa, depositata presso un tribunale dello Stato di New York, Grok avrebbe alterato una foto che ritraeva St. Clair insieme ad altre persone, rimuovendo digitalmente i suoi abiti e raffigurandola in bikini. Alla contestazione dell’influencer, il chatbot avrebbe definito l’immagine una risposta “umoristica”, affermando che era stata avviata una richiesta di rimozione.

La denuncia sostiene tuttavia che, nonostante le rassicurazioni ricevute, il sistema avrebbe continuato a produrre contenuti deepfake di natura sessuale e degradante riconducibili alla sua immagine.

Le accuse e i post pubblici dell’influencer

Nel testo dell’azione legale si afferma che Grok sarebbe in grado di modificare immagini reali di donne e minori, rendendole apparentemente autentiche e difficilmente distinguibili da fotografie reali. Il documento richiama inoltre il posizionamento iniziale del prodotto, presentato da xAI come un chatbot in grado di rispondere a domande che altri sistemi di IA tendono a rifiutare, e la successiva introduzione di una modalità definita “spicy”.

St. Clair ha denunciato pubblicamente l’accaduto in un post su X pubblicato all’inizio del mese, scrivendo: “Grok ora sta spogliando foto di me da bambina. Questo è un sito il cui proprietario dice di pubblicare foto dei propri figli. Non mi interessa se qualcuno vuole definirmi ‘risentita’: questo è oggettivamente orribile e illegale. Se è successo anche ad altri, scrivetemi in privato. Ho tempo”.

Secondo quanto riportato nella causa, alcuni utenti della piattaforma avrebbero recuperato e condiviso immagini di St. Clair quando aveva 14 anni, chiedendo al chatbot di rimuoverne gli abiti o di raffigurarla in bikini, richieste che il sistema avrebbe eseguito. In un successivo messaggio, l’influencer ha invitato i suoi follower a spostarsi su altre piattaforme, scrivendo: “Non pubblicate foto vostre o della vostra famiglia qui, a meno che non vogliate che Twitter vi dica che contenuti di abuso sessuale generati dal suo robot non violano i termini di servizio”.

St. Clair accusa inoltre xAI di ritorsione, sostenendo che, dopo le sue richieste di rimozione delle immagini, il suo account sulla piattaforma X sarebbe stato demonetizzato, privato della verifica e dell’accesso ai servizi premium.

Il contesto normativo e le contromisure di X

La causa arriva a ridosso dell’annuncio di X, che ha comunicato di aver limitato la capacità di Grok di generare o modificare immagini di persone reali in abbigliamento considerato rivelatore, come bikini o biancheria intima, e di aver applicato blocchi geografici nei Paesi in cui tali contenuti sono vietati dalla legge.

Elon Musk ha respinto le accuse più gravi, affermando che Grok non genera immagini illegali e che eventuali anomalie sarebbero il risultato di tentativi di utilizzo ostile del sistema, corretti non appena individuati.

Intervenendo mercoledì sera su CNN, St. Clair ha commentato le modifiche annunciate da X al funzionamento di Grok, affermando: “Se devi aggiungere la sicurezza dopo che il danno è stato fatto, quella non è sicurezza. È semplicemente controllo dei danni”.

Trasferimento del caso e rilievo per il settore AI

xAI ha richiesto il trasferimento del procedimento dalla giurisdizione statale a quella federale. Secondo la legale di St. Clair, il caso mira a portare l’attenzione pubblica sui rischi legati all’uso di strumenti di generazione e manipolazione delle immagini basati su intelligenza artificiale.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di crescente pressione regolatoria e legale sulle aziende AI, in particolare per quanto riguarda la tutela dell’immagine, il consenso e la protezione dei minori, temi sempre più centrali nel dibattito su governance e responsabilità delle tecnologie generative.

L’articolo La madre di uno dei figli di Musk fa causa a xAI è tratto da Forbes Italia.

Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo

16 Gennaio 2026 ore 10:52

Il consiglio di amministrazione di Delfin, holding della famiglia Del Vecchio, ha emesso una nota ufficiale in cui ribadisce di non aver mai discusso alcuna ipotesi di dismissione della propria partecipazione in Banca Monte dei Paschi di Siena (Mps). L’investimento, secondo quanto riportato, “deriva in gran parte dalla conversione delle azioni precedentemente detenute in Mediobanca e non è oggetto di alcuna trattativa con potenziali acquirenti. Con riferimento alle recenti ricostruzioni di stampa, Delfin smentisce negoziazioni con UniCredit o altri operatori finalizzate alla cessione totale o parziale della propria quota in Mps.

Nel testo, la holding ribadisce il proprio profilo di investitore finanziario orientato al lungo periodo, impegnato nella “creazione di valore nel tempo per la società e gli azionisti”, e conferma pieno sostegno ai vertici di Mps e al percorso di rafforzamento in corso, alla luce di una performance complessiva “in linea con gli obiettivi di redditività e valorizzazione delle partecipazioni”.

Il contesto dietro la smentita: evoluzione delle quote e rumor di mercato

Negli ultimi mesi la presenza di Delfin nel capitale di Mps ha attirato attenzione e speculazioni. Nel gennaio 2025 la holding guidata da Francesco Milleri ha incrementato significativamente la propria quota, passando da circa il 3,5% al 9,78% del capitale della banca senese, diventando primo azionista privato dietro il Tesoro e consolidando la presenza dei soci privati nel gruppo. L’aumento di quota è avvenuto tramite strumenti finanziari come share forward e collar share forward, secondo dati Consob.

Questa operazione si inserisce in un quadro più ampio di accresciuta partecipazione dei soggetti privati nel capitale di Mps, con quote rilevanti detenute anche da Banco Bpm, Anima Holding e l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, portando la quota aggregata dei privati attorno al 15% nel mercato.

Rumors di trattative con UniCredit e smentite incrociate

Nei giorni precedenti alla dichiarazione di Delfin, alcune fonti avevano indicato che UniCredit avesse tenuto colloqui con Delfin sull’acquisizione della partecipazione in Mps, in un possibile passo verso la consolidazione del sistema bancario italiano e come parte della strategia di espansione di UniCredit. Tali indiscrezioni riguardavano incontri tra il ceo Andrea Orcel e il presidente di Delfin e l’ipotesi di un potenziale interesse anche per la quota della holding nella compagnia assicurativa Generali.

Tali voci sono state però replicate e respinte da Orcel, ad di UniCredit, che ha definito i rumor “speculativi e ingiustificati”, precisando che valutazioni interne su opportunità di M&A non implicano necessariamente un accordo imminente o in corso.

La dimensione strategica dell’investimento e le implicazioni di mercato

La smentita di Delfin e la replica di UniCredit arrivano in un momento di crescente attenzione sulla struttura proprietaria di Mps, una banca che ha attraversato anni di rilanci, interventi pubblici e operazioni di sistema, inclusa la recente acquisizione di una quota significativa di Mediobanca, da cui deriva parte della partecipazione di Delfin stessa.

Nel complesso, la posizione ufficiale della holding sottolinea un forte orientamento al lungo periodo, in linea con strategie di investimento che privilegiano la stabilità e la creazione di valore, in contrasto con l’idea di una cessione rapida o di breve termine.

L’articolo Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo è tratto da Forbes Italia.

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