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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

L’ostinata vocazione per la precisione della forma di Luciano Foà

19 Gennaio 2026 ore 09:49

L’ho conosciuto grazie ad Alfred Jarry. Era il 1969. Lui un personaggio noto nel mondo dell’editoria ed io poco informato su quel signore ironico, pronto a fare l’esame a quanti gli si parassero davanti. Non si prevede mai l’esito di un proprio articolo di giornale. Quella volta la recensione all’opera del papà di Ubu ebbe un risultato telefonico inaspettato. «Sono Luciano Foà. Desidero ringraziarla dell’attenzione al nostro libro. Quando viene a Milano passi a trovarmi.» Foà era il «signor Adelphi». L’opera di Jarry di cui avevo scritto era il numero 21 della Biblioteca Adelphi, avviata nel 1965 con L’altra parte di Alfred Kubin. Oggi la collana ha superato abbondantemente i cinquecento titoli.*

Immutata la sofisticata grafica discesa dal Yellow Book di Aubrey Beardsley. Allora l’Adelphi si considerava ancora una «piccola casa editrice», anche se aveva già avviato una formidabile collana di classici – Defoe, Büchner, Adams, Stendhal, Voltaire, Novalis, Butler – e iniziata la monumentale edizione del tutto Nietzsche. La sede stava in un appartamento in via San Pietro all’Orto. E fu là, in una stanza sommersa di libri, che incontrai per la prima volta Luciano Foà. Mai avrei immaginato fosse l’inizio di un’amicizia durata moltissimi anni.

Passando da lui, verso fine mattinata, era sottintesa la colazione in uno di quei ristoranti milanesi con giardino interno, spesso trasformato in serra, dove, lontano dai rumori e avvolti nella polla dei rampicanti, si ha l’illusione di vivere fuori del tempo. A Foà piaceva particolarmente una brasera dalle parti di via Mangili. In un palazzotto poco lontano aveva abitato Carlo Dossi, un autore molto amato dagli adelphiani. Con una lentezza da bradipo, la testa leggermente reclinata, fumando sottili sigarette, a tavola Foà si trasformava in un formidabile affabulatore. Aveva un volto orientale, enigmatico, attraversato da una mimica antica, ironica. Conosceva tutti. Mostrava particolare attenzione a quanti avessero ammirazione per Roberto Bazlen, suo grande amico e mito sconosciuto della cultura italiana del Novecento. Ne parlava come esibisse il proprio doppio. D’altra parte molte scelte dell’Adelphi si dovevano a quell’ostinato, raffinato e rabdomantico Bobi Bazlen che sembrava aver esplorato tutte le letterature del mondo. Il «signor Adelphi» non era da meno. Temevo sempre una sua spiazzante domanda. Penso lo supponesse. Più d’una volta tese trappole.

Impossibile dimenticare la sua sapienza per gli autori rari recanti al loro interno il mistero della vita, quell’impareggiabile forza che nello stile della scrittura fa percepire l’inesprimibile altro da sé. Non c’era traduzione che mancasse di rivedere prima di mandare un nuovo libro in tipografia. La precisione della forma era la sua ostinata vocazione. «Fondai l’Adelphi per rompere la monotonia dell’ideologismo editoriale di sinistra, per scegliere autori che uscissero fuori dai binari codificati da una visione del mondo erosa in senso deteriore.» Pubblicò una serie di libri «unici», scelti secondo un unico criterio: la profondità dell’esperienza da cui nascevano e di cui erano viva testimonianza. Erano libri del passato e della contemporaneità, «luoghi» della realtà e dell’immaginazione, del mondo degli affetti e del pensiero. Si trattava di collane ideali capaci di far scoprire o riscoprire i grandi scrittori della crisi europea, Hesse, Joseph Roth, Walser, Lernet Holenia, la spiritualità orientale, la mitologia classica, la perfezione di Nabokov e Simenon, autori «censurabili» come Jünger, hippies, surrealisti alla Daumal, vagheggiatori del mondo tipo Chatwin.

Foà raccontava che l’idea di una casa editrice come l’Adelphi era molto antica. Bisognava tornare al 1937 quando lui, giovanissimo, aveva conosciuto Bazlen che lo aveva dissuaso dal progetto di fondare una rivista letteraria. «Inoltre avrei avuto problemi per ragioni razziali. E fu Bobi a convincermi affinché mi battezzassi per mettermi al riparo dalle persecuzioni.» Allora Foà lavorava all’Agenzia letteraria internazionale fondata dal padre Augusto che traduceva romanzi stranieri e li vendeva per la pubblicazione a puntate in feuilleton. Nelle lunghe chiacchiere Luciano e Bobi, in quegli anni vagheggiavano la cultura che avrebbe dovuto affermarsi dopo la caduta del fascismo. Era come se quel tempo fosse stato per Foà la preparazione di un mondo ideale. La sorte glielo fece incontrare nel 1941. Aveva ventisei anni. 

Adriano Olivetti, nel suo utopico progetto di comunità, lo chiamò a Ivrea per pensare a una casa editrice predisposta a pubblicare tutto quanto le forze dominanti avevano fino ad allora tenuto lontano. Dall’amicizia con Bazlen aveva ereditato un’ostinata curiosità per quanto stava al «di sotto delle carte»: lo interessava il giudizio sulle persone, magari basato sull’intuizione, la fisionomia, i gesti, la grafia e anche i capricci degli astri che con la loro influenza pretendono guidare l’esistenza degli uomini. L’attenzione alle premonizioni astrologiche gli veniva proprio da Bobi che del meccanismo universale e dei pronostici stellari era un cultore.

Foà si abbandonava volentieri a placide evocazioni, sottolineando l’importanza dell’esperienza fatta con Olivetti. Dovevano cercare libri da tutto il mondo. Un programma enorme che recuperasse grandi scrittori. «Ma anche Freud, Jung, Heidegger, la patristica, l’economia, le scienze politiche… Olivetti, che era un visionario illuminato, mi mandava in Svizzera per trovare libri, parlare con editori, incontrare Jung.» Presso un piccolo editore di Lucerna aveva rinvenuto un libretto con una scelta di lettere di grandi scrittori tedeschi, curato da un tale di nome Detlef Holz. «Dopo la guerra scoprii essere niente meno che Walter Benjamin.» 

Ma l’incontro che di più amava raccontare era quello avuto in Svizzera durante uno dei viaggi che Olivetti gli organizzava. «Mi mandò a parlare con un misterioso personaggio. Fu una situazione paradossale.» Secondo la rievocazione di Foà, Olivetti voleva informazioni su cosa prevedessero gli Alleati sul destino dell’Italia. Era convinto che, caduto il fascismo, sarebbe stato chiamato a far parte, magari presidente del Consiglio, del primo governo dell’Italia libera. «Pensava di essere come Rathenau, un uomo di vasta cultura e di grandi interessi. Un industriale che avrebbe applicato le sue capacità e i suoi sogni alla politica.» 

Il giovane che si intendeva di libri e traduzioni, il giovane colto che Olivetti aveva inviato come proprio messo, doveva descrivere al misterioso personaggio la situazione italiana. «Era un signore enorme» ricordava Foà cercando di imitarne le forme allargando le braccia «una specie di vichingo. Rappresentava gli Stati Uniti per l’Europa occupata e dell’Italia non capiva niente. Voleva soltanto sapere quando sarebbe caduto Mussolini e chi sarebbe andato al suo posto. Visto oggi mi sembra un incontro surreale.» Più tardi scoprì d’aver parlato con Allen Dulles. Da questo episodio Foà avrebbe potuto trarre un formidabile racconto. Che non scrisse mai. 

Gli chiesi una volta, al di là delle traduzioni, se avesse mai pensato di dedicarsi a qualcosa di suo. Dopo una pausa confessò «il peccato». «Ho tentato. Avevo cominciato con la descrizione di un funerale. Alla seconda pagina ho smesso… per sempre.» Lui era un editore. Il suo libro il catalogo dell’Adelphi. Nel 1945, pubblicato a puntate sul Politecnico di Vittorini, Foà tradusse For Whom the Bell Tolls – Per chi suona la campana – di Ernest Hemingway. «Cercavamo di preparare la cultura per il nuovo tempo, con un grande desiderio di esistere, di far bene.» Nel 1951 era segretario generale dell’Einaudi, che abbandonò nel ’61. In quegli anni si consumava anche la sua militanza politica. Iscritto al pci ne uscì nel ’56, dopo i fatti d’Ungheria. Un giorno mi disse di non essere rimasto troppo lontano da quelle posizioni, ma di non aver mai condiviso «la filosofia e la metafisica» del partito. 

Quando passava da casa mia non rinunciava alla più inveterata delle sue abitudini: il sonnellino dopo pranzo. Senza chiedere alcun permesso, con discreta confidenza, la cerimonia era prevista. Chiudeva le persiane dello studio, accostava la porta e si stendeva sul divano. Incurante di quanto poteva accadere intorno. Dopo mezz’ora riappariva riprendendo la conversazione dal punto esatto in cui l’aveva lasciata. Da Luciano Foà ho imparato a conoscere i libri. Gli devo la ricercata esclusività di molte letture. Non dimenticava mai di inviarmi edizioni fuori commercio, curate personalmente: erano sue raffinate traduzioni e ricordavano privati anniversari, un compleanno… 

Nel 1980, per festeggiare il centesimo titolo della Biblioteca Adelphi, in un’edizione in cento copie, aveva scelto Il libro degli amici, di Hugo von Hofmannsthal. Per anni mi aveva dimostrato una cordiale, riservata confidenza. Poi, con mia sorpresa, quasi guardingo, un giorno mi chiese: «Da quanti anni ci conosciamo?». «Forse venticinque» risposi. Scosse la sottile sigaretta nel posacenere. «Potremmo cominciare a darci del tu.»

Ammirabili e freaks, cover

Tratto da “Ammirabili & freaks”, di Giuseppe Mercenaro, Il Saggiatore, 2026, 19€, 224 pp.

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Martedì 20 gennaio alle ore 17:30 Ammirabili & freaks verrà presentato a Milano presso la biblioteca Sormani, in Corso di Porta Vittoria 6. In dialogo ci saranno Piero Boragina, Bruno Quaranta e Stefano Salis.

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