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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

“Tav Torino-Lione: costi raddoppiati, pronta non prima del 2033”: il report Corte dei Conti UE

19 Gennaio 2026 ore 18:51

Costi più che raddoppiati (+127%) rispetto alla proiezione iniziale e lievitati del 23% negli ultimi sei anni sotto il peso della pandemia, dell’invasione russa dell’Ucraina ed alcuni problemi tecnici. La Corte dei conti europea bolla il collegamento ferroviario Torino-Lione come il maggiore responsabile dell’aumento dei costi per il completamento delle infrastrutture-faro della rete transeuropea dei trasporti (Ten-T) insieme alla Rail Baltica, “regina” indiscussa dei rincari con costi iniziali quadruplicati e un aumento del 160% dal 2020.

Non solo: la relazione sottolinea che il completamento delle opere entro il termine del 2030 non è più “improbabile”, come messo nero su bianco nell’anno dell’inizio della pandemia, ma è semplicemente “impossibile” a causa di crisi impreviste, aumenti dei costi e ulteriori ritardi nell’attuazione dei progetti. In ritardo medio di 11 anni rispetto ai piani iniziali, ora arriva a 17 anni per i cinque megaprogetti di cui sono disponibili informazioni.

Sul versante italiano l’inaugurazione del collegamento Torino-Lione è adesso prevista per il 2033, contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020: un ritardo di 18 anni rispetto alle stime iniziali. Inoltre, la data più ottimistica per l’apertura della galleria di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40% rispetto alle stime iniziali, è ora il 2032, anziché il 2016 o il 2028 come previsto in precedenza: un ritardo di 16 anni, sottolineano gli auditor.

Pur riconoscendo che dal 2020 gli otto megaprogetti in questione – oltre al miliardo di euro di valore – abbiano dovuto affrontare nuove sfide economiche e geopolitiche, gli auditor della Corte sottolineano che l’aumento del costo reale oggi ammonta a un +82% contro al +47% registrato nel 2020. “Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto”, scrivono gli autori del rapporto.

Oltre alla Tav Torino-Lione, infatti, anche la linea Y basca, che avrebbe dovuto essere operativa entro il 2010 stando al calendario iniziale ed entro il 2023 secondo l’aggiornamento del 2020, dovrebbe ora essere pronta entro il 2030 secondo le stime più ottimistiche, anche se i promotori del progetto considerano il 2035 un termine più realistico, rileva la Corte dei conti europea. Il canale Senna-Nord Europa, i cui costi sono complessivamente triplicati dall’inizio dei lavori, avrebbe dovuto essere operativo nel 2010, data poi posticipata al 2028 e successivamente al 2032, che è ora considerata la più plausibile.

Gli otto megaprogetti analizzati dal rapporto di aggiornamento hanno ricevuto nel complesso ulteriori sovvenzioni Ue pari a 7,9 miliardi di euro rispetto al 2020, portando l’importo totale dei finanziamenti Ue a 15,3 miliardi di euro. E nonostante tutte queste problematiche, la Commissione europea si è avvalsa solo una volta, “e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi (ovvero l’articolo 56 del regolamento Ten-T del 2013)”, rilevano.

La Corte dei conti spiega di attendersi che la recente modifica del regolamento possa rafforzare il ruolo dell’esecutivo Ue e accrescerne i poteri in termini di controllo sul completamento della rete, fermo restando che queste misure interesseranno principalmente i megaprogetti futuri. Infine, gli auditor segnalano come l’impatto che questa modifica avrà sui prossimi progetti infrastrutturali “dipenderà in ultima istanza dall’attuazione e dal rispetto effettivi degli strumenti giuridici da parte dei Paesi dell’Ue”.

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L’Fmi alza le stime di crescita globali 2026 ma taglia quella dell’Italia. Che torna ultima in Ue per aumento del pil

19 Gennaio 2026 ore 18:47

L’economia mondiale supera senza crolli l’anno del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e di un aumento senza precedenti del livello medio dei dazi. Ma l’equilibrio è instabile. Nell’aggiornamento di gennaio del World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo la crescita globale attesa per il 2026 al 3,3%, due decimi in più rispetto alle stime di ottobre, e prevede nel 2027 un rallentamento solo marginale al 3,2%. Ma mentre Stati Uniti, Spagna, Germania e Francia incassano revisioni positive, l’Italia è l’unico grande Paese dell’Unione europea a vedere una correzione al ribasso. Brutto colpo per la premier Giorgia Meloni, che ha annunciato che il tema della crescita, insieme a quello della sicurezza, è il suo “grande focus di quest’anno”.

Secondo il Fondo, dopo il +0,5% del 2025 quest’anno – l’ultimo con il Pnrr in corso d’opera – il Pil italiano dovrebbe crescere dello 0,7%, un decimo in meno rispetto alla previsione di ottobre e alla stima della Commissione Ue, che già vedeva l’Italia tornare fanalino di coda nell’Unione. Per il 2027 arriva invece un lieve ritocco al rialzo a +0,7%. Crescita quasi al palo, insomma, in un contesto europeo che pur restando debole rispetto agli Stati Uniti mostra segnali di recupero più diffusi.

L’Eurozona vede infatti la crescita 2026 salire all’1,3% (+0,1%), la Germania all’1,1%, la Francia all’1% e la Spagna al 2,3% (+0,3%), quest’ultima con la revisione più consistente. Alla base della revisione positiva a livello globale c’è soprattutto il boom degli investimenti tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Un fattore che, secondo il Fondo, sta compensando l’impatto negativo dello choc commerciale e dell’incertezza legata ai dazi. Il contributo maggiore arriva da Nord America e Asia, dove l’adozione dell’IA sta sostenendo produttività, mercati finanziari e fiducia delle imprese. Per gli Stati Uniti la crescita 2026 viene rivista al 2,4%, tre decimi in più rispetto alle stime precedenti, mentre la Cina sale al 4,5%.

Il capo economista del Fondo, Pierre‑Olivier Gourinchas, ha però messo in guardia da una lettura troppo ottimistica: la resilienza dell’economia globale è trainata in gran parte da pochi settori, e questo aumenta le vulnerabilità in caso di choc. Non solo: lo scenario centrale del Fondo si basa sull’ipotesi che le tariffe restino ai livelli attuali. Nelle proiezioni, la tariffa effettiva stimata per gli Stati Uniti verso il resto del mondo è attorno al 18,5% e viene assunta come stabile. Ma un’eventuale escalation commerciale cambierebbe le carte in tavola. La volatilità dei dazi tende a frenare investimenti e consumi, alimentando incertezza e risparmio precauzionale. Se le tensioni dovessero intensificarsi, l’impatto sulla crescita potrebbe diventare significativo già nel 2026. In questo quadro, pur senza fornire “raccomandazioni su quali dovrebbero essere le misure di politica commerciale” dopo la minaccia Usa di nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sostengono la Groenlandia il capo economista del Fmi ha invitato “tutte le parti a cercare una soluzione che mantenga aperto il sistema commerciale, che garantisca regole stabili e prevedibili e che consenta alle imprese di prendere decisioni in materia di investimenti e catena di approvvigionamento con un certo grado di certezza”.

A sostenere il quadro macro contribuisce invece il fronte energetico. Secondo il Fondo, l’offerta di petrolio resta ampia e questo sta spingendo i prezzi al ribasso, con effetti disinflazionistici attesi anche nel 2026. Ma o rischi geopolitici sono rilevanti: eventuali interruzioni delle esportazioni iraniane – pari a circa l’1,5% dei consumi mondiali – o nuove tensioni in Medio Oriente potrebbero rapidamente invertire la tendenza, riaccendendo pressioni sui prezzi dell’energia.

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