Vista elenco

Ricevuto prima di ieri

Il ruolo dell’Europa nella difesa del diritto internazionale

13 Gennaio 2026 ore 18:57

Unilateralismo armato e ordine multilaterale: l’Europa di fronte alla crisi venezuelana

Dietro l’attacco al Venezuela in assenza di legittimazione internazionale si cela il disegno egemonico e revisionista dell’ordine internazionale del presidente Trump, che apre a nuovi scenari di insicurezza e instabilità. Da Tucidide ad Habermas, il monito per l’umanità è ribellarsi alla logica del ‘più forte’ e dell’arbitrio: spetta ora all’Europa sfidare i nuovi imperialismi e rilanciare l’ordine internazionale fondato sulle regole del multilateralismo.

La lezione di Tucidide

Nella Storia della guerra del Peloponneso, Tucidide affida al Dialogo dei Meli una delle più lucide e spietate radiografie del potere: di fronte agli Ateniesi, portatori di una democrazia che si scopre imperiale, i Meli invocano giustizia, neutralità e diritto, ma ricevono in risposta una verità brutale, destinata a superare i secoli: «i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono». Questa lezione antica è  ritornata oggi, senza mediazioni, non solo con l’ottusa guerra di aggressione all’Ucraina di Putin, ma anche nell’azione unilaterale degli Stati Uniti di Trump: l’attacco al Venezuela e le minacce sempre più esplicite a Colombia, Messico  e persino alla danese Groenlandia segnano un punto di rottura. Con l’attacco e la cattura di Nicolás Maduro, la presidenza Trump sancisce la piena normalizzazione dell’uso della forza al di fuori di ogni cornice multilaterale, riaffermando una concezione del potere che si colloca deliberatamente al di sopra delle istituzioni internazionali. E quello che è più grave è che il silenzio e la cautela di molti leader europei – divisi tra timide perplessità e sostanziali avalli – contribuisce a rendere ancora più fragile l’architettura giuridica costruita nel secondo dopoguerra, lasciando emergere una logica di dominio che ricorda più Melos che San Francisco.

Può valere qui la ricostruzione degli analisti di Abc, una testata australiana quindi distante da ogni possibile condizionamento, nel descrivere l’approccio ideologico di Trump e dei suoi smodati consiglieri. Trump ha finito per rendere esplicite le vere ragioni dell’azione americana: l’accesso alle risorse energetiche, in primo luogo il petrolio, ma soprattutto la convinzione che gli Stati Uniti possano agire perché ne hanno la forza. Così il vice capo di gabinetto Stephen Miller sulla CNN ha liquidato il diritto e le «formalità internazionali» come astrazioni irrilevanti, affermando che il mondo reale è governato da «leggi di ferro, dalla forza e dal potere», e che «una superpotenza deve comportarsi come tale». La stessa logica emerge con ancora maggiore nettezza nelle parole di Trump in un’intervista al New York Times: «Non ho bisogno del diritto internazionale. … La mia moralità personale è l’unica cosa che mi limita».In questa visione, il diritto non è un vincolo esterno e oggettivo, ma uno strumento subordinato alla decisione sovrana, confermando una concezione del potere che si fonda sulla discrezionalità del più forte.

L’ideologia del potere sovrano e la strumentalizzazione del diritto

Che Nicolás Maduro fosse un dittatore indifendibile è fuori discussione: da oltre un decennio il suo regime ha demolito le istituzioni democratiche, represso il dissenso, manipolato le elezioni e prodotto un esodo di massa di oltre 8 milioni di venezuelani senza precedenti nella storia recente dell’America Latina. Tuttavia, la sua responsabilità penale doveva essere accertata nelle sedi del diritto internazionale, non sul campo di battaglia di un’operazione unilaterale. La Corte Penale Internazionale aveva già avviato indagini per crimini contro l’umanità; bastava sostenerle. L’argomentazione giuridica costruita dai consiglieri di Trump sulla lotta al narcoterrorismo – fondata sul concetto di lawfare e sull’estensione indebita della sicurezza nazionale a giustificazione di una “contromisura” armata – rappresenta una mistificazione del diritto, una sua riduzione a strumento politico. Il richiamo alla guerra ibrida e al narcotraffico, pur non privo di elementi fattuali, non soddisfa i criteri di necessità, proporzionalità e immediatezza di una reazione armata ad un esplicito attacco armato (che non è di certo il narco traffico) richiesti dal diritto internazionale consuetudinario e dalla Carta delle Nazioni Unite: un principio fondamentale chiarito dalla storica sentenza Nicaragua c. Stati Uniti (1986). In questa forzatura concettuale riaffiora l’ombra lunga di Carl Schmitt, il ‘giurista’ teorico del nazismo che pretese di legittimare gli abusi e i crimini del regime con la teoria dello stato di eccezione: il diritto sospeso in nome di una decisione sovrana che pretende di salvarlo negandolo. Parlare dunque di diritto internazionale con i parametri di Trump non ha senso: si erige a gendarme del mondo e giudice globale dissolvendo ogni distinzione tra azioni di polizia e atti di guerra, tra cooperazione giudiziaria internazionale e guerra, declinata ora in una folle riedizione della guerra preventiva stavolta contro i narco-Stati. E quanto il potere sovrano diventi arbitrio lo si vede anche nel ‘doppio standard’ praticato da Trump. Per Maduro ha scatenato una guerra, mentre ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández condannato con le stesse accuse per traffico di droga, cospirazione per importazione di cocaina negli Stati Uniti e altri crimini legati al narcotraffico. Si spiega il perché: il ritorno in Honduras dell’ex presidente alleato di Trump sarebbe servito a fermare l’emigrazione e a contrastare il consolidamento in quel paese di orientamenti progressisti che si oppongono a politiche neoliberiste e conservatrici.

A rendere chiara la vera posta in gioco che va ben oltre la lotta al narcotraffico sono state le stesse dichiarazioni di Trump: l’interesse strategico ed economico sul petrolio venezuelano. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, concentrate soprattutto nella Faja dell’Orinoco: riserve in gran parte di greggio extra-pesante, difficili e costose da estrarre, ma decisive nel medio-lungo periodo per l’equilibrio energetico globale. La nazionalizzazione delle compagnie petrolifere straniere operata da Hugo Chávez nei primi anni Duemila – che colpì duramente gli interessi delle major statunitensi – segnò una frattura profonda nei rapporti con Washington e aprì lo spazio all’ingresso massiccio di Cina e Russia nel settore energetico venezuelano. Pechino e Mosca hanno fornito capitali, tecnologia e sostegno politico in cambio di concessioni petrolifere e forniture a lungo termine, sottraendo risorse e influenza agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’intervento di Trump non è affatto un atto punitivo contro un regime autoritario, ma una mossa geopolitica volta a riappropriarsi del controllo di un nodo energetico strategico e a spezzare l’asse Caracas-Pechino-Mosca, riequilibrando a favore americano il mercato petrolifero e le sfere di influenza nel continente.

La geopolitica del più forte e le conseguenze per l’Europa

Sul piano geopolitico, tuttavia, la logica del più forte non garantisce affatto il successo. L’America Latina conserva una memoria storica viva delle ingerenze esterne, dei colpi di Stato e delle imposizioni economiche sostenute dagli Stati Uniti nel corso del Novecento. Se esiste un’élite filostatunitense, essa è minoritaria rispetto a una società attraversata dalle sensibilità anti-coloniali delle rivoluzioni bolivariane e castriste, e da un radicato risentimento verso gli aiuti ai regimi e i colpi di stato indotti dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda. L’azione di Trump rischia così di rafforzare, anziché indebolire, l’attrazione esercitata da Cina e Russia nel Sud globale, potenze che – pur autoritarie – si presentano come difensori della sovranità contro l’arbitrio occidentale. Così è lo stesso rilancio della dottrina Monroe, ribattezzata dallo stesso Donald Trump in “Donroe”, a inscrivere l’azione venezuelana in una più ampia deriva neo-imperiale che finisce col legittimare, per simmetria, anche le pretese di Putin su Ucraina ed Europa orientale e di Xi Jinping su Taiwan e l’indo-pacifico.

L’Europa ora deve guardarsi anche alle pretese territoriali di Trump sulla Groenlandia, regione autonoma del Regno di Danimarca, nazione membro dell’Unione Europea e della Nato. I leader europei almeno in questo caso non sono rimasti inermi: il Consiglio europeo ha dichiarato che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che le esigenze di sicurezza sulla regione artica devono essere garantite collettivamente all’interno della NATO, e  rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite in materia di sovranità e integrità territoriale degli Stati. Ancora più ferma è stata la posizione assunta dal Presidente Macron che non ha esitato a lanciare un monito all’ Europa, diretto probabilmente anche a Trump. Nel suo discorso annuale agli ambasciatori all’Élysée, il presidente francese ha avvertito che gli Stati Uniti «si stanno gradualmente allontanando da alcuni dei loro alleati» e si stanno «svincolando dalle regole internazionali». Per Macron, dunque, il mondo sta evolvendo verso un sistema in cui le grandi potenze cercano di «spartirsi il pianeta», delegittimando regole e istituzioni multilaterali sulla base della  «legge del più forte». Ed è stato esplicito nel denunciare la  crescente «aggressività neocoloniale» nelle relazioni internazionali da parte di attori – chiaro il riferimento anche agli Stati Uniti –  che erodono i principi del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Da qui l’invito all’Europa di erigersi in un netto rifiuto del «nuovo colonialismo e del nuovo imperialismo», ma anche del disfattismo anti-europeo: l’impegno per l’Europa è dunque per proseguire nel percorso dell’autonomia strategica e nel ritorno all’ordine internazionale fondato sul diritto.

L’Europa tra responsabilità politica e difesa del diritto internazionale

In Italia si farebbe bene a superare in questo caso un abusato sentimento anti-francese (in passato forse anche giustificato da politiche con interessi divergenti sulla Libia e in ambito economico-finanziario) per cogliere l’interesse nazionale ed europeo che mai come stavolta può certo dirsi “comune”. Occorre essere determinati nel contrastare la normalizzazione dell’unilateralismo armato di Trump, perché il rischio è l’ingresso in una fase di instabilità strutturale, in cui le regole comuni non vincolano più i forti e la guerra torna a essere uno strumento ordinario di governo del mondo. Il monito di Macron non può che essere condiviso da chi ricerca libertà e democrazia in Europa. Il modello che promana dalla politica di Trump e dei sui sostenitori va colto nella sua pericolosa deriva ideologica che lo accomuna ai disegni neo- imperiali di Putin e di Xi Jinping. Gli autocrati ragionano secondo logiche di potere e mirano a spartirsi nuove aree di influenza, a discapito delle identità storiche e culturali degli altri popoli. Bisogna perciò avere il coraggio di smascherare la nuova idolatria del “potere sovrano”: non siamo semplicemente di fronte a una crisi dell’ordine internazionale liberale, ma a una riemersione di categorie pre-giuridiche, in cui il potere si autolegittima e la violenza diventa criterio ultimo di decisione. Riemergono così due matrici teoriche, la teoria del potere sovrano di Carl Schmitt e la dottrina geopolitica dello spazio vitale (Lebensraum), che non a caso hanno segnato i momenti bui dei totalitarismi del Novecento e del nazismo. Se dunque vogliamo evitare analoghe derive occorre raccogliere lo stesso appello, lanciato stavolta da un sociologo e un filosofo del diritto contemporaneo, Jürgen Habermas. Un suo saggio del novembre scorso offre una prospettiva illuminante: di fronte al ritorno della logica della forza e all’indebolimento delle alleanze tradizionali, l’Europa non può più limitarsi a subire le decisioni altrui e a confidare ancora nella protezione di altri attori globali. Deve “fare da sola”, assumendo la responsabilità politica proporzionata al proprio peso economico, demografico e culturale, perseguendo due obiettivi: la sicurezza comune e la difesa dell’ordine internazionale fondato sul diritto. Solo sviluppando una capacità autonoma di difesa e rafforzando le istituzioni multilaterali, l’Unione Europea potrà opporsi alla logica del più forte e alla competizione senza regole, preservando uno spazio internazionale in cui diritto, cooperazione e razionalità prevalgono sulla violenza e sull’arbitrio dei sovrani. In altre parole, l’Europa ha la possibilità di incarnare ancora un’alternativa alla politica fondata sulla forza, evitando che il sopruso, come a Melos, riguardi oggi l’intero ordine mondiale.

❌