La nozione di cittadinanza e l’approccio classista che manca oggi nell’analisi della società
di Federico Giusti
C’era un tempo in cui l’idea di cittadinanza si concretizzava in pratiche inclusive ampliando la partecipazione ai processi decisionali per costruire una democrazia diffusa, erano anche i tempi nei quali si parlava di scuole aperte alla cittadinanza e ben oltre l’orario canonico scolastico per incontrare e soddisfare i bisogni sociali di istruzione, socialità e di natura sportiva. Pensiamo alle scuole aperte di pomeriggio per attività di varia natura e immaginiamoci il beneficio in termini di inclusione sociale che ne deriverebbe.
Ma una scelta del genere avrebbe bisogno di scelte coraggiose come accrescere i finanziamenti al welfare, l’esatto contrario di quanto i governi succedutisi hanno fatto da 30 anni ad oggi.
Lo status di cittadinanza è divenuto invece strumento di esclusione sociale. È l’incipit di un libello di Lea Ypi, edito da Feltrinelli nella collana Idee, con il suggestivo e marxiano titolo “Confini di classe”.
Analizzando i contratti nazionali di lavoro ci imbatteremo in diritti essenzialmente individuali, ore di permesso, istituti contrattuali costruiti ad hoc, un CCNL dovrebbe invece offrire una visione di insieme delle problematiche offrendo spunto per rivendicazioni collettive tipo aumento delle materie oggetto di contrattazione.
L’esempio prettamente sindacale aiuta a comprendere come sia proprio la dimensione collettiva a far paura alla odierna società, via via hanno svilito tutti gli strumenti di partecipazione attiva e democratica iniziando dal sistema elettorale maggioritario che esclude minoranze anche cospicue dalla rappresentanza per non avere raggiunto e superato il quorum.
Ma per comprendere appieno lo strumento di esclusione occorre guardare alle norme in materia di immigrazione, a paesi nei quali si chiede al migrante il possesso di conoscenze estranee anche alle minoranze linguistiche presenti da sempre nel paese stesso.
Le politiche di cittadinanza da oltre trenta anni sono oggetto di controversie e divisioni anche se, in sostanza, le norme sono rimaste inalterate a conferma che esiste un ampio e diffuso consenso verso determinate logiche e principi guida, in caso contrario ci sarebbe stato almeno un Governo disponibile a modificare le leggi vigenti.
Lea Ypi è su questo punto categorica scrivendo
La democrazia…si trasforma via via in una forma di oligarchia attraverso cui una minoranza ricca controlla il potere politico appropriandosi dei mezzi per conquistarlo ed esercitarlo….anzichè essere lo strumento con cui mitigare gli eccessi dei mercati e affermare la priorità del processo decisionale democratico, la cittadinanza, quando viene comprata e venduta, si trasforma in una merce come tutte le altre, Lo Stato, anziché contribuire a domare il potere capitalista del mercato, si arrende al suo cospetto .
L’analisi sopra riportata giudica il ruolo dello Stato super partes, una entità tale da imporre correttivi e indirizzi al modo di produzione capitalistico e alle trasformazioni avvenute negli ultimi 40 anni. In realtà, il ridimensionamento del ruolo pubblico e il perimetro in cui si muove lo Stato stesso sono ben diversi da quello degli anni neokeynesiani, del resto i processi di privatizzazione, il ridimensionamento del welfare, lo sviluppo dei colossi imperialisti qualche processo di trasformazione dovevano pur produrlo. Se poi pensiamo ai rapporti di forza degli ultimi lustri si capisce che ridimensionando lo Stato a favore del mercato, le classi subalterne si sono trovate in condizioni di oggettiva debolezza subendo prima i processi neoliberisti poi quelli della globalizzazione. E se a pagare lo scotto di certe politiche sono sempre e solo gli Ultimi, chi più dei migranti potrebbe essere identificato come la classe sfruttata e subalterna per eccellenza?
Nella società capitalistica degli ultimi 30 anni si è fatta strada anche una visione conservatrice, retrograda e un po’ razzista trasformando le competenze linguistiche nel primo requisito da possedere per acquisire lo status di cittadino. Dietro a questo requisito di nasconde l’idea che in fondo la cultura del paese occidentale, la sua lingua, le norme che lo sorreggono siano decisamente superiori a quelle dei paesi di provenienza.
E mentre cresce l’analfabetismo, di ritorno e no, tra gli autoctoni, aumentano i giovani che non studiano e non lavorano, si impongono regole ferree ai futuri nuovi cittadini.
Ma chi sono i meritevoli di far parte della comunità politica? A questa domanda non si offrono risposte sufficientemente chiare, la crisi economica e sociale dei paesi occidentali con la riduzione del PIL e dell’offerta di lavoro, le guerre nel mondo, la crisi climatica sono tra le cause dei fenomeni immigratori che, aumentando nei numeri e nelle dimensioni, si sono portati dietro la mercificazione stessa della cittadinanza. Sono le democrazie occidentali a trovarsi in una situazione di crisi e con esse il capitalismo stesso che si sta liberando anche delle ultime parvenze liberal democratiche rafforzando, ad esempio, tutte le norme escludenti riferite allo status di cittadinanza.
Uno degli aspetti salienti della discussione, anche in seno al popolo, riguarda il fatto che senza conoscere una lingua non possa esistere effettiva integrazione, se diamo per scontato che certe barriere rappresentino un grande insormontabile ostacolo, l’idea di assicurare la cittadinanza ai più ricchi, a discapito dei poveri privi di mezzi materiali e di strumenti per acquisire in fretta certe competenze, rappresenta un segno involutivo della società danneggiando non solo il migrante ma anche l’autoctono delle classi subalterne a cui faranno credere che è tutta e sola colpa dei fenomeni immigratori se le sue condizioni di vita sono andate via via deteriorandosi.
Le norme attuali sulle politiche immigratorie hanno fatto arretrare l’intero corpo sociale spianando la strada a reiterate e nuove forme di razzismo e discriminazione. Il problema va quindi rovesciato rispetto al tradizionale approccio, si parta quindi dal come la società risponde alle contraddizioni via via emerse, ai nuovi bisogni e ragioniamo sul che fare. Se guardiamo alla sanità il nostro paese continua a spendere poco rispetto al PIL, ancor meno se il raffronto avviene con altri Stati della Ue o se guardiamo a quanto dovremmo spendere con una popolazione sempre più avanti negli anni. Ma complessivamente qual è il reale fabbisogno sociale in materia di spesa sanitaria?
Senza guardare alla composizione anagrafica, alle patologie emergenti, al funzionamento del servizio sanitario pubblico, alle politiche che favoriscono la sanità integrativa privata e la contrazione dei costi per il personale di quella pubblica, possiamo stabilire astrattamente il fabbisogno? Se decine di migliaia di cittadini risultano pendolari dal Sud e dalle isole verso il centro nord solo per ricevere le cure necessarie possiamo ritenerci immuni da responsabilità giudicando adeguate le politiche in materia di salute e sanità?
E se l’approccio ai servizi sociali è anche un problema di classe, è forse lecito
affrontare in termini caritatevoli o ideologici la complessa questione della cittadinanza?
Ovviamente no, basti ricordare che la cittadinanza mercificata ha visto paesi offrirla a chi era disposto a investimenti in quel paese, in tale caso non valevano le regole e le tempistiche valide erga omnes, se i criteri diventano selettivi e discriminanti vengono meno i principi di equità e giustizia.
Proviamo allora a trarre alcune conclusioni non definitive ma aperte a un ragionamento e a delle pratiche conseguenti
- La società capitalistica negli ultimi 50 anni ha acuito le differenze sociali e di classe, ha ristretto gli spazi di libertà e di democrazia, di partecipazione perché questi spazi hanno un costo economico che non possono più permettersi.
- Il ridimensionamento del pubblico e la ridefinizione del ruolo Statale sono frutto di questa crisi, lunga, sistemica e produce anche contraddizioni intestine alle classi venendo meno più di un punto di riferimento.
- Urge non farci imbrigliare dentro analisi culturali ed identitarie che sono piuttosto la risposta ideologica conservatrice a una crisi strutturale
- I fenomeni immigratori sono conseguenza di processi di ristrutturazione e dei processi evolutivi ed involutivi capitalistici, nei paesi occidentali si spende meno per il sociale in rapporto ai fabbisogni cresciuti e diversificatisi nel tempo.
- Il welfare state è in piena crisi e viene supportato da welfare aziendale e integrativi che finiscono con il delegittimarlo nel tempo erodendone spazi vitali e la stessa credibilità (ad esempio rinunciare ad accordi di secondo livello per favorire la sanità privata chiedendo aumenti contrattuali dignitosi e non sgravi fiscali che poi faranno mancare risorse allo stato sociale e ai servizi pubblici).
- Gli stati liberali hanno sostanzialmente fallito ove promettevano ricchezza e prosperità, equità sociale, la società del merito è la risposta ideologica e selettiva per giustificare la crescita delle disuguaglianze economiche e sociali che si portano dietro anche la contrazione degli spazi di libertà e di democrazia e l’imbarbarimento delle norme in materia di lavoro (precariato, sfruttamento, distretti industriali con orari disumani, condizioni di semi schiavitù riservate a migranti irregolari e ricattabili).
- I lavoratori poveri sono sempre più esclusi dai beni sociali di base, molti dei problemi che affrontano i migranti sono gli stessi degli autoctoni poveri, se cresce la povertà relativa ed assoluta anche le discriminazioni aumenteranno di pari passo.
- Il soggetto sindacale e politico dovrebbe ragionare in termini ricompositivi, interpretare la realtà politica prima di tutto senza poi scegliere scorciatoie elettoraliste e facili ripieghi.
- La crisi delle democrazie liberali tende a criminalizzare ogni elemento di dissenso, quando non ci sono soldi vengono anche meno le opportunità di gestione condivisa la via securitaria diventa la soluzione migliore con la creazione del nemico interno di turno a seconda della situazione. E si fanno strada processi involutivi come rimuovere ogni strumento di controllo sull’operato degli Esecutivi, oltre a disseminare nel corpo sociale i germi dell’odio e del razzismo come avviene negli Usa.
- La natura ideologica e classista con la quale si sviluppa il ragionamento in materia di immigrazione, welfare e condizione di vita è la classica risposta del dominante che cerca argomentazioni per sottrarsi alle proprie responsabilità, criminalizzando e responsabilizzando i subalterni facendo loro credere di essere la causa del problema per non essersi omologati ai modelli precostituiti
- La esclusione dai processi decisionali avviene anche sul fronte culturale con tanti autoctoni e migranti che oggi, per scarsa scolarizzazione e formazione, si trovano ai margini della società, subiranno con violenza i cambiamenti lavorativi, condannati a una esistenza precaria. La depauperizzazione della scuola pubblica è parte rilevante del problema come anche la sua militarizzazione crescente. Nella scuola pubblica, ad esempio, siamo in teoria tutti uguali, la integrazione avviene indistintamente per autoctoni e migranti, la necessità di piegare ad altre logiche l’istruzione è facilmente comprensibile, da qui la necessità di costruire una lettura e delle pratiche di classe che superino le tradizionali barriere etniche, culturali, comunitarie, di cittadinanza tradizionale visto che proprio la stessa idea di cittadinanza, come analizzava all’inizio Lea Ypi, è parte attiva del problema. Recuperiamo un approccio classista all’analisi della società e alla nostra stessa azione politica, sindacale e sociale, facciamolo prima che sia troppo tardi.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.




