Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org Dal suo insediamento, il governo Meloni ha avuto come “cavallo di battaglia” le accuse al Super Bonus110 realizzato dal governo Conte II. I suoi ministri, e parlamentari, in ogni dove, hanno accusato il Bonus di aver creato un gigantesco buco di Bilancio nei conti dello Stato. Il […]
“Hai visto ieri in il match? X ha steso Y! Lo ha proprio suonato a dovere come si meritava! Viva X!”
Due combattenti, un ring, scontro frontale e chi resta in piedi vince. Scontro fisico puro, un po di strategia e preparazione mentale per determinare chi sa colpire e resistere nel modo più efficace e giù botte! Non é difficile da capire.
Cambio di scena: due o più persone in poltrona, un argomento, ognuno parla e chi ottiene più applausi vince. Anche il “dialogo” mostrato in televisione tra diversi ospiti o tra ospite e conduttore é strutturato come un match, solo che si usano parole e argomenti al posto dei pugni: chi ha argomenti e parole più forti vinc… ehm… ehm… no… piano… un’attimo… QUI C’E’ UN EVIDENTE SALTO LOGICO!!
Da quando lo scopo del dialogo sarebbe quello di abbattere il nemico? O meglio: é normale considerare tutte le persone che non condividono le mie parole dei nemici? Si dialoga dicendo sempre no agli altri dialoganti (pardon: nemici)? E’lo scontro il fine ultimo del dialogo?
NO.L’accostamento dialogo-match é figlio di una visione del tutto riduttiva, semplicistica e parziale di ciò che un dialogo é veramente. Il dialogo é una pratica il cui fine é quello di avvicinarsi ad una verità partendo da molteplici punti di vista, utilizzando diversi processi logici: equiparare il dialogo ad un match significa negargli ogni capacità costruttiva in quanto il processo di analisi logica tra due o più “verità” viene sostituita da un approccio teatrale il cui scopo non é più giungere ad un’approssimazione del vero esterno agli attori coinvolti, bensì l’affermazione per sopraffazione di una delle “verità” rappresentate da questo o quell’attore.
Chi equipara il dialogo a un match compie un’operazione di relativismo puro affermando che ognuno abbia “una SUA verità” valida esattamente quanto la verità di chiunque altro e che non sia possibile avvicinarsi ad una verità unica e condivisa attraverso l’intelletto
(Secondo questo principio relativista l’idea che la Luna sia fatta di formaggio avrebbe lo stesso valore dell’idea che sia un corpo roccioso. Posto dinnanzi a simili esempi di cortocircuiti logici il relativista ha come sola reazione possibile il rifiuto totale da cui ne consegue il suo motto “ognuno ha le proprie idee e van tutte rispettate, ma chi pensa cose che secondo me non son giuste é un pazzo” – evidenziare che tale motto é illogico equivale a farsi tacciare per pazzi)
Così come la boxe, un dialogo può funzionare solo se le parti in gioco rispettano tre condizioni: il terreno di gioco, l’equilibrio e la correttezza tra le parti.
TERRENO DI GIOCO
Perché un dialogo possa portare a qualcosa é indispensabile che le diverse parti condividano lo stesso terreno di gioco ossia la realtà. Se una delle parti elude, piega o rifiuta la realtà accertata nessun dialogo é possibile. Ogni attore che prende parte al dialogo é portatore di una propria verità costruita da idee e opinioni che dovrebbero essersi formati su una conoscenza il più possibile esatta dell’argomento in questione. Chi rifiuta di adattare le proprie idee e opinioni dinnanzi ad una realtà evidente, dimostrata e riconosciuta, sta di fatto rifiutando la realtà stessa, impedendo ogni possibilità di dialogo.
EQUILIBRIO
In Italia il concetto di equilibrio riguardante il dialogo é inquinato dal linguaggio televisivo e dal concetto di “par condicio”, per cui quando si parla di dialogo equilibrato ciò vien solitamente ridotto al semplice concetto di “egual presenza”.
In realtà il concetto di equilibrio nel dialogo é legato al punto di contatto tra i due o più opponenti: persone di opinioni opposte su un dato argomento ma che hanno rispetto reciproco, intesa di linguaggio e sanno accogliere opinioni altrui potranno costruire un dialogo perché in equilibrio tra loro. La presenza di un punto d’equilibrio tra le parti é una condizione imprescindibile perché un dialogo possa cominciare e deve esistere precedentemente al dialogo stesso.
Nel paragone del match l’equilibrio é paragonabile al condividere o meno uno stesso set di regole: non si possono mettere su uno stesso ring il campione dei pesi massimi ed il più grande esperto al mondo di parole crociate, così come non ha senso il dialogo tra un biologo evoluzionista ed un creazionista puro (perché manca un punto di equilibrio tra i due ma anche perché in un eventuale dialogo il creazionista, rifiutando a prescindere le innumerevoli prove scientifiche che dimostrano l’evoluzionismo, rifiuta addirittura di condividere il terreno di gioco)
Mettere sullo stesso piano un affermato ricercatore storico con un complottista autodidatta che non ha alcuna prova a suo favore non può portare a nessun dialogo in quanto non v’é equilibrio culturale e perché il complottista, dando per scontato che il ricercatore “é uno di loro”, elimina pure quel minimo rispetto che può fungere da punto d’incontro minimo tra due parti opposte. Altri esempi possono essere il rimescolaggio dei linguaggi che avviene quando un politico vien messo a confronto con personaggi dello spettacolo che non hanno competenze reali sull’argomento in discussione (come si può dialogare di politiche economiche con pupazzi e soubrette o comprendere equilibri complessi discutendo con qualcuno che mette sullo stesso piano le decisioni strategiche di un ministro con il colore della cravatta che indossa?).
Se tra le parti non v’é un punto d’incontro queste non potranno costruir alcun Dialogo e procederanno solamente attraverso scontri improduttivi. Se una delle parti si rifiuta a prescindere di discutere la verità di chi ha di fronte elude da principio ogni possibilità costruttiva. L’equilibrio é una condizione che deve preesistere al dialogo.
CORRETTEZZA
All’interno di un dialogo la correttezza consiste in tutte quelle pratiche atte a mantenere e rinforzare l’equilibrio stabilito tra le parti (NB: mantenere o rinforzare tale equilibrio non esclude che le opinioni delle due parti divergano anche in maniera sostanziale).
Restando all’esempio pugilistico la correttezza equivale al rispetto dei divieti dello sport che le parti si son accordate di praticare (niente colpi sotto la cintola, niente dita negli occhi ecc.).
La rottura della correttezza causa la caduta di ogni equilibrio preesistente.
Se il dialogo avviene attraverso dei media vi é sempre il rischio che questo venga viziato dalla natura del media stesso (la ricerca dell’applauso in studio, le scenate teatrali e tutti gli strumenti atti ad oltrepassare la quarta parete non per comunicare al pubblico ma per comunicare attraverso il pubblico), andando ad ammazzare ogni equilibrio preesistente. Abusare della mediaticità per zittire un dialogo é di certo un colpo basso: l’esatto opposto della correttezza nel dialogo. Si vince mediaticamente ma non grazie alla bontà dei propri argomenti.
Altri casi sono quelli in cui una delle parti anziché rispondere con frasi di senso compiuto che esprimono concetti coerenti cerca di ottener ragione usando slogan evocativi e giravolte logiche che mascherano la mancanza di coerenza interna delle idee che propone con una coerenza apparente oppure, ancora più frequentemente, evitando di rispondere spostando l’attenzione su altri argomenti o ancora, operando un’azione di censura/filtraggio mentale riducendo problemi complessi in concetti banali e riduttivi.
C’é forse qualcosa di diverso tra un Renzi che parla per #hashtag ed un Salvini che fa da poster umano con le felpe? Come si può portar avanti un dialogo con chi é più interessato a trasmettere i propri slogan/meme/frame impattanti che affrontando le complessità esponendole per quel che sono veramente? Ridurre la complessità delle migrazioni e dei problemi economici del paese a dei banali meme #BastaEuro #SvoltaBuona #StopInvasione é il modo migliore per ammazzare il dialogo impedendo la possibilità di concordare degli obiettivi. (NB: lo slogan ci sta anche; il problema é quando si riduce il dialogo al solo slogan-totem indiscutibile)
Non ci si può nemmeno aspettare esca veramente qualcosa da un finto dialogo in cui domande e risposte sono sostituite da uno scambio di innocue battute che evitano di metter la carne sul fuoco: la paura di rompere i coglioni andando veramente a fondo dei problemi genera solo dialoghi intorpiditi in cui é proprio la teatralità di cui sopra ad accender l’attenzione e non l’esposizione di una verità più completa e comprensibile.
Non ci si può aspettare di veder dialogare chi, come strategia di marketing politico, pensa solo a contraddire sempre e comunque quel che dice il suo nemico facendo no con la testa o interrompendolo col solo scopo di teatralizzare e ridurre a scontro quello che dovrebbe essere un dialogo.
Filtrare attraverso i meccanismi dello showbusiness quello che dovrebbe essere un dialogo d’analisi sociale/economica/politica appiattendo il tutto ad un unico poutpourrì in cui a vincere é il Varietà.
Un poutpourrì imbastito infilandoci: l’argomento del giorno, un’inchiesta, una ragazza immagine, il siparietto comico, una hit parade (vedi sondaggi di Ballarò) e qualche momento di dialogo/polemica condito da colpi di teatro non é in fondo una versione aggiornata di Portobello?
“VINCERE” IL DIALOGO
Un dialogo ha senso se porta a qualcosa: se stabilisce punti d’incontro o di rottura o se evidenzia logicamente la bontà di un’idea o le sue fallacie. Il vincitore di un dialogo sono le sue conclusioni e solo di riflesso le persone che le hanno accettate/promosse. E’un risultato cui si arriva usando solamente strumenti logici e realtà.
VITTORIA TEATRALE vs. VALIDITA’ DELLE AFFERMAZIONI
Un dialogo scorretto e svincolato dalla realtà non porterà mai a nessuna vittoria/risultato/conclusione ma é purtroppo evidente che troppo spesso il sentire comune interpreta la vittoria teatrale come superiorità logica. E’ un vero e proprio caso di sostituzione di senso derivante da pigrizia logica: chi attua questa sostituzione (a meno che non sia in malafede) semplicemente non effettua alcuna analisi di quanto affermato dalle parti, limitandosi ad applaudire (teatralità) all’attore che riesce a sopraffare/zittire/imporsi con maggior teatralità sui suoi opponenti.
Ciò avviene perlopiù attraverso semplici trucchi comunicativi (vittimismo, utilizzo di luoghi comuni, puntare l’attenzione sulle parole anziché sui concetti che esprimono, alzare il tono della voce, lanciare frasi-meme/totem, evitare risposte scomode, identificare un nemico unico e tangibile, dare sempre torto all’altro, esprimere disappunto o sfottò con gesti e mimica facciale, sbeffeggiare il nemico, interrompere il nemico mentre parla, ribaltamento di significato, ecc) atti a coprire fallacie logiche (mancanza di dati a supporto delle proprie tesi, negazione della complessità, contraddizioni interne ecc).
La vittoria teatrale appaga la pancia dello spettatore che per diversi motivi non intraprende un analisi logica delle affermazioni dei diversi attori.
Su Youtube i video in cui qualcuno “distrugge”, “abbatte”, “asfalta” o “massacra” verbalmente qualcun’altro sono quasi un genere a sé: estratti di Talk Show e telegiornali, frasi singole separate dal contesto, interviste “censurate” con decine di migliaia di visualizzazioni e collage video. Tutti ruotanti attorno ad un perno di teatralità in cui il protagonista (l’eroe che sta nel giusto) riesce a sopraffare il nemico (che per contrapposizione é per forza sempre un vile che sta nel torto):
Ovviamente ci troviamo dinnanzi a selezioni partigiane operate da chi li diffonde a favore della parte scelta in cui prevale la suddivisione manichea del noi contro tutti ma che evidenzia un modo semplicistico di affrontare temi complessi.
Tra queste supposte “vittorie” si trova un po di tutto: spesso si rivelano semplici sopraffazioni verbali ottenute con cambi d’argomento e impatto teatrale, botta-e-risposta non argomentati da ambo le parti, “demolizioni” che esistono solo agli occhi di chi diffonde il video e qualche volta ci si trova anche dinnanzi a botta e risposta argomentati che tuttavia risentono dell’impostazione da match: se alla botta argomentata di X c’é una risposta argomentata di Y, anziché addentrarsi in queste argomentazioni, X, come in un match di scherma, di solito cambia argomento nel tentativo di colpire Y su altri fronti.
Matteo Salvini pubblica sul proprio canale Youtube un video con un estratto dalla trasmissione DiMartedì in cui parlano lui e la pedagoga Mariagrazia Contini. Nel video, intitolato -SALVINI ASFALTA PROFESSORESSA “DEMOCRATICA TERZOMONDISTA- si vanta di una propria “vittoria”:
Ora, nell’accogliere questa “vittoria” non possiamo non notare che fin dal titolo vien indicato che Salvini ha vinto lo scontro (definisce il video come appagante per i suoi followers); il suo nemico non é degno di un nome ma viene chiamato -professoressa “democratica” terzomondista- usando le virgolette come sberleffo; l’intervento del nemico viene tagliato quasi per intero (!) lasciandone solo la parte in cui dichiara che Salvini utilizza il senso comune per creare divisione, contrapposizione e nemici; Salvini, quando conscio d’esser mostrato al pubblico mentre il nemico parla, enfatizza espressioni facciali ironiche e fa “no” con la testa (stabilisce uno scontro); come risposta Salvini rigira la frittata ed anziché rispondere si vittimizza (!) dicendo che é il suo nemico che “odia chi non la pensa come lui e insegna da una cattedra” (meme “superiorità morale della sinistra” e meme “insegnanti di sinistra”), che “chi vien da sinistra pensa che il verbo sia solo a sinistra (anti-relativismo) e pensa che non sia come lui sia brutto, cattivo e arrogante (infantilismo) e allora io sono brutto, cattivo e arrogante (frase a effetto)” dopodiché attacca parlando del “nigeriano immigrato regolare che sta nella Lega” (sposta l’attenzione su argomento affine) per poi affondare dicendo che a lui piace l’immigrazione regolata mentre al suo nemico “che purtroppo ha il compito di educare” (di nuovo “insegnanti di sinistra”) piace l’immigrazione irregolare e sregolata (riduzione parziale e fuorviante della realtà) che porta all’anarchia (estremizzazione della riduzione precedente).
In un secondo taglio (!) vediamo solo la coda dell’intervento del nemico, che parlando di alcuni testi leghisti sui concetti di aggressività e razza applicabili ai rom conclude dicendo che é dalla Lega che provengono messaggi di odio. Salvini anche qui continua a gesticolare quando inquadrato e appena gli si da la parola preferisce non rispondere (!) atteggiandosi a moralmente superiore(OH THE IRONY) poiché “la polemica col nemico non gli interessa”.