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Treni in ritardo. Riflessioni sulla servitù volontaria

17 Giugno 2026 ore 09:00

Un mesetto fa è scoppiato un piccolo caso politico che, probabilmente molti hanno già dimenticato. Eppure merita attenzione, perché racconta molto bene il clima del nostro tempo.
Tutto nasce da una campagna pubblicitaria di Italia Viva comparsa nelle grandi stazioni ferroviarie italiane, in particolare Roma Termini e Milano Centrale. I manifesti utilizzavano una grafica volutamente ispirata ai manifesti del Ventennio fascista e giocavano sul celebre slogan nostalgico “Quando c’era lui”. Solo che qui il bersaglio era Giorgia Meloni.
Uno dei cartelloni recitava: “Quando c’era lei i treni arrivavano in ritardo”.
Un altro: “Quando c’era lei l’Italia era meno sicura”.
Il tono era chiaramente provocatorio, ironico, costruito per attirare attenzione e polemiche. Operazione discutibile? Probabilmente sì. Ma assolutamente dentro il normale conflitto propagandistico di una campagna politica.
La vicenda però prende una piega interessante quando emerge che
Grandi Stazioni Retail — la società che gestisce gli spazi pubblicitari nelle principali stazioni ferroviarie — avrebbe chiesto modifiche alla campagna per autorizzarne il rinnovo. Italia Viva parla immediatamente di censura e tira in ballo addirittura gli articoli 21 e 68 della Costituzione.
Naturalmente, nel giro di poche ore, arrivano smentite, precisazioni, retroscena, “fonti vicine”, ministeri che negano pressioni, società che rivendicano autonomia, partiti che gridano allo scandalo e giornali che si inseguono nella ricostruzione dei fatti.
Fin qui siamo dentro il consueto teatrino della politica italiana.
Ma la parte davvero interessante è un’altra.
Perché questa storia ci riporta improvvisamente a un testo del Cinquecento: il
Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. La domanda che si poneva La Boétie era semplice e terribile: come fa il potere a reggere così stabilmente, anche quando è odiato?
La sua risposta era che i governi non vivono soltanto di forza o repressione. Vivono soprattutto grazie alla collaborazione spontanea di una moltitudine di persone che, per convenienza, abitudine, paura o semplice conformismo, finiscono per servire il potere senza nemmeno bisogno di ordini espliciti.
Ed è esattamente il meccanismo che sembra intravedersi oggi.
Non c’è il gerarca che telefona ordinando di strappare i manifesti. Non c’è il prefetto che manda la polizia. Non c’è il ministero della propaganda. C’è qualcosa di molto più moderno. Ci sono dirigenti prudenti, apparati che “interpretano il clima”, società partecipate che vogliono evitare fastidi, uffici comunicazione che preferiscono prevenire problemi, funzionari che diventano, come si dice, “più realisti della regina”.
Ed è qui che la vicenda diventa quasi comica. Perché i manifesti volevano insinuare l’idea di una deriva autoritaria. E il sistema, nel tentativo di gestire la situazione, finisce per reagire esattamente nel modo che conferma quella narrazione. Se fosse una sceneggiatura cinematografica qualcuno direbbe che è troppo didascalica per essere credibile.
Naturalmente non è necessario simpatizzare per Renzi o per Italia Viva per cogliere il problema. La questione non è la qualità della campagna pubblicitaria. La questione è la rapidità con cui, dentro strutture pubbliche o semi-pubbliche, si attiva il riflesso della normalizzazione preventiva.
È questo il punto moderno della servitù volontaria.
Il potere contemporaneo spesso non ha nemmeno bisogno di censurare apertamente. Gli basta essere percepito. Gli basta suggerire un’atmosfera. Gli basta lasciare intuire quale sia il confine del fastidio tollerabile. Il resto lo fanno da soli funzionari, manager, intermediari, amministratori, responsabili marketing e professionisti della prudenza.
La Boétie lo aveva capito cinque secoli fa: la servitù più efficace è quella che non ha bisogno di essere imposta.
E allora forse la morale finale di questa piccola storia ferroviaria è semplice. I treni magari continueranno ad arrivare in ritardo. Ma la servitù volontaria, quella, in Italia riesce ancora a essere perfettamente puntuale.

Totò Caggese

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La memoria di ieri per le sfide di oggi. 25 anni dal G8 di Genova

16 Giugno 2026 ore 18:00

Vi sono avvenimenti che segnano uno spartiacque nella storia, sia che si parli di Storia con la “S” maiuscola che di storie personali. Per la generazione affacciatasi alla militanza nell’ondata del ‘68, fu sicuramente la strage di stato di piazza Fontana; per molti della mia generazione sono state le giornate del G8 a Genova nel luglio 2001. Non voglio certo paragonare i due fatti, che hanno avuto gravità, contesti e dinamiche completamente differenti, ma entrambi hanno decretato per tante persone il momento della “perdita dell’innocenza”. Ed è per questo che, sebbene siano passati venticinque anni, la memoria ardente di quelle giornate è ancora presente come cosa viva, come se fosse ieri. Ed è quindi importante parlarne e riflettere sebbene il mondo sia, nel frattempo, cambiato radicalmente, per tanti versi in peggio.

Per parlare di Genova occorre raccontare quel movimento transnazionale che fu chiamato “No global”, soprattutto dai media mainstream. Sebbene in modo sotterraneo esistesse già da un po’, assunse risonanza mondiale per la contestazione al vertice di Seattle del WTO (Organizzazione mondiale del commercio), alla fine di novembre del 1999, quando decine di migliaia di persone scesero nelle strade intenzionate a contestare e bloccare in tutti i modi possibili quell’incontro dei potenti della terra. Fra il rumore delle vetrine infrante e delle barricate contro la polizia, fra il gesto di chi aiutava ad alleviare gli effetti dei lacrimogeni e le parate irriverenti della clown army, un nuovo, potente e multiforme movimento internazionale si imponeva sulla scena per contestare i padroni del mondo. Da quel momento in poi, ovunque si svolgesse un forum degli organismi internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale, Ocse, Nato…) decine e a volte centinaia di migliaia di persone manifestavano e assediavano i luoghi fisici dei vertici.

Oltre alla sua diffusione in tutti i continenti, l’altra caratteristica importante di quel movimento fu la sua capacità di tenere assieme non tanto le idee, quanto le diverse pratiche di piazza. Infatti, con modalità diverse di volta in volta, per quasi due anni non vi fu quella devastante divisione fra “buoni” e “cattivi”, iattura di tante mobilitazioni, ma una pluralità di approcci che riuscivano a stare assieme: dalla clown army alla marcia pacifista, dal black bloc allo sciopero sindacale. Le istituzioni risposero con crescente violenza, fino ad arrivare al marzo 2001 quando le contestazioni al Global forum a Napoli terminarono con una mattanza di polizia in piazza Plebiscito e con le torture dei fermati portati nella caserma Raniero e al giugno 2001 a Goteborg, quando un poliziotto piantò tre pallottole nella schiena di un manifestante di 19 anni che solo per fortuna sopravvisse. Un anticipo chiaro di quello che sarebbe successo a luglio.

Il G8 di Genova doveva rappresentare, nella testa di tanti, il punto più alto di quel movimento e invece ne segnò la fine, assieme all’attentato alle Torri Gemelle nel settembre dello stesso anno.
Una delle cause fu che le tante anime che si ritrovarono nel Genoa Social Forum, la rete che organizzò il controvertice, di fatto riprodussero le vecchie logiche egemoniche e autoritarie degli apparati politici e sindacali, non facendo proprie quelle nuove forme di accordo e condivisione delle pratiche proprie del movimento antiglobalizzazione negli altri paesi.
Fu così che la violenza statale, dispiegata in tutta la sua ferocia, poté avere gioco facile nel dividere il movimento, nell’instillare dubbi e sospetti. Questo nonostante l’ordine di ingaggio delle “forze dell’ordine” fosse chiaro fin dalla mattina di venerdì 20 luglio: massacrare tutt* senza esitazioni. L’omicidio di Carlo Giuliani, i pestaggi selvaggi nelle strade, le torture di Bolzaneto, la mattanza alla scuola Diaz non furono “incidenti”, ma il frutto di una regia pianificata da tempo. Una lezione pratica della democrazia reale, più efficace di mille discorsi sovversivi. Nonostante questo, molte anime della sinistra pacifista e istituzionale continueranno negli anni a parlare di democrazia tradita.

Gli “Anarchici contro il G8”, cui facevano riferimento buona parte degli anarchici e delle anarchiche di lingua italiana che andarono a Genova, scelsero di fregarsene dell’assedio alla zona rossa dove si trovavano i Capi di Stato, manifestando invece a Sampierdarena, nella Genova proletaria, quella delle grandi lotte operaie.
Puntammo sullo sciopero generale, creammo comitati di sciopero in diverse città che diedero vita ad assemblee territoriali. Puntavamo sulla radicalità degli obiettivi e sul radicamento sociale. Sul numero di Umanità Nova che venne diffuso a Genova scrivevamo: “Le manifestazioni internazionali, come quella odierna di Genova, sono state e saranno importanti perché riescono a mettere in luce il carattere distruttivo, violento, irriformabile dei vari organismi sovranazionali, ma non possono rappresentare il punto centrale di un percorso che deve, necessariamente, svilupparsi altrove. La forza di questo movimento è nella capacità di coniugare radicalità e radicamento, agire e pensare localmente ed agire e pensare globalmente e non deve inaridirsi nella mera contestazione dei vertici dei potenti. Altrimenti si rischia di diventare una sorta di “tour operator” della contro globalizzazione, specializzati in viaggi in paesi esotici. Una specie di Camel trophy della sovversione, con tanto di emozioni già programmate. O, peggio, di fare da sponda di movimento ad un’esangue sinistra istituzionale a caccia di poltrone e di volti nuovi. Al Genoa Social Forum hanno preso parte politicanti di ogni risma bisognosi di legittimazione. (…)
Questo è un mondo che corre, corre sempre più in fretta, ed altrettanto in fretta macina esperienze, percorsi ed anche i movimenti sociali che non sanno sottrarsi allo spettacolo, alla logica folle che, mimando insensatamente le regole imposte dal marketing, consuma rapidamente, rendendola improvvisamente desueta, persino la capacità di critica, oltrepassamento, negazione dell’istituito. È una trappola da schivare, spiazzando l’avversario, moltiplicando la propria capacità di dissodare terreni nuovi, zone autonome, spazi liberi. Per superare le numerose empasse in cui rischia di bloccarsi occorre che il movimento sappia spargersi sul territorio come polvere, costruendo rapporti conflittuali che si alimentino della capacità di costruzione intenzionale di mondi altri, di relazioni altre, di vite altre. Ogni giorno, ovunque. La tensione ad un’azione radicale che sappia trarre linfa da un radicamento profondo, da una progettualità capace di innervare profondamente il presente, può essere il segno di un movimento rivoluzionario capace di costruire il proprio futuro nell’oggi. Come anarchici abbiamo cominciato, non senza difficoltà, a muoverci in questa direzione, l’unica capace di raccogliere le istanze più feconde di questi movimenti. Ma si può e si deve fare di più.”

Pensiamo che quelle parole siano più attuali che mai. La storia ha infatti reso chiaro che, solo dove sono nati movimenti ampi che sono riusciti a coniugare una forte presenza territoriale con il metodo dell’azione diretta di massa e non solo delle minoranze di militanti, governi e padroni hanno avuto paura.
La scelta di provare ad essere radicali e radicati è quindi per noi il lascito principale di quei giorni di luglio, una scommessa che si rinnova ogni giorno nelle lotte che promuoviamo ed attraversiamo. Un’azione costante di sottrazione conflittuale dall’istituito che si coniuga con la pratica dell’autogestione e della lotta quotidiana.

Un compagno che c’era

Per leggere e scaricare lo speciale di Umanità Nova uscito subito dopo il G8:
umanitanova.org/wp-content/uploads/2021/07/Le-tre-giornate-di-Genova.pdf

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La luna e il dito. Repressione e lavoro precario: un punto di vista antilavorista

16 Giugno 2026 ore 17:00

Repressione sociale
I vari decreti sicurezza ormai sono stati quasi tutti beatamente approvati e sono entrati a far parte dell’armamentario punitivo dello Stato: più sgomberi di centri sociali ed occupazioni abitative, una generica criminalizzazione di comportamenti banali, in cui non si capisce qual è il bene giuridico tutelato, più repressione delle pratiche di lotta sindacale conflittuale, etc…
Lo spostamento della repressione sul piano amministrativo comporta minori tutele processuali e pene pecuniarie esorbitanti, con l’effetto di dissuadere dalle lotte soprattutto chi non ha risorse: persone giovani e persone mosse dalla necessità, magari al di fuori di movimenti organizzati.
Negli ultimi mesi tantissima dell’attenzione del movimento è stata assorbita dalla protesta contro queste nuove norme, ma in che rapporto sta questa recrudescenza della repressione rispetto al quadro generale della società? Credo che non si tratti solo di un attacco al dissenso, e che lo scopo non sia solo silenziare le voci dissidenti: l’attacco delle autorità va ben oltre il campo delle idee e della militanza.
Mentre in Italia si approvavano i decreti sicurezza, negli Stati Uniti c’è stata la violenta impennata delle ronde anti-immigrati dell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement
, cfr. UN 20/2025 e 1/2026). Queste ronde hanno causato la deportazione di migliaia di persone di cui si è persa traccia e la detenzione in condizioni disumane di altrettante persone, tra cui bambin*, nonché l’esecuzione sommaria di due persone che si stavano opponendo alle ronde. Questa intensa attività anti-immigrat*, giustificata con la solita scusa della “legalità” e della “sicurezza”, e malcelatamente presentata come una “pulizia” etnica, in realtà ha un aspetto di classe da non trascurare. I rapimenti avvengono spesso presso luoghi di lavoro dove è probabile trovare lavoratr* immigrati, e quindi irregolari, come cantieri e ristoranti, ma anche fabbriche e centri logistici. Quindi, al di là della presentazione che ne dà il governo, questa operazione sembra più che altro un ennesimo pezzo della guerra ai poveri ed alla classe operaia. * lavoratr* immigrati, che già versavano in una condizione di vulnerabilità estrema, si trovano oggi ancor più alla mercé dei capricci di chi li impiega, che può minacciarli di scatenargli contro “la migra”. Le squadre dell’ICE (composte da balordi di estrema destra, pagati profumatamente dal governo, che somigliano sinistramente alle squadre fasciste incaricate di rompere gli scioperi e distruggere le organizzazioni operaie nel primo dopoguerra) in definitiva si pongono come braccio armato delle aziende e dei cosiddetti “datori di lavoro”, ma che sarebbe più corretto chiamare “prenditori di lavoro”: precarizzando radicalmente le vite di un’intera e vastissima categoria di persone, creano un “esercito di riserva” di potenziali sfruttat*, dispost* ad accettare qualsiasi condizione pur di spuntare un salario da fame. La guerra aperta agli immigrati in realtà non riconquista posti di lavoro per la working class bianca, grande promessa elettorale della destra, ma rende sempre più spietata la competizione tra lavoratr*, ormai sacrificabili assieme ai luoghi stessi di lavoro, inutili in un’economia sempre più finanziarizzata.
La repressione contro * migranti (in USA ed altrove) e l’escalation dei vari “decreti sicurezza” sono esempi di illegalità dell’essere (punire il ladro non il furto), di cui beneficiari finali e mandanti sono i padroni, i prenditori di lavoro, di tempo, di vita, di risorse, di soldi pubblici… Guardiamo il dito dei decreti sicurezza, ma oltre a questi c’è la luna dei rapporti di potere dentro la società.

Pressione economica
Con il venir meno della politica dei due blocchi i welfare state socialdemocratici sono stati smantellati sistematicamente, anche tramite la “concertazione” sindacale. Oggi, a valle di questo processo, non ci sono più contentini da dare alle categorie, il sistema è sempre più invivibile, lo stato non ha un ruolo di mediazione sociale, ma la società va resa obbediente e disciplinata, con qualsiasi mezzo: manganello nelle strade, divisione e controllo personalizzato nei luoghi di lavoro.
L’attività conflittuale del sindacato è al palo, criminalizzata, bloccata da mille vincoli al diritto di sciopero, impopolare tra le persone, dispersa in mire elettoralistiche, e soprattutto eclissata dai sindacati di stato che amministrano il potere concessogli dai padroni tramite il governo al disopra delle teste dei loro iscritti, in un processo di svendita irreversibile dei diritti. Tramonta anche la speranza di lottare per un lavoro migliore; e figurarsi parlare di autogestione o modelli di società diversa. Le uniche proposte di innovazione sembrano provenire da pulpiti tecnocratici ed incentrarsi sul benessere personale, il bilanciamento vita-lavoro, etc.
I luoghi di lavoro sotto il capitalismo sono sempre stati luoghi totali, di controllo del corpo umano e non, delle menti. Ma negli ultimi anni questo processo è stato violentemente accelerato, con l’uberizzazione del lavoro, l’autosfruttamento di giovani lavoratr* che non hanno idea dei propri diritti di base e sono forzati a competere tra di loro, la concentrazione delle imprese, la digitalizzazione e la virtualizzazione di tutto. Assistiamo alla perdita non dico della solidarietà di classe (figurarsi se internazionalista?), ma della solidarietà di base dentro i luoghi di lavoro. Regna la costante sensazione di non essere necessar*, che il posto possa venire delocalizzato, rubato dalla tecnologia o dagli immigrati, che i titoli di studio valgano sempre di meno e costino sempre di più… Non a caso la carriera militare può essere presentata come un’opzione vantaggiosissima, cosa che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa. Basti pensare al famoso “modello tedesco”, che offre benefit molto allettanti alle reclute, ma d’altronde negli Stati Uniti da sempre l’esercito, uno dei maggiori datori di lavoro, è l’unico canale tramite cui molti si possono permettere l’istruzione, la sanità, o semplicemente uno stipendio. D’altronde, la retorica della crisi permanente, utile per giustificare il dirottamento di miliardi alle consorterie di guerra e per reclutare a tappeto, crea una casta estremamente fedele al governo, un nuovo feudalesimo che in caso di crisi violenta sarà utilissimo in funzione reazionaria e di sostegno dello status quo.

Rigare dritto
Strette tra repressione, tagli al welfare e mondo del lavoro “malato”, siamo sempre più vulnerabili e dipendenti dal lavoro salariato. Immaginare alternative al modello dominante di produzione e consumo è quanto mai lontano dal regno delle possibilità. È difficilissimo anche avviare micro-attività imprenditoriali, in uno scenario dominato dalle grandi concentrazioni e dalle produzioni “standard”. Una bella ipocrisia, visto lo status di santi laici attribuito agli imprenditori…
Siamo quindi costrette ad accettare il lavoro, ed accettare il lavoro significa accettare la gerarchia, confermare le attuali condizioni di lavoro, “collaborare”, accettare che al proprio tempo di vita venga attribuito un valore monetario, e accettare il valore stesso del denaro.
La strategia della richiesta di posti di lavoro nuovi e della difesa di quelli esistenti, benché ovviamente giustificata dalla situazione materiale, ci mette di fronte al paradosso di affidarci ancora di più al sistema stesso che ci sta schiacciando. Difendere il lavoro passa spesso ormai anche attraverso la difesa di politiche per cui ci si trova a dover pagare per lavorare, per la propria formazione, per i DPI, per gli strumenti necessari al lavoro. E d’altronde bisogna stare anche molto attenti che non finiscano sul piatto della bilancia della contrattazione il lavoro emotivo, o altre caratteristiche “intangibili” del lavoro: quando si dice che il lavoro emotivo non è retribuito, un imprenditore intelligente potrebbe benissimo metterci sopra un cartellino con il prezzo. Le richieste di più posti di lavoro, o migliori condizioni, o migliori salari, anche se legittime, non escono comunque da una logica di sfruttamento. SI può immaginare di tendere ad un obiettivo che vada oltre questo modello di produzione / riproduzione? Ricordo ad esempio il percorso del collettivo di sex workers “Ombre Rosse”, che chiede il riconoscimento del lavoro sessuale come punto di inizio per emergere, ma non in ottica lavorista, riconoscendo che in ogni lavoro c’è sfruttamento.

Il lavoro che vorrei
Lavoro, travaglio, labour. La critica al lavoro salariato, capitalista, con il suo carico di alienazione, prodotti inutili e nocivi, lascia spazio ad una riflessione sul fare: anche in una società liberata dal lavoro salariato ci sarà da lavorare, anzi, ci sarà ancora più da fare! Spariranno i “Bullshit jobs”, come li chiama David Graeber, e dedicarsi all’attività comune sarà qualcosa che si farà in modo naturale e motivato. Proviamo a pensare ad un fare utile, autogestito (ma senza autosfruttamento), non gerarchico, emozionante, comunitario, volontario, generativo. La liberazione dal lavoro passa anche tramite l’abbattimento del consumismo: finchè la gente non smetterà di spendere, non smetterà di lavorare. Una società liberata dal commercio e dal surplus di merci vedrà una radicale riduzione dei consumi, la cura collettiva e messa in comune della maggior parte delle cose, il riuso, riciclo e riparazione.
Quando Luciano Bianciardi ha raccontato il precariato, la competizione sociale, l’alienazione del lavoro moderno, sicuramente l’ha fatto da una posizione di relativo privilegio e dal punto di vista dell’”Occidente” industrializzato. Ma le sue parole mi sembrano ancora molto calzanti.
Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha.” (Luciano Bianciardi, La vita agra.)

Julissa

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Non si canta per cantare. Note a margine di una polemica sull’arte “impegnata”

16 Giugno 2026 ore 14:00

“Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, con una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e apodittica su questioni internazionali (guerre, ecc.) perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico… ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Bruce Springsteen gli dica di essere contro l’amministrazione Trump? Non credo: è un ruolo che non mi sento di condividere”.

Sono parole pronunciate da Francesco De Gregori il 26 maggio scorso, nel corso di una conferenza stampa di presentazione di un ciclo di concerti. Il tono era, fino a quel momento, abbastanza disteso ma anche amareggiato: “saranno dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me, la cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma”.
Un altro giornalista ha insistito sul tema dell’impegno, De Gregori piccato ha rincarato la dose: “Sensibilizzo mio malgrado attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Non mi sento superiore a nessuno per poter insegnare che posizione prendere su Gaza o Israele o su l’Iran. Ho le idee confuse anche io (…) il mio pensiero non è totalitario, non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema: che titoli ha?”.

Il 13 gennaio del 1898 sul giornale francese Aurore apparve un lungo editoriale dal titolo J’Accuse…! Lo firmava uno scrittore considerato il più importante romanziere in attività, Émile Zola. Si apriva, con quell’articolo, uno dei più famosi casi della cultura moderna, volto a contestare violentemente la condanna ingiusta di un militare francese e, più in generale, un diffuso pregiudizio antisemita, un pregiudizio dal quale la stessa sinistra non era avulsa (a dirla tutta neppure i libertari). Ciò che però rendeva davvero memorabile ed esplosivo quell’articolo – oltre ovviamente alle argomentazioni ineccepibili ed al titolo geniale che rovesciava il concetto di accusa dal condannato ai suoi giudici – era proprio che fosse firmato da un artista e non da un giornalista, un avvocato, un uomo politico… insomma, non da uno specialista. C’erano stati certo notevoli precedenti, antichi come la società, di poeti, musicisti, pittori che avevano preso posizione in merito a questioni che non riguardavano strettamente il loro campo. Però in questo caso il mezzo di larga e rapida diffusione, la notorietà ed il carisma di Zola resero quella vicenda un punto di svolta: nasceva con quell’articolo la figura dell’intellettuale impegnato. Zola andò incontro a guai importanti: processo, condanna, esilio… e qualcuno sostiene che persino la sua tragica morte (avvelenato dal monossido di carbonio in una stanza chiusa) non sia né accidentale né slegata da quella vicenda.

La figura dell’artista impegnato, consapevole, del “compagno di strada” o dell’”utile idiota” (due definizioni invalse in ambito marxista-leninista) è senz’altro stata un asse portante di quella dicotomia che fa danzare assieme la politica della cultura con la cultura della politica. Nel novecento le forme di cultura di massa: letteratura popolare, fumetto, cinema e canzone hanno interagito sovente con la diffusione delle idee sociali, anzi a dirla tutta alcuni militanti si sono interessati di queste forme di comunicazione proprio perché particolarmente adatte a diffondere rapidamente dal basso idee e storie controcorrente. L’anarchismo, in particolare, è ben rappresentato dalle sue canzoni, al punto che uno degli organizzatori, militanti e rivoluzionari più famosi e amati della sua storia – Pietro Gori – è anche uno dei suoi massimi cantori: caso direi unico. La canzone è un mezzo di propaganda duttile e di immediato utilizzo, può essere improvvisata su un evento e cantata in poche ore, si impara rapidamente ed ogni ascoltatore può farsene a sua volta tramite. È particolarmente sfuggente alla censura: come fai ad imbavagliare tutta una folla che intona in coro un canto?

Figlia ibrida della scrittura poetica, della composizione musicale e del canto, la canzone – fra le forme della comunicazione popolare di larga diffusione – pur essendo stata protagonista dell’industria del disco e dell’intrattenimento di massa, ha conservato nel fondo una vocazione orale, trasmettendosi al di fuori di ogni controllo ed a dispetto di ogni commercio. Credo sia per queste ragioni che la canzone impegnata, la canzone di tematica sociale, la canzone politica sia la forma d’arte più legata alla storia del movimento operaio e rivoluzionario… anzi, potremmo dire che in molti casi taluni militanti si sono fatti cantori per propagare idee. Non ci vuole troppa preparazione o troppo talento per imparare quattro accordi di chitarra e raccontare in versi più o meno storti una rivolta… e non è affatto detto che questi quattro accordi e questa urgenza non generino una canzone bella altrettanto o ancor più di quelle scritte da professionisti del genere. La canzone sociale ha avuto anche i suoi eroi ed i suoi martiri come Joe Hill e Victor Jara.

Quando negli anni sessanta è sorto anche in Italia un fenomeno piuttosto diffuso di canzone d’autore, con musicisti-poeti che si facevano interpreti dei loro stessi canti, e quando negli anni settanta questo fenomeno è diventato preponderante, è stato del tutto ovvio che molti di essi – appartenendo ad una generazione per cui la partecipazione politica era centrale – portassero avanti, ognuno con la propria indole, questa fusione di poesia ed impegno. Talvolta magari anche schernendosi dal doversi assumere il peso del mondo e dei suoi disagi in ogni verso: non è un delitto di lesa coscienza di classe scrivere una canzone d’amore. Edoardo Bennato ha – potremmo dire – scritto il manifesto di questo chiamarsi fuori dall’obbligo dell’impegno con brani come Sono solo canzonette o Cantautore. Buffa contraddizione: più ci si vuol sottrarre alla strumentalizzazione, più si rischia di finire ostaggio del qualunquismo, che dei pensieri politici è uno dei più rigidi e reazionari. “A canzoni non si fan rivoluzioni” potrà sgolarsi a ripetere Guccini, ma si potrà anche notare come, dalla presa della Bastiglia in poi, non esiste grande rivoluzione e spesso anche piccola rivolta che non abbia prodotto i suoi canti. A mio gusto i più bei canti, i più necessari.

Francesco De Gregori è un cantautore di straordinario talento e longevità, nato artisticamente nel Folk studio, un locale romano fortemente caratterizzato dai simboli della sinistra rivoluzionaria (pare che lì ogni serata iniziasse al suono dell’Internazionale). Giovane chitarrista di quel monumento del canto sociale (ed anarchico in particolare) che fu Caterina Bueno, alla quale anni dopo ha dedicato la bellissima Caterina. Conoscitore ed amante del repertorio popolare e di lotta, al punto di essere tornato nella maturità su quel repertorio con un disco ed una tournée di grande successo Il fischio del vapore in duo con Giovanna Marini. Ha anche disseminato le sue canzoni di ogni tempo di riferimenti abbastanza trasparenti alle lotte sociali, all’emigrazione, alle guerre: L’abbigliamento di un fuochista, Generale, Pablo, L’impiccato… e quella frase di sapore quasi brechtiano: Tu da che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti, rubando? scritta in un’epoca nella quale il disimpegno era diventato la norma.

D’altronde De Gregori è stato anche un propugnatore accanito del diritto all’ambiguità del linguaggio, alla sua scarsa trasparenza, ad una tetragona indipendenza dell’artista da ogni condizionamento. Questa convinzione lo ha portato ad essere la vittima di uno degli episodi più famigerati della storia della canzone italiana: il 2 aprile 1976, nel corso di un concerto a Milano, fu prelevato da un gruppo di militanti dell’autonomia operaia dal suo camerino e (pare anche sotto la minaccia di una pistola) costretto a subire un processo popolare sul palco, nel quale lo si accusava di essersi arricchito (il disco Rimmel dell’anno precedente era stato un enorme successo), di non scrivere canzoni abbastanza militanti e lo si invitava al suicidio (addirittura!). Quella fu senz’altro un’azione molto stupida e grezza, per fortuna finita senza drammi. Ma anche uno strano miscuglio di brutalità e di fiducia nelle possibilità dell’arte. Persone ingenuamente convinte che le canzoni potessero influenzare la storia, inceppare il potere, fermare le guerre, sospendere le condanne a morte. Oggi invece sappiamo che è tutto inutile e possiamo cantare tutto ciò che vogliamo, tanto nessuno ne sarà disturbato: anche le canzoni di rivolta più belle si perdono in un rumore di fondo inconsistente e caduco. Secondo me, in fondo in fondo, anche de Gregori, nonostante il processo, si divertiva più prima.

Alessio Lega

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Instabilità internazionale. Iran, Israele e la crisi dell’ordine americano

16 Giugno 2026 ore 11:00

L’ennesima guerra che incendia il Medio Oriente rischia di essere raccontata come uno scontro locale tra Stati rivali. In realtà ciò che sta accadendo può essere compreso soltanto collocandolo all’interno della crisi dell’ordine internazionale, costruito dagli Stati Uniti, e della difficile transizione verso nuovi equilibri globali.

Per oltre quarant’anni il dominio statunitense si è fondato su una combinazione di superiorità militare, centralità finanziaria e controllo dei flussi commerciali mondiali. Oggi questo modello mostra segni evidenti di crisi. L’ascesa della Cina e di altre economie asiatiche mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di mantenere la centralità del dollaro e del proprio mercato finanziario, come punto di riferimento obbligato dell’economia globale.

In questo contesto il controllo delle risorse energetiche assume un significato che va ben oltre il semplice approvvigionamento. Gli Stati Uniti non hanno bisogno del petrolio mediorientale come in passato, ma continuano ad avere interesse a controllare i flussi energetici da cui dipendono i loro competitori e i loro alleati. La vicenda venezuelana, il conflitto ucraino e la tensione con l’Iran possono essere letti come episodi differenti di una competizione globale per il controllo delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.

L’Iran occupa una posizione decisiva. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale di petrolio. Per questo motivo il confronto con Teheran assume una rilevanza che supera ampiamente la dimensione regionale. Israele, alleato fondamentale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, persegue inoltre una propria agenda strategica volta a consolidare la propria egemonia regionale, a praticare la pulizia etnica dei territori palestinesi e a eliminare i principali competitori dell’area.

Tuttavia il progetto incontra ostacoli significativi. L’apparato statale iraniano ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative di molti osservatori, e la minaccia di una limitazione del traffico nello stretto di Hormuz colpirebbe non soltanto le economie asiatiche ma anche numerosi alleati degli Stati Uniti.

La situazione va però letta all’interno di una trasformazione ancora più profonda. Come osservava Giovanni Arrighi in ‘Adam Smith a Pechino’, l’ascesa della Cina non mette in discussione soltanto la distribuzione della ricchezza mondiale, ma anche l’idea, radicata nelle classi dirigenti occidentali, che il centro dell’economia mondiale debba necessariamente coincidere con l’Occidente. Dietro la resistenza americana al declino relativo della propria egemonia non vi sono soltanto interessi economici e strategici, ma anche una lunga tradizione di superiorità culturale, politica e storicamente coloniale.

La crisi attuale si intreccia inoltre con la crisi ecologica e con i limiti materiali della crescita. L’integrazione di miliardi di persone nel mercato mondiale ha generato una domanda crescente di energia, materie prime e consumi. La Cina investe massicciamente nelle energie rinnovabili ma continua ad avere un fabbisogno energetico enorme; gli Stati Uniti puntano su infrastrutture digitali e data center che richiedono quantità crescenti di energia e acqua. La competizione per le risorse è destinata ad aumentare.

In questo scenario emerge una contraddizione sempre più evidente tra capitale e territorio. Il capitale finanziario globale continua a utilizzare gli Stati Uniti come piattaforma privilegiata, ma non coincide più necessariamente con gli interessi di lungo periodo della società americana. Si assiste così a un progressivo disaccoppiamento tra la logica dell’accumulazione finanziaria e quella della potenza statale.

La guerra contro l’Iran non appare dunque come il segno della forza incontrastata dell’impero americano, ma come una manifestazione delle sue difficoltà. La vecchia potenza non è più in grado di governare il sistema come in passato, mentre nessuna nuova potenza possiede ancora la capacità di costruire un ordine stabile. Il risultato è una crescente instabilità internazionale.

Per noi è evidente che non esistono fronti da sostenere in questa contesa. Non vi è nulla da guadagnare scegliendo tra l’imperialismo statunitense e quello delle potenze emergenti, tra il nazionalismo israeliano e l’autoritarismo iraniano. A pagare il prezzo di questa competizione sono sempre le popolazioni coinvolte.

L’instabilità che attraversa il Mediterraneo orientale e l’Asia occidentale non nasce dalla follia di qualche leader: nasce dalla crisi di un ordine mondiale che non riesce più a garantire i meccanismi di accumulazione che lo hanno sostenuto per decenni. In questo scenario non esistono guerre giuste, né imperialismi progressivi. Esistono popolazioni trascinate in conflitti che non hanno scelto e classi dirigenti che cercano di scaricare sulla guerra il prezzo della propria crisi. Per questo l’internazionalismo libertario non consiste nello scegliere quale potenza debba prevalere, ma nel costruire ovunque opposizione alla guerra, agli Stati e al sistema economico che la produce.

Stefano Capello

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Fragole e sangue. Padroni assassini

16 Giugno 2026 ore 09:00

Il primo giugno ad Amendolara, paese dell’alta Calabria, si è consumata una strage di immigrati: quattro giovani vite di braccianti sono state arse vive dentro un’auto, per mano di altri immigrati che svolgevano la loro sporca e infame funzione di caporalato.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Waseem Khan. Lavoravano nella raccolta delle fragole.
La notizia, data l’efferatezza della barbarie messa in atto, è subito salita, come si suol dire, all’onor di cronaca ed ecco immediatamente venir fuori gli ipocriti piagnistei dei pennivendoli di mestiere, nonché le ipocrite dichiarazioni dei politicanti di maggioranza, di opposizione e dei cosiddetti bonzi sindacali, tutti pronti a gridare e a scrivere “mai più”, “basta stragi di questa natura”. Lacrime di coccodrillo.

Tutti sanno come non solo il territorio nord della Calabria, che va dalla Sibaritide al Metapontino, ma anche altri territori del sud della Calabria (ad es. la tendopoli di San Ferdinando), nonché altri territori ancora, soprattutto dell’Italia meridionale, siano infestati dalla sotto-mafia del cosiddetto caporalato. Una pratica, quest’ultima, spregevole, infame, però non solo tollerata ma addirittura voluta e protetta da una miriade di aziende che pensano in tal modo di tenere meglio ricattati e soggiogati i lavoratori immigrati.
Tutti sanno come gli immigrati vengono ricattati e costretti a logiche di super sfruttamento, a paghe da fame, a vivere e dormire in tuguri, ammassati in dieci, quindici persone in uno spazio di pochissimi metri quadri. Lo sanno i padroni, lo sa il governo, lo sa l’opposizione, lo sanno i bonzi sindacali. Lo sanno ma fanno finta di non saperlo, fino a quando la tragedia non scoppia.
Anzi, non solo le forze politiche istituzionali ma anche non pochi, fra la cosiddetta gente comune, nello sproloquiare sulla sicurezza con rigurgiti a sfondo razzista, sembra che si dilettino nell’indicare gli immigrati come potenziale di delinquenza; c’è chi lo fa in maniera blanda, sottovoce, con savoir faire e chi invece lo fa col megafono in maniera brutale. Il governo, intanto, in cerca di consensi elettorali vara leggi e leggi sempre più repressive, che però guarda caso non vanno a colpire i padroni, il caporalato, bensì coloro che dissentono, coloro che contro padroni e caporalato lottano.
Dal canto loro, l’opposizione istituzionale e i bonzi sindacali, invece, pur sempre in cerca di consensi elettorali ma in opposta sponda, manifestano a parole dissenso contro la logica autoritaria dei governanti, ma intanto lasciano fare.
Insomma, mentre il teatrino istituzionale procede nella propria strada, gli effetti nel mondo reale continuano a produrre la cancrena di sempre: guerre fra poveri, sfruttamento fra le classi lavoratrici e guerre imperialiste nel mondo, in senso lato.

Il 6 giugno, ad Amendolara, un corteo promosso dalla Cgil ha attraversato le vie del paese confluendo in una piazza centrale. Un corteo di alcune migliaia di lavoratori, provenienti soprattutto dalla Calabria e altre regioni meridionali dell’Italia, per dire no al caporalato, per dire no all’atto selvaggio perpetrato da due immigrati caporali che ha tolto la vita a tre braccianti afgani e ad uno pachistano. Quattro giovani vite barbaramente stroncate che per essere considerate semplicemente vite umane hanno dovuto cessare di esistere, altrimenti da vive, stando alle etichette che il linguaggio del potere affibbia a tutti gli immigrati in senso spregiativo, di sicuro sarebbero state considerate semplicemente vite di clandestini, di irregolari, di potenziali delinquenti. Sarebbe ora che gli stati ed i governi con le loro maggioranze e opposizioni, bonzi sindacali, tutti succubi dei padroni, la smettessero con l’ipocrisia ed assumessero le proprie responsabilità nell’aver costruito un mondo di oppressi ed oppressori, di sfruttati e sfruttatori, un mondo in cui ogni giorno si hanno morti sui luoghi di lavoro, un mondo di lavoratori sottopagati (e non solo tra gli immigrati).
Ma considerato come ben ci sguazzano in questo loro sporco mondo, se aspettiamo che lo facciano… il proverbio dice “campa cavallo che l’erba cresce”. Perciò, mai come oggi occorre far ripartire le lotte dal basso nei luoghi di lavoro, nel territorio, nelle piazze. Lotte non mediate da burocrazie sindacali o da chicchessia. Lotte di azione diretta, autogestite ed autogestionarie. Lotte protese ad iniziare a costruire, già nel qui ed ora, un nuovo mondo fondato sulla libertà. Un mondo che la faccia finita con i padroni e gli stati, con l’oppressione e le guerre.

D. Liguori

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Perché la civiltà ci rende infelici? | Freud e il disagio di essere umani

8 Giugno 2026 ore 06:40
La civiltà ci protegge oppure ci reprime?Le regole che rendono possibile la convivenza umana sono anche la causa del nostro disagio?E perché, nonostante il progresso, la guerra, la violenza e l’aggressività continuano a riemergere nella storia? In questa Scorribanda filosofica affrontiamo la visione freudiana della civiltà attraverso alcuni concetti fondamentali: il complesso di Edipo, il […]

Freud e lo scandalo del desiderio

2 Giugno 2026 ore 08:46
Davvero Freud scandalizzò il Novecento semplicemente parlando di sesso?In realtà il problema era molto più profondo. Freud mette in crisi l’idea rassicurante di un essere umano pienamente razionale, innocente e padrone di sé stesso.E lo fa introducendo temi allora esplosivi: sessualità infantile, desiderio inconscio, pulsioni, rimozione, complesso di Edipo. 🎬 Premiere01/06/2026👉https://youtu.be/7JikJb2gDvA In questa Scorribanda filosofica […]

Freud e il caso Dora

25 Maggio 2026 ore 19:14
Quando il sintomo comincia a parlare Per Freud il sintomo non è mai qualcosa di puramente casuale.Dietro una paura, un blocco, un’ossessione o un disturbo del corpo può nascondersi un conflitto inconscio che cerca di esprimersi. In questa Scorribanda filosofica analizziamo uno dei casi clinici più celebri della storia della psicoanalisi: il caso Dora. Attraverso […]

Ossessioni securitarie e repressione. Il nuovo documento antiterrorismo della Casa Bianca

2 Giugno 2026 ore 14:00

A fine maggio la Casa Bianca ha diffuso il nuovo United States Counterterrorism Strategy 2026, il documento con cui l’amministrazione statunitense definisce priorità, obiettivi e strumenti della propria politica di contrasto al terrorismo. Non è una nota tecnica per addetti ai lavori. È il testo con cui Washington dichiara quali minacce considera prioritarie e quale idea di sicurezza intende affermare dentro e fuori i propri confini.

Sono sedici pagine dense di indicazioni operative e di visione politica. Si parla di cartelli della droga, jihadismo internazionale, controllo delle frontiere, cyber-operazioni, Medio Oriente e America Latina.  Ma dentro questo testo compare anche qualcosa che merita particolare attenzione, perché riguarda direttamente il terreno del conflitto politico e sociale.

Tra le principali minacce terroristiche contro gli Stati Uniti vengono infatti indicati anche i “Violent Left-Wing Extremists, including Anarchists and Anti-Fascists”. Il documento si sofferma sul tema in modo esplicito, indicando, tra le priorità strategiche, l’identificazione e la neutralizzazione di gruppi politici definiti anti-americani, radicalmente pro-transgender e anarchici.

Vale la pena soffermarsi su queste righe. Non si tratta di una dichiarazione estemporanea né di uno slogan da comizio. Si tratta di un documento ufficiale di sicurezza nazionale. Ed è proprio questo a renderlo politicamente rilevante.

Perché quando una potenza come gli Stati Uniti inserisce esplicitamente anarchici e antifascisti dentro il perimetro della lotta al terrorismo non siamo soltanto di fronte a una scelta lessicale. Siamo davanti a un segnale politico preciso, che parla agli apparati di intelligence, alle forze di polizia, agli alleati internazionali e ai governi occidentali. Un segnale che si colloca dentro un clima più ampio, in cui il dissenso sociale e politico viene trattato sempre più spesso come una questione di ordine pubblico e sicurezza.

 

Quando il nemico politico diventa una questione di sicurezza

La storia dello Stato moderno è anche la storia della costruzione del “nemico interno”. Cambiano i tempi, i governi, i nomi. Ma il meccanismo ritorna. Di volta in volta è stato il sovversivo, il bolscevico, lo straniero indesiderabile, l’anarchico, il terrorista. Figure diverse, ricondotte però a una stessa funzione politica: indicare chi viene percepito come estraneo all’ordine e presentarlo come minaccia collettiva.

Negli ultimi venticinque anni questo processo si è concentrato soprattutto attorno alla parola “terrorismo”. Dopo l’11 settembre quella categoria ha assunto un peso enorme nel lessico politico e giuridico occidentale. In suo nome sono state approvate leggi speciali, ampliati i poteri di sorveglianza, rafforzati gli apparati di intelligence. Misure nate come eccezionali sono diventate ordinarie.

Oggi quel paradigma sembra allargarsi ancora.

Nel documento della Casa Bianca non si parla soltanto di reti jihadiste o organizzazioni armate transnazionali. Compare qualcosa di ulteriore: il conflitto sociale entra esplicitamente nel linguaggio della sicurezza nazionale. L’anarchismo, l’antifascismo militante e più in generale la radicalità politica vengono nominati come elementi di una minaccia da monitorare e neutralizzare.

Non è soltanto un passaggio lessicale. È un passaggio politico.

Quando il dissenso viene letto attraverso la categoria della sicurezza smette di essere percepito come espressione di conflitto sociale o opposizione politica e viene ricollocato dentro il campo dell’emergenza. Non più avversario politico, ma possibile fattore di destabilizzazione.

Ed è proprio qui che il confine si fa sottile. Dove finisce la repressione di comportamenti violenti e dove comincia la gestione securitaria del dissenso? È una domanda che riguarda gli Stati Uniti, ma parla molto da vicino anche all’Europa di oggi.

 

Dall’America all’Europa: lessici diversi, stessa direzione

Sarebbe troppo semplice immaginare un passaggio diretto dagli Stati Uniti all’Europa. I contesti politici sono diversi, come diverse sono le tradizioni giuridiche e istituzionali. Eppure, osservando il quadro complessivo, una tendenza comune emerge con chiarezza.

Negli Stati Uniti il linguaggio è quello della counterterrorism strategy. In Europa il vocabolario cambia: sicurezza pubblica, controllo delle frontiere, ordine urbano, contrasto all’estremismo. Le parole sono diverse, ma spesso la direzione politica appare la stessa.

Il dissenso sociale e politico viene trattato sempre meno come parte fisiologica del conflitto democratico e sempre più come questione di sicurezza. Mobilitazioni, picchetti, occupazioni e proteste vengono sottratti al terreno del confronto politico per essere ricondotti a quello dell’ordine pubblico o dell’emergenza.

Il conflitto smette così di essere letto per ciò che esprime — una frattura sociale, una rivendicazione, un bisogno — e viene tradotto nel linguaggio del rischio da contenere.

È in questo slittamento che il conflitto viene progressivamente depoliticizzato. Non lo si affronta più sul terreno sociale o politico, ma attraverso il diritto penale, gli apparati di polizia, la sorveglianza preventiva.

Il risultato è che ciò che dovrebbe aprire uno spazio di discussione viene sempre più spesso trattato come un problema di sicurezza. E il dissenso, da espressione di conflitto, diventa fattore di disordine e oggetto di controllo.

 

Il caso italiano

In Italia questo processo non nasce oggi. Ha radici profonde, ma negli ultimi anni ha trovato nuova accelerazione e nuova legittimazione politica.

Il lessico dei cosiddetti “decreti sicurezza” ha spostato progressivamente il baricentro del discorso pubblico: ciò che un tempo veniva letto sul terreno sociale o politico viene sempre più spesso tradotto in termini di sicurezza, ordine pubblico, emergenza. Il conflitto finisce così per essere raccontato non per ciò che esprime — rivendicazione, opposizione, resistenza — ma per il disturbo che produce rispetto all’ordine esistente.

Non riguarda un solo movimento. Il fenomeno è più ampio e coinvolge realtà molto diverse tra loro: migrazioni, occupazioni abitative, conflitti territoriali, picchetti operai, mobilitazioni ecologiste, reti di solidarietà.

Il punto non è soltanto l’inasprimento delle sanzioni o la repressione di singoli comportamenti. C’è qualcosa di più profondo: la costruzione di una cultura politica dell’ordine in cui chi interrompe la normalità sociale viene facilmente trasformato in problema di sicurezza.

Così il dissenso smette di apparire come espressione di un conflitto reale e viene raccontato come minaccia collettiva. Non più voce scomoda nello spazio pubblico, ma elemento da contenere, isolare, prevenire. Ed è in questo slittamento — spesso graduale, quasi impercettibile — che si misura uno dei cambiamenti politici più evidenti di questi anni.

 

Una convergenza politica che viene da lontano

Sarebbe eccessivo parlare di una regia unica. Ma è difficile non vedere, tra Stati Uniti ed Europa, una convergenza politica e culturale sempre più evidente.

Cambiano i governi, i sistemi istituzionali, i lessici. Ma il quadro generale presenta tratti comuni. La sicurezza diventa terreno privilegiato della costruzione del consenso. L’ordine viene contrapposto al conflitto, la stabilità al dissenso, il controllo alla libertà di movimento e di organizzazione. Tutto ciò che eccede il perimetro della normalità governabile tende a essere ricondotto al linguaggio della minaccia.

Su questo terreno la destra contemporanea ha costruito una parte importante della propria egemonia. Promette protezione, ma spesso produce controllo. Invoca sicurezza, ma finisce per restringere lo spazio del conflitto legittimo e allargare quello della sorveglianza. Non reprime soltanto comportamenti: ridefinisce ciò che può essere percepito come pericoloso.

Per il movimento anarchico tutto questo ha qualcosa di profondamente familiare.

Negli Stati Uniti la criminalizzazione dell’anarchismo non è una novità. La storia americana l’ha già conosciuta: dopo Haymarket, durante le Palmer Raids del 1919-1920, nel clima politico e giudiziario che accompagnò il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Ogni volta il meccanismo si ripresenta con forme diverse ma secondo una dinamica riconoscibile: si costruisce un’emergenza, si rafforzano gli strumenti repressivi, si amplia il perimetro del bersaglio.

E quel perimetro raramente resta confinato ai primi colpiti.

È questa la lezione che la storia continua a consegnarci. Quando il dissenso viene trasformato in questione di sicurezza non è in gioco soltanto il destino di una minoranza politica. Si restringe, poco alla volta, lo spazio di libertà di tutte e tutti.

Per questo leggere oggi con attenzione un documento come lo United States Counterterrorism Strategy 2026 non significa soffermarsi su un dettaglio della politica americana. Significa osservare una tendenza più ampia del nostro presente. Perché ciò che oggi viene nominato come minaccia può diventare domani il confine della libertà di tutte e tutti.

Totò Caggese

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L’inquietudine dell’immaginario di Pietro Bianchi

29 Maggio 2026 ore 05:52

A lle immagini la filosofia attribuisce, fin quasi dai suoi inizi, una forza ragguardevole e controversa: schermo, esca, apparenza, inganno, qualcosa la cui realtà consiste nel farci mancare quello che realtà è per davvero. Per i tipi di Orthotes appare il volume L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo (2026). L’autore è Pietro Bianchi, critico cinematografico e teorico del cinema, attivo nell’Università della Florida. Bianchi colloca la sua interrogazione di immaginario e sguardo al crocevia di filosofia, cinema e teoria psicoanalitica lacaniana. In questo modo non soltanto tocca snodi fondamentali dei discorsi di cui si serve, ma interviene anche su un nervo scoperto del presente. L’immagine sembra rappresentare infatti nuovamente un’inquietudine per la vita pubblica. La preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né referenti reali. Che cosa ci offrono il cinema e il pensiero per orientarci nel campo del vedere e nei suoi mutamenti?

Il volume inquadra fin dall’inizio e giustamente la questione nei termini del mutamento storico e tecnologico, termini che rimangono peraltro decisivi fino alle conclusioni. È possibile ragionare sui temi dello sguardo, dell’immaginario, della visione, dell’immagine, dell’immaginazione come di campi e facoltà astratte ed essenzialmente astoriche, come di puri eventi e regioni mentali; così come è possibile aggiungere a questi oggetti, occasionalmente, qualche merletto culturale, per esempio come quando affermiamo che il linguaggio si sedimenta e influisce sulle percezioni (uno di quei tipici motti midcult certamente veri ma non per questo conclusivi). Al contrario, Bianchi non si limita all’idea che tecnologia e cultura materiali generano prodotti e linguaggi che finiscono per dirigere gli apparati percettivi. La posta in gioco è piuttosto l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo.

Assumendo questa prospettiva, i modi in cui si articola la visione in un determinato mondo cessano di rappresentare l’incrostatura di una facoltà mentale; e possono essere interrogati invece come le cifre più proprie della visione in quel determinato mondo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre, eccetera.

Questo approccio all’oggetto di indagine permette di metterne a fuoco tanto le caratteristiche salienti quanto, e altrettanto essenzialmente, le tendenze di sviluppo. Permette cioè di rispondere a due domande contemporaneamente: cos’è la visione? Come si sta trasformando? E lo fa includendo la possibilità che quello che oggi chiamiamo visione e sguardo forse diventerà un giorno se non del tutto almeno in parte irriconoscibile per animali che tuttavia condividono la nostra anatomia e la nostra tradizione. Detto altrimenti, per sottolineare un’altra peculiarità metodologica, assumere questo approccio significa includere di principio che vi sia un’irriconoscibilità possibile nell’oggetto di indagine, cioè che l’oggetto di indagine custodisca un’inquietudine che gli è propria e può essere analizzata.

La posta in gioco è l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre, eccetera.
Questo potenziale di irriconoscibilità interno alla visione non si dà tuttavia soltanto fra umani possibili, differenti e distanti nel tempo e nello spazio; ma anche nello stesso sguardo della stessa persona. Per un verso, infatti, alla vista si imputa l’autorevolezza di un rapporto al mondo distaccato, non in balia delle preferenze individuali, oggettivo, veridico. Per l’altro, nel campo della visione si collocano anche l’illusione e l’allucinazione: un rapporto al mondo troppo individuale, soggettivo, non più verificabile da secondi o da terzi. Ci sono anche esperienze più quotidiane che testimoniano della tensione interna al vedere: l’intensità del desiderio che si esprime nel fissare, così come il fastidio dell’essere oggetto di qualcuno che ci fissa; i colori vivi con cui dipingiamo un ricordo gioioso, ma anche l’eccessivo distacco nel quale percepiamo un’improvvisa estraneità, un’alienazione, e le cose ci appaiono lontane, indifferenti o addirittura ripugnanti; le immagini dei sogni. Sono tutti esempi di un’individualità che si apre nel mezzo di un rapporto visivo che è anche, o altrimenti perlopiù, oggettivo.

Ora, il cinema è o almeno è stato, per Bianchi, l’istituzione preposta all’articolarsi di questa inquietudine, le sale cinematografiche sono state “il luogo in cui un’intera comunità rifletteva su sé stessa, sulle proprie memorie rimosse, sui propri desideri inconsci, sui propri traumi e sui propri enigmi, attraverso le immagini”. Perché questo? Le ragioni si trovano secondo Bianchi proprio nella materialità del cinema e delle componenti (anche) tecnologiche che lo caratterizzano.

L’argomento si sviluppa a partire dal concetto di “inconscio ottico” discusso da Walter Benjamin.  Fotografia e cinepresa permettono di “scavare un buco nel visibile”: se la visione quotidiana è caratterizzata da determinati pattern percettivi, fotografia e cinepresa permettono di rendere visibile, di concentrarsi su ciò che nella visione quotidiana è o ignorato o addirittura invisibile. Senza, non avrei prestato attenzione a questo particolare, non sarebbe possibile osservare la serie dei movimenti di un corpo, tantomeno questi organismi che vivono sulla mia pelle, o il calore dei corpi.  Determinati apparati tecnici ci permettono di vedere ciò che, nella visione quotidiana, non viene altrimenti all’attenzione. Non si tratta tanto di piccole percezioni – elementi minimi e ignorabili – quanto dell’emergere di un rapporto, interno al campo della visione, a qualcosa di inatteso.

Proprio in virtù di questa caratteristica, la visione cinematografica sarebbe analoga all’operazione del fantasma, nozione psicoanalitica, compreso come per un verso “la scena in cui il soggetto inscrive il proprio desiderio” e per l’altro “lo spazio in cui soggettivo e oggettivo cessano di essere distinguibili”. Un punto chiave di questa riflessione piuttosto interna alla teoria psicoanalitica lacaniana e al vocabolario della filosofia francese degli anni Sessanta è che nel campo della visione la dimensione fantasmatica emerge in maniera particolarmente apprezzabile quando all’articolarsi di un desiderio la distanza e la differenza che caratterizzano il vedere quotidiano – un rapporto distaccato e oggettivo al mondo – si trasformano in una indifferenziazione fra soggettivo e oggettivo, investita eroticamente. Bianchi prende qui a riferimento il film Il vaso di Pandora (1928) di Georg Wilhelm Pabst. Scrive:

Il film […] racconta l’ascesa e la rovina di Lulu […]. La parabola tragica di Lulu è segnata dalla forza seduttiva del suo corpo e dal modo in cui esso mette in crisi le convenzioni morali e sociali […]. La scena centrale […] è quella in cui Schön, il rispettabile editore che ha sposato Lulu, sopraffatto dalla gelosia e dall’angoscia per la sua irrefrenabile vitalità erotica, estrae una pistola. Ne segue una colluttazione convulsa, quando all’improvviso… parte un colpo, e sullo schermo dall’avvinghiarsi dei corpi sale una nuvola di fumo. Per diversi secondi lo spettatore non sa chi sia stato colpito, né chi abbia sparato. […] In questa indeterminatezza […] si apre una dimensione propriamente fantasmatica: non ci sono più soggetti e oggetti chiaramente distinti che interagiscono in modo causale, ma un cortocircuito in cui attivo e passivo collassano l’uno sull’altro.
Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici. Sebbene questa possibilità non sia esclusiva dell’operazione cinematografica, è fuor di dubbio che il cinema ne sia il luogo elettivo.
Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici.
In questo snodo concettuale – in cui si articolano tecnicità e materialità, dimensione fantasmatica e campo generale della visione – si ritrova dal mio punto di vista la torsione dialettica più decisiva e più interessante del testo. Bianchi riesce a mostrare come la tranquillità distante della visione quotidiana, che si comprende distaccata e metterebbe al riparo dalle intensità allucinatorie dell’individuo e delle sue fantasie, non solo è già composta da un mélange di oggettivo e soggettivo; ma soprattutto viene ribaltata di segno, una volta che l’apparato tecnico e lo sviluppo storico e materiale vengono messi a fuoco. Il preteso distacco e la pretesa spontaneità della visione quotidiana si rivelano speciosi, mentre l’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.

Questo guadagno teorico viene poi elaborato nel testo in diverse direzioni. Una scelta interessante di Bianchi consiste nel mobilitare l’apparato concettuale lacaniano in sinergia con la filosofia di Gilles Deleuze (e la sua ricezione di Henri Bergson). Spesso i due pensatori vengono opposti in modo ingenuo e piuttosto manualistico: enfatizzando le critiche mosse da Deleuze alla psicoanalisi, sottolineando l’eredità hegeliana in Lacan, opponendo le rispettive teorie del desiderio. Bianchi opta piuttosto per un dialogo fra i due pensatori e, in un certo senso, per le tradizioni di cui vengono fatti segnaposti (un dialogo già tentato).

Due teoremi in particolare vengono articolati uno sull’altro. Per un verso, l’idea di Lacan di una sostanziale incompletezza della realtà come insieme ordinato, idea espressa nella definizione di reale come “ciò che l’intervento del simbolico rigetta dalla realtà”. Seguendo l’analogia con il campo della visione, possiamo comprendere il concetto di “inconscio ottico” in questi termini. Abbiamo a che fare con un campo costituito essenzialmente da un’esclusione o, detto in altri termini, con una realtà “fratturata, divisa, […] antagonistica”. Personalmente, non credo che la tesi dell’incompletezza sia equivalente alla tesi dell’antagonismo, un argomento che mi sembra debba molto al lacanismo di Ljubljana, né che dalla prima si derivi immediatamente la seconda, ma lascio questo problema in disparte. Quel che conta è l’assunto che la realtà, anziché costituirsi come tutto ordinato, in cui ogni elemento ha il suo posto proprio, sia caratterizzata da un’inerente instabilità: non è fissata una volta per tutte ed è attraversata da antagonismi.

Per l’altro verso, questo supporto speculativo viene specificato nei termini di un’equazione fra divenire e immagine, seguendo qui la linea deleuziana: tutto ciò che diviene, diviene esprimendosi e imprimendosi, agendo e reagendo. Mettersi in immagine non è altro, secondo questa seconda linea, che il processo e flusso continuo di espressione e impressione di ogni cosa sulle altre cose: la realtà viene compresa come un costante mettersi in immagine di ogni cosa e su ogni cosa. Il rischio di una concezione del genere è naturalmente quello di rappresentarsi la realtà come un processo omogeneo, una gran melassa. La determinazione e la molteplicità devono essere integrate, e ciò avviene nel senso di “micro-intervalli” che “tutti gli esseri viventi” istanziano. Ogni essere vivente rifrange il divenire immagine della realtà e così facendo evita il collassare delle determinazioni e delle fratture – dimensioni care a Bianchi – nell’oceano di una presupposta unità-flusso primigenia.

L’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.
Il cinema e la macchina da presa rendono possibili proprio il cristallizzare, l’articolare e l’emergere di queste rifrazioni, interruzioni e divisioni, per le caratteristiche di cui sopra abbiamo già parlato. Scrive Bianchi: “Il cinema non è rappresentazione. Il visibile non è questione di rivelazione, di svelamento o di disvelamento […]. Il visibile è piuttosto questione di abitare la dimensione del ‘non-tutto’. E la macchina da presa, in questo senso, è forse uno degli strumenti per mantenere viva e possibile tale utopia.” La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione etico-politica.

Torniamo però alle due linee guida che si trovano nel percorso di Bianchi: l’incompiutezza sostanziale e la realtà come flusso. I due paradigmi sono tenuti insieme da un problema metafisico classico: il rapporto fra l’uno e i molti. Problema non facile da risolvere e, non necessariamente risolto dall’affermazione che ogni vivente rappresenta un micro-intervallo: questa rischia o di essere una proposta puramente nominalistica, che chiama alcuni flussi intervalli senza mostrare esattamente in cosa i secondi si distinguerebbero dai primi; o di presupporre la determinazione nell’uno-flusso, rendendo a questo punto vacuo il concetto di realtà come divenire generale.

Sottolineo questa tensione non per puntiglio metafisico, che sarebbe un capriccio inutile, perché Bianchi non sta scrivendo in primo luogo un trattato di metafisica, pur adoperandone alcune categorie fondamentali. Lo faccio per allacciarmi alla tensione stessa che anima il libro e che si lega, a sua volta, alla tensione che caratterizza il cinema oggi come istituzione storica e, a un tempo, come campo dell’esperienza estetica. Questa tensione è identificata da Bianchi con molta acutezza e credo che sia, questo davvero, il senso più proprio in cui il testo riesce ad abitare il divenire come dimensione del non-tutto: cioè non come macro-flusso micro-intervallato dai viventi (e per esempio perché non intervallato proprio dall’apparato tecnico, che mai è stato vivente?); ma proprio come trasformazione, caratterizzata da delle tendenze, ma senza un risultato predeterminato.

Mi spiego meglio, in riferimento alle letture che Bianchi stesso fa di due film, La Bête di Bertrand Bonello e Aggro Dr1ft di Harmony Korine, apparsi nel 2023. Prendo i due film come rappresentativi della tensione che si riscontra nel libro: quella fra i paradigmi dell’incompiutezza e della fratturazione, per un verso, e del divenire come flusso per l’altro. Entrambi questi film fanno i conti con i cambiamenti sociali e tecnologici che inevitabilmente raggiungono anche il cinema e il suo regime estetico: la visione e lo sguardo sono sempre meno delegati all’istituzione cinematografica, alla voce di una critica autoriale, all’esperienza della sala buia; l’audiovisivo viene letto su dispositivi digitali, il testo si adatta alla formattazione da social media, l’intervento interpretativo si spande nel raccoglitore di recensioni; l’immagine diventa sempre meno il luogo di un’interpretazione evocata con il testo e sempre più il luogo di processi di azione e reazione, non interrogazione ma operazione.

In La Bête, vediamo un mondo in cui l’intelligenza artificiale ha permesso di stabilire l’immaginario come campo di “visibilità assoluta”, in cui ogni emozione disturbante o inquietudine viene espunta dall’individuo: “la paura e la bestia sono stati igienizzati, e quindi non sono più nulla”, scrive Bianchi, chiedendosi allo stesso tempo, e riferendosi a una scena del film: “Sarà allora il grido finale di Léa Seydoux l’ultima resistenza alla catastrofe?”, al “vuoto che il digitale lascia dietro di sé”?  E risponde: “Forse. Ma è nel finale del finale che avviene il colpo di genio di Bonello, che al posto dei credits mette un QR-code […] e che così sfonda la quarta parete e ci mostra quello che implicitamente era già stato profetizzato nelle due ore e mezza precedenti: un pubblico fatto di smartphone che guardano lo schermo del cinema e che poi si incamminano verso l’uscita del cinema assorti nei propri schermi digitali”.

La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione etico-politica.
Ancora più intensamente, l’operazione di Aggro Dr1ft è un abbandono delle categorie interpretative, nella lettura di Bianchi, per abbracciare e tuffarsi nello sviluppo tecnologico e sociale che il digitale ha portato nel campo del vedere. L’immagine non è più un centro di interrogazione, interpretazione, interruzione, ma diventa il concatenamento di cause ed effetti, dove la visione diventa “espansione diffusa”: immagini che generano immagini che generano immagini. Commenta Bianchi: “La pura immanenza del mondo delle superfici scivola via senza resistenza né arresto, perché non esiste alcun ‘fuori’, tanto meno lo sguardo. Il mondo, ci dice Korine, è questo: resta solo decidere se abbiamo il coraggio – e la giusta dose di disperazione – per stare al gioco. Magari fino ad abbracciare del tutto il regime delle immagini operative, che però immagini, ormai, non lo sono più.”

Con queste ultime parole si chiude L’inquietudine dell’immaginario. Il binomio offerto da La Bête e Aggro Dr1ft, e dalle letture puntuali che ne dà Bianchi, rappresenta al meglio, per me, l’altro cuore pulsante del libro: il suo abitare la trasformazione del cinema partecipandovi. In effetti, una trasformazione è tanto più tale quanto più ciò che si trasforma oscilla sul bordo della sua fine: si è trasformato meno ciò che assomiglia a sé stesso, si è trasformato di più ciò che si allontana da com’è stato. Il cinema si trova su questa soglia: il mezzo tecnico, la pratica sociale, il codice culturale lo portano alla soglia della sua dissoluzione: l’immagine che non è più immagine, come formula Bianchi. Un paradigma – quello incarnato dal film di Korine – che è emblematicamente vicino proprio alla metafora del macro-flusso, dove i micro-intervalli certo ci sono, fra un’immagine e l’altra, ma le cristallizzazioni e le interruzioni non operano come spazi di domanda e interrogazione, ma come altri rimbalzi, altra immagine.

È per questo motivo che il libro di Bianchi abita la stessa trasformazione che viene discussa e che a sua volta si riflette nelle tensioni teoriche interne al libro. Nell’incertezza del divenire del cinema ritroviamo quell’inquietudine e quell’irriconoscibilità dell’immagine che non sono solo un tema fra gli altri, che un’indagine può discutere o anche esaurire. Ma si tratta finalmente anche dell’inquietudine, se posso dir così, del soggetto dell’enunciazione: che abita le trasformazioni sociali, tecnologiche, erotiche e culturali che cambiano il cinema e la visione. Un cambiamento che rischia di (tra)sfigurare il cinema così tanto da farne apparire il mutamento quasi come sparizione. Il libro di Bianchi non ha soltanto il merito di puntare il dito su questa tensione, ma di incarnarla: di dirci di guardare i film sapendo che e come possono sparire. In questo senso, L’inquietudine dell’immaginario risponde alla preoccupazione sulla realtà delle immagini: non afferrandone una sostanza – come mondo, flusso, viralità o interruzione che siano – ma ponendosi nelle tendenze della trasformazione storica e, per quanto possibile, tentando di dirigerne un passo o offrirne una lettura.

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