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La Costituzione non affida la difesa della Patria alle sole armi

nell’ultimo numero di Sette (il settimanale di approfondimento del Corriere della Sera) Antonio Polito invita a leggere bene la Costituzione della Repubblica Italiana. È un buon consiglio: peccato che il suo editoriale ne offra una lettura piena di errori, con passaggi e sottolineature superficiali e fallaci già da tempo smentiti da eminenti giuristi (e dalle prese di posizione delle organizzazioni facendo parte del movimento per la Pace, in particolare la nostra Rete Italiana Pace e Disarmo). E, come spesso accade, senza alcun contraddittorio. Mi permetto dunque una replica, sperando possa trovare spazio.

Nel suo approccio, Polito sceglie di valorizzare la seconda parte dell’Articolo 11 della Costituzione, richiamando le «limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», per utilizzarlo come copertura di qualsiasi atto militare e di ogni tipo di presenza armata. È una lettura davvero superficiale e fuorviante. Perché quelle ipotetiche e previste limitazioni di sovranità di altri Stati (sempre e comunque da considerare un fallimento, perché limitano la libertà dei popoli) hanno certo bisogno anche della forza, ma non della violenza distruttrice della guerra. Che lo stesso Articolo 11 chiaramente ripudia poche righe sopra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, dandoci quindi una prospettiva e una strada diversa per dirimere i conflitti e le tensioni politiche. Di più: tali limitazioni di sovranità vanno esercitate sempre di concerto fra tutti gli Stati, nell’ambito delle Nazioni Unite, e non si può quindi considerare quelle frasi come un “lasciapassare” utile ad per assecondare avventura belliche o militariste, e tantomeno per alimentare guerre in giro per il mondo. Mettere ONU, NATO e Unione Europea sullo stesso piano, come fa Polito, è già di per sé un salto logico che la Carta fondata della nostra Repubblica non prevede e autorizza.

Ma l’errore più marchiano, e più mistificatorio, riguarda l’Articolo 52. Polito si aggrappa all’aggettivo «sacro» e conclude che i militari che sfilano il 2 giugno «adempiono un dovere verso la Repubblica». Certo, ma non sono solo loro ad adempiere a quel dovere! Infatti Polito bellamente ignora (o non conosce, e non è un caso che lo faccia in assenza di confronto) ciò che quell’Articolo davvero dice: la difesa della Patria è di certo un sacro dovere del cittadino, ma in nessun punto si afferma che debba essere esercitata in forma militare e armata. Ciò che afferma Polito, credendo di prendere in fallo le organizzazioni per la Pace e il Disarmo, è invece esattamente il contrario di quanto la Corte costituzionale ha stabilito da quasi sessant’anni. Già con la sentenza n. 53 del 1967 infatti venne riconosciuto al concetto di difesa della Patria un significato più ampio della sola articolazione militare. E successivamente, con la storica sentenza n. 164 del 1985 (quella che la nostra campagna «Un’altra difesa è possibile» richiama come fondamento) la stessa Corte ha sancito la pari dignità tra servizio civile e servizio militare, affermando che il dovere di difendere la Patria può essere adempiuto anche attraverso «adeguati comportamenti di impegno sociale non armato», e che il Servizio sostitutivo Civile non costituisce affatto una deroga a quel dovere. Un punto chiaro e cruciale poi ribadito con le sentenze n. 228 del 2004 e n. 119 del 2015, con quest’ultima che ha esteso la difesa non armata della patria perfino agli stranieri regolarmente soggiornanti.

Da quelle pronunce, che sono state rese possibili dalle lotte nonviolente degli obiettori di coscienza, ha come già segnalato avuto origine il Servizio Civile alternativo a quello militare, riconosciuto come difesa della Patria a tutti gli effetti, il cui lascito è oggi quello del Servizio Civile universale. Non è dunque vero che l’Articolo 52 mette al centro le Forze Armate, che pure restano solo una parte di quanto previsto dai padri e dalle madri costituenti. Le stesse Forze Armate che non possono nemmeno essere considerate il fulcro delle celebrazioni della Repubblica che si svolgono il 2 giugno, esistendo già altre ricorrenze dedicate sia a loro nel complesso sia alle singole armi. 

Quanto ai droni ucraini evocati da Polito come prova che la Carta «prevede il caso di dover usare le armi», sono solo un provocatorio e infondato rovesciamento di quello che i Costituenti vollero scongiurare: usare la guerra altrui per normalizzare la guerra come strumento. 

Il problema vero, che Polito ignora e che i media non raccontano, è che oggi non esiste un luogo istituzionale dove assolvere in forma non armata al dovere costituzionale di difesa della patria. È ciò che chiediamo con la già citata campagna «Un’altra difesa è possibile» (promossa da Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) che ha messo sul tavolo una proposta di legge di iniziativa popolare per un Dipartimento della Difesa Civile, non armata e nonviolenta. Perché la Patria si difende anche così: con i Corpi civili di pace, in sinergia con le strutture dello Stato che proteggono la vita delle persone… non costruendo armi né immaginando di rispondere con la forza a un fantomatico attacco esterno, ma proteggendo ogni giorno la vita, la dignità e i diritti di tutti. È la prospettiva di Pace positiva che i costituenti ci hanno lasciato in eredità, quando hanno deciso di ripudiare la guerra dopo le distruzioni del secondo conflitto mondiale. 

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E qui cade l’argomento più polemico e fallace di Polito, secondo cui l’alternativa alle Forze Armate e al non uso delle armi sarebbe restare imbelli a subire. È falso. Le organizzazioni della società civile e le proposte di Corpi civili di pace che avanziamo vogliono proprio entrare nei conflitti e in azione di protezione delle persone (come già facciamo in tanti luoghi di guerra). Ma in maniera trasformativa e di protezione vera, non distruttiva di altre vite. Non è inerzia: è un’altra forma di intervento, attiva e coraggiosa, che protegge senza uccidere. Non pè colpa nostra se qualcuno ha ancora un approccio retrogrado, incapace addirittura di immaginarla…

Sconcerta che Sette e il Corriere della Sera ospitino una posizione tanto rozza e disinformata addirittura su fatti e sentenze vecchie di decenni. Sarebbe opportuno dare spazio anche alle prospettive di Pace e nonviolenza, che sono letture fedeli di ciò che la Costituzione dice, come conferma la stessa giurisprudenza costituzionale. Leggiamola bene davvero, la Carta: scopriremo che la difesa della Patria non coincide affatto con le sole armi e che gli unici ad “avere paura” sono coloro che ancora non accettano di dare spazio concreto alle alternative di intervento nonviolento nei conflitti (perché ciò metterebbe in dubbio quella strumentale giustificazione del riarmo come “unica opzione possibile e naturale” che tanto avvantaggia gli interessi del complesso militare-industriale-finanziario. E che, lo dimostrano gli ultimi decenni di aumento di guerre parallelo ad aumento delle spese militari, non sono in grado di garantirci nemmeno la sicurezza, figuriamoci la Pace…

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Patentino antifascista, Pagliarulo (Anpi) replica a Nordio e Meloni: “Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione”

15 Giugno 2026 ore 15:16

“Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione e delle leggi”. Il residente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo risponde così a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio, che negli ultimi due giorni hanno criticato la fiera Più Libri Più Liberi per aver fatto sottoscrivere una sorta di adesione ai principi antifascisti a tutti gli editori coinvolti negli stand e negli eventi. Per Pagliarulo, intervenuto alla presentazione della Festa nazionale dell’Anpi 2026, quella scatenata dal governo è “una tempesta in un bicchier d’acqua” figlia della “legge della concorrenza tra Meloni e Vannacci” e del “riflesso pavloviano” della premier “quando si parla di antifascismo”.

Ma dal presidente dell’Associazione dei partigiani arriva anche un suggerimento, utile a spiegare che certe iniziative, per quanto sacrosante, si espongono a strumentalizzazioni che servono alla destra per distogliere l’attenzione da altri temi: “Quel che chiedono gli organizzatori della fiera è del tutto tautologico, pleonastico, nel senso che se entro in un supermercato non trovo cartelli con scritto ‘Non rubare’. Dunque non c’è alcuna censura, ma solo il rispetto della Costituzione, della Legge Scelba e della Legge Mancino. Detto questo, col senno di poi, forse sarebbe stato più ragionevole vigilare affinché nessun espositore pubblicizzasse o esponesse libri di istigazione all’odio o di apologia del fascismo, e in quel caso naturalmente intervenire”.

Secondo Pagliarulo, la baruffa mediatica è figlia del bisogno di Meloni di “non parlare di temi più importanti” e della rincorsa a destra con Roberto Vannacci: “La legge della concorrenza del mercato si sposta alla politica, io capisco che Meloni abbia il problema di Vannacci ma le vorrei dire di non esagerare e scindere la carica di leader di partito da quella di presidente del Consiglio”. Le sparate di Nordio e Meloni tengono banco, ma la conferenza serve anche a presentare programma e ospiti della Festa nazionale Anpi che si terrà a Limena (Padova) dal 18 al 22 giugno. Il titolo scelto è “Facciamo resistenza” e non è casuale : “La resistenza è elemento fondativo della memoria della Repubblica. Oggi è necessaria una resistenza a questo riarmo generalizzato parossistico e una resistenza alle derive autoritarie in giro per il mondo. Siamo davanti a una banalizzazione della guerra e a nuovi fascismi che mettono in discussione i sistemi democratici”.

Diversi gli ospiti e i dibattiti. Il primo giorno si confronteranno tra gli altri l’ex segretario generale Cgil Sergio Cofferati, Walter Massa (Arci) e l’ex eurodeputata Pasqualina Napoletano, mentre venerdì sarà il turno di altri illustri ospiti come la presidente di Emergency Rossella Miccio e l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Sabato previsto un lungo spazio per i giovani di Anpi e poi altri dibattiti con nomi come Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) e Alba Bonetti di Amnesty International, prima degli ultimi due giorni con focus in particolare sulla Costituzione (con giuristi come Enrico Grosso e Francesco Pallante e la magistrata Silvia Albano) e sul sociale, con rappresentanti della segreteria nazionale di Cgil, Cisl e Uil a confronto con il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini.

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La Corea del Nord verso la stabilità costituzionale

12 Giugno 2026 ore 08:47

L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.

Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.

Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.

Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.

A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.

Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.

Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.

La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.

L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.

“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.

Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza

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  1. Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza. ↩
  2. Per un’analisi più approfondita rimando al mio testo: Federico Lorenzo Ramaioli, Le Leggi del Regno Eremita. Come si Governa la Corea del Nord, Mimesis, Milano 2024. ↩
  3.  Sul caso cinese, applicabile in questo caso anche alla Corea del Nord, cfr. Jiang Shigong, “Written and Unwritten Constitutions: A New Approach to the Study Constitutional Government in China”, in Modern China, vol. XXXVI, n. 1, 2010, pp. 12–46; Federico Lorenzo Ramaioli, “Heaven beyond the law. Chinese constitutionalism as a form of legal and cultural pluralism”, in “Academia Letters”, articolo 2617, agosto 2021, pp. 1-8. ↩
  4. Cost., 2026, art. 1.  ↩
  5. Federico Lorenzo Ramaioli, “The road back to the East: the progressive de-Westernization of North Korean constitutionalism”, in Academia Letters, articolo 3487, Settembre 2021, pp. 1-8. ↩
  6. Si tratta, come è stata ufficialmente definita, di “un’ideologia secondo cui le masse popolari sono padrone della rivoluzione e della costruzione e che esse hanno la forza per portarle avanti. In altre parole, è un’ideologia secondo cui l’uomo è il padrone del proprio destino e ha il potere di plasmare il proprio destino.” Juche Idea. Answers to Hundred Questions, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 2012, p. 1. ↩
  7. Cost., 1972, art. 4. ↩
  8. Robert A. Scalapino, Lee Chong-Sik, Communism in Korea, vol. II, The Society, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1972-1973. p. 868. ↩
  9.  Cost., 1992, art. 3. ↩
  10. Paul French, North Korea State of Paranoia, Zed Books, Londra-New York 2014, p. 58. Kim Suk Hi, “Will North Korea Be Able to Overcome the Third Wave of Its Collapse?”, in The Survival of North Korea. Essays on Strategy, Economics and International Relations,a cura di Kim Suk Hi, Terence Roehrig, Bernhard Seliger, McFarland & Co., Jefferson-Londra 2011, pp. 29-32; Oh Kongdan, Ralph C. Hassig, North Korea Through the Looking Glass, Brookings Institution Press, Washington 2000, pp. 22-23.
    ↩
  11. Cost., 2019, art. 3. 
    ↩
  12.  Kim Il-sung ebbe per esempio ad affermare che lo stesso Marxismo “non è un dogma, è una guida all’azione e una teoria creativa”, che avrebbe potuto “dispiegare la sua indistruttibile vitalità solo quando applicato creativamente per adattarsi alle specifiche condizioni di ogni Paese.” Kim Il-sung, “On eliminating dogmatism and formalism and establishing Juche in ideological work”, 28 dicembre 1955, in Kim Il-sung. Works, vol. IX, July 1954-December 1955, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1982, p. 412. ↩
  13.  Per un’analisi, Charles K. Armstrong, “Ideological Introversion and Regime Survival: North Korea’s ‘Our-Style Socialism’”, in Why Communism Did Not Collapse. Understanding Authoritarian Regime Resilience in Asia and Europe,a cura di Martin K. Dimitrov, Cambridge University Press, Cambridge 2013, pp. 99-122; Shin Gi-Wook, Ethnic Nationalism in Korea. Genealogy, Politics, and Legacy, Stanford University Press, Stanford 2006, pp. 79-95. ↩
  14. “Il nostro è un socialismo incentrato sull’uomo, un’incarnazione dell’idea di juche. Il nostro Partito e il popolo hanno costruito il socialismo a loro modo e sulla base dell’idea di juche. Nel nostro Paese noi abbiamo risolto il problema del potere a modo nostro per venire incontro al volere del nostro popolo e la specifica situazione del Paese.” Kim Jong-il, “Socialism of our country is a socialism of our style as the embodiment of the juche idea”, 27 Decembre 1990, in Kim Jong-il. For the Victory of the Socialist Cause, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang, 1999, pp. 38-39.  ↩
  15. “Certo che c’è qualcosa in cui credo come in Dio: il popolo. Ho venerato il popolo come il Cielo e l’ho rispettato come fosse Dio. Il mio Dio non è altri che il popolo. Solo le masse popolari sono onniscienti e onnipotenti sulla terra. Quindi, il motto della mia vita è ‘il popolo è il mio Dio’.” Kim Il-sung, Reminiscences. With the Century, vol. V, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1994, p. 326. La frase è ricorrente e sarà citata più volte: “Per tutta la mia vita, da quando ho intrapreso la via della rivoluzione sino ad ora, ho considerato il popolo come il Cielo, l’ho servito e ho fatto la rivoluzione attingendo alla sua forza. I rivoluzionari vinceranno tutto il mondo ed emergeranno sempre vittoriosi quando credano nel popolo e su di esso si basino, ma falliranno sempre quando si allontanino da esso e siano da esso abbandonati.” Kim Il-sung, “Officials must become true servants of the people”, 28 dicembre 1992, in Works, vol. XLIV, December 1992-July 1994, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1999, p. 28. ↩

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