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Tra guerre e ‘nuovi imperi’: l’europa e la costruzione di un nuovo ordine internazionale

15 Giugno 2026 ore 10:38

L’erosione della sicurezza tra Europa e nuovi imperi. 

La guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo intensificarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della NATO, operazioni ibride e pressioni sotto la soglia del conflitto diretto segnalano la crescente erosione dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno evitato un allargamento del conflitto oltre il teatro ucraino. Episodi come la caduta di droni in territorio romeno o il loro abbattimento nei cieli lettoni non possono essere considerati semplici incidenti tattici, ma indicano una crescente compressione delle distanze strategiche tra Russia ed Europa. In questo contesto, errori di valutazione, incidenti non controllati o dinamiche di escalation potrebbero produrre conseguenze difficilmente prevedibili. Non sorprende, quindi, che nei Paesi baltici, in Finlandia, in Polonia, in Romania e in Moldavia si sia consolidata la percezione di una minaccia crescente alla stabilità regionale. A rendere il quadro ancora più teso hanno contribuito anche le dichiarazioni dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, secondo cui «c’è una guerra in corso» e simili episodi continueranno a verificarsi, con la conseguenza che «i cittadini europei non dormiranno sonni tranquilli».

La questione, tuttavia, trascende il solo teatro ucraino. Dal Medio Oriente al Sahel, fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. Molti dei presupposti che avevano alimentato le aspettative dell’epoca post-bipolare appaiono oggi in fase di revisione. La fiducia nell’universalizzazione delle regole internazionali, nel rafforzamento del multilateralismo, nella progressiva limitazione del ricorso alla forza e nella stabilizzazione degli equilibri strategici attraverso il controllo degli armamenti ha lasciato spazio a una realtà dominata solo dalla competizione geopolitica e dal ritorno delle logiche di potenza. Il sistema internazionale è ormai nettamente evoluto in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese agiscono come poli di potenza che ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa.

Per una nuova responsabilità dell’Europa

Questi scenari e il ripetersi degli episodi sempre più pericolosi che si vanno registrando sui cieli e già oltre i confini dell’Europa dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. È questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, e questo potrà già avvenire dai prossimi vertici, come il G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian in Francia. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione Europea

Iran–Israele–Stati Uniti: i rischi di escalation incontrollata del conflitto

Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’ altro ambito di intervento, vista l’ultima escalation dello scontro tra Stati Uniti e Iran, i nuovi attacchi iraniani sui Paesi Arabi, l’ostinazione di Netanyahu sul fronte libanese. Le interconnessioni con i fronti iraniano e  libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto in progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Anche per l’imprevidibilità di Trump – che ora ha rilanciato lo scontro finale, deciso a ottenere un risultato in vista delle elezioni di midterm – la guerra non si presenta ancora come un evento lineare, ma come un processo frammentato e potenzialmente auto-rinforzante, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile.

L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite,  a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu  e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate.

L’Europa nella competizione tra grandi potenze

In questa prospettiva allora è bene chiarire come muoversi in Europa. Mentre Stati Uniti, Federazione Russa e Cina ridefiniscono gli equilibri globali secondo logiche di potenza e di competizione sistemica, l’Europa rischia ancora di restare priva di una chiara postura strategica autonoma. Resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico. La comparazione con altre esperienze europee, ed anche oltre l’Europa,  evidenzia come il dibattito strategico possa essere alimentato anche a livello culturale, contribuendo a una maggiore consapevolezza collettiva delle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per  il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza di tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace.

Per una governance della pace: Mediterraneo, Europa e architetture multilaterali

In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità europea e il superamento di derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una maggiore integrazione politica e una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Su questa base, l’ipotesi di una iniziativa diplomatica strutturata assume una rilevanza crescente. In presenza di una domanda diffusa di riduzione dell’escalation globale, l’Europa potrebbe farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace, concepita non soltanto come tavolo negoziale tra Stati, ma come spazio politico più ampio di ridefinizione delle condizioni della convivenza internazionale. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.  L’obiettivo potrebbe puntare dunque alla definizione di una Carta della pace, intesa come documento al tempo stesso normativo e programmatico. Essa potrebbe includere principi essenziali quali la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati nei principali teatri di crisi, il divieto dell’aggressione come strumento di politica internazionale, la riduzione progressiva degli arsenali e il rafforzamento dei regimi di non proliferazione, insieme al consolidamento della diplomazia preventiva e dei meccanismi di cooperazione allo sviluppo. In questo quadro rientra anche la gestione delle dinamiche migratorie, che non può essere affrontata esclusivamente in chiave securitaria, ma richiede politiche di investimento nei Paesi di origine, sostegno ai processi di stabilizzazione e una valutazione realistica del contributo dei lavoratori migranti alle economie europee.

Un ulteriore asse di questa prospettiva riguarda il dialogo tra tradizioni religiose e culturali, che può contribuire alla costruzione di un linguaggio condiviso della pace. Il coinvolgimento delle leadership religiose, in particolare, può rafforzare la dimensione etica della cooperazione internazionale, favorendo la creazione di reti di fiducia transnazionali. In questa direzione si inserisce l’idea più volte richiamata da Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace….  la costruzione della pace è un compito affidato a tutti».

In conclusione, sul piano storico le grandi conferenze internazionali dimostrano come dopo grandi fasi di conflitto sistemico sono seguiti i momenti di ridefinizione dell’ordine globale. Dalle esperienze europee dell’età moderna fino ai negoziati del secondo dopoguerra, la diplomazia multilaterale ha rappresentato uno strumento essenziale di ricostruzione della legalità internazionale. L’Europa, in particolare, porta con sé la memoria delle più alte forme di distruzione politica e militare del Novecento, ma anche l’esperienza unica di un processo di integrazione fondato sulla progressiva sostituzione della forza con la regola. È proprio questa traiettoria storica a conferire al continente una responsabilità specifica nella fase attuale. La sfida consiste nel trasformare nuovamente la competizione tra attori in forme regolamentate di cooperazione, rafforzando gli strumenti del diritto internazionale e contenendo le dinamiche di militarizzazione delle crisi. In ultima analisi, abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati  furono infatti  «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole». E ancora «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Occorre che questa scelta trovi finalmente attuazione concreta, grazie a un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è questa l’unica via possibile perché dall’Europa parta una risposta credibile, senza ulteriori rinvii, alla domanda di pace dell’umanità

La Corea del Nord verso la stabilità costituzionale

12 Giugno 2026 ore 08:47

L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.

Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.

Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.

Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.

A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.

Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.

Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.

La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.

L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.

“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.

Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza

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  1. Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza. ↩
  2. Per un’analisi più approfondita rimando al mio testo: Federico Lorenzo Ramaioli, Le Leggi del Regno Eremita. Come si Governa la Corea del Nord, Mimesis, Milano 2024. ↩
  3.  Sul caso cinese, applicabile in questo caso anche alla Corea del Nord, cfr. Jiang Shigong, “Written and Unwritten Constitutions: A New Approach to the Study Constitutional Government in China”, in Modern China, vol. XXXVI, n. 1, 2010, pp. 12–46; Federico Lorenzo Ramaioli, “Heaven beyond the law. Chinese constitutionalism as a form of legal and cultural pluralism”, in “Academia Letters”, articolo 2617, agosto 2021, pp. 1-8. ↩
  4. Cost., 2026, art. 1.  ↩
  5. Federico Lorenzo Ramaioli, “The road back to the East: the progressive de-Westernization of North Korean constitutionalism”, in Academia Letters, articolo 3487, Settembre 2021, pp. 1-8. ↩
  6. Si tratta, come è stata ufficialmente definita, di “un’ideologia secondo cui le masse popolari sono padrone della rivoluzione e della costruzione e che esse hanno la forza per portarle avanti. In altre parole, è un’ideologia secondo cui l’uomo è il padrone del proprio destino e ha il potere di plasmare il proprio destino.” Juche Idea. Answers to Hundred Questions, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 2012, p. 1. ↩
  7. Cost., 1972, art. 4. ↩
  8. Robert A. Scalapino, Lee Chong-Sik, Communism in Korea, vol. II, The Society, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1972-1973. p. 868. ↩
  9.  Cost., 1992, art. 3. ↩
  10. Paul French, North Korea State of Paranoia, Zed Books, Londra-New York 2014, p. 58. Kim Suk Hi, “Will North Korea Be Able to Overcome the Third Wave of Its Collapse?”, in The Survival of North Korea. Essays on Strategy, Economics and International Relations,a cura di Kim Suk Hi, Terence Roehrig, Bernhard Seliger, McFarland & Co., Jefferson-Londra 2011, pp. 29-32; Oh Kongdan, Ralph C. Hassig, North Korea Through the Looking Glass, Brookings Institution Press, Washington 2000, pp. 22-23.
    ↩
  11. Cost., 2019, art. 3. 
    ↩
  12.  Kim Il-sung ebbe per esempio ad affermare che lo stesso Marxismo “non è un dogma, è una guida all’azione e una teoria creativa”, che avrebbe potuto “dispiegare la sua indistruttibile vitalità solo quando applicato creativamente per adattarsi alle specifiche condizioni di ogni Paese.” Kim Il-sung, “On eliminating dogmatism and formalism and establishing Juche in ideological work”, 28 dicembre 1955, in Kim Il-sung. Works, vol. IX, July 1954-December 1955, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1982, p. 412. ↩
  13.  Per un’analisi, Charles K. Armstrong, “Ideological Introversion and Regime Survival: North Korea’s ‘Our-Style Socialism’”, in Why Communism Did Not Collapse. Understanding Authoritarian Regime Resilience in Asia and Europe,a cura di Martin K. Dimitrov, Cambridge University Press, Cambridge 2013, pp. 99-122; Shin Gi-Wook, Ethnic Nationalism in Korea. Genealogy, Politics, and Legacy, Stanford University Press, Stanford 2006, pp. 79-95. ↩
  14. “Il nostro è un socialismo incentrato sull’uomo, un’incarnazione dell’idea di juche. Il nostro Partito e il popolo hanno costruito il socialismo a loro modo e sulla base dell’idea di juche. Nel nostro Paese noi abbiamo risolto il problema del potere a modo nostro per venire incontro al volere del nostro popolo e la specifica situazione del Paese.” Kim Jong-il, “Socialism of our country is a socialism of our style as the embodiment of the juche idea”, 27 Decembre 1990, in Kim Jong-il. For the Victory of the Socialist Cause, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang, 1999, pp. 38-39.  ↩
  15. “Certo che c’è qualcosa in cui credo come in Dio: il popolo. Ho venerato il popolo come il Cielo e l’ho rispettato come fosse Dio. Il mio Dio non è altri che il popolo. Solo le masse popolari sono onniscienti e onnipotenti sulla terra. Quindi, il motto della mia vita è ‘il popolo è il mio Dio’.” Kim Il-sung, Reminiscences. With the Century, vol. V, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1994, p. 326. La frase è ricorrente e sarà citata più volte: “Per tutta la mia vita, da quando ho intrapreso la via della rivoluzione sino ad ora, ho considerato il popolo come il Cielo, l’ho servito e ho fatto la rivoluzione attingendo alla sua forza. I rivoluzionari vinceranno tutto il mondo ed emergeranno sempre vittoriosi quando credano nel popolo e su di esso si basino, ma falliranno sempre quando si allontanino da esso e siano da esso abbandonati.” Kim Il-sung, “Officials must become true servants of the people”, 28 dicembre 1992, in Works, vol. XLIV, December 1992-July 1994, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1999, p. 28. ↩

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