Vista elenco
- Modena: sabato 17 ottobre 2026 torna la street-parade. al centro la lotta alla crisi climatica e solidarietà a bosco ospizio
- Milano: la questura vieta di manifestare in piazza della scala. “chi ha paura dello sciopero per il clima?”
Milano: la questura vieta di manifestare in piazza della scala. “chi ha paura dello sciopero per il clima?”
Cagliari, 17 e 18 ottobre: A che ora è la fine del mondo?
Brescia: convegno “seveso 50 anni dopo.” a che punto sono la prevenzione e le bonifiche
- Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili.
Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili.
Climate strike a Roma, venerdì 16 ottobre 2026
In tutta Italia, 16 ottobre: sciopero per il clima
[Impatto – voci contro le nocività] Difendere i boschi nella bolla speculativa dell’IA
16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia
Il 16 ottobre nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato.
In Italia tanti gruppi locali di Fridays for Future hanno risposto alla chiamata e hanno organizzato presidi, cortei, manifestazioni. Nel documento di convocazione si legge «Scendiamo in piazza perché non ci rassegniamo. Non ci rassegniamo a un governo che ci invita ad abituarci al clima caraibico mentre annuncia di aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia. Non ci rassegniamo ai titoli di giornale che raccontano che non c’è più niente da fare, perché abbiamo superato la soglia degli 1.5°C. Non ci rassegniamo all’ecoansia, che ci fa sentire il peso del mondo sulle spalle mentre le compagnie fossili accumulano extra-profitti a ogni crisi geopolitica. Siamo stati lasciati ad affrontare questa Emergenza da sol3. Manifestiamo perché non siamo sol3. Il caldo e gli eventi estremi di quest’estate hanno reso ancora più evidente la gravissima situazione in cui ci troviamo. I governi pensano a fare guerre e profitti con armi e petrolio mentre in Europa si stimano più di 30mila morti dovute al caldo estivo».
A Roma, per la prima volta, si è deciso che il corteo non sarà mattutino e studentesco ma pomeridiano, cercando pertanto di intercettare segmenti diversi di popolazione e non solo la componente giovanile. Lo sciopero è stato organizzato attraverso assemblee aperte a cui hanno partecipato varie realtà, organizzazioni e collettivi, da quelli studenteschi ai presidi di tutela del territorio, degli spazi pubblici e del verde.
Il corteo romano partirà alle 17.00 da Piramide e nei contenuti intreccerà insieme istanze ecologiste e istanze sociali criticando in modo diretto tanto l’amministrazione comunale quanto il governo. Il percorso della manifestazione infatti percorrerà un tratto antistante i Mercati Generali di Ostiense, area che il Comune vuole cementificare e trasformare in studentato di lusso grazie all’intervento del fondo immobiliare Hines, cui partecipano cospicui capitali assicurativi israeliani. Il corteo, nonostante un primo parere negativo della questura, ha intenzione di dirigersi davanti al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, simbolo della totale avversità di questo governo per qualunque politica ecologista visto quanto ogni scelta di questi quattro anni sia stata a favore delle fonti fossili e della loro lobby.
In altre città come Torino e Bologna l’appuntamento è rimasto nelle ore mattutine, mentre altre ancora puntano su una doppia presenza, nella mattina e poi nel pomeriggio come a Pisa.

Se la giornata di venerdì permetterà di dare il polso della capacità di mobilitazione lungo la penisola, nei giorni successivi sono state organizzate due assemblee nazionali – con caratteristiche leggermente diverse e complementari – per riannodare i fili del movimento ecologista.
A Grassina, alle porte di Firenze, il 17 ottobre è stata convocata un’assemblea dal titolo “Questo Clima non è vita” promossa da Convergenza Ecosociale, la rete – nata sullo stimolo della vertenza per la GKN di Firenze – da due anni costruisce connessioni tra emergenza climatica e questioni sociali. Nell’appello per la partecipazione si legge «Perché la crisi eco-climatica non può essere l’ennesima vertenza in aggiunta al calendario autunnale del movimento. La giustizia climatica è condizione necessaria per sopravvivere, organizzarci, lottare. Dobbiamo mettere in condivisione saperi, esperienze, riflessioni e pratiche accumulati negli anni». L’assemblea infatti si propone di rafforzare reti e di porre la questione climatica al servizio delle altre lotte e come collante di altre battaglie in una visione ecosistemica di giustizia sociale. Si vuole pertanto uscire dallo schema classico dell’assemblea che lancia una data di mobilitazione nazionale, ma costruire invece uno spazio di convergenza in cui la questione climatica possa essere un filo rosso. Per queste ragioni il gruppo di preparazione ha scritto delle domande guida rivolte a chi parteciperà, per avere una traccia comune di discussione.
A Roma invece il 24 ottobre la rete Fuori dal Fossile ha proposto una assemblea nazionale che vede al centro le lotte dei comitati ambientali di tutta la penisola che si oppongono ad ecocidi e devastazione del loro territorio, la lotta contro l’ipotesi di ritorno al nucleare e contro la proliferazione territoriale dei data centre. Nel documento di preparazione viene più volte indicata la connessione tra la lotta per difendere il pianeta e quella per difendersi dal sistema di militarizzazione e riarmo in corso: «La dipendenza mondiale dalle fonti fossili e il loro stretto legame con il sistema militare è il perno per garantirsi possesso, utilizzo e controllo dei flussi e soggiogare i popoli instaurando così uno stato di guerra permanente insieme al progressivo peggioramento della catastrofe ecologica. Le guerre fossili distruggono la vita delle persone, le economie delle comunità, la biodiversità, la speranza di contenere il riscaldamento globale, la disponibilità di aria respirabile e di acqua potabile».
Viviamo in un momento particolarmente drammatico e paradossale, la consapevolezza della crisi climatica è ormai largamente diffusa, eppure l’attivazione sembra procedere a rilento o quanto meno non corre al passo di eventi drammatici quali quelli a cui assistiamo. Inoltre nel dibattito politico ufficiale il tema è praticamente assente, complice non solo un governo fieramente alleato del fossile ma pure un ruolo debolissimo dell’opposizione parlamentare.
La chiave di volta per ritornare alle maree del 2018 e del 2019 non ce l’ha nessuno in tasca, tuttavia è importante provare ad attivare spazi di attivazione e di convergenza tra istanze che non possono più correre in autonomia, pena l’irrilevanza e la condanna al minoritarismo. Non ce lo possiamo più permettere.
La copertina è di Lisa Capasso, Climate Strike, Roma Settembre 2022
Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580.

L'articolo 16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia proviene da DINAMOpress.
Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno
Questa articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti, l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona curiosa delle tecnologie, digitali e non.
Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto.
Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire (prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani economico e tecnologico.
Le nuvole non stanno in cielo
Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech, le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole (in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri), sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco, poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti processi estrattivi e investimenti economici.
La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone.

[immagine: https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png]
Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti, oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate continuamente.
Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero, macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori, pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al pari di altri fattori di perturbazione.
Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa, siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno.
Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030.
Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo: privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri investimenti.
Il cielo sopra l’Italia
Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica».
Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora, questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti, e Roma, con una trentina attuali.
Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro, fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali che provano a contrastare i progetti più impattanti.
Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto a qualche anno fa, e che prospetta ulteriori aumenti fino a migliaia di megaWatt di potenza annua per una singola istanza.
A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette, sono state adottate «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente nell’impianto.
La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito, quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi, calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera, con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato.
A chi vanno le fette di torta?
Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta, chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni, complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in un mondo capitalista.
In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80% del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di problematicità di questi oggetti.
Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica, ma non l’ideologia di fondo.
Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in Virginia o in Arizona.
Ma poi, a cosa servono tutti questi centri superpotenti? Sono davvero così essenziali? A chi?
Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta, Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la realizzazione di compiti anche molto semplici e banali.
Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente, tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale?
Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software, che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro, la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte?
Granelli di sabbia negli ingranaggi
Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo chiamare la famigerata «AI»
sono radicate nei movimenti dal basso più variegati: dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per gruppi di giovani attivist* per la salute mentale.
Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200 dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi (11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda nel campo delle tecnologie digitali.
Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e militare.
In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI, azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col Dipartimento della Guerra statunitense.
Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023 il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri, festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per Disney+.
Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo stanno trovando slancio.
Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni.
Rho, 3 ottobre 2026
Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà territoriali giunte da tutta la provincia di Milano.
Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat* all’interno del sito.
Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione Lombardia e di amministratori locali compiacenti.
Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech.
Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia:
Giovanna Sissa, Le emissioni segrete
Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia ambientale)
Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management)
la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre 2026
Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580.

L'articolo Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno proviene da DINAMOpress.
Guerra alla Terra di Danilo Zagaria
P alazzi sventrati, cumuli di macerie, cadaveri, bambine e bambini insanguinati che piangono, che urlano o che restano in silenzio intontiti dalla violenza, dalla perdita, dalla precarietà. Le immagini scorrono sui nostri smartphone, sugli schermi dei nostri televisori. Proviamo solidarietà, vicinanza, compassione, il timore che tutta quella disperazione possa toccarci, che arrivi da noi e ci sommerga. Non ci si rende conto che non esistono confini, che non basta spegnere i nostri dispositivi digitali, perché la guerra è sempre stata a casa nostra, perché siamo tutte e tutti abitanti dello stesso pianeta. È il messaggio che emerge da Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica (2026) del biologo e divulgatore scientifico Danilo Zagaria, un’opera che indaga l’impatto delle attività militari sull’ambiente.
Il saggio si concentra sui conflitti armati compresi tra l’inizio del Ventesimo secolo e i giorni nostri che hanno coinvolto il continente euroasiatico e gli Stati Uniti. Vengono così affrontati gli avvenimenti che costituiscono l’intreccio più evidente dell’attuale situazione geopolitica occidentale e che hanno da sempre inciso, in modi diversi, sulla protezione di animali e di interi ecosistemi, sulla gestione delle risorse naturali e sulle emissioni di gas serra. Trittico della Grande Guerra, Rapsodia del bombardamento aereo, Contaminazioni e A volo di drone sono le quattro parti in cui è suddiviso il testo, quattro tappe che ci consegnano le differenti fasi di sviluppo delle strategie e delle tecnologie di guerra, in un’accelerazione che contagia anche lo stile espositivo, dal racconto quasi epistolare di alcuni dei protagonisti della Grande guerra alle istantanee dello sterminio che si è consumato nella Striscia di Gaza.
Qual è il peso ambientale dei conflitti? Come incidono sulla salute degli ecosistemi, sulla crisi climatica, sullo sfruttamento delle risorse, sull’atto stesso di abitare il pianeta? In che modo combattimenti, battaglie, raid, esercitazioni militari e tecnologie belliche compromettono – direttamente, indirettamente e talvolta volontariamente – le relazioni ecologiche che sostengono la presenza della vita sul pianeta. E ancora: può la guerra, il fenomeno umano mortifero e distruttivo per eccellenza, aspirare a essere ecologica? Oppure incarnerà sempre e in modo insanabile il mito del dominio dell’umanità sulla natura?
Sono queste le domande a cui l’autore cerca di rispondere attraverso la narrazione storica, il supporto di pubblicazioni scientifiche e i dati – troppo spesso scarsi e incompleti ‒ prodotti grazie al lavoro di alcune organizzazioni internazionali. Il linguaggio è chiaro e lineare e il ricorso a citazioni artistiche, letterarie e cinematografiche conferisce una maggiore tridimensionalità alle pagine del volume. L’analisi della composizione di Guernica di Pablo Picasso, i brani di opere come Mattatoio N. 5 di Kurt Vonnegut o di Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag, i riferimenti al documentario Apocalisse nel deserto di Werner Herzog o al libro fotografico Kuwait. Un deserto in fiamme di Sebastião Salgado e tanti altri rimandi riescono a coinvolgere emotivamente, in maniera mai pietistica e superficiale.
La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica, non è provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.Tra le vicende che meglio mostrano gli effetti della guerra sugli ecosistemi ce ne sono alcune che già dominano la conoscenza e l’immaginario collettivo (e che più facilmente sono collegabili ai danni ambientali), come l’impiego delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki e l’utilizzo di agenti chimici per eliminare la copertura vegetale nella guerra del Vietnam. Altri esempi in territorio europeo sono la modifica della morfologia del paesaggio causata dall’uso delle mine durante il primo conflitto mondiale ‒ in Italia, sulle Dolomiti della provincia di Belluno, un’esplosione modificò la forma della vetta del Col di Lana ‒ e le tempeste di fuoco provocate dai bombardamenti inglesi sulle città tedesche nella Seconda guerra mondiale, trappole infernali per civili e animali. O ancora, chi è nato prima degli anni Novanta del secolo scorso ricorderà le immagini dello sversamento di petrolio da parte degli iracheni nel mare del Golfo Persico, un disastro che sterminò la fauna acquatica e l’avifauna delle aree raggiunte dal greggio nel conflitto tra Kuwait e Iraq.
Ci sono poi episodi meno conosciuti o che sembrano meno brutali, meno “sporchi”, ma non per questo sono meno devastanti. Sono, ad esempio, emblematici i test nucleari effettuati tra il 1946 e il 1958 nelle Isole Marshall, che hanno esposto l’intera zona a una consistente ricaduta di materiale radioattivo (fallout), contaminando così fauna e flora e costringendo le popolazioni locali, già colpite da problemi di salute gravi e duraturi, ad abbandonare per sempre la propria terra. Tra i più recenti ci sono l’inquinamento da plastiche in Ucraina, legato all’utilizzo di droni russi controllati da chilometri di cavi in fibra ottica, i cui frammenti si disperdono nei boschi e nelle aree rurali; e poi l’inquinamento atmosferico da gas serra prodotti dalle operazioni belliche, in guerra così come in tempo di pace. Danilo Zagaria spiega:
Tutta questa operosità, distruttiva o meno che sia, oltre a provocare i danni ecologici che ho raccontato in questo libro, causa anche elevate emissioni di gas serra (anidride carbonica, metano e protossido d’azoto), ossia i principali responsabili dell’alterazione dell’effetto serra naturale del pianeta. La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica ‒ i cui effetti stanno diventando evidenti a tutti, compresi i negazionisti ‒ non è quindi provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.Giunti quasi alla conclusione del volume è impossibile non sentirsi ancora più impotenti nei confronti di questi attacchi diretti apparentemente solo contro i membri della nostra stessa specie ma sferrati, di fatto, alla Terra e a tutti i suoi abitanti. Ci si chiede se Homo sapiens abbia una propensione per la guerra che lo condanni a riproporre scenari di morte e devastazione. Da tempo siamo alla ricerca di una risposta, indagando nel suo passato storico ed evolutivo, in quest’ultimo caso volgendo lo sguardo agli altri primati. A tal proposito, recentemente ha suscitato particolare interesse il conflitto tra due gruppi di scimpanzé di Ngogo, in Uganda, descritto in una pubblicazione su Science e citato nell’introduzione del libro. Sebbene aiuti la riflessione sulle origini delle instabilità che possono condurre a scontri violenti, questa vicenda è solo una parte di un insieme di studi provenienti da numerose discipline, tra cui l’archeologia, l’etnografia e l’etologia, i cui risultati non consentono ancora di stabilire definitivamente in quale misura la bellicosità umana sia legata a fattori biologici o culturali.
Le formiche combattono guerre che possono ricordare le nostre, ed esistono colonie che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità.Zagaria, però, sempre attingendo all’esperienza animale, propone un esempio di come sia possibile evitare lo scontro in situazioni di elevata tensione e controllo delle risorse. Tra le formiche, insetti capaci di guerre che possono ricordare le nostre, esistono colonie del genere Myrmecocystus che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità. Potrebbe sembrare una soluzione non applicabile a una specie come la nostra, ma comportamenti simili sono stati osservati anche in comunità umane che vivono in Papua Nuova Guinea, in Etiopia e nella Cordigliera delle Ande.
Nella conclusione di Guerra alla Terra, l’autore non si lascia andare a una facile utopia di concordia tra nazioni. La sua proposta è un concreto compromesso tanto elementare quanto oggi apparentemente irraggiungibile, ossia dare priorità alla tutela del territorio e alla conservazione della natura, tentando al contempo di prevenire e disinnescare i conflitti attraverso la diplomazia. Del resto, non abbiamo molta altra scelta:
In questo fragile equilibrio ecologico e politico, non sono soltanto i popoli a invocare una tregua: anche la Terra stessa ha un disperato bisogno di pace.
L'articolo Guerra alla Terra di Danilo Zagaria proviene da Il Tascabile.
- Ottavo episodio del Podcast “La Cassetta degli Attrezzi” ECOLOGIA E LIBERTÀ: CONTRO IL CAPITALE, PER LA TERRA
Ottavo episodio del Podcast “La Cassetta degli Attrezzi” ECOLOGIA E LIBERTÀ: CONTRO IL CAPITALE, PER LA TERRA
Mattie: la discarica perc*lata

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.
Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.
Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.
Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.
L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.
L'articolo Mattie: la discarica perc*lata sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.