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I Knicks campioni NBA. Ecco come James Dolan ha costruito la sua fortuna miliardaria

15 Giugno 2026 ore 13:30

Per gran parte del periodo in cui ha guidato i New York Knicks, da quando è diventato presidente del Madison Square Garden nel 1999, Dolan è stato uno dei bersagli preferiti dei tifosi della squadra, spesso anche per colpe proprie. Ma dopo una primavera straordinaria, quel passato turbolento potrebbe essere definitivamente alle spalle. I Knicks sono campioni Nba per la prima volta dopo 53 anni, un risultato che molti tifosi ritenevano impossibile con Dolan al comando.

“Ehi, New York, mi dispiace che ci sia voluto così tanto tempo, ma eccoci qui. E speriamo che la prossima volta non serva aspettare così tanto!”, ha gridato Dolan dal palco dopo la vittoria per 94-90 sui San Antonio Spurs in Gara 5, che sabato sera ha consegnato il titolo alla franchigia.

Una fortuna da 7 miliardi di dollari

Il settantunenne erede dell’impero Cablevision ha molti motivi per festeggiare anche fuori dal parquet. Forbes ha recentemente valutato i Knicks 9,75 miliardi di dollari, il terzo valore più alto della Nba, mentre i Rangers, la sua squadra di Nhl, valgono 4 miliardi di dollari, seconda valutazione più elevata dell’hockey professionistico.

Sebbene il valore combinato delle due squadre, pari a 13,75 miliardi di dollari, superi ampiamente la capitalizzazione di mercato di 9,26 miliardi della società quotata Msg, il titolo è cresciuto del 103% nell’ultimo anno. Nel frattempo, l’altra società controllata da Dolan, Sphere Entertainment, proprietaria della Sphere di Las Vegas e delle reti televisive e radiofoniche sportive regionali Msg, ha visto il proprio titolo salire del 291%.

Secondo le stime di Forbes, questa fase particolarmente favorevole ha portato la fortuna della famiglia a circa 7 miliardi di dollari, suddivisi tra Dolan e le famiglie dei suoi cinque fratelli. Il totale non include la famiglia del defunto zio Larry Dolan, avvocato di successo dell’Ohio che nel 2000 acquistò la squadra di Major League Baseball oggi conosciuta come i Cleveland Guardians e che successivamente ne affidò il controllo al figlio Paul.

Come i Knicks sono tornati sul tetto della Nba

La straordinaria trasformazione dei Knicks, che prima di questa cavalcata avevano raggiunto i playoff soltanto dieci volte dall’ultima apparizione alle Finals del 1999 — lo stesso anno in cui Dolan assunse la guida del Madison Square Garden — è iniziata quando il proprietario ha scelto di fare un passo indietro dai riflettori e ha assunto Leon Rose come presidente delle operazioni cestistiche nel 2020.

Mentre ordinava agli addetti alla sicurezza di fermare i tifosi che durante le partite casalinghe intonavano cori come “vendi la squadra”, Dolan sembrava allo stesso tempo aver compreso il messaggio. Ha infatti concesso a Rose, ex agente Nba della Caa, il tempo e lo spazio necessari per costruire con pazienza una rosa da titolo.

Rose ha firmato nel 2022 Jalen Brunson, allora una stella emergente sottovalutata che i Dallas Mavericks avevano lasciato partire come free agent. Successivamente sono arrivati Karl-Anthony Towns, O.G. Anunoby, Mikal Bridges e Josh Hart. Tra questi, soltanto Towns era già stato selezionato per l’All-Star Game prima di approdare ai Knicks.

“Ci sono stati momenti in cui abbiamo cercato l’oggetto brillante, quello che attira l’attenzione, soprattutto quando le cose andavano male”, ha ammesso Dolan nel marzo 2025 durante il podcast Roommates Show condotto da Brunson e Hart. “Quello che ho imparato nel tempo è che non funziona. Bisogna fare le cose fondamentali, le basi. Devi costruire una squadra, devi costruire un’organizzazione”.

L’eredità di Cablevision e l’ascesa di Dolan

Per gran parte della sua vita James Dolan è stato abituato a ottenere ciò che desiderava. Suo padre, Charles Dolan, era un magnate delle comunicazioni che fondò Hbo, cedette successivamente la propria partecipazione a Time Inc. e utilizzò parte dei proventi per creare nel 1973 Cablevision, società di televisione via cavo che serviva l’area metropolitana di New York. Cablevision si quotò in Borsa nel 1986 e venne acquisita nel 2016 dal gruppo europeo delle telecomunicazioni Altice per 17,7 miliardi di dollari.

Nel 1994 Cablevision e il conglomerato ingegneristico Itt acquistarono Madison Square Garden, Msg Network, Knicks e Rangers da Viacom per 1,1 miliardi di dollari. Tre anni più tardi Cablevision rilevò la quota di Itt per 650 milioni, assumendo il pieno controllo dell’attività. Alla morte di Charles Dolan, avvenuta nel 2024 all’età di 98 anni, Forbes stimava il suo patrimonio in 5,4 miliardi di dollari.

Dagli inizi difficili alle accuse di nepotismo

James Dolan è cresciuto a Massapequa, nella contea di Long Island, e si è laureato in Comunicazione alla Suny New Paltz nel 1979. Nello stesso anno iniziò a lavorare per il padre in Cablevision. Raccontò a Forbes nel 1999 di essersi dato cinque anni per capire se il lavoro gli piacesse davvero. Poi quei cinque anni diventarono dieci. Alla fine non se ne andò mai.

Dolan fece carriera all’interno dell’azienda, arrivando a creare una divisione dedicata alla vendita pubblicitaria. Parallelamente, però, combatté per anni contro problemi di dipendenza da droghe e alcol. Nel 1993 entrò in una clinica di riabilitazione e da allora ha parlato apertamente del proprio percorso di sobrietà. Nel 1995 il padre gli affidò il ruolo di amministratore delegato di Cablevision, incarico che mantenne fino alla vendita della società nel 2016. Era però consapevole che molti colleghi guardassero con scetticismo alla sua ascesa, attribuendola ai legami familiari. “Vuoi che gli altri ti sottovalutino”, disse a Forbes nel 1999. “Ti dà maggiore libertà di movimento”.

Vent’anni di errori e polemiche

Quell’intervista segnò però anche l’inizio di due decenni difficili per i Knicks, costellati da decisioni discutibili sul piano sportivo. Dal 2001 al 2020 la franchigia cambiò 13 allenatori, tra permanenti e ad interim, vincendo una sola serie di playoff in vent’anni. La squadra investì cifre elevate per acquisire giocatori come Eddy Curry, Carmelo Anthony e Andrea Bargnani e nel 2014 convinse il leggendario Phil Jackson a uscire dal ritiro con un contratto quinquennale da 60 milioni di dollari per guidare le operazioni cestistiche. Anche quella scommessa fallì.

Uno dei momenti più controversi della gestione Dolan arrivò nel 2017, quando Charles Oakley, simbolo dei Knicks degli anni Novanta, venne allontanato con la forza dal Madison Square Garden durante una partita e successivamente accusato di violazione di domicilio e aggressione dopo aver resistito agli addetti alla sicurezza.

Oakley denunciò Dolan per diffamazione e discriminazione a seguito di alcune dichiarazioni in cui il proprietario sosteneva che l’ex giocatore avesse problemi di rabbia e alcol. La disputa non si è ancora conclusa.

La lista delle persone indesiderate al Madison Square Garden va ben oltre Oakley. Secondo quanto riportato dal New York Times nel 2022, Dolan ha utilizzato per anni sistemi di riconoscimento facciale per impedire l’ingresso agli avvocati appartenenti a studi legali coinvolti in cause contro di lui.

L’imprenditore dietro le controversie

Anche quando i Knicks occupavano le prime pagine per motivi negativi, Dolan si è dimostrato un imprenditore abile. Nel 2010 separò le attività di intrattenimento di Cablevision, inclusi Knicks e Rangers, creando una nuova società quotata chiamata Madison Square Garden Company e mantenendo quel business quando il resto di Cablevision venne venduto sei anni più tardi.

Nel 2020 la stessa Msg Company scorporò ulteriormente le attività sportive e di intrattenimento in società distinte, mentre era impegnata nella progettazione della Sphere di Las Vegas, inaugurata nel 2023 e oggi controllata da un’altra società quotata, Sphere Entertainment. L’operazione si è rivelata un grande successo: la società ha quadruplicato il proprio valore dalla fine del 2024 grazie anche alle residenze artistiche ospitate da gruppi come Eagles e Backstreet Boys.

Appassionato di musica da sempre e cantante della sua band, Jd & The Straight Shot, Dolan ha dedicato negli ultimi anni gran parte delle proprie energie alla Sphere, lasciando forse che i Knicks operassero con maggiore autonomia e meno interferenze quotidiane.

Il futuro e l’ultima polemica

Dolan sta ora preparando un ulteriore scorporo societario. A maggio, Msg Sports ha presentato una proposta per separare i Rangers dai Knicks. Il manager ha più volte ribadito di non avere intenzione di vendere completamente le squadre, ma una separazione renderebbe più semplice la cessione di una partecipazione in una delle due.

Sebbene la sua reputazione sia migliorata parallelamente ai successi dei Knicks, Dolan non ha resistito alla tentazione di aprire un nuovo fronte polemico durante queste Finals Nba, questa volta con il sindaco di New York, Zohran Mamdani.

Dolan, che aveva ospitato il presidente Donald Trump nel proprio skybox durante Gara 3 delle Finals, ha definito Mamdani e la commissaria di polizia Jessica Tisch dei “guastafeste”, lamentandosi delle procedure autorizzative che hanno portato alla cancellazione di alcuni eventi pubblici organizzati all’esterno del Madison Square Garden.

Per tutta la sua gestione Dolan è stato un proprietario diretto, spesso brusco e divisivo, sia nei momenti difficili sia in quelli di successo. Ma agli occhi di milioni di newyorkesi, una vittoria può far dimenticare quasi tutto.

L’articolo I Knicks campioni NBA. Ecco come James Dolan ha costruito la sua fortuna miliardaria è tratto da Forbes Italia.

Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica

12 Giugno 2026 ore 13:34

Alla fine del mese di maggio di ogni anno il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali alla relazione annuale, offre una lettura dell’andamento e delle prospettive della situazione economica e sociale italiana, collocandole nel più ampio contesto internazionale ed europeo. La relazione presentata quest’anno dal governatore Fabio Panetta è risultata particolarmente interessante sia per la drammatica evoluzione del quadro geopolitico internazionale – segnata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato forti rincari del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, con ricadute sempre più pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie e delle imprese – sia per le profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo “il modo in cui si produce, si lavora e si prendono le decisioni”.

Produttività, demografia e ritardi strutturali

Particolarmente stimolanti appaiono le riflessioni dedicate all’andamento dell’economia italiana nel quadro delle politiche europee. Esse riportano al centro dell’attenzione alcuni nodi strutturali che il nostro Paese continua a trascinare da oltre vent’anni, indipendentemente dall’alternanza dei governi. L’essenza del problema è efficacemente sintetizzata da una delle affermazioni del governatore Panetta: “Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro”. Tutto ciò avviene in un contesto nel quale, come ha osservato lo stesso governatore, “la demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età lavorativa in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.

In questo scenario, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi può rappresentare il fattore decisivo per consentire all’economia italiana quel salto di produttività ormai indispensabile. Tuttavia, come ha sottolineato Panetta, “rischiano di ostacolare questa evoluzione un tessuto produttivo frammentato in imprese di piccole dimensioni che adottano più lentamente le nuove tecnologie”. Sorprende che considerazioni di tale portata non abbiano suscitato un dibattito più approfondito all’interno delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Tutto sembra essere passato quasi inosservato, come se i problemi strutturali della bassa crescita italiana potessero risolversi spontaneamente, senza una funzione attiva della politica con la P maiuscola.

Pnrr, bassa produttività e frammentazione del tessuto produttivo

D’altra parte, anche l’ingente massa di risorse mobilitate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza tra il 2021 e il 2025 – oltre 100 miliardi di euro effettivamente impiegati – non è riuscita a incidere in modo significativo sulla crescita della produttività del sistema produttivo e agricolo. Diventa quindi ancora più urgente, alla luce della profonda trasformazione in atto nei processi produttivi, fare ricorso all’intelligenza artificiale e alle tecnologie digitali per tentare di superare l’asfittica crescita della nostra economia e aumentare la produttività dei fattori impiegati.

Per perseguire una strategia di questo tipo occorre però affrontare preliminarmente due nodi strutturali che, con il trascorrere del tempo, rendono sempre più difficile l’introduzione dell’innovazione tecnologica e finanziaria nel sistema economico: la dimensione delle imprese e il ruolo del sistema bancario. È difficile immaginare una diffusione capillare dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi produttivi in un sistema economico nel quale la presenza delle micro e piccole imprese, fino a 49 addetti, costituisce la caratteristica dominante del tessuto produttivo nazionale.

Microimprese, produttività e sistema bancario

Secondo un’indagine del Centro Studi Cna, pubblicata nel novembre 2022 e riferita ai dati del 2020, le imprese con meno di 50 addetti erano 4.226.623, pari al 99,4% del totale. Di queste, oltre un milione – 1.033.027 – aveva natura artigiana. In Italia, dunque, quasi un’impresa su quattro è artigiana. La crescita dimensionale delle imprese appare quindi una condizione imprescindibile per consentire al sistema delle Pmi di innovare i processi produttivi, incrementare la produttività e valorizzare le competenze professionali dei lavoratori. Non si tratta di accrescere il potere economico dell’imprenditore, ma di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro.

È un cambiamento che può garantire maggiore economicità e sviluppo alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione dei costi unitari, il conseguimento di economie di scala, una maggiore capacità competitiva sui mercati e il rafforzamento della solidità patrimoniale. Il raggiungimento di un obiettivo di tale portata richiede necessariamente un ruolo attivo e propositivo del sistema bancario nazionale. Purtroppo, l’impostazione assunta dal nuovo Testo Unico Bancario, entrato in vigore nel 1994, ha progressivamente orientato gli istituti di credito verso la concentrazione bancaria, trascurando il tema dell’evoluzione della funzione delle banche nello sviluppo delle imprese e dei distretti industriali.

Si è progressivamente indebolita quella relazione banca-impresa che, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Novanta, aveva contribuito in maniera determinante alla crescita del sistema economico italiano, generando benessere diffuso per imprese, lavoratori e famiglie. Nell’attuale fase di profonda trasformazione dell’economia globale, caratterizzata dall’irruzione delle tecnologie digitali e da mutamenti geopolitici senza precedenti, stiamo assistendo alla rinascita del cosiddetto “risiko bancario”. Negli ultimi quattro anni, grazie all’aumento dei tassi d’interesse seguito alla guerra russo-ucraina e al mancato adeguamento della remunerazione della raccolta bancaria, gli istituti di credito hanno registrato profitti straordinari e rafforzato la propria patrimonializzazione.

Risiko bancario e finanza italiana: operazioni tra grandi gruppi, ma senza una strategia per la crescita delle Pmi

Tuttavia, questo nuovo risiko bancario non sembra orientato alla costruzione di un sistema creditizio capace di accompagnare il tessuto produttivo italiano fuori dal nanismo industriale e di sostenerlo nell’affrontare la rivoluzione tecnologica necessaria ad aumentare produttività e crescita. La stessa operazione che ha visto protagonista Mps e che ha portato alla conquista di Mediobanca è apparsa soprattutto come una partita tra grandi gruppi finanziari interessati, da un lato, al credito al consumo e al risparmio gestito e, dall’altro, al controllo di Generali, di cui Mediobanca detiene una partecipazione rilevante.

Al centro di tale operazione non sembra esservi stata una riflessione sul ruolo che Mps avrebbe potuto svolgere nel sostenere la crescita dimensionale delle Pmi, non soltanto attraverso il credito tradizionale, ma anche mediante la creazione di strumenti finanziari innovativi destinati a favorire fusioni, incorporazioni e aggregazioni aziendali, indispensabili per rafforzare la competitività del sistema produttivo. Analoga considerazione può essere svolta per le operazioni in corso nel settore bancario, dove prevale la ricerca di sinergie finanziarie e commerciali piuttosto che la definizione di una strategia di sostegno allo sviluppo delle imprese.

Il futuro di Mps, il ruolo dello Stato e il risiko bancario

In questo contesto si colloca, infatti, la proposta di Intesa San Paolo e Unipol ( il gruppo  assicurativo primo azionista di Biper con il 19,8,%) per impossessarsi di Mps, svuotandolo di ogni contenuto funzionale,  quale banca finanziatrice delle esigenze delle Pmi e dei distretti industriali. La proposta di  banco Bpm rivolta a perseguire  la fusione  con Mps, per come è stata fatta, pare destinata a finire nel dimenticatoio, proprio per la debolezza intrinseca di quello che si vorrebbe conseguire. L’obiettivo dell’amministratore di  Intesa San Paolo Messina pare quello di utilizzare l’acquisto di  Mps per assicurarsi tramite Mediobanca la possibilità di arrivare al controllo di Generali, magari con un’alleanza spuria con Unicredit. Quello di Unipol di acquistare n. 635 sportelli di Mps per accrescere i punti di vendita di Biper, che assumerebbe il nome di Banca Monte Paschi, cancellando Siena e la storicità della banca, per piazzare le polizze assicurative di Unipol.

Colpisce, infine, che il ministro dell’Economia Giorgetti, in una fase in cui l’economia italiana continua a registrare tassi di crescita prossimi allo zero, si limiti ad affermare che debba prevalere chi offre di più. Ancora più sorprendente è constatare come il dibattito sul futuro del sistema bancario si concentri prevalentemente sulla redditività derivante dalla gestione del risparmio, dimenticando che la capacità delle famiglie di accumulare risorse dipende, in ultima analisi, dalla crescita dell’economia reale. Se quest’ultima ristagna, inevitabilmente anche il risparmio si riduce e, con esso, le prospettive di sviluppo dell’intero sistema.

L’articolo Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica è tratto da Forbes Italia.

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