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Dai droni a Ceuta, l’Europa nella morsa della guerra ibrida. L’esperto: “Siamo accerchiati”

17 Agosto 2026 ore 19:38

Paniccia ad Affaritaliani: “Dai droni a Ceuta c’è una strategia asimmetrica per destabilizzare l’UE”

L’Europa si trova stretta in una morsa geopolitica senza precedenti, esposta a una pressione coordinata che spazia dalla guerra convenzionale alle minacce ibride. Tra sconfinamenti aerei ad Est, attacchi informatici, tensioni nel Mediterraneo e la riapertura del dossier artico con la Groenlandia, le frontiere dell’Unione Europea appaiono sempre più vulnerabili e prive di una visione strategica unitaria. Sullo sfondo restano i complessi equilibri con gli alleati statunitensi e l’incapacità di cogliere la reale pericolosità della guerra cognitiva in atto. Questo scenario di costante destabilizzazione apre interrogativi cruciali: l’Unione Europea possiede i mezzi e la coesione politica per difendersi da un accerchiamento così articolato o rischia il collasso strategico? E la spinta verso una difesa comune riuscirà a superare i parziali interessi dei singoli Stati membri? 

A fare il punto per Affaritaliani è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), secondo cui “l‘Unione Europea ha sottovalutato profondamente la portata delle guerre in corso, lasciando scoperte le dimensioni cognitiva e ibrida che ora stanno esplodendo in tutta la loro intensità”. Secondo Paniccia, infatti, la priorità risiede in “una politica estera davvero condivisa e una presenza più incisiva nella NATO, per evitare di essere schiacciati dalle pressioni delle grandi potenze”.

Di fronte a una pressione coordinata che va dalla guerra convenzionale alle minacce ibride (cyber e droni), l’Unione Europea ha i mezzi e la coesione politica per difendersi o rischia il collasso strategico?

“L’Unione Europea ha sottovalutato profondamente la portata delle guerre in corso, in particolare per quanto riguarda la minaccia ibrida. Se sul piano militare tradizionale l’UE ha mostrato maggiore attenzione e sulla guerra economica o cyber tenta di mantenere un controllo, ha invece del tutto trascurato la guerra cognitiva e la pericolosità delle strategie asimmetriche.

Oggi assistiamo a una morsa reale ai confini europei: un accerchiamento che non deriva soltanto dalla Federazione Russa, ma da un insieme di dinamiche globali in cui non sono estranei neppure gli Stati Uniti di Donald Trump. Storicamente guidata dall’asse franco-tedesco, l’Europa si è concentrata sugli aspetti difensivi classici e sulla stabilità interna via cyber, lasciando scoperte le dimensioni cognitiva e ibrida che ora stanno esplodendo in tutta la loro intensità alle nostre frontiere”.

Gli sconfinamenti aerei, gli attacchi informatici e la pressione migratoria sono azioni slegate o fanno parte di un’unica strategia asimmetrica per destabilizzare i paesi UE?

“Fanno parte di un’unica, precisa strategia. Questo conflitto, che ha la matrice di uno scontro tra Est e Ovest, si combatte in gran parte attraverso una guerra non dichiarata: sconfinamenti di droni, minacce aeree e scaramucce di confine che toccano una vasta frontiera, dai Paesi Baltici alla Polonia, fino a Romania e Bulgaria. Parallelamente, tendiamo a catalogare affrettatamente come “terrorismo individuale” o semplici incidenti i gravissimi attacchi portati alle infrastrutture dei Paesi UE.

L’ultimo grande sbarco a Ceuta ne è un esempio lampante: si trova a due ore da Gibilterra, uno dei due snodi fondamentali del Mediterraneo insieme a Suez. Non siamo di fronte a eventi isolati, ma a una pressione strategica costante che va dal Nord al Mar Nero, dal Mar Rosso – dove gli Houthi condizionano il traffico marittimo – fino alle coste occidentali. È la dimostrazione di una straordinaria capacità di guerra ibrida che non si combatte solo con i carri armati”. 

Qual è l’anello più debole di questa catena di crisi (dall’Ucraina a Gibilterra) su cui la difesa europea dovrebbe concentrare subito le sue risorse?

“L’anello più debole è senza dubbio la mancanza di una visione strategica. Non possiamo pensare di riproporre il vecchio modello dell’asse franco-tedesco, che in nome del benessere ha finito per portarci la guerra alle porte. Dobbiamo poi aprire gli occhi su dossier apparentemente eccentrici, come l’interesse di Trump per la Groenlandia: non si tratta di semplice narcisismo, ma del controllo di un territorio chiave per la copertura radar e missilistica del Nord Europa.

Se osserviamo la mappa, l’Europa è stretta in una morsa da ogni lato: la Russia in Ucraina, la Turchia nel Mar Nero, il rischio chiusura a Suez, le pressioni migratorie a due ore da Gibilterra e la spinta americana sull’Artico. In un mondo dominato dalle grandi potenze, l’Europa rischia di non essere più funzionale né per gli avversari né per gli storici alleati. La vera urgenza è comprendere la natura della guerra cognitiva ed economica per difendere l’autonomia del nostro futuro”. 

Questa morsa di crisi tra Est e Mediterraneo spingerà l’Europa a creare una vera difesa comune o la spaccherà sulle diverse priorità dei singoli Stati?

“Quanto accaduto a Ceuta dimostra che non possiamo più procedere in ordine sparso. Più che inseguire traguardi complessi come la creazione immediata di eserciti comuni, l’Europa deve investire con forza su due pilastri: una politica estera davvero condivisa e una presenza più incisiva nella NATO.

Gli alleati statunitensi ci chiedono di assumere un peso maggiore nella gestione della sicurezza continentale: per farlo dobbiamo convergere su obiettivi strategici alti, come l’ipotesi di un nucleare militare europeo e una NATO a trazione più europea. È fondamentale presidiare la nuova frontiera ad Est – dove probabilmente si arriverà a un accordo ‘alla coreana’ in Ucraina – ma anche stabilizzare i rapporti con la Turchia, garantire la sicurezza dell’area mediorientale attorno a Suez e dialogare da posizioni di forza con gli Stati Uniti. Solo così l’Europa eviterà di essere schiacciata dalle pressioni esterne”. 

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La nuova “grammatica della guerra”: il dominio dello spazio cibernetico come forma di neo-colonialismo nella Magnifica Humanitas

3 Agosto 2026 ore 07:00

L’orbe tecnocratico, vittima della sindrome di Babele, con la pretesa di definire un unico linguaggio e una sola via del progresso, scorge nell’uso dell’IA uno strumento per accrescere le proprie capacità di controllo sociale. Questa inedita forma di neo-colonialismo, fondata sull’appropriazione di dati come risorsa strategica, si accompagna, nell’enciclica leoniana, ad una costante antropologica che rintraccia nell’uomo moderno l’incapacità di porre dei limiti concreti al retto uso della potenza tecnologica. Animato da una marcata sensibilità geopolitica, il Pontefice americano sottrae il cyberspazio all’illusione della sua immaterialità restituendogli una dimensione tangibile. Il controllo sistematico di infrastrutture digitali, appannaggio esclusivo di grandi attori economici privati, definisce una condizione di oligopolio entro la quale sono questi stessi soggetti a stabilirne le regole di accesso. I Data Center, archivi delle nuove terre rare del potere (dati sanitari, dati demografici, profili epidemiologici) perpetuano un assetto egemonico che riproduce le asimmetrie del potere digitale, ridisegnando una geografia di nuovi centri e periferie globali, guidati da una logica estrattiva unidirezionale. Lo scontro tra imperialismi contrapposti, che Leone XIV individua come uno dei tratti caratterizzanti del cogente ordine internazionale, trova nell’impiego delle nuove tecnologie un acceleratore della rivalità tra “potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo”.

Disinformazione e guerra cognitiva nell’era digitale

La manipolazione e il controllo degli ambienti informativi, nella corsa alla colonizzazione dello spazio digitale, costituiscono un ulteriore terreno di confronto funzionale a preparare culturalmente, mediante la diffusione di narrazioni semplificanti, le condizioni per la guerra cognitiva: una forma di conflitto diretta all’erosione delle capacità critiche e percettive degli individui, che anticipa e alimenta le forme di scontro convenzionale. Lo spazio cibernetico si configura, dunque, come un luogo all’interno del quale vengono condotti “attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA [che] possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto”. Prevost riconosce nell’uso strumentale della tecnologia e dell’IA un potenziale vettore di condizionamento sociale, estraneo alla neutralità, e capace di orientare l’opinione pubblica al punto da riscrivere la grammatica dei conflitti contemporanei. Nelle parole del Pontefice:

La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ‘ibride’, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica.

In questo scenario di vulnerabilità diffusa, l’enciclica leoniana richiama la crisi del sistema multilaterale. La riconfigurazione degli equilibri globali segna il ritorno a un paradigma binario che individua nella contrapposizione amico-nemico la via per ricostruire un’identità collettiva frammentata. La sedimentazione di nuovi immaginari condivisi, sospinti da una “cultura violenta della potenza” trasferisce progressivamente il conflitto dal piano cognitivo al piano materiale, in un processo in cui “la diversità dell’altro […] vissuta come minaccia [alimenta] un desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche […]”. Ne deriva una concezione dell’alterità che tende a identificare la sicurezza con l’accumulazione di capacità militari.

IA e sistemi d’arma

L’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma ad autonomia operativa rappresenta, nella riflessione di Leone XIV, il punto di massima convergenza tra innovazione tecnologica e crisi della responsabilità politica. L’intelligenza artificiale e l’imperante narrazione taumaturgica dell’efficienza algoritmica abbassano la soglia del ricorso alla violenza; accompagnate dalla proliferazione di nuovi attori armati che “intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici”, trasformano la difesa in prevenzione, innescando una spirale securitaria che rende la guerra una condizione permanente, il cui fine ultimo non si sostanzia più nell’ottenimento della “vittoria definitiva”, bensì nella “perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita”. 

Potere e tecnologia: comprendere la nuova spazialità del conflitto 

La Magnifica Humanitas, pur assumendo toni di severa invettiva nei confronti dell’IA, non indugia in una sterile forma di luddismo, né paventa un’utopica regressione verso una società pre-tecnologica. La critica leoniana richiama, con rinnovata urgenza, la necessità di regolamentare la corsa allo spazio cibernetico: un dominio potenzialmente illimitato che definisce nuove forme di interazione e in cui si addensa lo scontro tra attori geopolitici eterogenei. L’enciclica svela la persistenza storica di una matrice neo-coloniale che, mutate le coordinate spaziali, ne conserva intatta la morfologia. Laddove un tempo erano le terre emerse, il mare, lo spazio aereo ed extra-atmosferico a definire il limes della contesa, a questi si affiancano i flussi di dati e le infrastrutture digitali. Interrogarsi criticamente sull’importanza del cyberspazio vuol dire assumere uno sguardo consapevole e disincantato sulle nuove forme che il potere e la conflittualità assumono nella contemporaneità. Non si tratta di normalizzare l’ineluttabilità dello scontro, quanto piuttosto di adottare un approccio autenticamente realista che permetta di leggere con lucidità “interessi, paure, vincoli e rapporti di forza”.

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