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L’asse Mosca – Pechino risponde all’Impero nei fronti del Pacifico

 

di Alex Marsaglia

 

La Terza Guerra Mondiale a pezzi, che non è altro che il conflitto imperialista in estensione verso le formazioni sociali che non si sono ancora assoggettate al totalitarismo neoliberista che domina l’Occidente, sta saldando i suoi fronti riscaldandosi anche sul Pacifico. Abbiamo visto nei mesi scorsi la fredda accoglienza riservata al Presidente americano in visita a Pechino, dopo aver promosso una politica di guerra commerciale ed economica sempre più aggressiva. Ma a preoccupare, in Europa come in Asia, è il crescente militarismo degli alleati statunitensi. Il Giappone è spinto al riarmo al punto da mettere in discussione i “Tre principi non nucleari”, sta destabilizzando le relazioni internazionali create nel Pacifico dopo la Seconda Guerra Mondiale e viene chiaramente percepito dall’asse Mosca-Pechino come una minaccia dalla quale tutelarsi saldando sempre di più l’alleanza. Così nel mese di Luglio Russia e Cina hanno accelerato il passo, avviando un’esercitazione navale congiunta in cui le marine dei due Paesi hanno stabilito delle rotte di pattugliamento nella parte occidentale e settentrionale del Pacifico, proprio per arginare le mire imperialiste e colonialiste dei kamikaze locali pronti ad essere scagliati dall’Impero contro i loro confini legittimi.

Il crescendo delle tensioni nelle ultime settimane è però stato notevole, quasi esponenziale. La NATO stessa, sconfinando dai propri ambiti geografici di competenza ha direttamente chiamato in causa la Cina, accusandola di essere “un facilitatore decisivo della guerra in Ucraina”. La Cina, dal canto suo, nella prosecuzione dei piani di innovazione tecnologica dell’apparato militare ha testato un missile balistico a capacità nucleare, come già fatto in precedenza nel 2024 e per questo è stata nemmeno tanto indirettamente attaccata dalle organizzazioni internazionali filo-occidentali per aver “minato la pace nell’area”. La dichiarazione congiunta della Conferenza per il Disarmo dell’11 Agosto (https://geneva.usmission.gov/2026/08/11/joint-statement-on-notifications-of-ballistic-missile-launches/), firmata anche dall’Italia, ha condannato tali test missilistici innescando la risposta piccata della Repubblica Popolare.

Il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha risposto rilevando che la dichiarazione congiunta che invocava il Codice di condotta dell’Aia e alludeva al test missilistico cinese “è stata motivata esclusivamente da ragioni politiche”, mettendo a nudo l’utilizzo strumentale delle organizzazioni internazionali fatto dall’Occidente, aggiungendo che “la Cina esorta i paesi interessati a smettere di abusare dei meccanismi multilaterali di controllo degli armamenti”. Il riferimento al “doppio standard” è poi immancabile, visto che Stati come l’Ucraina non solo sono liberi di armarsi, ma vengono armati dall’Occidente stesso per offendere ben più che per difendersi. E così viene fatto anche sul fronte del Pacifico, dove le esercitazioni con i sudditi dell’Impero si svolgono regolarmente: della primavera scorsa quella congiunta tra Stati Uniti e Giappone e i piani di riarmo proseguono spediti in Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Quest’ultimo lo scorso Maggio ha approvato un piano di spesa di oltre 25 miliardi di dollari, di cui oltre 11 miliardi solo in acquisti di armamenti statunitensi. Mentre la Corea del Sud, dei tre, è il Paese con la maggior spesa militare e sta svolgendo in questi giorni un’esercitazione congiunta con gli Stati Uniti.

Viceversa, se la Cina e la Russia osano promuovere esercitazioni militari congiunte, come hanno fatto in maniera sempre più continuativa negli ultimi anni e svolgono test missilistici, vengono immediatamente riprese da queste cosiddette organizzazioni internazionali che con le loro strutture ramificate monitorano la situazione all’unico fine di mantenere lo status quo occidentale e promuovere gli interessi dell’imperialismo americano nell’area.

La Russia e la Cina alleate nel fronteggiare l’imperialismo espansionista statunitense, stanno poi procedendo in concerto sul fronte del Pacifico, smascherando tutte le manipolazioni del caso. Così nelle stesse ore in cui la Cina rispondeva alla Conferenza per il Disarmo, il Presidente Putin si è recato in visita alla flotta, accogliendo la dettagliata relazione del comandante Viktor Liina che ha stabilito come l’offensiva espansionistica dell’imperialismo sia in pieno dispiegamento a livello globale: “le forze della NATO sono coinvolte nella politica regionale dell’area del Pacifico e la situazione si sta complicando”, inoltre nella zona “si stanno formando nuove alleanze ostili, che sono elementi della NATO, ma sotto una diversa veste”. Insomma, l’imperialismo ha attivato i proxy ed è pronto ad utilizzare i propri sudditi per scagliarli contro l’asse Mosca-Pechino. La prontezza e la piena operatività della flotta russa sul Pacifico, che come ha spiegato il comandante Liina “ha condotto un’analisi dettagliata del traffico marittimo nell’area” è però un’ottima notizia, poiché come ha annunciato il 12 Agosto Putin: “La Russia risponderà in modo speculare ai tentativi dei paesi occidentali di sequestrare navi mercantili russe”, chiarendo che “i tentativi di alcuni stati di limitare la navigazione delle navi russe sono pirateria e rapina”. Questo significa che, in assenza di organizzazioni internazionali in grado di far rispettare i più basilari principi del diritto marittimo, la Russia agirà “in modo speculare” e lo farà laddove farà più male, cioè nel Pacifico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha infatti colpito maggiormente le ex “Tigri asiatiche” fortemente dipendenti dal petrolio e dal gas mediorientale, le quali si trovano ora aggrappate agli approvvigionamenti che giungono proprio dagli Stati Uniti. Come ha ribadito il Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitrij Medvedev, chiosando l’annuncio di Putin: “adottando un approccio simmetrico, la Russia ha il diritto di attaccare qualsiasi nave mercantile di paesi nemici, sia nelle nostre acque che in quelle internazionali”. Lo scontro indiretto tra superpotenze passerà ad un livello successivo, in cui non vi sarà ancora lo scontro diretto tra eserciti, ma giungerà allo scontro diretto tra eserciti e beni, merci ed interessi delle superpotenze che dunque si scambieranno colpi diretti potenzialmente in tutto il globo senza riserva alcuna. Difficilmente la Russia sarebbe stata a guardare a lungo mentre veniva attaccata ormai quotidianamente sul proprio territorio e in tutto il globo e questo annuncio è prodromico alla risposta globale che attuerà. In tutto questo il diritto internazionale resta all’angolo come longa manus degli interessi occidentali, un regolatore impotente. La Repubblica Popolare cinese, da par suo, ha già chiarito i conti in merito al disarmo promosso dalle organizzazioni internazionali, avendo avuto l’esempio storico dell’Unione Sovietica in cui questo ha operato a senso unico.

Israele vuole che ChatGPT diffonda la sua versione dei fatti su Gaza – Politico

 

Secondo quanto riportato da Politico, Israele ha speso decine di milioni di dollari per migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, cercando di influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale descrivono il paese.

L'opinione pubblica statunitense nei confronti di Israele si è deteriorata negli ultimi anni, inizialmente a causa della sua risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e, più recentemente, a causa della guerra statunitense-israeliana contro l'Iran e dei relativi costi a carico dei contribuenti. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di giugno, sei adulti statunitensi su dieci ora hanno un'opinione piuttosto o molto sfavorevole di Israele, in aumento rispetto al 53% dello scorso anno e al 42% del 2022. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ancora meno popolare: il 65% degli intervistati dichiara di avere poca o nessuna fiducia nelle sue politiche.

La campagna da 100.000 dollari per influenzare l'IA

In un articolo pubblicato venerdì, Politico ha descritto in dettaglio una campagna israeliana da 100.000 dollari volta a influenzare il modo in cui i modelli linguistici di grandi dimensioni, come ChatGPT, rispondono alle domande su Gaza e sulla guerra tra Israele e Hamas. L'iniziativa ruota attorno all'Hanover Institute for Public Policy, un sito web che pubblica rapporti anonimi sull'antisemitismo e su questioni geopolitiche.

Il progetto è stato avviato tramite la società di pubbliche relazioni francese Havas Media, che gestisce gran parte delle attività di influenza israeliane negli Stati Uniti registrate ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) statunitense, e il suo subappaltatore, l'agenzia pubblicitaria Piro Inc, per conto dell'Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam).

L'Hanover Institute descrive il proprio lavoro come «documentario, non dichiarativo» e afferma che la sua ricerca è puramente accademica. Politico, tuttavia, ha citato documenti FARA depositati presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti la scorsa settimana che collegano più di una dozzina dei suoi articoli a una campagna di pubbliche relazioni che prevedeva «la creazione e la diffusione di materiale informativo basato sui fatti e supportato da fonti» volto a «educare» l'opinione pubblica statunitense su Israele.

Il sito web, prosegue Politico, ospita numerosi articoli senza attribuzione formulati come domande, tra cui «La tortura dei prigionieri palestinesi è un crimine di guerra?» e «Chi è l'aggressore nel conflitto israelo-palestinese?», il che, secondo Politico, suggerisce che il materiale fosse stato progettato per essere ripreso e citato dai modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM). Il sito ha inoltre affermato che alcuni indicatori tecnici collegavano il sito web a Res, una startup di intelligenza artificiale con sede a Seattle che aiuta i clienti a ottenere raccomandazioni dai modelli di IA. Il collegamento è stato confermato dal CEO di Res, Hai Tran, in una e-mail.

 

I precedenti e le divisioni politiche negli Stati Uniti

Sebbene i documenti FARA di Piro non identifichino esplicitamente come obiettivo l'influenza sui modelli di linguaggio, Politico ha affermato che sia ChatGPT che Perplexity hanno citato materiale dell'Hanover Institute in risposta a domande neutre su Gaza e Israele.

Non è la prima iniziativa di Israele, legata a Havas, volta a influenzare l'opinione pubblica, anche attraverso l'IA. Secondo un'inchiesta del WSJ pubblicata il mese scorso, l'azienda aveva precedentemente ingaggiato l'ex responsabile della campagna elettorale del presidente Donald Trump, Brad Parscale, per una campagna da 46,5 milioni di dollari che includeva messaggi filoisraeliani generati dall'IA rivolti agli americani, oltre a siti web e post progettati per generare risposte più favorevoli da parte delle piattaforme di IA. Lo scorso autunno, Responsible Statecraft ha riferito che Havas Media ha gestito anche una «campagna di influencer» per la quale ha pagato 900.000 dollari per la produzione di contenuti favorevoli a Israele.

 

L'Arabia Saudita lancia una "coalizione marittima" mentre la situazione nello Yemen si aggrava

 

L'Arabia Saudita ha annunciato il lancio ufficiale di una "coalizione multinazionale di difesa marittima" volta a salvaguardare la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, poiché l'escalation delle ostilità con gli Houthi yemeniti minaccia una delle rotte commerciali più importanti al mondo.

Tredici paesi hanno completato le procedure necessarie per aderire formalmente all'alleanza, mentre quindici hanno firmato la dichiarazione congiunta, ha dichiarato giovedì il Ministero della Difesa saudita. Riyadh ha descritto questo sviluppo come il «vero e proprio avvio» della coalizione e l'inizio della sua attivazione istituzionale e operativa.

L'Arabia Saudita fornirà il primo comandante, mentre il Pakistan dovrebbe nominare il vicecomandante. L'alleanza dovrebbe coordinare la condivisione di informazioni di intelligence, le esercitazioni congiunte e le operazioni marittime volte a proteggere la navigazione commerciale nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.

L'annuncio giunge in un momento di forte escalation tra le forze sostenute dall'Arabia Saudita nello Yemen e il movimento Houthi, allineato con l'Iran, dopo circa quattro anni di relativa calma.

 

L'escalation in Yemen

All'inizio di questo mese, gli Houthi hanno annunciato attacchi coordinati con missili balistici e droni contro campi militari appartenenti al governo yemenita sostenuto dall'Arabia Saudita e riconosciuto a livello internazionale. Il gruppo ha affermato di aver agito dopo aver individuato preparativi per un'offensiva contro il territorio controllato dagli Houthi. Le forze governative hanno ammesso di aver subito perdite, mentre Reuters, citando fonti governative, ha riferito che almeno 30 soldati sono stati uccisi.

Le tensioni si sono intensificate da luglio, quando una disputa sui voli diretti tra Sana'a, controllata dagli Houthi, e Teheran ha contribuito a far crollare la tregua di lunga data. Dopo che le forze sostenute dall'Arabia Saudita hanno colpito l'aeroporto di Sana'a il 13 luglio per impedire a un aereo iraniano di riportare una delegazione Houthi da Teheran, il gruppo ha accusato Riyadh, ha dichiarato la fine del cessate il fuoco e successivamente ha annunciato un blocco navale dell'Arabia Saudita.

Da allora gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro infrastrutture marittime e petrolifere legate all'Arabia Saudita, mentre la coalizione guidata da Riyadh ha colpito siti militari degli Houthi nello Yemen.

 

L'importanza strategica del Mar Rosso

Lo scontro rappresenta una minaccia particolare per Riyadh perché il Mar Rosso è diventato uno sbocco sempre più importante per il petrolio saudita, alla luce del conflitto tra Stati Uniti e Iran e delle gravi interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha dirottato il greggio lontano da Hormuz attraverso il proprio oleodotto transnazionale verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Da giugno, le operazioni di carico in quella località hanno registrato una media di oltre quattro milioni di barili al giorno, più di quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dello scorso anno, secondo quanto riportato da Reuters, che cita dati di monitoraggio delle petroliere.

Poiché il petrolio e i prodotti petroliferi rappresentano oltre i tre quarti delle esportazioni saudite, un'interruzione prolungata del traffico marittimo nel Mar Rosso potrebbe quindi minacciare una rotta alternativa cruciale per le esportazioni.

L'attivazione della coalizione arriva anche alla luce delle notizie secondo cui Riyadh si starebbe preparando a un potenziale scontro più ampio con gli Houthi. Il Guardian ha riportato all'inizio di questo mese, citando fonti yemenite, che le forze sostenute dall'Arabia Saudita stavano venendo riposizionate in vista di una possibile offensiva via mare e via terra.

Sanzioni contro l'Iran: maledizione o benedizione?

 

di Tariq Marzbaan | Al Mayadeen English

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

 

La logica imperiale del contenimento

 

“Il modo più efficace per distruggere una flotta è impedire che venga mai costruita.”

 

Questo detto, spesso attribuito agli ufficiali della marina britannica della Prima guerra mondiale, rivela la logica perenne del colonialismo. Se traduciamo il termine “flotta” in sovranità nazionale – forza economica, militare e tecnologica – l’essenza della strategia imperiale diventa chiara: per soggiogare, occupare e saccheggiare una nazione, bisogna innanzitutto assicurarsi che essa non sviluppi mai la capacità di resistere. A tal fine, le potenze coloniali hanno escogitato metodi palesi e occulti per ostacolarne il progresso. Quando questi metodi falliscono, subentrano le bombe e gli eserciti.

Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno perfezionato queste pratiche coloniali attraverso una rete di istituzioni multilaterali: le Nazioni Unite, Bretton Woods, la Banca Mondiale, il FMI, il WEF, le ONG, la Corte internazionale di giustizia e persino veicoli culturali come Hollywood. Questi sono diventati i nuovi strumenti di controllo egemonico – promuovendo l’ideologia neoliberista sotto le spoglie dello “sviluppo” e della “riforma”.

 

Contesto storico – L’Iran e l’ordine finanziario globale

A seguito della Rivoluzione islamica del 1979 e della successiva crisi degli ostaggi – durante la quale emerse che molti dei diplomatici statunitensi coinvolti avevano stretti legami con i servizi segreti – gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni di ampia portata all’Iran. Queste misure si sono progressivamente inasprite nel corso dei decenni, causando danni ingenti all’economia iraniana e infliggendo sofferenze diffuse alla popolazione.

Prima del 1979, l'Iran era un partner attivo delle istituzioni finanziarie occidentali. In qualità di membro fondatore della Banca Mondiale e del FMI (dal 1944), l'Iran ha ricevuto tra il 1975 e il 1979, prestiti per un totale di circa 1,2 miliardi di dollari destinati a progetti infrastrutturali. Per tutto il decennio degli anni '80, i prestiti della Banca Mondiale furono sospesi e il FMI ritirò di fatto le sue attività in Iran. Solo nel 1991, nell'ambito del programma di ricostruzione del presidente Rafsanjani, i prestiti ripresero lentamente e parzialmente.

È da notare che i legami istituzionali non furono mai interrotti del tutto. I rappresentanti iraniani continuarono a partecipare alle riunioni annuali della Banca Mondiale e del FMI – in particolare nel 1987. Per l’Iran, queste riunioni offrivano scarsi benefici finanziari diretti, ma fungevano da piattaforma diplomatica per sollecitare l’alleviamento delle sanzioni. Per l’Occidente, invece, rappresentavano un canale per coltivare all’interno dell’Iran élite finanziarie filo-occidentali – personaggi che in seguito sarebbero stati definiti “riformisti” e che, implicitamente, portavano avanti l’ideologia neoliberista.

Queste attività hanno portato al JCPOA nel 2015–2018 e, di conseguenza, alla parziale revoca delle sanzioni, che a sua volta ha portato a una riduzione della produzione di beni nazionali. Dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, l'Iran è stato catapultato in uno stato di agitazione. Negoziatori iraniani come il ministro degli Esteri Javad Zarif e il presidente Hassan Rouhani sono stati umiliati e hanno perso credibilità, anche se era stato Trump a ritirarsi dal JCPOA. I loro critici si sentirono giustificati. Nel febbraio 2025, l'Ayatollah Seyyed Khamenei ha criticato il JCPOA, affermando che la delegazione iraniana si era dimostrata troppo generosa e che gli Stati Uniti non avevano rispettato i propri impegni, ritirandosi infine dall'accordo. Questo ritorno temporaneo alla dipendenza ha di fatto confermato la sua tesi: le sanzioni hanno stimolato l’innovazione, mentre le misure di sostegno hanno favorito la dipendenza.

 

Fratture sociali – classe, ideologia e ethos rivoluzionario

Le sanzioni non hanno colpito tutti gli iraniani allo stesso modo, e ciò ha creato una profonda frattura sociale.

Molti iraniani benestanti – membri della classe alta oligarchica, insieme a segmenti significativi della classe media filo-occidentale – hanno attribuito la responsabilità delle sanzioni al proprio governo. Sostenevano che la retorica anti-occidentale della Repubblica Islamica avesse provocato l’ostilità degli Stati Uniti e impedito l’allentamento delle pressioni economiche. La loro mentalità rimaneva intrappolata nel quadro neoliberista: aspiravano alla privatizzazione, alla deregolamentazione e all’integrazione nei “mercati liberi”, considerando la leadership clericale come l’ostacolo principale alla loro prosperità personale.

La classe media, in particolare, aveva ereditato questo orientamento filo-occidentale dall’era dello Scià, abbracciando, consciamente o inconsciamente, i valori neoliberisti per puro interesse personale.

Eppure entrambe le classi erano in gran parte cieche di fronte alla realtà più profonda: l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica non ha mai riguardato semplicemente l’arricchimento nucleare o i diritti umani. Era, e rimane, un’agenda neocoloniale – un’insistenza affinché l’Iran si sottometta alle norme economiche e politiche dettate dagli Stati Uniti. L’Occidente non avrebbe accettato alcun risultato che non fosse uno Stato cliente neoliberista e remissivo.

 

La bussola rivoluzionaria – la giustizia invece della sottomissione

Ciò che le classi medio-alte non riuscirono a comprendere fu il concetto fondamentale di giustizia dell’Ayatollah Khomeini: la protezione dei mustazafin (gli oppressi) e la solidarietà con la Palestina. Questo principio, perseguito in seguito con uguale vigore dall’Ayatollah Khamenei, rappresentava un rifiuto totale dell’egemonia occidentale.

I gruppi politici di sinistra all’interno dell’Iran spesso si concentravano in modo ristretto sulla ridistribuzione economica, trascurando però questa vigilanza anticoloniale. Gli ayatollah Khomeini e Khamenei avevano compreso che qualsiasi leadership che cedesse alle pressioni esterne avrebbe finito, come tanti Stati post-sovietici, per aprire le porte alla predazione neoliberista, consentendo all’oligarchia finanziaria e tecnologica globale di smantellare la sovranità nazionale dall’interno. La leadership iraniana scelse una strada diversa

 

Il paradosso della pressione – la privazione come catalizzatore

Le sanzioni hanno indubbiamente provocato un’inflazione disastrosa, una massiccia svalutazione della moneta e una disoccupazione paralizzante (con il 39% dei laureati universitari incapaci di trovare lavoro) e carenze di farmaci essenziali. La vita quotidiana è diventata una lotta incessante.

Eppure – ed è proprio questo il paradosso – le sanzioni hanno reso l’Iran più forte, più autosufficiente e più resiliente. Hanno costretto lo Stato a innovarsi, hanno rafforzato le capacità interne e, contrariamente alle aspettative occidentali, hanno suscitato un profondo senso di unità nazionale. Come hanno osservato alcuni studiosi, la pressione esterna spesso “genera involontariamente economie di resistenza, rafforzando le potenzialità interne e ispirando l’unità nazionale”.

 

L’“Economia della resistenza” – Istituzionalizzare l’autosufficienza

L’Iran ha istituzionalizzato questa risposta attraverso la dottrina dell’”Economia della resistenza” – una strategia formulata per la prima volta dopo la Rivoluzione del 1979. Il suo principio fondamentale consiste nel fare affidamento sulle risorse interne, ridurre la dipendenza dai sistemi esterni e massimizzare le capacità interne. Ciò si è tradotto in una politica di sostituzione delle importazioni, evolutasi in quello che gli analisti definiscono oggi un “sofisticato meccanismo di sopravvivenza” che ha superato tutte le previsioni internazionali.

I settori che sono fioriti sotto questa dottrina non sono marginali; sono strategicamente vitali:

  • Farmaceutica e Biotecnologia Medica: l'Iran ha raggiunto un'autosufficienza del 97–99% nella produzione farmaceutica. Poiché i radiofarmaci hanno emivite di poche ore o giorni, l'importazione era impossibile – così l'Iran ne padroneggiò la produzione a livello interno. Oggi produce oltre 70 tipi di radiofarmaci, con 56 paesi che fanno domanda per acquistare le sue apparecchiature mediche nucleari. I medicinali iraniani costano da un quinto a un decimo dei prezzi globali.

  • Militari e Difesa: sanzioni e pressioni belliche accelerarono la ricerca e sviluppo della difesa. L'Iran ora produce missili avanzati, UAV (droni) e risorse navali completamente autonome. Le sue capacità di droni hanno attirato l'attenzione globale e la produzione di missili a corto raggio è completamente autosufficiente.
  • Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (“STEM”) & Nanotecnologia: l'Iran si classifica tra i primi 10 a livello globale nella ricerca sulle cellule staminali e primo in Medio Oriente nella nanotecnologia. È al primo posto tra le nazioni islamiche nelle scienze cognitive e tra i principali produttori globali di pubblicazioni scientifiche nei materiali avanzati e nell'IA.

  • Tecnologia spaziale: l'Iran è ora una delle sole nove nazioni al mondo capaci di produrre e lanciare satelliti in modo indipendente – una chiara dimostrazione di sovranità tecnologica.

  • Agricoltura e Sicurezza Alimentare: l'Iran ha raggiunto l'85% di autosufficienza alimentare e circa il 96% nei beni essenziali. La produzione di grano è passata da 4 milioni a 13 milioni di tonnellate; carne di pollame da 165.000 a quasi 3 milioni di tonnellate.

  • Indipendenza energetica: investendo nelle raffinerie nazionali, l'Iran ha eliminato la sua dipendenza dal carburante importato – una vulnerabilità critica che era stata un punto di pressione esterna.

  • Manifattura industriale: petrolchimica, parti automobilistiche e persino l'industria del legno/carta hanno subito localizzazione e ingegneria inversa, con diversi settori che hanno raddoppiato la produzione dagli anni '90.

 

La forza unificante delle avversità collettive

Forse il vantaggio più significativo risiede proprio nell’ambito sociale e psicologico. Quando le sanzioni vengono percepite come una punizione collettiva inflitta a un’intera nazione – anziché come misure mirate contro i funzionari – la privazione diventa un’esperienza nazionale condivisa. Lo Stato si riposiziona come protettore contro l’ostilità esterna.

La ricerca empirica lo conferma. Uno studio che ha analizzato quasi 2 milioni di tweet di oltre 1.000 influencer iraniani durante la campagna di "massima pressione" dell'amministrazione Trump ha rilevato che ampie sanzioni hanno generalmente migliorato il sentimento pubblico verso il governo iraniano – anche tra le figure dell'opposizione moderate. L'effetto "Rally attorno alla Bandiera", osservato durante periodi di sanzioni intensificate (2005–2020), ha mostrato un sentimento nazionalista aumentato e una maggiore solidarietà a sostegno delle istituzioni statali non civili.

La lotta quotidiana per la sopravvivenza – fare la fila per i beni sovvenzionati, affrontare il crollo delle valute, procurarsi medicinali sul mercato nero – ha, paradossalmente, forgiato un’identità collettiva. Insieme ad altri sviluppi positivi, le pressioni esterne hanno portato a istituzioni statali meglio organizzate e a una struttura di governo che si è dimostrata straordinariamente duratura.

 

La hybris dell'Egemone e il trionfo della sovranità

Il costo umano delle sanzioni non può essere ignorato. L’inflazione, la disoccupazione e la carenza di beni hanno distrutto innumerevoli vite. Tuttavia, se valutati alla luce dell’arco storico della sovranità nazionale, i vantaggi qualitativi sono innegabili.

Le recenti guerre condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati regionali contro l’Iran hanno dimostrato il fallimento definitivo della strategia delle sanzioni. L’Iran non ha ceduto. Ha messo in campo una strategia superiore, una tecnologia autoctona all’avanguardia e una popolazione la cui resilienza era stata forgiata da decenni di privazioni. Ha dimostrato che una nazione che lotta per la propria dignità – armata dei principi di giustizia e di solidarietà anticoloniale – può sopravvivere a una superpotenza intrappolata nella propria hybris.

Le sanzioni erano un’espressione della patologica presunzione degli Stati Uniti: la convinzione illusoria che il mondo non possa funzionare senza l’approvazione americana. L’Iran ha dimostrato il contrario. È diventato un modello di riferimento per la Maggioranza Globale – nazioni che cercano non solo la sovranità, ma anche la dignità che meritano. La maledizione delle sanzioni, grazie al puro ingegno e alla volontà collettiva iraniani, si è trasformata in una paradossale benedizione: una nazione autosufficiente, tecnologicamente avanzata e ideologicamente salda che nessuna potenza esterna può piegare.

Svelato il «grande mistero» mondiale del petrolio: come ha fatto la Cina a salvare l'economia globale?

 

Quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti, Israele e l'Iran, si sono susseguiti avvertimenti sul possibile crollo del mercato petrolifero, cosa che alla fine non si è verificata. Cinque mesi dopo lo scoppio del conflitto, il greggio Brent si mantiene a circa 40 dollari al di sotto del massimo di 126 dollari al barile raggiunto il 30 aprile. La chiave per risolvere questo «grande mistero», così definito da The Atlantic, è stata la Cina, ma i meccanismi messi in atto da Pechino erano rimasti nascosti.

Ora sono stati resi noti. A poche settimane dallo scoppio del conflitto, la Cina, il maggiore importatore di greggio a livello mondiale, ha dimezzato gli acquisti di petrolio, impedendo proprio l'aumento dei prezzi dei carburanti. Grazie alla decisione del gigante asiatico, altri paesi hanno potuto acquistare il petrolio «liberato», evitando un aumento catastrofico dei prezzi del greggio.

Pechino ha fatto ricorso alla strategia di ingegneria statale: ha utilizzato il greggio già immagazzinato nei propri depositi, ha vietato o limitato la vendita di carburante ad altre nazioni e ha controllato il consumo da parte delle imprese e della popolazione all'interno del paese, secondo quanto riportato da The Economist. In termini economici, ha liberato le riserve, limitato le esportazioni e gestito la domanda.

 

Il lato positivo: stabilizzazione del mercato e investimenti

Il lato positivo è che, se la Cina continuerà a stabilizzare il mercato mondiale dei carburanti, ciò faciliterà la pianificazione degli investimenti in nuova produzione, ha sottolineato The Atlantic. Tuttavia, secondo il giornale, permangono anche aspetti negativi del controllo dei prezzi del petrolio da parte della Cina. Il controllo sulle esportazioni da parte di Pechino ha creato una carenza di gasolio, benzina e cherosene sul mercato. Inoltre, non si sa per quanto tempo la nazione asiatica potrà contenere l'aumento dei prezzi. Tutti questi fattori rendono il mercato petrolifero difficile da prevedere.

Capire in che modo la Cina abbia salvato l'economia mondiale è semplice. Prima delle ostilità, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano 20 milioni di barili al giorno, che rappresentavano un quinto del volume totale di petrolio mondiale. Quando è scoppiata la crisi, Pechino ha smesso di acquistare cinque milioni di barili al giorno, una quantità enorme (circa un quarto di quanto è andato perso a causa della chiusura della via strategica).

Le opinioni sulle ragioni di questo modo di agire di Pechino divergono. Alcuni esperti ritengono che la Cina stia cercando di costruire potere morbido salvando l'economia mondiale o guadagnando un vantaggio nella contesa economica con gli Stati Uniti. C'è chi ipotizza che in questo modo dimostri al mondo di poter resistere con successo a una crisi petrolifera. Altri ritengono che la Cina sostenga le economie straniere per proteggere la propria base industriale. La sua economia si basa infatti sull'esportazione massiccia dei prodotti fabbricati sul territorio nazionale. Se i clienti in Europa e in Asia non potessero acquistare i suoi beni, la Cina perderebbe «metà del proprio mercato di esportazione e, con esso, una parte significativa della propria economia», ha concluso il giornalista Max Fisher.

L'alternativa che l'Europa sta mettendo a punto sull'Ucraina per paura di Trump

 

Francia, Germania e Regno Unito temono che l'amministrazione del presidente statunitense Donald Trump li escluda dai negoziati sul conflitto ucraino, ha riferito sabato il New York Times (NYT), citando cinque funzionari europei. Secondo il quotidiano statunitense, per questo i tre paesi stanno cercando un "piano alternativo" per assicurarsi un posto al tavolo delle trattative.

I diplomatici europei stanno lavorando a un formato per i futuri negoziati volto a tutelare gli interessi europei, scrive il quotidiano. Francia e Germania svolgono il ruolo principale nell'elaborazione della posizione europea, mentre il Regno Unito, con il suo nuovo primo ministro Andy Burnham, si mostra più titubante, in parte perché teme di deteriorare i rapporti con il presidente degli Stati Uniti.

 

Il timore di un accordo bilaterale USA-Russia

Gli europei sono consapevoli che qualsiasi negoziazione con la Russia sull'Ucraina sarà guidata dagli Stati Uniti, ma vogliono assicurarsi che Washington e Mosca non raggiungano un accordo «alle loro spalle», aggiunge il NYT. La preoccupazione è che Trump possa concludere un'intesa diretta con il presidente russo Vladimir Putin, scavalcando gli alleati europei che hanno sostenuto militarmente e finanziariamente Kiev sin dall'inizio del conflitto.

Dalla Russia era già stato confermato che Mosca riceve dalle capitali europee «segnali» sulla loro volontà di partecipare ai colloqui per la risoluzione del conflitto, ma non lo ritiene opportuno. «Non lo riteniamo né necessario né opportuno», ha dichiarato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, ribadendo che Mosca considera l'Europa una parte in conflitto piuttosto che un mediatore imparziale.

Alla fine di febbraio, la Russia ha avvertito che il regime di Kiev e l'Europa non fanno altro che minare la ricerca di soluzioni pacifiche alla crisi ucraina. Mosca ha chiarito ai leader europei che i tentativi di impedire il dialogo non li avvicinano al tavolo dei negoziati.

 

La posizione russa sulle condizioni per la pace

Il presidente russo Vladimir Putin ha ribadito più volte che Mosca è impegnata a negoziare e a trovare una soluzione diplomatica alla crisi ucraina. Tuttavia, il presidente spiega che è necessario garantire la sicurezza a lungo termine della Russia, ovvero comprendere ed eliminare le cause profonde del conflitto, tra cui l'espansione della NATO – che Mosca considera una minaccia – e la violazione dei diritti della popolazione di lingua russa in Ucraina. Ad oggi, la Russia non rileva alcuna comprensione di tutte queste questioni da parte dei partner europei dell'Ucraina.

La proposta russa prevede che Kiev ritiri completamente le proprie truppe dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, nonché dalle province di Zaporizhzhia e Kherson (annesse alla Russia a seguito di referendum popolari nel 2022) e che riconosca tali territori, insieme alla Crimea e a Sebastopoli, come parte della Federazione Russa. Inoltre, devono essere garantite la neutralità, la non allineamento, la denuclearizzazione, la smilitarizzazione e la denazificazione dell'Ucraina.

Stati Uniti e Turchia aprono il «vaso di Pandora» con l'accordo sulle armi per l'Ucraina – Mosca

 

Il previsto trasferimento di missili di fabbricazione statunitense e altre armi dalla Turchia all'Ucraina «minerà inevitabilmente la fiducia reciproca» sia con Washington che con Ankara, ha avvertito la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

All'inizio di questo mese il Dipartimento di Stato americano ha comunicato al Congresso di essere pronto ad autorizzare la riesportazione di armi dalle scorte turche verso l'Ucraina. Secondo quanto riferito, il pacchetto comprende 70 missili balistici tattici M39 ATACMS, 12 sistemi di lancio multiplo M270, oltre 2.500 razzi M26 con testate a grappolo e 47.000 proiettili di artiglieria a grappolo da 203 mm. Il valore totale dei trasferimenti proposti è stimato in circa 280 milioni di dollari. «I tentativi di ricorrere a una retorica pacificatrice mentre contemporaneamente si forniscono armi ai nazisti ucraini minano inevitabilmente la fiducia reciproca», ha affermato Zakharova, sottolineando che i funzionari turchi avevano ripetutamente sostenuto che Ankara stesse evitando di fornire armi «letali» a Kiev.

Le circostanze relative al trasferimento previsto rimangono «estremamente contraddittorie», secondo la portavoce, la quale ha affermato che non è chiaro chi abbia avviato la riesportazione né come e quando le munizioni raggiungeranno l'Ucraina. Zakharova si è inoltre chiesta perché Washington e Ankara abbiano deciso di aprire un altro «vaso di Pandora», mentre entrambi i paesi rivendicano un ruolo speciale negli sforzi per risolvere il conflitto ucraino.

«Il problema non sono solo le vittime e le distruzioni che le autorità di Kiev cercano di aumentare, ma anche il grave danno alle nostre relazioni bilaterali con Washington e Ankara», ha affermato.

Poiché le armi sono state fabbricate negli Stati Uniti, la loro riesportazione dalle scorte turche richiede l'autorizzazione di Washington. Il Dipartimento di Stato ha presentato i documenti pertinenti al Congresso il 6 agosto. In base alla legislazione statunitense, il Congresso ha 15 giorni di calendario per esaminare il trasferimento proposto. Non è richiesto alcun voto di approvazione separato; a meno che entrambe le camere non adottino una risoluzione congiunta che lo blocchi, l'autorizzazione dell'amministrazione entra automaticamente in vigore.

 

La posizione della Russia sulle forniture occidentali

Mosca ha ripetutamente condannato le forniture di armi occidentali all'Ucraina, sostenendo che prolungano le ostilità e rendono gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO partecipanti diretti al conflitto. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato il mese scorso che le forniture di armi occidentali, i consiglieri militari e le informazioni di intelligence satellitare fornite a Kiev equivalgono a una «partecipazione diretta» alla guerra contro la Russia.

I funzionari russi hanno inoltre ripetutamente accusato Kiev di utilizzare armi a lungo raggio fornite dall'Occidente contro obiettivi civili. Mosca ha specificatamente citato un attacco ATACMS del giugno 2024 contro Sebastopoli, in cui, secondo le autorità russe, sono state uccise quattro persone, tra cui due bambini, e più di 150 sono rimaste ferite. Il Cremlino ha affermato all'epoca che la sofisticatezza dei missili di fabbricazione statunitense significava che Washington fosse direttamente coinvolta nella scelta degli obiettivi e nelle operazioni.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha analogamente affermato che gli esperti militari della NATO forniscono a Kiev informazioni di intelligence e aiutano a coordinare attacchi di precisione, compresi quelli che hanno colpito abitazioni, impianti energetici, scuole e ospedali.

Stanno davvero aumentando i terremoti forti nel mondo?

15 Agosto 2026 ore 18:56

Ogni volta che si verifica un forte terremoto nel mondo ci viene posta la domanda se la sismicità a scala globale stia aumentando.

Questa domanda sta ritornando dopo gli ultimi forti terremoti di Venezuela, Colombia e oggi in Indonesia.

Nel 2019 su questo blog pubblicammo un articolo che cercava di fare chiarezza sui numeri dei forti terremoti (Quanti terremoti avvengono ogni anno nel mondo?) e oggi riprendiamo e aggiorniamo quel post con i dati aggiornati e qualche ulteriore informazione.

Sicuramente sta aumentando la comunicazione degli eventi che vengono registrati ovunque dalle reti mondiali; fino a non molti anni fa la notizia di un terremoto in Indonesia o in Papua Nuova Guinea non sarebbe mai stata ripresa dai media. A questo si aggiunga la presenza dei social media che amplifica l’accadimento di questi eventi disastrosi.

Se poi consideriamo che ad un forte terremoto che si genera in mare si lega la paura che possa verificarsi uno tsunami (visto le drammatiche vicende di Sumatra 2004 e Giappone 2011), si comprende questa aumentata attenzione per i fenomeni sismici.

Resta il fatto che è diffusa una percezione di aumentata sismicità che si starebbe verificando da qualche anno.

Di questo argomento si è occupato anche alcuni giorni fa l’Huffington Post (edizione americana) che ha intervistato alcuni sismologi, che segnalano come il fenomeno di una percezione alterata sia dovuto ai cosiddetti pregiudizi mentali. In particolare Wendy Bohon cita il pregiudizio di recenza e l’illusione di frequenza: il pregiudizio di recenza ci fa dare maggiore importanza agli eventi più recenti rispetto a quelli più antichi; l’illusione di frequenza ci fa dare maggiore importanza a quei fenomeni di cui si è venuto a conoscenza recentemente.

Come ricercatori la risposta che possiamo dare è quella contenuta nei numeri reali delle scosse che vengono localizzate dalle reti sismiche di tutto il mondo ormai da molti anni, quindi una finestra temporale maggiore della nostra memoria. Infatti terremoti di magnitudo elevata vengono osservati da moltissime stazioni sismiche in tutto il pianeta.

Abbiamo selezionato il catalogo mondiale gestito dall’USGS (United States Geological Survey) perché lo possiamo considerare compilato con criteri omogenei e sufficientemente completo per la magnitudo più elevate. Il catalogo è interrogabile da chiunque a questo indirizzo internet: https://earthquake.usgs.gov/earthquakes/search/. Anche INGV localizza i terremoti mondiali più forti ma riporta sul suo sito web soltanto quelli di magnitudo pari o superiore a 5.5 da circa 15 anni anni (e a partire da magnitudo 4.5 per l’area Mediterranea).

Questa mappa mostra la distribuzione della sismicità a scala globale per magnitudo 6 o superiore nel periodo 1973-2026. Si può notare che sono poche le aree che non abbiano sperimentato almeno una scossa di magnitudo 7.

Il catalogo USGS consente di fare selezioni a partire dal 1900. Selezionando a scala mondiale i terremoti registrati con una magnitudo pari a 6 o maggiore si ottiene una distribuzione di eventi per anno come quella mostrata nella figura che segue. Fino al 1950 circa la detezione di terremoti era molto incompleta, quindi ci siamo concentrati sulla distribuzione di eventi dal 1950 in poi, quando le prime reti globali hanno iniziato a funzionare.

La figura mostra i terremoti avvenuti ogni anno nel mondo con magnitudo 6 o superiore.

Il grafico mostra che in alcuni anni si ha un maggior numero di eventi rispetto ad altri, ma, al di là delle fluttuazioni annue, complessivamente l’andamento nel tempo può essere considerato costante, nel senso che non si osserva in generale una tendenza all’aumento o alle diminuzione. La riga orizzontale blu rappresenta il numero medio annuo di eventi (di magnitudo pari o superiore a 6), pari a 140. Alcuni anni superano il valore medio e il numero massimo si è verificato nel 2011 (207), condizionato dal gran numero di repliche del terremoto del Giappone dell’11 marzo 2011. Allo stesso modo si osservano anche periodi di “apparente” minore sismicità, nel senso di inferiore alla media, come tra il 1973 e il 1982.

Bisogna ricordare che i terremoti non avvengono con alcun tipo di ciclicità “esatta” e pertanto periodi in cui sono più frequenti si alternano a periodi in cui ne accadono di meno. Il valore medio d’altronde è un mero parametro statistico che non ha alcun significato fisico.

Venendo all’anno in corso, se guardiamo i dati registrati fino a quest’oggi (15 agosto 2026), si segnalano 89 scosse con magnitudo 6 o maggiore. Se facessimo una proiezione alla fine dell’anno considerando che sono passati circa 8 mesi su 12 (ma senza alcuna certezza che si mantenga costante il numero di terremoti nei prossimi mesi), si avrebbe una stima di 133 terremoti, poco meno della media degli ultimi 76 anni.

Proviamo ora a fare lo stesso esercizio per gli eventi ancora più forti, vale a dire quelli di magnitudo 7 o maggiore. La figura che segue mostra il numero di terremoti registrati ogni anno nel mondo al di sopra di questa soglia di magnitudo. L’ultimo valore, rappresentato da un quadrato arancione, è quello relativo a questa porzione del 2026. La riga rossa rappresenta il valore medio annuo (13.9 eventi/anno), mentre le due righe tratteggiate sono i valori del 16mo e dell’84mo percentile. I percentili sono una stima dell’incertezza e sono un parametro che indica sulla distribuzione dei valori annui, quale è il valore per cui il 16% oppure l’84% dei dati sta al di sotto di quel valore. In pratica, se noi contassimo il numero in cui un certo valore di terremoti annui ricorre e li rappresentassimo in un grafico otterremmo un andamento circa a campana, i percentili ci indicano la larghezza della campana stessa.

Anche in questo grafico si notano notevoli fluttuazioni intorno al valore medio: alcuni anni hanno avuto la metà di scosse rispetto alla media (“solo” 6 nel 1986 e 1989, 7 nel 2017), alcuni anni hanno avuto un numero di scosse molto superiore alla media (20 scosse nel 1995 e 2011, 22 nel 2010).

Se proviamo ad estrapolare fino alla fine dell’anno il numero di terremoti con magnitudo 7 o maggiore accaduti in questa prima parte del 2026 (11 eventi al 15 agosto 2026), si otterrebbe un numero compreso tra 16 e 17 eventi (nel 2025 furono 16), vale a dire una stima superiore alla media degli ultimi 76 anni, ma inferiore ai numeri massimi citati in precedenza.

Da queste semplici considerazioni possiamo concludere che non siamo in presenza di aumento significativo della sismicità di maggiore energia a scala mondiale, ma le variazioni che si osservano sono all’interno delle fluttuazioni intorno al numero medio di terremoti per anno.

La diffusione di siti web alla ricerca di clic facili e dei social media che rilanciano ogni singolo forte terremoto contribuisce di fatto a creare una percezione della sismicità diversa da quella che possiamo ricavare da un’analisi rigorosa dei dati osservati.

 

A cura di Carlo Meletti, INGV – Pisa.


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I giovani USA sempre più attratti dal socialismo. Vance preoccupato

Il Partito Repubblicano USA deve affrontare le pressioni economiche che gravano sulle spalle dei cittadini statunitensi, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha dichiarato il vicepresidente J.D. Vance.

Vance ha rilasciato queste dichiarazioni in un'intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell'istruzione, l'accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.

"La nostra risposta non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo", ha affermato Vance.

Ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che creeranno posti di lavoro per la classe media. Ha anche citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell'amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.

"Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è: se non riusciamo a fare la cosa giusta, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi", ha concluso Vance.

Ha aggiunto che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: "Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone".

Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla Marquette University Law School ha mostrato che l'inflazione e il costo della vita sono la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37% degli intervistati.

Le pressioni economiche sono state aggravate dall'aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran e dai dazi di Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l'acquisto di un immobile. Il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari a giugno, secondo i dati citati da Forbes.

La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani statunitensi. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39% degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54% che nutriva un'opinione favorevole al capitalismo e all'81% che prediligeva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.

Questa divisione è diventata più evidente anche nella politica elettorale, con candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è affermato grazie a un programma incentrato sul costo della vita.

In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche adottate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l'aumento del costo della vita.

Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia economica. Il sondaggio Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull'economia del 30% e sull'inflazione e il costo della vita del 22%, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.

"Non cambierà il corso dell'operazione speciale": la Russia sulla possibile fornitura di armi all'Ucraina da parte della Turchia

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato il potenziale trasferimento in Ucraina di armi statunitensi attualmente custodite negli arsenali turchi.

La scorsa settimana, il Dipartimento di Stato USA ha notificato al Congresso una proposta per il trasferimento di armamenti statunitensi al regime di Kiev (poiché le armi provengono dagli Stati Uniti, Ankara necessita dell'autorizzazione di Washington). Il pacchetto includerebbe 70 missili M39 ATACMS, 12 lanciatori MLRS M270, 2.524 razzi M26 e 47.000 proiettili di artiglieria da 203 mm.

In risposta, Zakharova ha accusato le autorità statunitensi e turche, che, ha sottolineato, "pretendono di svolgere un ruolo speciale" nella risoluzione pacifica del conflitto, di "aprire un altro vaso di Pandora per prolungare l'agonia" del regime di Kiev, "causando ulteriori perdite di vite umane".

La portavoce ha affermato che le spedizioni di armi in Ucraina "non cambieranno significativamente il corso dell'operazione militare speciale", pur riconoscendo che "i danni multiformi derivanti da tali spedizioni sono inevitabili".

"Non si tratta solo delle vittime e delle distruzioni che le autorità di Kiev cercano di esagerare, ma anche del grave danno alle nostre relazioni bilaterali con Washington e Ankara", ha dichiarato, indicando che la contraddizione tra le loro dichiarazioni pacifiste e le azioni bellicose "mina inevitabilmente la fiducia reciproca".

Infine, ha riferito che il Ministero degli Esteri russo ha richiesto "chiarimenti" a entrambe le parti in merito alle potenziali spedizioni di armi al regime di Kiev. "Non è troppo tardi per valutare la situazione con buon senso", ha concluso.

La lettera di Putin a Kim Jong-un per il Giorno della Liberazione

Il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con il leader nordcoreano Kim Jong-un in occasione del Giorno della Liberazione, la festa nazionale del Paese, in una lettera pubblicata dal Cremlino.

Nel suo messaggio, Putin ha sottolineato che questa celebrazione simboleggia il coraggio e la resilienza dei patrioti coreani e dei soldati dell'Armata Rossa che hanno combattuto insieme per la liberazione della Corea dal dominio coloniale giapponese.

"Fu proprio durante quel periodo difficile che si consolidarono le solide tradizioni di fratellanza militare e mutua assistenza, che divennero la base per lo sviluppo dei legami di amicizia e buon vicinato tra la Federazione Russa e la RPDC", ha scritto il leader russo.

Putin ha sottolineato che le relazioni tra Mosca e Pyongyang hanno ormai raggiunto un livello senza precedenti di partenariato strategico globale. "I nostri Stati cooperano attivamente in tutti i settori e coordinano gli sforzi per garantire la sicurezza e la stabilità regionale", ha affermato.

Il presidente ha espresso la sua fiducia nel fatto che entrambi i paesi continueranno a collaborare in modo costruttivo sulle questioni attualmente all'ordine del giorno a livello bilaterale e internazionale. "Per il bene dei popoli russo e coreano, nell'interesse di costruire un ordine mondiale più giusto e veramente democratico", ha affermato Putin.

Il presidente russo ha concluso il suo messaggio augurando a Kim Jong-un buona salute e successo, e a tutti i cittadini della RPDC felicità e prosperità.

Venerdì, il ministro della Difesa russo Andrei Belousov aveva sottolineato il ruolo dei soldati nordcoreani che hanno combattuto fianco a fianco con le truppe russe per liberare la regione di Kursk dalle forze del regime di Kiev, durante il suo intervento a un ricevimento per commemorare l'81° anniversario della liberazione della Corea dall'occupazione giapponese.

Fermare le navi russe? L'Europa trema per le ritorsioni di Mosca

Le ispezioni navali condotte nell'ambito dell'operazione Irini della Forza navale dell'UE nel Mediterraneo aumentano notevolmente il rischio di uno scontro diretto in mare tra Russia e paesi dell'UE. Il presidente russo Vladimir Putin ha già avvertito che Mosca potrebbe rispondere al sequestro di navi mercantili e merci russe, e non è affatto certo che tale risposta avverrebbe nelle stesse acque. Alcuni politici europei temono un'ulteriore escalation e prendono la situazione molto sul serio. Le parti devono fare tutto il possibile per evitare azioni che potrebbero essere percepite come provocazioni. Allo stesso tempo, gli esperti ritengono che potenziali misure di ritorsione da parte della Russia potrebbero colpire la flotta mercantile europea, soprattutto nei paesi con un settore marittimo di grandi dimensioni.

L'Europa è già preoccupata per una potenziale escalation in mare. Il parlamentare tedesco Matthias Moosdorf ha dichiarato a Izvestia che entrambe le parti devono evitare lo scontro. "Naturalmente, entrambe le parti devono fare tutto il possibile per impedirlo. Non è nel nostro interesse intraprendere azioni che potrebbero essere percepite come provocazioni. La posizione del nostro partito è assolutamente chiara: non vogliamo essere parte di alcuna escalation contro la Russia", ha affermato. Il parlamentare ha sottolineato che è necessario evitare gravi conseguenze per le relazioni tra Russia ed Europa. Secondo lui, se le tensioni dovessero aumentare, la Germania deve moderare le posizioni più intransigenti di alcuni partner europei, principalmente Regno Unito e Francia.

La mossa dell'UE di procedere al fermo effettivo di una nave o al sequestro del carico potrebbe creare un pericoloso precedente, soprattutto nelle acque internazionali, ha sottolineato Pavel Anisimov, vicedirettore dell'Istituto di Relazioni Internazionali e Scienze Politiche dell'Università Statale Russa per le Scienze Umanistiche. Il rischio principale è la comparsa di fermi selettivi reciproci. Misure di ritorsione da parte della Russia comporterebbero ulteriori rischi per la flotta mercantile europea. Secondo l'esperto, Mosca potrebbe reagire in altre aree chiave, come il Mar Baltico, il Mar Nero o le rotte collegate ai porti russi. Ciò sarebbe particolarmente problematico per l'UE a causa della sua dipendenza dal commercio marittimo. In primo luogo, le misure russe potrebbero colpire i paesi con importanti settori portuali e marittimi, come Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda, Paesi Bassi, Italia e Spagna.

Anisimov ha aggiunto che i costi commerciali aumenteranno con ogni probabilità. Anche solo pochi fermi di navi di alto profilo potrebbero far lievitare i costi del trasporto marittimo: i costi assicurativi e di spedizione aumenterebbero e le aziende dovrebbero sostenere spese aggiuntive a causa dei ritardi e della necessità di reindirizzare le spedizioni. Di conseguenza, il commercio estero dell'UE potrebbe diventare più costoso e questi costi verrebbero in ultima analisi trasferiti sui consumatori europei.

La Cina impartisce una dura lezione al Giappone sulle Isole Curili dopo la visita di Putin

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha condannato fermamente le recenti rivendicazioni del Giappone sulle Isole Curili, che fanno parte del territorio russo.

"La Cina ribadisce che i risultati della vittoria nella guerra mondiale contro il fascismo devono essere rispettati e strenuamente difesi. La Cina esorta la parte giapponese a rispettare l'ordine internazionale postbellico sancito dalla Dichiarazione del Cairo, dalla Proclamazione di Potsdam e da altri strumenti giuridici internazionali", ha dichiarato il portavoce rispondendo a una domanda sull'argomento durante una conferenza stampa.

La visita del presidente russo Putin alle Isole Curili, che sono parte della Russia e parzialmente reclamate dal Giappone, ha provocato malumori e proteste da parte delle autorità di Tokyo. Il Ministero degli Esteri giapponese ha emesso una "forte protesta" in merito al viaggio a Iturup e ha convocato l'ambasciatore russo a Tokyo. In risposta, il capo della missione diplomatica ha dichiarato che "le Isole Curili meridionali fanno parte della Federazione Russa e ne sono entrate a far parte del territorio a seguito della Seconda Guerra Mondiale, in base ai principi del diritto internazionale", e pertanto "la loro sovranità non è oggetto di discussione".

Poco prima della sua visita alle isole, Putin ha supervisionato la fase finale delle esercitazioni militari su larga scala della Flotta russa del Pacifico durante la sua visita alla città di Yuzhno-Sakhalinsk e ha affrontato le rivendicazioni del Giappone.

Il presidente ha insistito sul fatto che lo status delle isole "è sancito da documenti internazionali" come una realtà sorta nel 1945, pur sottolineando che "nonostante ciò" il Paese eurasiatico "è disposto" a "cercare una soluzione" alla questione. In questo contesto, ha ribadito che Mosca "non ha assolutamente alcuna pretesa" nei confronti del Giappone e che quest'ultimo "non rappresenta una minaccia" per essa, nonostante Tokyo abbia incluso la Russia "tra le principali fonti di minaccia".

Inoltre, Putin ha ricordato che il Giappone ha imposto sanzioni immotivate contro la Russia "con il pretesto" della crisi ucraina e "senza affrontare" le cause profonde del conflitto.

Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha denunciato che il Giappone sta optando per la militarizzazione sotto l'egida degli Stati Uniti. "[L'ex primo ministro giapponese Shinzo] Abe era un politico di principi assoluti, consapevole che gli interessi nazionali non possono essere garantiti senza la cooperazione con la Federazione Russa. Chi gli è succeduto crede che questi interessi debbano essere garantiti insieme agli Stati Uniti, dando così inizio alla militarizzazione del Giappone", ha spiegato il massimo diplomatico russo.

Uniti come i chicchi di un melograno (di Li Xiaoyong)

 

 

di Li Xiaoyong*

 

«La nostra vita era molto difficile. Nei momenti peggiori non avevamo nemmeno abbastanza da mangiare. Pensavamo che trasferirci sarebbe stata la soluzione migliore. Grazie all’aiuto del Partito Comunista Cinese, abbiamo lasciato le montagne. Ci è stato assegnato un appartamento di 75 metri quadrati e abbiamo anche trovato lavoro in uno stabilimento lattiero-caseario. Il numero dei miei yak è passato da 6 a 600 e il mio reddito annuo ha superato i 100.000 yuan». Così raccontava cinque anni fa Pu ciren, il pastore di Xizang, in un’intervista.

Cinque anni dopo, il governo cinese non solo ha aiutato milioni di persone come Pu ciren a uscire dalla povertà, ma ha anche creato nuove opportunità per aumentare i redditi, attraverso pascoli intelligenti, irrigazione con droni, monitoraggio satellitare e le vendite attraverso le dirette online. In questo modo, le comunità delle minoranze etniche hanno potuto affrontare meglio le difficoltà e trovare nuove strade per migliorare la propria vita.

La Cina ha una storia millenaria ed è un Paese unito e multietnico. Oltre alla maggioranza Han, conta 55 minoranze etniche, per un totale di oltre 100 milioni di persone. Ogni gruppo etnico ha una propria cultura, un proprio abbigliamento e tradizioni particolari. Le diverse comunità hanno sempre mantenuto rapporti basati sull’uguaglianza, sull’unità, sull’aiuto reciproco e sull’armonia.

Nei primi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, a causa di fattori storici, naturali e sociali, le regioni delle minoranze etniche erano economicamente e socialmente poco sviluppate. In alcune zone erano ancora presenti residui di sistemi feudali, di servitù della gleba o di schiavitù. Con la nascita della Nuova Cina, lo Stato ha progressivamente promosso lo sviluppo economico e sociale e ha introdotto il sistema dell’autonomia regionale delle minoranze etniche. Oggi, le aree a statuto autonomo, che occupano oltre il 60% del territorio cinese, e le comunità delle minoranze etniche hanno assunto un volto completamente nuovo.

 

Regioni autonome, sviluppo economico e nuove opportunità

Le regioni autonome hanno conosciuto una rapida crescita economica. Dal 2012 al 2025, il PIL regionale delle cinque regioni autonome cinesi — Mongolia Interna, Xizang, Ningxia, Xinjiang e Guangxi — è passato complessivamente da 3.250 a 8.660 miliardi di yuan. Le diverse comunità hanno sfruttato le caratteristiche e le risorse delle proprie regioni, trovando percorsi di sviluppo adatti alle proprie condizioni. Il Ningxia, per esempio, è conosciuto come la “terra cinese del goji”. Grazie a questa caratteristica, la regione ha sviluppato un’intera filiera industriale. Nel 2024 la produzione di goji fresco ha raggiunto 320.000 tonnellate. Il settore si è trasformato, passando dalla semplice vendita del frutto essiccato alla produzione di prodotti ad alto valore aggiunto: succo concentrato di goji, caffè al goji, rossetti, alimenti funzionali e oltre 120 altri prodotti trasformati. Il valore complessivo della filiera ha raggiunto 29 miliardi di yuan. Il piccolo frutto rosso è diventato una “bacca d’oro”, un vero motore per la rivitalizzazione delle aree rurali.

 

Una vita sempre migliore

Nel 2021, tutti i 420 distretti delle aree autonome delle minoranze etniche hanno superato la soglia della povertà e tutte le 28 minoranze etniche con popolazione ridotta hanno raggiunto l’obiettivo di uscire dalla povertà come comunità. Lo Xizang è entrato nell’era dell’alta velocità ferroviaria. Le autostrade collegano sempre più villaggi e comunità, mentre la copertura 5G raggiunge anche i pascoli di montagna più remoti. Le reti idriche e elettriche hanno colmato molte delle carenze infrastrutturali del passato. Nel 2025, il valore delle vendite online in Xizang ha superato i 28 miliardi di yuan, diventando uno dei principali motori dello sviluppo di alta qualità dell’economia dell’altopiano. Prodotti tipici come la carne secca di yak e lo tsampa, alimento tradizionale dello Xizang, raggiungono mercati più lontani. Chi un tempo dipendeva quasi completamente dalle condizioni climatiche può oggi aumentare il proprio reddito senza lasciare il proprio villaggio. Il senso di soddisfazione e di felicità si riflette sempre più concretamente nella vita quotidiana delle persone.

 

Più opportunità nell’istruzione

Prima della fondazione della Nuova Cina, il tasso di analfabetismo tra le minoranze etniche cinesi superava il 95% e in tutto il Paese esisteva una sola università dedicata alle minoranze etniche. Grazie alla diffusione dell’istruzione obbligatoria e ai programmi di alfabetizzazione portati avanti nel corso degli anni, nel 2022 il numero di studenti appartenenti alle minoranze etniche iscritti a scuole ha raggiunto 34,77 milioni. Le istituzioni universitarie dedicate alle minoranze etniche sono diventate 32 e offrono numerosi corsi sulle lingue, le culture e le storie delle diverse comunità. L’accesso delle minoranze etniche all’istruzione superiore è quindi progressivamente migliorato, con opportunità sempre più ampie di studiare e svilupparsi.

Il 1° luglio di quest’anno è entrata in vigore la Legge della Repubblica Popolare Cinese sulla promozione del progresso e dell'unità etnica. Per la prima volta, la legge definisce sul piano giuridico concetti fondamentali come la costruzione della comunità della nazione cinese. La legge stabilisce inoltre il rispetto e la tutela del diritto delle minoranze etniche a imparare e utilizzare le proprie lingue e scritture e sottolinea il principio secondo cui ogni cultura deve poter esprimere la propria bellezza e contribuire. Il nuovo quadro legislativo offre un sostegno istituzionale più solido allo sviluppo comune delle diverse comunità, fornisce indicazioni più chiare per promuovere l’unità nazionale e propone una prospettiva cinese sulla governance delle questioni etniche e sulla tutela dei diritti delle minoranze.

Negli ultimi anni, un numero crescente di giornalisti e influencer italiani ha inserito lo Xinjiang, lo Xizang, il Ningxia e altre regioni cinesi nei propri itinerari, per conoscere direttamente e raccontare lo sviluppo economico, la cultura e le tradizioni locali.Nel maggio di quest’anno, il coro giovanile di Wuzhishan si è esibito in Italia. Ai piedi del Colosseo, i giovani artisti hanno presentato al pubblico italiano canti e danze tradizionali dei etnici Li e Miao. Dopo il loro ritorno in Cina, hanno inoltre riallacciato i rapporti con i giovani italiani in visita a Hainan, creando nuovi legami di amicizia attraverso la musica e la danza. Invitiamo gli amici italiani a sfruttare le opportunità offerte dall’attuale politica di ingresso senza visto e a visitare la Cina: fare una passeggiata in un villaggio Miao, sedersi in una yurta mongola, ammirare la maestosità dell’Himalaya in Xizang, scoprire la vastità dei deserti e i pioppi del deserto dello Xinjiang, oppure visitare il Ningxia, conosciuto come la «terra delle stelle». La Cina è pronta a continuare a lavorare insieme all’Italia, nel rispetto reciproco e sulla base dell’uguaglianza, affinché le diverse culture e tradizioni etniche possano incontrarsi, dialogare e risplendere l’una accanto all’altra attraverso lo scambio e il confronto tra civiltà.

 

*Incaricato d'Affari ad interim dell'Ambasciata cinese in Italia

Evento sismico ML 4.3 in provincia di Pisa, 4 agosto 2026

4 Agosto 2026 ore 12:00

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3  è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 10:15 italiane del 4 agosto 2026, 6.7 km a sud – ovest di Pisa, ad una profondità di circa 8 Km.

Nell’ora successiva al terremoto sono state registrate 5 repliche, tutte di magnitudo inferiore a 2.0.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 20 km dall’epicentro:

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica media, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area non sono avvenuti forti terremoti. Il più forte terremoto registrato in questa parte della Toscana è l’evento di Orciano Pisano del 14 agosto 1846 di magnitudo stimata pari a Mw 6.0. Più recentemente possiamo ricordare l’evento del 19 ottobre 2013 di M 3.4 localizzato lungo la costa pisana.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area  interessata da questo terremoto è caratterizzata da sismicità prevalentemente lungo la costa tra Pisa e Livorno.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai 1868 questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in un’area molto estesa, in particolare nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Firenze e La Spezia con valori di intensità fino al IV grado MCS. Il terremoto è stao risentito anche a Genova e Bologna con valori di intensità fino al IV grado MCS.

 

 


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Sciame sismico ai Campi Flegrei: comunicato di aggiornamento del 1 agosto 2026

1 Agosto 2026 ore 12:05

Dalle ore 19:46 del 31 luglio 2026 è in corso uno sciame sismico nell’area Campi Flegrei. Alle ore 11:28 di oggi, 1 agosto, sono stati rilevati in via preliminare 169 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0 e una magnitudo massima Md = 4.7 ± 0.3.

Nella mappa sono riportate le localizzazioni degli eventi con magnitudo Md ≥ 1.0.

Il terremoto di magnitudo Md = 4.7 ± 0.3 (Mw 4.4 ± 0.3) è avvenuto alle ore 19:46 del 31 luglio 2026 ad una profondità di circa 3 km ed è stato localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV tra le località di Pozzuoli e Quarto.

Si riporta l’elenco degli eventi localizzati finora (ore 11:28 del 1 agosto 2026) di magnitudo Md ≥ 1.5

Data IT Orario IT Md (±0.3) Profondità (km)
31/07/2026 19:46:43 4.7 2.6
31/07/2026 19:50:36 1.7 1.0
31/07/2026 20:49:58 1.6 2.6
31/07/2026 20:57:32 2.9 2.6
31/07/2026 21:25:29 1.9 2.4
31/07/2026 22:00:09 3.8 2.7
31/07/2026 22:02:47 1.7 2.9
31/07/2026 22:04:39 1.7 2.7
31/07/2026 22:14:37 1.9 0.4
31/07/2026 22:36:43 1.7 1.7
31/07/2026 22:55:22 1.7 1.4
31/07/2026 23:22:26 1.7 2.3
31/07/2026 23:34:47 2.7 1.2
31/07/2026 23:35:39 3.1 1.4
31/07/2026 23:46:38 1.5 1.7
01/08/2026 00:03:29 1.6 1.7
01/08/2026 00:27:11 1.5 1.8
01/08/2026 01:01:27 2.0 0.5
01/08/2026 01:20:13 3.1 0.6
01/08/2026 01:23:21 2.4 0.4
01/08/2026 01:35:56 2.5 0.4
01/08/2026 02:07:23 2.3 1.9
01/08/2026 02:07:31 2.5 0.4
01/08/2026 05:41:55 2.0 0.9
01/08/2026 05:47:12 3.1 1.3
01/08/2026 05:49:26 3.0 1.1
01/08/2026 06:11:30 2.2 0.6
01/08/2026 06:14:31 2.1 0.4
01/08/2026 06:20:08 1.5 1.1
01/08/2026 06:21:23 1.8 1.4
01/08/2026 07:45:19 2.5 2.7
01/08/2026 08:12:23 2.1 0.5

Ricordiamo che è importante attenersi alle informazioni fornite attraverso i canali ufficiali dagli enti preposti alla gestione del fenomeno e che tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano e sui canali web e social INGVvulcani. 


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Evento sismico, Md 4.7, ai Campi Flegrei e comunicato di sciame: 31 luglio 2026

31 Luglio 2026 ore 21:06

Alle ore 19:46 italiane (17:46 UTC) del 31 luglio 2026, nell’area dei Campi Flegrei, è avvenuto un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV (Napoli) tra le località di Pozzuoli e Quarto.

E’ in corso uno sciame sismico in quest’area e all’orario di emissione del Comunicato dell’Osservatorio Vesuviano (20:25 italiane) sono stati rilevati in via preliminare 10 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0  e una magnitudo massima Md = 4.7 ±0.3.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro:

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al VII grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI grado MCS.

Tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano: https://terremoti.ov.ingv.it/gossip/flegrei/2026/index.html 


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