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L’Ipo di SpaceX ha reso Elon Musk il primo trilionario della storia

15 Giugno 2026 ore 08:45

Nota: questo articolo è stato aggiornato per riflettere il primo giorno di contrattazioni dopo la storica IPO di SpaceX.

Elon Musk è appena diventato il primo trilionario nella storia dell’umanità. Le azioni di SpaceX hanno iniziato a essere negoziate sul Nasdaq venerdì a 150 dollari per azione e hanno chiuso a 160,95 dollari, attribuendo alla società una capitalizzazione di mercato vicina ai 2.200 miliardi di dollari. Forbes stima che il patrimonio di Musk sia ora pari a 1.100 miliardi di dollari alla chiusura delle contrattazioni di venerdì, in aumento rispetto ai 982 miliardi di giovedì, quando SpaceX aveva fissato il prezzo della sua IPO a 135 dollari per azione.

Secondo i calcoli di Forbes, il prezzo dell’offerta pubblica iniziale ha aumentato la ricchezza di Musk di 188 miliardi di dollari in un solo giorno. Durante la seduta di venerdì, il titolo SpaceX ha raggiunto un picco di 176,52 dollari per azione, portando temporaneamente il patrimonio di Musk al record di 1.200 miliardi di dollari.

Quanto è ricco Elon Musk

Musk, che ricopre i ruoli di presidente, amministratore delegato e direttore tecnico di SpaceX, possiede 4,8 miliardi di azioni della società, per un valore di 767 miliardi di dollari alla chiusura di venerdì. Detiene inoltre 350 milioni di stock option con un prezzo di esercizio di 8,40 dollari per azione, per un valore di 53 miliardi di dollari, che gli garantiscono una partecipazione complessiva del 38% nell’azienda, valutata 821 miliardi di dollari. Prima che SpaceX fissasse il prezzo della sua Ipo giovedì, Forbes valutava la quota di Musk (circa il 40% prima della diluizione dovuta all’offerta) intorno ai 500 miliardi di dollari, sulla base della valutazione di 1.250 miliardi di dollari derivante dalla fusione di SpaceX con la società di intelligenza artificiale e social media di Musk, xAI, avvenuta a febbraio. (xAI si era precedentemente fusa con X, l’ex Twitter, nel marzo 2025).

Musk possiede inoltre poco più del 10% di Tesla, che ha una capitalizzazione di mercato di 1.500 miliardi di dollari, per un valore di circa 168 miliardi. Ha inoltre opzioni che gli consentono di acquisire un’ulteriore quota vicina all’8%, valutata 116 miliardi di dollari. A completare il suo patrimonio vi sono partecipazioni più piccole nella startup di interfacce neurali Neuralink e nella società di scavi sotterranei Boring Company, oltre a diversi miliardi accumulati grazie a precedenti vendite di azioni Tesla

Nella stima di Forbes non sono incluse alcune azioni vincolate legate al raggiungimento di determinati obiettivi di performance, che potrebbero aumentare le partecipazioni di Musk in SpaceX e Tesla rispettivamente al 47% e al 29% (al lordo delle imposte e dei costi necessari per sbloccare tali azioni). Per ottenere l’intero pacchetto, Musk dovrà raggiungere traguardi estremamente ambiziosi, come portare la capitalizzazione di mercato di SpaceX e Tesla rispettivamente a 7.500 e 8.500 miliardi di dollari e creare una colonia umana permanente su Marte con almeno un milione di abitanti.

Il primo trilionario della storia

L’idea che qualcuno potesse diventare trilionario sembrava impensabile anche solo pochi anni fa. Bill Gates fu la prima persona a raggiungere un patrimonio di 100 miliardi di dollari nel 1999, ma quel traguardo durò poco a causa dello scoppio della bolla delle dot-com. La soglia dei 100 miliardi non fu nuovamente superata fino al 2017, quando Jeff Bezos divenne il secondo “centimiliardario” della storia. Bezos, che fu anche il primo a raggiungere quota 200 miliardi di dollari nel 2020, è oggi la quarta persona più ricca del mondo con un patrimonio stimato di 249 miliardi.

Gates occupa invece il ventesimo posto con una fortuna di 104 miliardi. La seconda persona più ricca del pianeta è Larry Page, con 294 miliardi di dollari, meno di un terzo della ricchezza di Musk. Larry Ellison, attualmente quinto con 231 miliardi, è l’unica persona oltre a Musk ad aver mai superato i 400 miliardi di dollari di patrimonio.

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La scalata alla classifica dei miliardari

Musk costruisce questo record da oltre un quarto di secolo. Fondò SpaceX nel 2002, lo stesso anno in cui eBay acquistò PayPal per 1,5 miliardi di dollari. PayPal era nata dalla fusione con una banca online chiamata X.com, cofondata da Musk nel 2000. Nel 2004 entrò in Tesla come investitore e presidente del consiglio di amministrazione, un anno dopo la fondazione della società, ottenendo successivamente anche il titolo di cofondatore. Nel 2008 assunse il ruolo di CEO di Tesla, lo stesso anno in cui SpaceX lanciò il primo razzo sviluppato da un’azienda privata in orbita. Tesla si quotò al Nasdaq nel 2010 e Musk debuttò nella classifica annuale dei miliardari di Forbes due anni dopo, con un patrimonio stimato di 2 miliardi di dollari che lo rendeva la 634ª persona più ricca del mondo.

Da quel momento, Musk scalò la classifica dei miliardari a una velocità impressionante, impiegando appena nove anni per diventare la persona più ricca del pianeta per la prima volta nel gennaio 2021. A spingerlo al vertice fu il rialzo di quasi il 13.000% delle azioni Tesla, che gli consentì di superare Bezos. Successivamente, dopo che Musk e Bezos si alternarono a lungo al primo posto nel corso dell’anno, un ulteriore balzo del titolo Tesla rese Musk la prima persona nella storia a superare i 300 miliardi di dollari di patrimonio nel novembre 2021. Poco dopo, però, le azioni Tesla crollarono quando Musk vendette quasi 40 miliardi di dollari di titoli per pagare le imposte sulle stock option in scadenza e contribuire a finanziare l’acquisizione ostile di Twitter da 44 miliardi di dollari annunciata nell’aprile 2022.

Nel dicembre 2022 Musk cedette il primo posto al francese Bernard Arnault, leader del colosso del lusso LVMH. I due si alternarono in vetta per gran parte del 2023 e della prima metà del 2024, mentre la ricchezza di Musk oscillava insieme all’andamento altalenante delle azioni Tesla.

Musk tornò definitivamente al primo posto nel giugno 2024 e da lì iniziò una corsa senza precedenti, raggiungendo in rapida successione livelli di patrimonio che fino a poco tempo prima sembravano impossibili. Divenne la prima persona a superare i 400 miliardi di dollari nel dicembre 2024, poi i 500 miliardi in ottobre, i 600 e i 700 miliardi in settembre e gli 800 miliardi nel febbraio successivo. A contribuire a questi traguardi sono stati il recupero delle azioni Tesla, che hanno raggiunto un massimo storico a dicembre, e una sentenza della Corte Suprema del Delaware che ha ripristinato un enorme pacchetto di stock option Tesla precedentemente annullato, oggi valutato 116 miliardi di dollari. Tuttavia, il fattore che ha avuto il maggiore impatto sull’ascesa di Musk è stata la vertiginosa crescita della valutazione di SpaceX, ormai di gran lunga il suo asset più prezioso.

Il futuro di SpaceX

Dal 2021, quando superò per la prima volta la soglia dei 100 miliardi di dollari in una transazione privata sul mercato secondario, la valutazione di SpaceX è cresciuta di quasi il 2.100%. Questo nonostante la società abbia registrato nel 2025 una perdita netta di 4,9 miliardi di dollari su ricavi pari a 18,7 miliardi. SpaceX conta di attrarre gli investitori pubblici grazie alla rapida crescita della rete satellitare Starlink e agli ambiziosi progetti di colonizzazione di Marte e di costruzione di data center spaziali alimentati a energia solare per l’intelligenza artificiale.

Sebbene molti osservatori abbiano messo in dubbio i fondamentali alla base della valutazione astronomica di SpaceX, Musk e molti dei suoi principali sostenitori ritengono che il titolo sia ancora sottovalutato.

“Pensiamo che varrà 10.000, 20.000 o persino 30.000 miliardi di dollari”, ha dichiarato l’investitore miliardario Ron Baron di Baron Capital in un’intervista video pubblicata questo mese su X. “E le persone all’interno dell’azienda pensano che io stia facendo una stima troppo prudente”. Il commento di Musk sotto il video: “Ron è intelligente”.

L’articolo L’Ipo di SpaceX ha reso Elon Musk il primo trilionario della storia è tratto da Forbes Italia.

L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi

Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.  

Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro. 

In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente. 

Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni. 

La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi. 

Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drug. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.

In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi. 

Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.

Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare. 

Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – ad esempio tra lo 0,1% e l’1% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.

Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.

Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.

Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.

A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.

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