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Ue. Il trattato con il Mercosur e il costo invisibile sui popoli indigeni

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 14:30

di Alessandro Pompei –

L’accordo tra Unione Europea e Mercosur comporta, oltre a un massivo impatto ambientale in Sud America (una delle aree con la più alta biodiversità del pianeta), anche un enorme impatto sulle comunità indigene di Brasile, Argentina e Paraguay. Aspetto che, al di là delle dichiarazioni di facciata, nei fatti non interessa minimamente alla stessa Commissione, determinata invece a chiudere la questione quanto prima nella speranza di salvare qualcosa della manifattura tedesca. Questa è rimasta colpita dai rincari energetici dovuti alla chiusura di Hormuz e alla distruzione del Nord Stream, operata da un gruppo di sabotaggio ucraino nel 2022, oltre che dalle contromisure russe seguite ai 21 pacchetti di sanzioni e all’invio massivo di armi in Ucraina, la quale non ha mai rispettato gli accordi di Minsk 2 di cui Francia e Germania erano garanti.
Così, a fronte delle garanzie di tutela dichiarate dalla stessa Commissione, la realtà materiale sudamericana racconta una storia opposta. L’incentivazione delle esportazioni verso il continente europeo accelererà inevitabilmente l’erosione territoriale e culturale di comunità già relegate ai margini della sicurezza socio-economica e giuridica. Secondo le rilevazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), vi è una vulnerabilità strutturale preesistente: pur rappresentando meno del 9% della popolazione dell’America Latina, le comunità indigene costituiscono oltre il 18% della fascia in condizioni di povertà estrema. Questa situazione è il risultato diretto di una prolungata insicurezza fondiaria: in Brasile l’offensiva politica e legislativa della Bancada Ruralista, la potente lobby dell’agrobusiness, ha mantenuto in un limbo giuridico la demarcazione di circa 1.400 territori ancestrali, dando luogo a contenziosi che sfociano regolarmente in violenze aperte.
I rapporti della Commissione Pastorale della Terra confermano che oltre la metà degli omicidi ai danni di leader indigeni si concentra proprio negli Stati a più alta vocazione agricola e zootecnica. L’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur agisce su questa polveriera come un potente fattore moltiplicatore. L’apertura del mercato europeo a contingenti agevolati di 99mila tonnellate di carne bovina, 180mila tonnellate di pollame, zucchero ed etanolo, unita alla stabilizzazione della domanda di soia per la mangimistica continentale, innesca un immediato aumento del valore fondiario dei terreni. Questo meccanismo alimenta il fenomeno dell’accaparramento delle terre (“land grabbing”) ai danni delle aree non ancora coperte da omologazione statale definitiva, spingendo la deforestazione ben oltre i confini legali attraverso pratiche opache come il “riciclaggio del bestiame”, in cui i capi nati su terre indigene occupate illegalmente vengono registrati in allevamenti regolari prima dell’abbattimento.
L’impatto si manifesta già con violenza differenziata a seconda dei biomi e delle specifiche etnie coinvolte: nel Cerrado e nel Pantanal brasiliani, epicentro dell’espansione intensiva di soia, mais e canna da zucchero, i popoli Guarani-Kaiowá e Terena subiscono da decenni una sistematica espulsione dalle terre d’origine, con azioni aggressive verso le comunità indigene che stanno aumentando a seguito dell’accordo UE-Mercosur.
Confinati in microscopiche riserve o accampati lungo i cigli delle autostrade federali, questi gruppi affrontano sia le aggressioni armate delle milizie private sia una contaminazione cronica da pesticidi irrorati per via aerea su scala industriale, divenuti sistematici con l’agricoltura intensiva ed estensiva. Molti di questi pesticidi sono proibiti nell’Unione Europea, come l’atrazina e il paraquat, entrambi con potenti effetti tossici sull’uomo.
Nel bacino amazzonico l’avanzata delle monocolture e dei corridoi logistici per l’export, come l’idrovia Tapajós e i nuovi assi ferroviari, minaccia direttamente i Munduruku e i Kayapó. Qui la frammentazione della foresta primaria distrugge le rotte di caccia tradizionali e contamina i corsi d’acqua indispensabili alla sussistenza, compromettendo la sovranità alimentare e la capacità di vendita/scambio delle comunità, in un attacco diretto all’identità culturale delle popolazioni indigene. Vi è anche un impatto sul clima dell’ecozona, che registra una riduzione del regime pluviometrico, intaccando, nel medio-lungo periodo, la produttività agricola della regione e delle aree limitrofe del Cerrado e della Pampa.
Nel Gran Chaco argentino, la conversione massiccia della foresta secca per fare spazio alla soia transgenica colpisce duramente le comunità Wichí e Qom, esasperando situazioni di malnutrizione infantile acuta e privando intere famiglie dell’accesso a fonti idriche non inquinate, mentre più a nord-est, nel Gran Chaco Boreal paraguaiano, caratterizzato da uno dei tassi di deforestazione più rapidi al mondo per far posto al pascolo bovino estensivo, il trattato mette a repentaglio l’esistenza stessa degli Ayoreo, compresi gli ultimi sottogruppi che vivono in stato di isolamento volontario, per i quali il contatto forzato e la distruzione dell’habitat equivalgono a un collasso demografico ed etnico. A rendere il quadro ancor più contraddittorio è il profilo normativo dell’accordo. Nei venticinque anni di negoziati, le organizzazioni indigene, a partire dall’APIB in Brasile, non sono mai state consultate, violando apertamente il principio del Consenso Preventivo, Libero e Informato (FPIC), sancito dalla Convenzione OIL 169, formalmente ratificata da tutti i Paesi del blocco sudamericano. Inoltre, il capitolo su Commercio e Sviluppo Sostenibile (TSD) inserito nel trattato manca di denti sanzionatori: in caso di violazione dei diritti territoriali o di deforestazione illegale, non sono previsti blocchi tariffari o contromisure commerciali cogenti, riducendo le clausole di salvaguardia a dichiarazioni di principio non verificabili. A questo paradosso si aggiunge quello chimico: l’azzeramento dei dazi industriali consentirà alle multinazionali europee di esportare massicciamente verso il Sud America molecole fitosanitarie e pesticidi vietati da anni all’interno del mercato unico per la loro tossicità, i cui residui finiscono per riversarsi nei bacini idrici indigeni prima di rientrare in Europa sotto forma di derrate alimentari. L’architettura dell’accordo UE-Mercosur evidenzia così una profonda fessura etica e strategica. Da un lato, Bruxelles impone standard stringenti ai propri agricoltori e promuove internamente la narrativa della sostenibilità; dall’altro, per difendere le quote di esportazione industriale della propria manifattura, sottoscrive un patto che esternalizza i costi ambientali e umani, trasformando i diritti ancestrali delle popolazioni indigene nella merce di scambio di una globalizzazione asimmetrica.

Ungheria. Il governo Magyar rivede Paks II, tra siccità e dipendenza dalla Russia

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 12:00

di Giuseppe Gagliano –

Il governo ungherese guidato da Peter Magyar ha ordinato una revisione completa del progetto nucleare Paks II, affidato nel 2014 alla società statale russa Rosatom, mentre il caldo estremo e la siccità hanno ridotto la portata del Danubio mettendo in difficoltà la produzione nucleare della regione.
La centrale di Paks, che normalmente garantisce circa un terzo dell’elettricità ungherese, ha ridotto il proprio contributo a poco più del 10%. Problemi analoghi hanno interessato la Romania, costretta a fermare anche l’ultimo reattore operativo di Cernavoda per l’insufficiente disponibilità di acqua destinata al raffreddamento e ad acquistare elettricità dall’Ucraina attraverso la società moldava Energocom.
La situazione ha riportato al centro del dibattito Paks II, progetto voluto dal precedente governo di Viktor Orbán e basato sulla costruzione di due nuovi reattori con un finanziamento russo fino a 10 miliardi di euro. Magyar contesta ritardi e costi dell’opera, che secondo il programma originario avrebbe dovuto essere operativa entro il 2024. Budapest avrebbe già investito circa mille miliardi di fiorini, equivalenti a 2,8 miliardi di euro.
Rosatom sostiene che la preparazione del calcestruzzo per l’Unità 5 sia completata per oltre l’80%, che i lavori dell’Unità 6 stiano avanzando e che alcuni componenti siano già in produzione. Il governo ungherese ritiene invece necessario verificare la sostenibilità economica e tecnica dell’intero progetto.
Uno dei principali problemi riguarda il sistema di raffreddamento. La dipendenza diretta dalla portata del Danubio può obbligare una centrale a ridurre la produzione durante periodi di siccità e temperature elevate, proprio quando cresce la domanda di elettricità. Magyar ha quindi sollevato la questione dell’assenza di un sistema a circuito chiuso, la cui eventuale introduzione comporterebbe però nuovi investimenti, autorizzazioni e ulteriori ritardi.
Budapest dovrà decidere se proseguire con il progetto esistente, rinegoziarlo introducendo modifiche tecniche oppure ridimensionarlo a favore di fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e maggiori collegamenti con le reti europee. Una cancellazione potrebbe comportare penali e contenziosi con Mosca, mentre il completamento dell’opera manterrebbe l’Ungheria legata per decenni alla tecnologia, all’assistenza e potenzialmente alle forniture russe.
Paks II rappresenta infatti anche una questione geopolitica. Il progetto è stato uno dei principali simboli dei rapporti privilegiati costruiti da Orbán con Mosca e la sua revisione potrebbe segnare un riavvicinamento dell’Ungheria alla linea prevalente nell’Unione Europea. Bruxelles potrebbe favorire una ristrutturazione basata su maggiore diversificazione tecnologica e adattamento alle nuove condizioni climatiche.
Per la Russia, al contrario, la perdita o il ridimensionamento del progetto significherebbe rinunciare a un importante strumento di presenza economica e strategica nell’Europa centrale. Mosca potrebbe quindi chiedere compensazioni o utilizzare i rapporti energetici ancora esistenti con Budapest come leva negoziale.
La decisione su Paks II supera così la dimensione industriale. Per il governo Magyar si tratta di stabilire quanto del futuro energetico ungherese possa dipendere contemporaneamente dal Danubio, dalla tecnologia russa e dai finanziamenti di Mosca, in un momento in cui cambiamento climatico e tensioni geopolitiche stanno modificando gli equilibri energetici dell’Europa centrale.

Schengen: più sicurezza non significa meno Europa

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 11:30

di Gerardo Petta * –

ZURIGO (CH). Di fronte alle critiche della sinistra, che considera la posizione del Governo italiano su Schengen una scelta meramente strumentale e dannosa, è necessario fare chiarezza. La tutela dei confini non è una bandiera ideologica: è una responsabilità di governo. La possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne è prevista dalle regole europee. Ricorrervi, quando ne sussistono le condizioni, non significa essere contro l’Europa, né mettere in discussione i rapporti di amicizia e collaborazione con la Spagna. Significa utilizzare uno strumento contemplato dall’ordinamento europeo per tutelare la sicurezza, la legalità e gli interessi del Paese.
Non si tratta, peraltro, di una scelta estranea alla prassi europea: diversi Stati membri hanno fatto ricorso, negli anni, a controlli temporanei alle frontiere interne. È quindi difficile sostenere che l’utilizzo di uno strumento previsto dalle stesse regole europee costituisca, di per sé, una scelta antieuropea.
Anche sulla questione migratoria occorre evitare confusioni. Il decreto flussi italiano riguarda ingressi regolari e programmati, disciplinati da procedure definite e stabiliti anche sulla base delle esigenze del mercato del lavoro. Ben diverso è il problema dell’immigrazione irregolare. Distinguere chiaramente tra questi due fenomeni è indispensabile per qualsiasi politica migratoria seria e credibile.
Naturalmente è legittimo, e in una democrazia doveroso, chiedere al Governo trasparenza sui numeri, sulle provenienze e sui meccanismi di ingresso. Ma è altrettanto necessario riconoscere che uno Stato ha il diritto e la responsabilità di governare i flussi migratori e di contrastare l’immigrazione irregolare.
È su questo punto che emerge una differenza politica sostanziale. Ritengo che solidarietà e accoglienza debbano necessariamente accompagnarsi a legalità, sicurezza, integrazione e sostenibilità. L’Italia non può adottare una politica delle porte aperte, ma deve essere nelle condizioni di decidere e controllare chi entra nel proprio territorio, contrastando gli ingressi irregolari e favorendo quelli legali, secondo regole e procedure precise.
Si può naturalmente discutere nel merito dell’efficacia e della proporzionalità delle singole misure. È questo il terreno sul quale dovrebbe svilupparsi un confronto politico serio. Ma liquidare automaticamente ogni rafforzamento dei controlli come una scelta meramente propagandistica significa eludere la questione centrale: come garantire sicurezza e legalità, governando al tempo stesso il fenomeno migratorio in maniera ordinata e sostenibile.
Governare significa anche prevenire situazioni fuori controllo. Tutelare i confini, nel rispetto delle regole europee, non significa essere contro l’Europa. Significa assumersi la responsabilità di governare e svolgere, con serietà, le funzioni che i cittadini hanno affidato alle istituzioni.

* Articolo in mediapartnership con Giornale Diplomatico.

Filippine. Manila tratta con Pechino per petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 11:00

di Giuseppe Gagliano –

Le Filippine e la Cina potrebbero avviare esplorazioni congiunte di petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale. Lo ha affermato il presidente filippino Ferdinand Marcos junior, secondo il quale i negoziati con Pechino avrebbero compiuto progressi sufficienti a rendere possibile un’intesa nonostante le persistenti dispute territoriali tra i due Paesi.
Per Manila la ricerca di nuove risorse energetiche è diventata prioritaria a causa del progressivo declino del giacimento di Malampaya, per anni fondamentale per la produzione elettrica nazionale. La diminuzione della produzione interna costringe infatti le Filippine a ricorrere maggiormente alle importazioni, esponendo il Paese alle oscillazioni dei prezzi internazionali.
Al centro dei negoziati potrebbe esserci il Banco di Reed, chiamato Banco Recto nelle Filippine, un’area potenzialmente ricca di idrocarburi che Manila considera parte della propria zona economica esclusiva. Pechino include invece quelle acque nelle proprie rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale.
La sentenza arbitrale internazionale del 2016 ha respinto le pretese storiche cinesi su gran parte del bacino, decisione che Pechino continua a non riconoscere. Un eventuale accordo dovrebbe quindi consentire lo sfruttamento delle risorse senza definire formalmente la sovranità sulle acque interessate, disciplinando investimenti, ricavi, sicurezza e gestione delle infrastrutture.
Per Manila il principale rischio politico consiste nell’evitare che la cooperazione venga interpretata come una rinuncia ai diritti rivendicati sulla base della sentenza del 2016. Pechino, parallelamente, difficilmente accetterebbe una formula che riconoscesse esplicitamente la giurisdizione filippina. Una soluzione potrebbe quindi prevedere un’intesa temporanea esclusivamente economica, rinviando la questione territoriale.
L’eventuale scoperta di riserve sfruttabili permetterebbe alle Filippine di ridurre le importazioni energetiche e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti, anche se sarebbero necessari anni prima dell’avvio della produzione commerciale. Servirebbero infatti piattaforme, condotte, infrastrutture costiere e consistenti investimenti.
Per la Cina l’intesa avrebbe invece un valore sia economico sia strategico. Pechino potrebbe ottenere accesso alle risorse e nuove opportunità per le proprie imprese, rafforzando contemporaneamente il proprio ruolo di interlocutore indispensabile nelle controversie regionali.
La possibile cooperazione energetica si inserisce tuttavia in un quadro caratterizzato da frequenti tensioni tra unità filippine e cinesi. Manila accusa da tempo la guardia costiera cinese e altre imbarcazioni di ostacolare le proprie attività nelle zone contese attraverso manovre pericolose e cannoni ad acqua. Marcos ha ribadito che qualsiasi collaborazione economica non comporterà una rinuncia ai diritti territoriali filippini.
Sul negoziato pesa anche il rapporto di alleanza tra Filippine e Stati Uniti. Manila ha ampliato negli ultimi anni la cooperazione militare con Washington e l’accesso americano alle proprie basi, una presenza che Pechino considera parte della strategia statunitense di contenimento della Cina nel Pacifico e attorno a Taiwan.
Un accordo limitato al Banco di Reed potrebbe quindi rappresentare la soluzione più praticabile, consentendo alle parti di sfruttare le risorse senza risolvere la controversia territoriale. Il fallimento dei colloqui potrebbe invece spingere Manila a procedere autonomamente o insieme a società di Paesi alleati, aumentando il rischio di nuovi confronti con la Cina.
L’esplorazione congiunta rappresenta così molto più di un’intesa energetica. Nel Mar Cinese Meridionale, dove si sovrappongono risorse, rotte commerciali e interessi militari, il negoziato mette alla prova la capacità delle Filippine di soddisfare le proprie esigenze energetiche senza compromettere le rivendicazioni territoriali e rafforzare ulteriormente l’influenza strategica di Pechino.

Russia. Unità missilistiche russe vicino a Hokkaido dopo la visita di Putin alle Curili

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 12:00

di Giuseppe Gagliano –

Quattro unità missilistiche della Flotta russa del Pacifico sono transitate a circa 40 chilometri da Hokkaido, senza entrare nelle acque territoriali giapponesi, pochi giorni dopo essere state avvistate nella stessa area e all’indomani della visita del presidente Vladimir Putin a Iturup, una delle Curili meridionali controllate da Mosca e rivendicate da Tokyo come Territori del Nord.
Le navi sono state individuate il 14 agosto al largo di Capo Soya e seguite da un velivolo da pattugliamento marittimo P-3C giapponese. Le stesse unità erano state osservate il 9 agosto nei pressi dell’isola di Rebun, prima di attraversare lo stretto di Soya e dirigersi successivamente verso ovest.
Le imbarcazioni appartengono al Progetto 12411M Molniya-1, classificato dalla Nato come classe Tarantul III, unità veloci equipaggiate con missili antinave. Il passaggio, pur avvenuto in acque internazionali, assume particolare rilievo nel quadro delle crescenti tensioni tra Russia e Giappone sulla sovranità delle Curili meridionali e della crescente militarizzazione dell’arcipelago.
La visita di Putin a Iturup ha provocato una dura reazione di Tokyo, che ha convocato l’ambasciatore russo presentando una protesta formale. Mosca ha respinto le contestazioni giapponesi, mentre Dmitrij Medvedev ha minacciato pesanti conseguenze qualora Tokyo insistesse nelle proprie rivendicazioni territoriali.
Le Curili meridionali furono occupate dall’Unione Sovietica nel 1945 e la controversia ha impedito a Russia e Giappone di concludere un trattato di pace definitivo dopo la Seconda guerra mondiale. I tentativi di raggiungere un compromesso sono progressivamente naufragati, soprattutto dopo l’adesione giapponese alle sanzioni occidentali contro Mosca e il rafforzamento della cooperazione militare tra Tokyo e Washington.
Per la Russia l’arcipelago riveste una rilevanza strategica particolare, poiché controlla gli accessi tra il Mare di Ochotsk e il Pacifico e contribuisce alla protezione delle forze della Flotta del Pacifico. L’aeroporto militare di Burevestnik, sull’isola di Iturup, rafforza inoltre la capacità russa di sorvegliare le rotte marittime e aeree della regione.
Alla dimensione militare si aggiunge quella economica. Le acque delle Curili sono ricche di risorse ittiche e la posizione dell’arcipelago consente di controllare importanti passaggi marittimi. Allo stesso tempo, nonostante le tensioni politiche, il Giappone continua ad attribuire importanza alle forniture energetiche provenienti dall’Estremo Oriente russo, in particolare a quelle legate ai progetti di Sachalin.
Il transito delle quattro unità russe appare quindi soprattutto come una dimostrazione militare calibrata, sufficientemente vicina al territorio giapponese da essere percepita come un segnale politico, ma condotta senza violare le acque territoriali. La disputa sulle Curili si inserisce ormai nel più ampio confronto strategico nel Pacifico tra Russia, Giappone e Stati Uniti.

Cisgiordania. Il Papa, Stop alle violenze contro i palestinesi’

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 13:30

Dire * –

“Rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”. È l’appello lanciato all’Angelus da Papa Leone XIV.
Dopo la preghiera mariana recitata questa domenica, 16 agosto, in piazza della Libertà a Castel Gandolfo, il Pontefice è tornato ad affrontare il tema delle violenze che si perpetuano ai danni della popolazione palestinese nella West Bank, terra contesa dagli israeliani. Di qui la supplica del Pontefice che chiede “con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura”. Un pensiero infine da patte di Papa Prevost anche ai Giochi del Mediterraneo che si disputeranno a Taranto dal 21 agosto al 3 settembre 2026 prossimi: siano una “profezia di pace e di fratellanza tra i popoli”.

* Fonte: agenzia Dire.

Grecia. Il cortocircuito della transizione verde tra incendi, reti fragili e abbandono del territorio

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 14:30

di Alessandro Pompei –

Gli incendi che nell’estate del 2026 hanno colpito la Grecia, devastando l’Attica occidentale e Creta e mandando in fumo oltre 14mila ettari, hanno riportato al centro dell’attenzione la vulnerabilità della rete elettrica e il rapporto sempre più problematico tra crescita delle energie rinnovabili, manutenzione delle infrastrutture e gestione del territorio. Secondo i dati preliminari della Direzione investigativa sui crimini di incendio dei Vigili del Fuoco greci, i guasti riconducibili alla rete elettrica, pur costituendo una quota limitata degli inneschi, sarebbero stati responsabili di circa tre quarti della superficie complessivamente percorsa dalle fiamme.
Il dato mette in evidenza una contraddizione per un Paese considerato tra i protagonisti della transizione energetica europea. La Grecia ha infatti portato stabilmente oltre il 50 per cento la quota di energia pulita nel proprio mix elettrico e continua ad aumentare rapidamente la capacità fotovoltaica. Alla crescita della generazione rinnovabile non è però corrisposto un adeguamento altrettanto rapido delle infrastrutture di distribuzione.
Durante le ondate di calore, le temperature elevate si sommano al riscaldamento dei conduttori provocato dall’aumento della domanda elettrica per la climatizzazione e dai consistenti flussi di energia solare immessi nella rete. La dilatazione termica può determinare l’abbassamento dei cavi aerei. In presenza di vento forte e vegetazione troppo vicina alle linee, possono verificarsi contatti, archi elettrici o cadute di conduttori, con la conseguente proiezione di materiale incandescente sulla vegetazione secca.
Il problema riguarda una rete di distribuzione a media e bassa tensione che utilizza ancora oltre 120mila chilometri di linee aeree e circa 4,5 milioni di sostegni in legno. Una struttura concepita in condizioni climatiche ed energetiche differenti da quelle attuali e sottoposta a decenni di esercizio.
La fragilità della rete, tuttavia, spiega soltanto una parte del fenomeno. L’abbandono progressivo dell’agricoltura tradizionale, del pascolo e della gestione forestale nelle zone collinari e montane ha favorito l’accumulo di vegetazione e biomassa secca. Arbusti e pinete altamente infiammabili hanno progressivamente occupato vaste aree, creando una continuità del combustibile che permette alle fiamme di propagarsi con estrema rapidità.
In assenza di sfalcio, pascolamento controllato e gestione forestale, anche un singolo innesco può quindi trasformarsi rapidamente in un incendio di grandi dimensioni, soprattutto durante le giornate caratterizzate da temperature elevate, siccità e vento intenso.
A pesare sulla situazione è anche l’eredità della crisi finanziaria. Durante i programmi di aggiustamento economico tra il 2010 e il 2018, la manutenzione delle infrastrutture e la prevenzione forestale hanno risentito delle restrizioni di bilancio. Potature lungo le linee elettriche, sostituzione dei pali degradati e ammodernamento degli isolatori sono stati rinviati, mentre anche il personale forestale ha subito una forte riduzione.
La strategia pubblica si è così progressivamente spostata dalla prevenzione alla gestione dell’emergenza, privilegiando gli interventi di spegnimento, compresi quelli aerei, rispetto alla manutenzione preventiva del territorio. Una scelta che comporta costi elevati e interviene quando l’incendio ha spesso già assunto dimensioni difficili da controllare.
Il fenomeno solleva anche interrogativi sulla contabilità ambientale della transizione energetica. Nel 2025 la Grecia ha installato circa 1,84 gigawatt di nuova capacità fotovoltaica, potenzialmente in grado di produrre circa 2,85 terawattora di elettricità all’anno e di evitare emissioni significative rispetto alla produzione da gas e lignite. Gli incendi del 2026 hanno però determinato contemporaneamente il rilascio nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica proveniente dalla combustione della biomassa.
Il confronto deve comunque tenere conto delle differenti scale temporali. Un impianto fotovoltaico produce elettricità a basse emissioni per diversi decenni, mentre una parte della CO2 liberata dagli incendi forestali può essere nuovamente assorbita dalla vegetazione durante la ricrescita. Gli incendi producono tuttavia danni ambientali che vanno ben oltre il bilancio del carbonio.
La perdita della copertura vegetale riduce infatti ombreggiamento ed evapotraspirazione, aumenta la temperatura del terreno e rende più difficile la rigenerazione degli ecosistemi. Le alte temperature raggiunte durante i roghi possono inoltre modificare le caratteristiche del suolo e ridurne la capacità di assorbire l’acqua.
Con l’arrivo delle piogge autunnali, i versanti bruciati diventano così maggiormente esposti a erosione, smottamenti, colate detritiche e alluvioni improvvise. Un incendio provocato durante l’estate da un guasto elettrico può quindi trasformarsi pochi mesi dopo in un problema idrogeologico, con conseguenze per abitazioni e infrastrutture situate a valle.
Un’altra criticità riguarda la capacità della rete greca di assorbire la crescente produzione rinnovabile. Nelle ore di massima generazione fotovoltaica si verificano congestioni che obbligano il gestore del sistema a limitare temporaneamente la produzione di alcuni impianti. I cosiddetti curtailment riducono l’energia effettivamente utilizzata e incidono sia sulla redditività degli investimenti sia sui benefici ambientali attesi.
Il caso greco evidenzia inoltre un problema nella distribuzione degli investimenti. Una parte consistente delle risorse europee è stata destinata alla realizzazione di nuovi impianti di generazione, mentre interventi meno redditizi ma essenziali per la sicurezza, come manutenzione delle linee, gestione della vegetazione e rafforzamento dei servizi forestali, hanno ricevuto minore attenzione.
Un precedente significativo è rappresentato dalla California, dove la crisi della utility Pacific Gas and Electric, coinvolta negli incendi del 2017 e 2018, ha portato a una profonda revisione delle procedure di manutenzione, delle responsabilità degli operatori e dei protocolli di disalimentazione preventiva delle linee nelle aree maggiormente esposte.
Per la Grecia l’interramento dell’intera rete, il cui costo sarebbe nell’ordine di decine di miliardi di euro, appare difficilmente praticabile. Esistono però interventi intermedi, dalla sostituzione dei conduttori nudi con cavi aerei isolati nelle zone forestali più pericolose all’impiego di droni e sistemi LiDAR per controllare la crescita della vegetazione vicino alle linee. Anche sistemi di protezione capaci di interrompere rapidamente l’alimentazione in presenza di anomalie possono ridurre significativamente la probabilità che un guasto produca un incendio.
L’esperienza greca mostra quindi che l’aumento della capacità rinnovabile non può essere separato dalla sicurezza della rete e dalla gestione del territorio. Senza investimenti paralleli nelle infrastrutture elettriche, nella prevenzione forestale e nella manutenzione delle aree rurali, la transizione energetica rischia di procedere più rapidamente della capacità del territorio di sostenerla.

Ucraina. Le 800mila armi disperse durante la guerra preoccupano l’Europa

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 16:53

di Enrico Oliari –

Quasi 800mila armi risultano denunciate come perdute o rubate in Ucraina dall’inizio della guerra, un fenomeno che alimenta i timori sulla possibile proliferazione degli armamenti nei circuiti criminali europei una volta terminato il conflitto. Secondo i dati del ministero dell’Interno di Kiev, dal 2022 sarebbero 780.465 le armi scomparse, 149mila delle quali nei primi cinque mesi del 2026.
Il dato non significa che tutte siano finite sul mercato nero, poiché parte del materiale potrebbe essere stata distrutta, abbandonata sul campo o registrata in maniera incompleta. Le dimensioni del fenomeno indicano tuttavia le difficoltà nel controllare gli equipaggiamenti distribuiti durante una guerra ad alta intensità. Le regioni maggiormente interessate sarebbero Mykolaiv, Kiev e Donetsk, mentre militari ed ex militari sono stati arrestati per tentativi di vendita di munizioni, mine, fucili d’assalto e lanciagranate.
Tra il 2022 e il 2024 le autorità ucraine hanno sequestrato 10.875 tra granate, mine e lanciagranate, con un aumento del 153 per cento rispetto al triennio precedente, mentre le munizioni confiscate sono quasi triplicate. Il problema riguarda anche la possibile destinazione europea di questi materiali.
Già nel 2022 Interpol aveva avvertito del rischio che gli armamenti disponibili in Ucraina potessero finire nelle mani della criminalità organizzata. Anche Europol ed Eurojust avevano espresso preoccupazioni sulla possibile proliferazione. Alcune successive segnalazioni hanno indicato la presenza di materiale destinato all’Ucraina in circuiti criminali o presso formazioni armate straniere, anche se non tutti i casi hanno ricevuto conferme indipendenti.
Allora era anche girata la notizia, ripresa da Notizie Geopolitiche, del ritrovamento nel darknet di un annuncio per la vendita addirittura di un missile anticarro che gli Usa avevano fornito alle forze ucraine.
La dispersione degli armamenti rappresenta da tempo una delle principali preoccupazioni legate alle forniture occidentali a Kiev. Durante il conflitto è possibile seguire le consegne fino ai principali depositi, mentre diventa più complesso ricostruirne il percorso dopo la distribuzione alle unità, le rotazioni dei reparti, le ritirate e l’abbandono di materiali sul campo.
Al problema delle armi si aggiunge quello delle competenze acquisite sul campo. Combattenti stranieri possono apprendere in Ucraina tecniche per l’impiego militare dei velivoli senza pilota, la preparazione di ordigni, le comunicazioni cifrate e le contromisure contro la guerra elettronica, trasferendo successivamente queste conoscenze nei Paesi di provenienza.
La stampa britannica ha riferito inoltre di tentativi da parte di soggetti collegati a gruppi armati e al narcotraffico colombiano di infiltrarsi tra i volontari diretti in Ucraina. Il fenomeno assume particolare rilevanza alla luce della crescente utilizzazione di velivoli senza pilota da parte delle organizzazioni armate colombiane, che ha spinto Bogotà a investire in sistemi di rilevamento e disturbo.
Il rischio maggiore potrebbe emergere alla conclusione della guerra, quando grandi quantità di materiale militare potrebbero diventare eccedenti e aumentare l’interesse di trafficanti e organizzazioni criminali. La posizione geografica dell’Ucraina, confinante con quattro Stati dell’Unione europea e collegata alle rotte balcaniche e del Mar Nero, rende particolarmente delicata la questione.
Per limitare il fenomeno sarà quindi determinante rafforzare la tracciabilità delle forniture, le verifiche nei depositi e, dopo la fine delle ostilità, i programmi di raccolta e distruzione delle armi. Il rischio è che una parte dell’arsenale accumulato durante la guerra continui a circolare molto tempo dopo la cessazione dei combattimenti, alimentando criminalità organizzata e conflitti in Europa e in altre regioni del mondo.

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