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Iran. Trump, ‘Se l’Oman si mette in mezzo lo bombarderemo’

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 12:30

Dire *

In un’ampia intervista rilasciata a Fox News, Donald Trump alterna minacce militari a presunte rivelazioni diplomatiche. Il copione ormai solito del presidente degli Stati Uniti. Riferendosi al conflitto con Teheran, li “invita” di nuovo a “sventolare la bandiera bianca della resa”. Secondo Trump, gli iraniani “sono bravi giocatori di poker, ma stanno morendo.
E così, Trump definisce “noccioline” le munizioni utilizzate finora dagli Stati Uniti e garantisce la disponibilità di molte armi di medio livello. Accusando di nuovo Joe Biden di aver impoverito le scorte di armamenti “più avanzati”, depauperando un arsenale di cui gli USA “hanno bisogno ora in Medio Oriente”.
La linea dura americana non ha risparmiato l’Oman. Commentando i negoziati “paralleli” sullo Stretto di Hormuz in corso tra Muscat e Teheran, Trump ha minacciato: “Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombarderemo pesantemente”.
Trump ha anche dichiarato apertamente che Israele “non dovrebbe colpire Gaza”. Perché Hamas “ha accettato di posare le armi”.

* Fonte: agenzia Dire.

Israele. Netanyahu a Kushner: disarmo di Hamas, nessuna apertura allo Stato palestinese

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 13:30

di Daniele Priori –

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito agli Stati Uniti che qualsiasi avanzamento del piano per Gaza dovrà essere subordinato a un disarmo effettivo e verificabile di Hamas, escludendo al tempo stesso concessioni che possano aprire la strada alla costituzione di uno Stato palestinese. È quanto emerge dall’incontro tenuto a Gerusalemme con Jared Kushner, inviato e genero del presidente statunitense Donald Trump, impegnato in una nuova iniziativa diplomatica per superare lo stallo sull’attuazione del piano americano per la Striscia.
Durante il primo mandato di Trump, Kushner era stato promotore di un piano denominato “Nuova Palestina”, che prevedeva la nascita dello Stato palestinese con la sicurezza garantita da Israele, un’ipotesi respinta da Netanyahu, il quale da lì a poco fece approvare alla Knesset una proposta di legge per l’annessione della Cisgiordania.
Secondo Ynet, che cita una fonte israeliana presente ai colloqui, “La parte israeliana ha chiarito durante l’incontro che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese”. La precisazione assume particolare rilievo perché il nuovo percorso negoziale sostenuto dagli Stati Uniti prevede, oltre al disarmo di Hamas, il progressivo ritiro delle forze israeliane e una futura amministrazione palestinese della Striscia affidata a tecnocrati.
Il nodo immediato rimane però quello delle armi di Hamas. La fonte israeliana citata da Ynet ha spiegato che “c’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle ‘zone pilota’, ma ora non se ne parla più così. Bensì: Hamas deve dimostrare impegno nella distruzione delle armi, va accertato che non consegni armi non funzionanti. Gli americani sono determinati a continuare il Piano, per Netanyahu la prova sta nell’effettiva consegna delle armi da parte di Hamas”.
Secondo i24News, dai colloqui sarebbe emersa anche un’intesa sulla modalità iniziale del disarmo: nella prima fase le armi consegnate da Hamas dovrebbero passare direttamente alle forze statunitensi, che ne curerebbero la distruzione. L’obiettivo sarebbe quindi quello di creare un meccanismo verificabile, evitando che la consegna di materiale inutilizzabile possa essere presentata come adempimento degli obblighi previsti dal piano.
La missione di Kushner arriva dopo un passaggio diplomatico particolarmente significativo al Cairo, dove l’inviato americano ha incontrato il leader di Hamas Khalil al-Hayya. Secondo fonti informate citate da Axios, i rappresentanti del movimento palestinese avrebbero confermato la disponibilità alla demilitarizzazione di Gaza nell’ambito di una roadmap comprendente cessate-il-fuoco permanente, ritiro israeliano, ricostruzione e trasferimento dell’amministrazione a un governo palestinese tecnocratico nel quale Hamas non avrebbe un ruolo futuro.
Il confronto di Gerusalemme è durato diverse ore e vi hanno partecipato anche esponenti del Board of Peace, tra cui l’ex premier britannico Tony Blair e Nickolay Mladenov. Il tentativo americano è quello di recuperare il proprio piano in 15 punti, che nelle ultime settimane si era arenato proprio sulle differenti interpretazioni della successione tra disarmo palestinese e ritiro israeliano.
Netanyahu aveva già respinto l’ipotesi di un ritiro israeliano prima del completo disarmo di Hamas. Il Board of Peace aveva tuttavia precisato nei giorni scorsi che il piano rimane operativo e che l’attuazione dovrebbe procedere per fasi, sulla base di impegni sottoposti a verifica.
Dietro la disputa sulle modalità tecniche emerge così una divergenza politica più profonda. Washington tenta di costruire un percorso nel quale demilitarizzazione, ritiro israeliano, forza internazionale di stabilizzazione e nuova amministrazione palestinese siano parti dello stesso processo. Netanyahu punta invece a separare nettamente la questione della sicurezza da quella politica: prima la completa eliminazione delle capacità militari e di governo di Hamas, poi l’eventuale ritiro, senza che il processo possa trasformarsi in un passaggio verso il riconoscimento di uno Stato palestinese.
Il successo della missione di Kushner dipenderà quindi dalla possibilità di trasformare la disponibilità dichiarata da Hamas in atti concreti e verificabili e, contemporaneamente, di ottenere da Israele l’accettazione delle successive fasi del piano. È proprio su questa reciprocità che resta aperta la distanza tra le parti: entrambe chiedono che sia l’altra a compiere per prima il passo considerato irreversibile.

Arabia Saudita. Riad lancia una coalizione navale mentre torna a crescere la tensione nello Yemen

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 10:00

di Giuseppe Gagliano –

L’Arabia Saudita ha annunciato l’avvio operativo di una coalizione multinazionale per proteggere la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, mentre il confronto con gli Houthi torna a intensificarsi dopo circa quattro anni di relativa calma. Tredici Paesi hanno completato le procedure di adesione e quindici hanno sottoscritto la dichiarazione comune.
Riad fornirà il primo comandante della coalizione, mentre il Pakistan dovrebbe indicare il vicecomandante. La struttura avrà il compito di coordinare la raccolta e la condivisione delle informazioni, le esercitazioni e le operazioni navali destinate alla protezione del traffico mercantile.
L’iniziativa arriva mentre nello Yemen aumentano nuovamente gli scontri. Gli Houthi hanno attaccato campi militari delle forze governative sostenute dall’Arabia Saudita, sostenendo di avere individuato preparativi per un’offensiva contro i territori sotto il loro controllo. Almeno trenta militari governativi sarebbero rimasti uccisi.
La tensione era aumentata il 13 luglio, quando le forze appoggiate da Riad hanno colpito l’aeroporto di Sana’a per impedire a un velivolo iraniano di riportare nello Yemen una delegazione Houthi. Il movimento ha successivamente dichiarato conclusa la tregua e annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita. Da allora sono state rivendicate operazioni contro infrastrutture marittime e petrolifere saudite, mentre Riad ha ripreso gli attacchi contro installazioni militari nello Yemen.
La sicurezza del Mar Rosso è diventata particolarmente importante per l’Arabia Saudita anche in seguito alle difficoltà della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha aumentato il trasferimento di greggio attraverso l’oleodotto che collega la parte orientale del Paese al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Da giugno le operazioni di carico avrebbero superato mediamente i quattro milioni di barili al giorno, oltre quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente.
La strategia consente di ridurre la dipendenza da Hormuz, ma espone una quota crescente delle esportazioni saudite alle minacce nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el Mandeb. Petrolio e derivati rappresentano oltre tre quarti delle esportazioni del regno e un deterioramento simultaneo della sicurezza sui due principali corridoi marittimi avrebbe conseguenze dirette sulle entrate pubbliche e sui programmi economici di Riad.
Gli Houthi non dispongono di una marina convenzionale paragonabile a quella saudita, ma possono utilizzare missili antinave e balistici, velivoli senza pilota, mine e imbarcazioni esplosive telecomandate. Strumenti relativamente economici che permettono di minacciare il traffico commerciale e aumentare i costi delle assicurazioni e dei trasporti.
La coalizione potrà rafforzare la sorveglianza, scortare le navi e migliorare l’intercettazione delle minacce, ma la sua efficacia dipenderà dall’integrazione tra ricognizione aerea, sorveglianza satellitare, difesa antimissile, sminamento e protezione dei porti, oltre che dalla definizione di regole d’intervento condivise.
Particolare rilievo assume la partecipazione del Pakistan, che dispone di esperienza navale nell’Oceano Indiano e mantiene stretti rapporti militari con l’Arabia Saudita. Islamabad potrebbe contribuire con personale e capacità operative, anche se resta da verificare fino a che punto sia disposta a essere coinvolta in un confronto diretto con gli Houthi e indirettamente con l’Iran, con il quale condivide una lunga frontiera.
Per Teheran, gli Houthi rappresentano uno strumento di pressione sull’Arabia Saudita e sulle rotte commerciali tra Asia, Europa e Mediterraneo. La coalizione è formalmente destinata alla sicurezza della navigazione, ma assume quindi anche una funzione di contenimento dell’influenza iraniana nella regione.
Il rischio principale resta quello di una nuova escalation nello Yemen. Un’offensiva delle forze sostenute da Riad potrebbe provocare attacchi Houthi contro porti, infrastrutture energetiche e territorio saudita, collegando ulteriormente le crisi del Mar Rosso, di Bab el Mandeb e dello Stretto di Hormuz. La nuova coalizione rappresenta così il tentativo saudita di proteggere uno dei corridoi energetici più importanti del mondo, mentre la ripresa delle ostilità yemenite minaccia di trasformare nuovamente il Mar Rosso in un fronte della competizione regionale.

Iran. Trump prepara una nuova stretta economica: nel mirino petrolio, banche cinesi e “flotta ombra”

di: Ng
17 Agosto 2026 ore 11:54

di Shorsh Surme

L’amministrazione Trump si prepara a intensificare la pressione economica sull’Iran con un nuovo pacchetto di sanzioni definito “senza precedenti”, destinato a colpire le principali fonti di finanziamento di Teheran, le esportazioni di petrolio e l’accesso al sistema finanziario internazionale. Le misure si inseriscono nel contesto della guerra in corso e delle interruzioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Due giorni fa Trump ha annunciato l’intenzione di adottare nuove e dure misure economiche contro l’Iran, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha anticipato che Washington potrebbe introdurre ulteriori sanzioni già dalla prossima settimana. I dati dell’Office of Foreign Assets Control (Ofac) mostrano che, dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno imposto oltre mille sanzioni contro individui, navi e aeromobili collegati all’Iran.
Uno dei fronti più sensibili riguarda le raffinerie indipendenti cinesi, spesso definite “teapot refineries”, che gestiscono una quota significativa delle importazioni cinesi di greggio iraniano. Secondo i dati di Kpler relativi al 2025, la Cina ha assorbito oltre l’80 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane, con un ruolo rilevante delle raffinerie indipendenti.
Washington ritiene che colpire queste strutture con sanzioni secondarie potrebbe aumentare i costi legati all’acquisto del petrolio iraniano e ridurre la capacità di Teheran di ottenere valuta estera, fondamentale per finanziare il commercio e le attività dello Stato.
L’opzione più delicata riguarda tuttavia l’eventuale estensione delle sanzioni alle principali banche cinesi, accusate da Washington di facilitare trasferimenti per miliardi di dollari collegati al commercio petrolifero iraniano. Secondo gli esperti, colpire le grandi istituzioni finanziarie di Pechino avrebbe conseguenze molto più rilevanti rispetto alle misure contro società minori, ma comporterebbe anche il rischio di un’escalation economica con la Cina, soprattutto considerando la dipendenza occidentale dalle catene di approvvigionamento dei minerali critici necessari all’industria tecnologica.
Gli Stati Uniti potrebbero inoltre ampliare la campagna contro la cosiddetta “flotta ombra” iraniana, una complessa rete di navi, società e intermediari utilizzata da Teheran per aggirare le sanzioni e trasportare petrolio verso i mercati esteri.
La strategia potrebbe comprendere nuove sanzioni contro compagnie di navigazione, assicuratori e intermediari finanziari che consentono all’Iran di trasformare i proventi delle esportazioni petrolifere in risorse utilizzabili per acquistare beni e finanziare le proprie attività. Gli esperti avvertono tuttavia che una simile politica rischia di trasformarsi in una continua rincorsa, poiché Teheran potrebbe creare rapidamente nuove società ed entità per sostituire quelle colpite.
Tra le opzioni discusse a Washington figura anche un possibile blocco dei collegamenti terrestri dell’Iran, che richiederebbe la cooperazione dei Paesi confinanti, Iraq, Turchia, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Azerbaigian e Armenia. Una misura di questo tipo rappresenterebbe una sfida logistica e politica considerevole e potrebbe avere pesanti conseguenze sulla popolazione iraniana, limitando l’importazione di alimenti, energia e altri beni essenziali, senza necessariamente determinare un aumento della pressione interna sul governo.
L’amministrazione statunitense valuta inoltre il ricorso a dazi per penalizzare i Paesi che continuano a commerciare con l’Iran, sebbene la base giuridica di alcune misure tariffarie sia stata indebolita da una recente sentenza della Corte Suprema.
Un nuovo disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia comprende anche misure aggiuntive contro l’Iran e potrebbe attribuire a Trump maggiori poteri per imporre dazi ai Paesi che sostengono Teheran attraverso gli scambi commerciali o l’acquisto di armamenti. L’approvazione alla Camera dei Rappresentanti resta tuttavia incerta, a causa dell’opposizione dei democratici e di alcuni repubblicani a un ulteriore ampliamento dell’impiego dei dazi.
Al centro della strategia statunitense restano le entrate petrolifere iraniane, una delle principali fonti di valuta estera per Teheran. Washington punta a ridurre la capacità dell’Iran di esportare greggio e a ostacolare i canali attraverso i quali i relativi proventi vengono convertiti in valuta pregiata, necessaria per finanziare le importazioni e le attività governative.
Il successo della nuova offensiva economica dipenderà quindi dalla capacità degli Stati Uniti di smantellare le reti utilizzate per aggirare le sanzioni senza provocare un forte aumento dei prezzi internazionali del petrolio e, soprattutto, senza trasformare la pressione sull’Iran in uno scontro economico diretto con la Cina.

Usa. La lobby israeliana spinge Washington a ridimensionare l’ONU e a riscrivere l’ordine internazionale

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 17:00

di Giuseppe Gagliano –

Un centro studi israeliano ha incaricato una società di lobbying americana di promuovere a Washington una strategia per ridurre drasticamente il ruolo degli Stati Uniti nelle Nazioni Unite e sostituire progressivamente il sistema multilaterale con una rete di alleanze e organizzazioni guidate direttamente dagli americani. L’operazione, dal valore economico di appena 5.000 dollari, mostra come una commessa limitata possa inserirsi in un progetto politico molto più ampio già presente nella destra statunitense.
Il 24 giugno 2026 l’Istituto Misgav per la sicurezza nazionale e la strategia sionista, con sede a Gerusalemme, ha affidato per un mese alla Mercury Public Affairs il compito di promuovere negli ambienti politici americani un rapporto elaborato da Gilad Erdan, già ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, e Asher Fredman, direttore esecutivo dell’istituto. L’attività è stata registrata negli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che disciplina l’attività degli agenti che rappresentano interessi stranieri.
Mercury aveva il compito di distribuire il documento e facilitare incontri con interlocutori delle commissioni parlamentari competenti per politica estera, difesa e stanziamenti, oltre che con il Consiglio per la sicurezza nazionale, il Dipartimento di Stato, la rappresentanza americana presso l’ONU e gli uffici della Casa Bianca responsabili del bilancio.
Il rapporto parte dalla convinzione che le Nazioni Unite siano ormai irriformabili. Gli autori contestano il principio secondo cui ogni Stato dispone di un voto nell’Assemblea generale e sostengono che Paesi con contributi finanziari limitati possano esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni dell’organizzazione. La Cina viene indicata come la principale beneficiaria di questo sistema grazie alla crescente capacità di coordinamento con i Paesi del Sud globale.
La proposta prevede una progressiva riduzione della partecipazione americana. Il Congresso dovrebbe eliminare i finanziamenti automatici alle organizzazioni internazionali e autorizzare individualmente ogni contributo. Washington potrebbe inoltre accettare la perdita del diritto di voto nell’Assemblea generale per mancato pagamento delle quote, mantenendo soltanto le collaborazioni considerate direttamente utili agli interessi nazionali.
L’obiettivo non sarebbe quindi soltanto uscire dalle Nazioni Unite, ma trasferire progressivamente alcune delle loro funzioni verso accordi bilaterali, coalizioni temporanee, soggetti privati e organismi internazionali costruiti attorno alla leadership americana. Il multilateralismo universale verrebbe sostituito da una struttura selettiva nella quale l’accesso dipenderebbe dalla vicinanza strategica a Washington.
Israele occupa una posizione centrale in questa impostazione. Il rapporto accusa le istituzioni delle Nazioni Unite di applicare allo Stato israeliano criteri differenti rispetto ad altri Paesi e critica in particolare risoluzioni, commissioni d’inchiesta e iniziative internazionali considerate ostili a Gerusalemme. Si tratta delle posizioni degli autori, ma esse coincidono con una sensibilità ormai consolidata in parte della destra statunitense, che considera le organizzazioni multilaterali un limite alla sovranità americana e uno strumento attraverso il quale Cina, Iran e Paesi emergenti possono aumentare la propria influenza.
Il terreno politico negli Stati Uniti era già favorevole. Nel gennaio 2026 l’amministrazione Trump aveva disposto il ritiro americano da decine di organizzazioni e strutture internazionali, comprese numerose realtà collegate al sistema delle Nazioni Unite, nei limiti consentiti dalla legislazione statunitense.
Al Congresso esiste inoltre una proposta repubblicana per abrogare la normativa del 1945 sulla partecipazione americana all’ONU, chiudere la missione statunitense, interrompere i finanziamenti, rinunciare alle missioni di pace e mettere fine all’accordo che consente alle Nazioni Unite di mantenere la propria sede principale a New York. Il progetto non è diventato legge, ma dimostra come l’idea del disimpegno americano preceda l’iniziativa israeliana.
L’operazione del Misgav non crea quindi una nuova politica, ma tenta di inserirsi in un processo già in corso, fornendogli una giustificazione strategica particolarmente vicina agli interessi israeliani. Rappresenta il punto d’incontro tra il nazionalismo americano, la destra israeliana e l’industria delle relazioni istituzionali che opera nella capitale statunitense.
Un eventuale abbandono dell’ONU da parte degli Stati Uniti presenterebbe tuttavia rilevanti difficoltà giuridiche. La Carta delle Nazioni Unite non contiene una procedura esplicita per il recesso di uno Stato membro e Washington è indicata direttamente come uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
Una decisione unilaterale aprirebbe quindi un confronto sulle prerogative del presidente, sui poteri finanziari del Congresso, sulla normativa americana e sugli obblighi internazionali assunti con la ratifica della Carta. Ancora più complessa sarebbe la questione del seggio permanente americano, la cui eventuale modifica richiederebbe un intervento sul testo stesso della Carta.
Per questo la strategia proposta dal Misgav appare orientata più allo svuotamento progressivo dell’organizzazione che a un’uscita immediata. La riduzione dei finanziamenti e della partecipazione potrebbe diminuire l’influenza delle Nazioni Unite senza affrontare direttamente tutti gli ostacoli giuridici di un recesso formale.
La scelta presenta però un paradosso strategico. Gli Stati Uniti dispongono nel Consiglio di sicurezza di un diritto di veto che consente loro di bloccare risoluzioni contrarie ai propri interessi, proteggere Israele e influenzare decisioni riguardanti sanzioni e interventi internazionali. Abbandonare volontariamente questo strumento significherebbe lasciare maggiore spazio alla Cina e alla Russia.
Pechino potrebbe sfruttare il ridimensionamento americano per aumentare la propria influenza diplomatica soprattutto in Africa, Asia e America Latina e presentarsi come principale difensore delle istituzioni multilaterali. Mosca conserverebbe invece una posizione privilegiata grazie al proprio seggio permanente e al diritto di veto.
Anche per Israele le conseguenze potrebbero essere ambivalenti. Gerusalemme considera da tempo molte strutture delle Nazioni Unite ostili, ma ha contemporaneamente beneficiato della protezione diplomatica americana nel Consiglio di sicurezza. Se gli Stati Uniti si ritirassero e l’ONU continuasse a funzionare grazie al sostegno di Cina, Unione europea e potenze emergenti, Israele potrebbe ritrovarsi con minore protezione internazionale.
Sul piano finanziario, gli Stati Uniti sono il principale contributore al sistema delle Nazioni Unite. Una parte consistente dei finanziamenti americani riguarda tuttavia non soltanto la burocrazia dell’organizzazione, ma programmi umanitari, alimentari, sanitari e di assistenza ai rifugiati che rappresentano anche strumenti della politica estera di Washington.
La riduzione dei contributi produrrebbe un risparmio immediato, ma potrebbe imporre agli Stati Uniti la costruzione di strutture alternative per svolgere alcune delle stesse funzioni. Coalizioni parallele, organismi privati e accordi bilaterali richiederebbero apparati amministrativi, logistici e finanziari propri.
Il rischio maggiore riguarda però l’influenza sulle regole internazionali. Telecomunicazioni, trasporti, sanità, proprietà intellettuale, commercio e gestione delle crisi dipendono anche da organismi multilaterali nei quali vengono definiti standard utilizzati a livello globale. Rinunciare a partecipare significa lasciare ad altre potenze uno spazio maggiore nella definizione delle norme alle quali anche le imprese americane potrebbero successivamente essere costrette ad adeguarsi.
La vicenda di Mercury dimostra soprattutto quanto l’accesso ai decisori rappresenti una componente strutturale della politica americana. La società ha lavorato in passato per governi, imprese e soggetti stranieri, compresa la società israeliana NSO, produttrice del sistema di sorveglianza Pegasus. La registrazione delle attività rende questi incarichi pubblici e legali, ma mostra il ruolo esercitato dalle società di lobbying nel collegare interessi stranieri e processo decisionale statunitense.
I 5.000 dollari pagati dal Misgav non possono determinare l’uscita degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite. Possono però servire a ottenere incontri, diffondere un documento e inserirne le proposte in un dibattito politico già avanzato.
La vicenda non dimostra quindi che Israele stia imponendo segretamente a Washington l’abbandono dell’ONU. Mostra invece una convergenza tra settori politici israeliani e americani che considerano l’attuale sistema multilaterale incompatibile con i rispettivi interessi strategici.
La questione centrale riguarda il futuro stesso della politica estera americana. Washington dovrà scegliere se continuare a esercitare la propria influenza dall’interno delle istituzioni internazionali, accettandone compromessi e limiti, oppure tentare di sostituirle con un sistema dominato da alleanze selettive. Nel secondo caso gli Stati Uniti potrebbero ottenere maggiore libertà d’azione immediata, ma rischierebbero contemporaneamente di lasciare a Cina e Russia una parte crescente degli strumenti attraverso i quali vengono definite le regole dell’ordine mondiale.

Cisgiordania. La polizia sostituisce l’esercito, cresce il timore di un’annessione di fatto

di: Ng
16 Agosto 2026 ore 16:00

di Giuseppe Gagliano –

Israele trasferirà alla polizia parte delle funzioni civili finora esercitate dall’esercito in Cisgiordania, una riorganizzazione annunciata dal ministro della Difesa Israel Katz che potrebbe avere conseguenze politiche e giuridiche ben superiori alla semplice redistribuzione delle competenze. L’esercito dovrebbe concentrarsi sulle operazioni antiterrorismo, sulla protezione degli insediamenti e sul controllo dei confini, mentre alla polizia verrebbe affidata l’applicazione ordinaria della legge.
La misura consentirebbe alle forze armate di liberare uomini e mezzi dai compiti di ordine pubblico, ma introduce anche un elemento politicamente sensibile: la progressiva sostituzione dell’amministrazione militare con strutture civili israeliane può essere interpretata come un ulteriore passo verso la normalizzazione del controllo sulla Cisgiordania.
Il cambiamento non modifica automaticamente lo status giuridico del territorio. Secondo il diritto internazionale, infatti, ciò che determina l’esistenza di un’occupazione è il controllo effettivo e non la natura militare o civile delle autorità che lo esercitano. L’articolo 43 del Regolamento dell’Aia del 1907 impone alla potenza occupante di garantire l’ordine pubblico rispettando, salvo impedimenti, la legislazione esistente. Gli eventuali agenti israeliani continuerebbero quindi ad agire come organi dello Stato occupante e Israele rimarrebbe responsabile del rispetto dei diritti della popolazione palestinese.
Un elemento decisivo riguarda le aree A, B e C definite dagli accordi israelo palestinesi del 1995. Nelle aree A l’Autorità palestinese esercita competenze civili e di polizia, nelle aree B conserva responsabilità civili e di ordine pubblico mentre Israele mantiene importanti competenze di sicurezza, nell’area C il controllo israeliano è invece molto più esteso. L’annuncio di Katz non chiarisce fino a che punto arriveranno le nuove competenze della polizia.
Se l’intervento riguardasse prevalentemente l’area C e la popolazione degli insediamenti, la misura rappresenterebbe soprattutto una riorganizzazione delle strutture israeliane. Un’estensione stabile dell’attività della polizia alle aree A e B, con la sottrazione di competenze all’Autorità palestinese, avrebbe invece conseguenze politiche più profonde e potrebbe svuotare ulteriormente gli accordi di Oslo.
Il provvedimento non costituisce di per sé un’annessione formale, perché Israele non ha dichiarato la propria sovranità sulla Cisgiordania. Il problema riguarda tuttavia la possibilità di un’annessione di fatto attraverso la progressiva estensione delle funzioni normalmente esercitate da uno Stato, dall’amministrazione civile alla polizia, dalla pianificazione urbanistica alle infrastrutture e agli insediamenti.
Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, attraverso un parere consultivo, ha considerato diverse politiche israeliane parte di un processo di annessione di porzioni del territorio palestinese e ha giudicato illegale la prosecuzione della presenza israeliana nei territori occupati. Israele contesta questa impostazione, richiama le proprie esigenze di sicurezza e sostiene che lo status definitivo dei territori debba essere stabilito attraverso negoziati.
Rimane inoltre il problema della presenza di due differenti sistemi giuridici. I coloni israeliani sono sottoposti in larga misura alla legislazione civile israeliana, mentre la popolazione palestinese vive sotto una combinazione di legislazione locale, ordinanze militari e competenze dell’Autorità palestinese. L’estensione dell’attività della polizia potrebbe consolidare ulteriormente questa separazione, soprattutto qualora non fosse accompagnata da un’effettiva repressione delle violenze commesse dai coloni.
La questione resta strettamente collegata alla continua espansione degli insediamenti, considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta alla potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato e la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha ribadito che gli insediamenti israeliani nei territori occupati dal 1967 non hanno validità giuridica.
Dal punto di vista operativo, l’esercito potrebbe ottenere il vantaggio di concentrare maggiori risorse sulle attività militari e di sicurezza. Restano però interrogativi sulla capacità della polizia di assumere le nuove competenze e sul coordinamento politico e operativo della riforma.
Il rischio per Israele è che un beneficio immediato sul piano della sicurezza produca conseguenze strategiche più ampie. La progressiva integrazione amministrativa della Cisgiordania potrebbe aumentare le pressioni diplomatiche e giudiziarie internazionali e indebolire ulteriormente l’Autorità palestinese. La sostituzione dei militari con la polizia, quindi, non modifica formalmente lo status dei territori, ma può contribuire a rendere permanente e ordinario un controllo che continua a essere al centro della disputa sulla possibile annessione di fatto della Cisgiordania.

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