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La CIA ha trasformato in arma la ricerca russa sulla capacità del cervello di genera campi energetici

14 Giugno 2026 ore 23:42
Il Progetto Stargate – programma segreto della CIA ispirato a Stranger Things - includono "Il Cristallo Magico", un affascinante articolo scientifico dello scienziato sovietico G. Sergeyev sulla superconduttività del cervello umano.L'articolo, originariamente pubblicato nel numero di settembre 1978 del settimanale sovietico Nedelya, classifica il cervello come un grande "cristallo liquido", contenente elettroni che, "sotto l'influenza ...continua a leggere "La CIA ha trasformato in arma la ricerca russa sulla capacità del cervello di genera campi energetici"

Press release - Conclusion of UN disability rights conference attended by MEPs

11 Giugno 2026 ore 17:53
MEPs took part in the 19th Conference of States Parties to the UN Convention on the Rights of Persons with Disabilities in New York from 9 to 11 June.
Committee on Employment and Social Affairs
Committee on Petitions
Committee on Regional Development

Source : © European Union, 2026 - EP

Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro

10 Giugno 2026 ore 22:00

di Sandro Moiso

Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale ad una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente. Come egli stesso afferma nella introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale:

Un concetto comune ai singoli Stati e agli ordini mondiali nel corso dei secoli si riassume nell’espressione «caos versus ordine». Tale retorica ha rappresentato la principale giustificazione per il costituirsi dell’autorità politica che a sua volta deriva dal bisogno di uno Stato e di un capo forti e dal desiderio di uno Stato di conquistare o comunque controllare gli altri.
Così i faraoni egizi legittimavano la propria autorità presentandosi come forza di ma’at (ordine o armonia) che trionfava su isfet (caos o violenza). Negli antichi racconti sumeri, gli dei stessi ristabilivano l’ordine cosmico punendo i terrestri “chiassosi” e violenti e mandando loro inondazioni, malattie e morte. L’ideologia dell’Impero achemenide di Persia, fondato da Ciro il Grande, poggiava sulla dualità zoroastriana tra asha (ordine cosmico) e druj (caos e disordine). Uno dei miti cardine della civiltà indù contrappone i Deva (le forze divine dell’ordine) agli Asura (le forze demoniache del caos e dell’oscurità) in un’eterna lotta per la luce e la tranquillità. Pur evolutasi separatamente dal sistema di credenze indoeuropeo, la civiltà cinese, guidata dagli ideali confuciani e taoisti, ha estremizzato il bisogno di armonia sociale, equilibrio e stabilità per far fronte al disordine, e l’impatto di tale logica permane ancora oggi.
Pur non configurandosi strettamente come dualismo tra caos e stabilità, l’islam distingue tra Dãr al-Islam (casa o territorio dell’islam), strutturata su principi e modalità di governo islamici, e Dãr al-harb ( casa o territorio della guerra), la cui mancanza di principi islamici e di sicurezza per i musulmani autorizza a farne un bersaglio di aggressione e assimilazione. Gengis Khan e i suoi successori invocavano l’”eterno Cielo blu” (tengri), il concetto mongolo di Cielo, per legittimare la propria autorità di governo, che consisteva nell’imporre l’ordine sul caos.
In un continente sperduto e lontano, i governanti dell’impero Inca giustificavano la propria espansione spiegando ai loro vicini che la sottomissione avrebbe portato loro non solo stabilità, ma anche prosperità e giustizia. Più a nord, i sovrani aztechi sfruttavano il timore del caos e il bisogno di ordine, procurato dal dio del sole Huitzilopochtli, per giustificare il domino interno e le conquiste all’estero1

L’autore collabora con «The Washington Post», «Financial Times», «Foreign Affairs», CNN, BBC e Al Jazeera e ha vissuto e lavorato in India, Singapore, Canada, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, mentre tra i suoi libri più noti va considerato The End of American World Order (2014), una sorta di preludio all’opera attuale uscita negli Stati Uniti nel 2025. Amitav Acharya è tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali e da sempre cerca di farsi promotore di un approccio globale alle discipline storiche, in grado di mettere in discussione le narrazioni eurocentriche ancora oggi troppo diffuse.

A ricordarcelo è lo storico Franco Cardini che, nella sua Prefazione all’edizione italiana del testo in questione, sottolinea come abbia impressionato molti, nel dicembre 2025:

leggere nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato su un equilibrio tra tra civiltà che si ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di compartimenti stagni imperfettamente concepiti e realizzati2.

Una storia, quindi che non solo nasce con l’invenzione della scrittura, modalità narrata da secoli e già di per sé escludente per una infinità di società “altre” che della scrittura hanno potuto fare a meno, ma addirittura dalla reinvenzione occidentale del mondo. Possibilmente a sua immagina e somiglianza. Un’autentica, anche se solo pretesa, rifondazione del mondo che sembra assumere una funzione divina ancor prima che divinatoria nel concedere patenti di civiltà, o meno, ai popoli degli altri continenti.

Una rifondazione del mondo che si è avvalsa tanto delle figure di Cristo, Platone e Aristotele quanto di quelle di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano per fornire una lettura in cui i primi tre avrebbero, secoli addietro, fondato i valori etici e morali del mondo occidentale figlio della cultura greca e i secondi rappresentato gli scopritori, se non addirittura gli inventori, di un mondo che non avrebbe altrimenti avuto coscienza di sé. Così, come afferma ancora Cardini:

Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso […]- è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principale la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente […] entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans – basti il “caso” del nobilissimo popolo cheyenne, ingannato, combattuto e deportato fin dal 1830 dal Minnessota per mezzo di una sequenza di promesse non mantenute, di patti non osservati e di micidiali marce forzate, fino alla carneficina di Washita River del 1868 – sia contro le genti africane vittime dello slave trade3.

Ma, oggi, l’Occidente appare in declino e l’assertività del suo ordine e delle sue ipotesi e illusioni economiche, filosofiche, politiche e sociali viene sempre più messa in discussione non soltanto dai fatti (guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e ascesa di nuove grandi potenze, come la Cina o l’India), ma anche da un’ondata di nuovi studi prodotti sia nelle sue università che in quelle dei paesi un tempo dipendenti dalle sue scelte.

I post-colonial studies, che sempre più spesso e con grande abbondanza di interventi e di ricerche rimettono in discussione il mondo e una storia narrata troppo spesso, se non sempre fino ad ora, a partire da quella dell’Occidente. Cosa che insieme alle contraddizioni ormai esplose e ad un ordine in via di implosione, fa temere a molti l’avvento di un’era di caos globale.

Ma è stata soltanto una men che pia illusione ritenere che l’Occidente potesse detenere all’infinito il monopolio dell’architettura politica che rende possibile la cooperazione e la pace tra le nazioni. Per questo motivo, ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya, mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Così, come si è già visto più sopra, passando dalla Sumeria e dall’Egitto all’India e fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, sembrano emergere valori politici, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse epoche e aree del pianeta.

Rivelando come l’ordine non coincida obbligatoriamente con il dominio di un solo polo. Da qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretrerà, l’ordine potrebbe perdurare ancora a lungo. Il declino occidentale non preannuncerebbe la fine della civiltà globale, ma la possibilità di aprire la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il “resto” del mondo abbia maggiore voce e responsabilità.

Così, invece di cedere ai timori apocalittici sulla fine della civiltà, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Nel tentativo di andare oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro dell’ordine mondiale cerca di offrire una differente prospettiva storica per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Rassicurando, in tal modo, sia le élite intellettuali che le borghesie delle potenze emergenti, oltre che di quelle declinanti, sulla possibile continuità del mantenimento, senza scosse troppo violente, degli attuali rapporti di produzione, di scambio e di valorizzazione.

«Fin qui tutto bene, come diceva l’uomo che cadeva dal trentesimo piano di un palazzo una volta giunto al ventesimo»4, ma anche se è sacrosanto e necessario smontare pezzo a pezzo l’autentica narrazione tossica su cui si è basata la giustificazione del predominio occidentale e del cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, che tanto ha contribuito ad avvelenare anche i principi del socialismo a cavallo tra XIX e XX secolo e poi ancora successivamente, è anche vero che la narrazione della storia per imperi, civiltà e popoli, siano essi asiatici, mesoamericani o africani, di religione mussulmana o altra ancora, rischia di riproporre gli stessi errori, le stesse illusioni e confermare i rapporti d classe già contenuti in ciò che, solo in apparenza, si vorrebbe cancellare definitivamente. Considerato che la continuità della pace dovrebbe basarsi sul mantenimento della pace sociale tra le classi, il cui sovvertimento rappresenta l’unico vero disordine e caos temuto dalle classi possidenti detentrici del potere e degli strumenti repressivi dello Stato.

Un ordine multipolare, pur essendo oggi inviso ai detentori dell’impero americano, non è di per sé garanzia di maggiore democrazia ed uguaglianza per la maggioranza dell’umanità e soprattutto delle classi lavoratrici. Mentre invece l’insistita richiesta del suo avvento da parte di molti stati interessati (BRICS, Turchia, stati del Golfo, Iran etc.) sembra preludere ad un più serrato confronto, anche e forse soprattutto militare, non soltanto con la Vecchia Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra i vari protagonisti della rinnovata scena politica internazionale.

In cui un apparente moto di rivolta anti o post-coloniale può nascondere il tentativo di coinvolger negli interessi del capitale nazionale o di quello transnazionale le moltitudini degli oppressi. Così, pur apprezzando sinceramente l’enorme sforzo condotto da Amitav Acharya per ricostruire una storia millenaria di rapporti politici diversi e più complessi tra stati, regni e imperi del passato (Egitto, Sumeria, Persia, Cina, Kanato mongolo, India come già detto più sopra), occorre cogliere come oggi una grande quantità di studi post-coloniali sia prodotta proprio da studiosi originari del Sub-continente indiano, in cui il nazionalismo del premier Modi e del suo partito dimostra come non solo non vi siano grandi interessi comuni tra proletariato e borghesia di quella vasta area prossima ormai ai due miliardi abitanti che, grazie anche al frutto avvelenato lasciato in dono dal colonialismo inglese nel 1947 con la ripartizione tra India (induista) e Pakistan (mussulmano), rischia di dover affrontare conflitti spietati per il controllo della regione oggi e, domani, con la Cina per il controllo del mercato mondiale.

Troppo spesso, infatti, le strade per l’Inferno sono lastricate di buone intenzioni (almeno apparentemente). Considerato che gli imperi, i regni e gli stati sono sempre e solo la manifestazione del dominio di classe da parte di una ristretta élite, sia questa economica, militare, religiosa o peggio ancora etnica, sulla maggioranza della popolazione e dei meno abbienti. Uomini o donne che siano.


  1. A. Acharya, Introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 18-19.  

  2. F. Cardini, Prefazione a A. Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, op.cit., p. XIV  

  3. F. Cardini, op. cit., pp. XIV-XV  

  4. La citazione è tratta da La haine (L’odio), film realizzato da Mathieu Kassovitz nel 1995, vincitore del premio per la miglior regia al Festival del cinema di Cannes e prima, serratissima narrazione dello scontro nelle banlieue parigine tra i giovani di seconda o terza generazione e il potere, la violenza e il razzismo dello stato francese. Si veda in proposito: G. Toni, P. Lago, Spazi contesi. Cinema e banlieue: L’odio, I miserabili, Athena, Milieu Edizioni, 2024.  

Ossessioni securitarie e repressione. Il nuovo documento antiterrorismo della Casa Bianca

2 Giugno 2026 ore 14:00

A fine maggio la Casa Bianca ha diffuso il nuovo United States Counterterrorism Strategy 2026, il documento con cui l’amministrazione statunitense definisce priorità, obiettivi e strumenti della propria politica di contrasto al terrorismo. Non è una nota tecnica per addetti ai lavori. È il testo con cui Washington dichiara quali minacce considera prioritarie e quale idea di sicurezza intende affermare dentro e fuori i propri confini.

Sono sedici pagine dense di indicazioni operative e di visione politica. Si parla di cartelli della droga, jihadismo internazionale, controllo delle frontiere, cyber-operazioni, Medio Oriente e America Latina.  Ma dentro questo testo compare anche qualcosa che merita particolare attenzione, perché riguarda direttamente il terreno del conflitto politico e sociale.

Tra le principali minacce terroristiche contro gli Stati Uniti vengono infatti indicati anche i “Violent Left-Wing Extremists, including Anarchists and Anti-Fascists”. Il documento si sofferma sul tema in modo esplicito, indicando, tra le priorità strategiche, l’identificazione e la neutralizzazione di gruppi politici definiti anti-americani, radicalmente pro-transgender e anarchici.

Vale la pena soffermarsi su queste righe. Non si tratta di una dichiarazione estemporanea né di uno slogan da comizio. Si tratta di un documento ufficiale di sicurezza nazionale. Ed è proprio questo a renderlo politicamente rilevante.

Perché quando una potenza come gli Stati Uniti inserisce esplicitamente anarchici e antifascisti dentro il perimetro della lotta al terrorismo non siamo soltanto di fronte a una scelta lessicale. Siamo davanti a un segnale politico preciso, che parla agli apparati di intelligence, alle forze di polizia, agli alleati internazionali e ai governi occidentali. Un segnale che si colloca dentro un clima più ampio, in cui il dissenso sociale e politico viene trattato sempre più spesso come una questione di ordine pubblico e sicurezza.

 

Quando il nemico politico diventa una questione di sicurezza

La storia dello Stato moderno è anche la storia della costruzione del “nemico interno”. Cambiano i tempi, i governi, i nomi. Ma il meccanismo ritorna. Di volta in volta è stato il sovversivo, il bolscevico, lo straniero indesiderabile, l’anarchico, il terrorista. Figure diverse, ricondotte però a una stessa funzione politica: indicare chi viene percepito come estraneo all’ordine e presentarlo come minaccia collettiva.

Negli ultimi venticinque anni questo processo si è concentrato soprattutto attorno alla parola “terrorismo”. Dopo l’11 settembre quella categoria ha assunto un peso enorme nel lessico politico e giuridico occidentale. In suo nome sono state approvate leggi speciali, ampliati i poteri di sorveglianza, rafforzati gli apparati di intelligence. Misure nate come eccezionali sono diventate ordinarie.

Oggi quel paradigma sembra allargarsi ancora.

Nel documento della Casa Bianca non si parla soltanto di reti jihadiste o organizzazioni armate transnazionali. Compare qualcosa di ulteriore: il conflitto sociale entra esplicitamente nel linguaggio della sicurezza nazionale. L’anarchismo, l’antifascismo militante e più in generale la radicalità politica vengono nominati come elementi di una minaccia da monitorare e neutralizzare.

Non è soltanto un passaggio lessicale. È un passaggio politico.

Quando il dissenso viene letto attraverso la categoria della sicurezza smette di essere percepito come espressione di conflitto sociale o opposizione politica e viene ricollocato dentro il campo dell’emergenza. Non più avversario politico, ma possibile fattore di destabilizzazione.

Ed è proprio qui che il confine si fa sottile. Dove finisce la repressione di comportamenti violenti e dove comincia la gestione securitaria del dissenso? È una domanda che riguarda gli Stati Uniti, ma parla molto da vicino anche all’Europa di oggi.

 

Dall’America all’Europa: lessici diversi, stessa direzione

Sarebbe troppo semplice immaginare un passaggio diretto dagli Stati Uniti all’Europa. I contesti politici sono diversi, come diverse sono le tradizioni giuridiche e istituzionali. Eppure, osservando il quadro complessivo, una tendenza comune emerge con chiarezza.

Negli Stati Uniti il linguaggio è quello della counterterrorism strategy. In Europa il vocabolario cambia: sicurezza pubblica, controllo delle frontiere, ordine urbano, contrasto all’estremismo. Le parole sono diverse, ma spesso la direzione politica appare la stessa.

Il dissenso sociale e politico viene trattato sempre meno come parte fisiologica del conflitto democratico e sempre più come questione di sicurezza. Mobilitazioni, picchetti, occupazioni e proteste vengono sottratti al terreno del confronto politico per essere ricondotti a quello dell’ordine pubblico o dell’emergenza.

Il conflitto smette così di essere letto per ciò che esprime — una frattura sociale, una rivendicazione, un bisogno — e viene tradotto nel linguaggio del rischio da contenere.

È in questo slittamento che il conflitto viene progressivamente depoliticizzato. Non lo si affronta più sul terreno sociale o politico, ma attraverso il diritto penale, gli apparati di polizia, la sorveglianza preventiva.

Il risultato è che ciò che dovrebbe aprire uno spazio di discussione viene sempre più spesso trattato come un problema di sicurezza. E il dissenso, da espressione di conflitto, diventa fattore di disordine e oggetto di controllo.

 

Il caso italiano

In Italia questo processo non nasce oggi. Ha radici profonde, ma negli ultimi anni ha trovato nuova accelerazione e nuova legittimazione politica.

Il lessico dei cosiddetti “decreti sicurezza” ha spostato progressivamente il baricentro del discorso pubblico: ciò che un tempo veniva letto sul terreno sociale o politico viene sempre più spesso tradotto in termini di sicurezza, ordine pubblico, emergenza. Il conflitto finisce così per essere raccontato non per ciò che esprime — rivendicazione, opposizione, resistenza — ma per il disturbo che produce rispetto all’ordine esistente.

Non riguarda un solo movimento. Il fenomeno è più ampio e coinvolge realtà molto diverse tra loro: migrazioni, occupazioni abitative, conflitti territoriali, picchetti operai, mobilitazioni ecologiste, reti di solidarietà.

Il punto non è soltanto l’inasprimento delle sanzioni o la repressione di singoli comportamenti. C’è qualcosa di più profondo: la costruzione di una cultura politica dell’ordine in cui chi interrompe la normalità sociale viene facilmente trasformato in problema di sicurezza.

Così il dissenso smette di apparire come espressione di un conflitto reale e viene raccontato come minaccia collettiva. Non più voce scomoda nello spazio pubblico, ma elemento da contenere, isolare, prevenire. Ed è in questo slittamento — spesso graduale, quasi impercettibile — che si misura uno dei cambiamenti politici più evidenti di questi anni.

 

Una convergenza politica che viene da lontano

Sarebbe eccessivo parlare di una regia unica. Ma è difficile non vedere, tra Stati Uniti ed Europa, una convergenza politica e culturale sempre più evidente.

Cambiano i governi, i sistemi istituzionali, i lessici. Ma il quadro generale presenta tratti comuni. La sicurezza diventa terreno privilegiato della costruzione del consenso. L’ordine viene contrapposto al conflitto, la stabilità al dissenso, il controllo alla libertà di movimento e di organizzazione. Tutto ciò che eccede il perimetro della normalità governabile tende a essere ricondotto al linguaggio della minaccia.

Su questo terreno la destra contemporanea ha costruito una parte importante della propria egemonia. Promette protezione, ma spesso produce controllo. Invoca sicurezza, ma finisce per restringere lo spazio del conflitto legittimo e allargare quello della sorveglianza. Non reprime soltanto comportamenti: ridefinisce ciò che può essere percepito come pericoloso.

Per il movimento anarchico tutto questo ha qualcosa di profondamente familiare.

Negli Stati Uniti la criminalizzazione dell’anarchismo non è una novità. La storia americana l’ha già conosciuta: dopo Haymarket, durante le Palmer Raids del 1919-1920, nel clima politico e giudiziario che accompagnò il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Ogni volta il meccanismo si ripresenta con forme diverse ma secondo una dinamica riconoscibile: si costruisce un’emergenza, si rafforzano gli strumenti repressivi, si amplia il perimetro del bersaglio.

E quel perimetro raramente resta confinato ai primi colpiti.

È questa la lezione che la storia continua a consegnarci. Quando il dissenso viene trasformato in questione di sicurezza non è in gioco soltanto il destino di una minoranza politica. Si restringe, poco alla volta, lo spazio di libertà di tutte e tutti.

Per questo leggere oggi con attenzione un documento come lo United States Counterterrorism Strategy 2026 non significa soffermarsi su un dettaglio della politica americana. Significa osservare una tendenza più ampia del nostro presente. Perché ciò che oggi viene nominato come minaccia può diventare domani il confine della libertà di tutte e tutti.

Totò Caggese

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Dietro le quinte della cura: le storie di chi ci crede ancora

29 Maggio 2026 ore 10:59

Portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. È da questo input che è nato il numero Social worker, senza di loro perdiamo tutti, un’istantanea su dieci professioni di cura che sembrano perdere terreno e appeal. Poco pagate e poco considerate, eppure essenziali. Abbiamo ascoltato un centinaio di voci per raccontare come ci si sente dietro le quinte della cura. Abbiamo chiesto ai beneficiari di dirci quanto un educatore, un’insegnante o un’infermiera ha cambiato le loro biografie. Abbiamo interpellato gestori dei servizi, ricercatori ed esperti per affrontare il tema da più punti di vista. E infine, nel Manifesto del lavoro sociale abbiamo tradotto in cinque punti le istanze e i valori in cui si riconosce chi ogni giorno costruisce coesione, cura e futuro.

Mancava ancora un tassello. La capacità di queste voci di innescare un dibattito, per attivare un ragionamento sul futuro. È accaduto anche questo: nella casella di posta di VITA sono arrivate storie e riflessioni, esperienze e nuove adesioni al Manifesto che aggiungono sostanza al nostro racconto. Le riportiamo qui, perché il primo passo per risolvere un problema è nella capacità di vederlo nella sua interezza.

Da oss a osa: «Il mio lavoro è molto motivante»

Vanessa Bosco è originaria della provincia di Caserta ma si è trasferita a Bolzano per lavoro. La sua esperienza è la prova che, quando una professionalità viene riconosciuta (e la motivazione accompagnata da percorsi di crescita), il modello regge a beneficio di tutti. Partita da una qualifica da operatrice socio sanitaria (oss), ha frequentato su iniziativa della rsa per cui lavora la scuola per diventare operatrice socio assistenziale (osa).

L’operatore socio sanitario visto con gli occhi dell’illustratrice Ludovica Fantetti.

«Oggi la mia professione ha un gran valore, oltre che maggiori responsabilità», racconta. «Facciamo un turno specifico di 12 ore, ci occupiamo non soltanto di assistenza di base, ma anche di mansioni aggiuntive come la gestione di stomie e pazienti insulinodipendenti, la preparazione di terapie e la somministrazione di farmaci. Da pochi mesi sono anche diventata vice responsabile di reparto, diventando un punto di riferimento per il team, infermieri compresi. È un lavoro motivante, si imparano molte cose e ti dà anche tantissime soddisfazioni, professionali ed economiche. Non so se il mio destino è rimanere qui in Alto Adige, ma spero che questo sistema possa essere adottato in tutta Italia. Possiamo dare davvero tanto se ci danno la possibilità di crescere».

Asacom, ma senza diploma: «Verremo licenziati»

Aldo (nome di fantasia) ha 50 anni e lavora nel Bresciano come assistente per l’autonomia e la comunicazione agli alunni e alunne con disabilità. Si trova nel mezzo di un cambio di normativa che rischia di fargli perdere non soltanto un posto di lavoro ma anche occupabilità. La sua è una figura professionale che finora era stata gestita con modelli diversi da enti locali e regioni, a cui ora il Parlamento sta provando a dare omogeneità. In seguito a una dgr della Regione Lombardia, è stato convocato dalla sua cooperativa insieme a più di 20 colleghe e colleghi che come lui non hanno il diploma: verranno licenziati per mancanza di requisiti. Aveva frequentato il corso finanziato dalla regione per diventare operatore addetto all’inclusione scolastica di soggetti con disabilità nel 2024. «Questa è la nostra situazione attuale. Siamo disperati», scrive.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Accompagnare qualcuno a rivedere il mare

«Ci sono momenti apparentemente semplici che racchiudono significati enormi: la prima volta che qualcuno rivede il mare dopo anni, una persona che torna a festeggiare il proprio compleanno, un uomo adulto che si emoziona perché può finalmente avere una stanza e chiudere una porta dietro di sé sentendo di avere ancora una vita tra le mani». È in queste immagini che Marina Fancello, educatrice professionale in una comunità che accompagna persone detenute ed ex detenute in percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, trova il senso profondo del suo mestiere. «Quando il lavoro sociale manca», scrive, «il vuoto arriva subito nelle vite delle persone più fragili. E quel vuoto pesa sulle famiglie, sulle comunità, sulla società intera».

Massimo D’Amico, presidente del Consorzio sociale Abele Lavoro, da più di 30 anni fa questo mestiere: «A volte mi chiedo chi me lo fa fare, a volte tentenno e la voglia di mollare mi attraversa, a volte mi sento come l’enorme nero del Miglio Verde, che prova ad alleviare con i suoi strumenti il dolore del mondo, ma che nel farlo lo ingoia e lo trasforma, almeno ci prova. Ma farlo continuamente, provoca dolore allo stomaco, ti affatica. Poi ti guardi intorno, vedi che ci sono altre storie, altre esperienze, ragazzi giovani che vogliono intraprendere questa strada, e allora prendi i tuoi attrezzi e ti rimetti in cammino».

Luoghi (e versi) in cui rileggere ciò che accade

C’è chi non ha mai mollato, come Elena Raffaele, educatrice da 16 anni: «Rispondo sempre a chi me lo chiede che non lo faccio per soldi altrimenti farei altro. Amo questo lavoro e tutto quello che comporta nonostante stipendio ridicolo, assenza di benefit e tutele».

C’è chi, a 64 anni, sta per chiudere il suo percorso lavorativo. È Ferruccio Castelli, educatore che negli anni ha attraversato mondi diversi: comunità di accoglienza, casa, strade, carcere. «Lasciarci provocare dalla sofferenza, dal rischio, dall’autolesionismo, dalla morte e dai loro contrari, permettendo loro di scuoterci dentro e toccare le corde profonde della nostra umanità, può essere pericoloso se fatto in solitudine, senza un’équipe, la supervisione, un supporto psicologico in caso di necessità», riflette. «Ma porta con sé la possibilità di aprire scenari inediti di interpretazione, comprensione e comunicazione di ciò che stiamo vivendo».

Da un po’ di tempo Castelli scrive poesie, con l’obiettivo di «bypassare la parte razionale, arrivando direttamente all’anima, destando emozioni e sentimenti che il lavoro sociale tende a lasciare alla porta perché faticosi da gestire o fallaci. Come dice Gianluigi Gherzi, la poesia è una lenta e talvolta faticosa rielaborazione delle nostre esperienze. E questo scrivere apre nella testa uno spazio senza il quale si rimane dentro i soliti pensieri, i soliti giri. È come se ci fosse in ognuno una parte disattivata del cervello che aspetta di essere interrogata. Forse allora, coltivare uno sguardo poetico verso le vite che incontriamo e verso il lavoro che possiamo fare con loro, è un modo bello e disincantato per interrogarla».

Professione assistente sociale.

E poi c’è chi ha lasciato, come Livia Alberti, più di 10 anni come operatrice nei centri di accoglienza per persone migranti e rifugiate. «Il carico più faticoso non era solo legato alle situazioni delle persone accolte, ma circolava tra colleghi e colleghe», racconta. «Viviamo in un contesto in cui l’investimento sul welfare è insufficiente e questo ha conseguenze dirette su chi lavora nei servizi. Ma credo che questo rifletta anche qualcosa di più profondo: una cultura che tende a dare per scontata la capacità relazionale, come se il saper costruire fiducia, gestire conflitti e stare nei ruoli fosse affidato al buon senso individuale o all’esperienza sul campo tout court». Quello che più le è mancato? «Spazi di confronto e di cura per gli staff, luoghi in cui fermarsi, rileggere ciò che accade, essere accompagnati non solo a “tenere” le situazioni ma a evolvere dentro di esse». Forse è anche da qui che si può ripartire: «Non solo chiedendo di più al sistema, ma iniziando a trasformare il modo in cui stiamo insieme al suo interno».

Il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio

Mattea Caccamo lavora come educatrice professionale dal 2008 nell’ambito minori, famiglie e territorio, in connessione costante con i contesti scolastici e i servizi. La domanda che porta è cruciale: «In che modo possiamo raccontare il valore del lavoro di cura senza passare necessariamente dalla mancanza o dal rischio della sua assenza? Come possiamo rendere visibile ciò che questo lavoro costruisce non solo quando viene meno ma mentre accade? Ogni percorso educativo che si costruisce, ogni relazione che si riattiva, ogni spazio di autonomia che si apre, non riguarda solo la persona coinvolta, ma contribuisce a rendere più sostenibile e abitabile il contesto sociale nel suo insieme. Per questo, più che fermarsi alla richiesta di riconoscimento – pur necessaria – sento che è importante fare un passo ulteriore. Rendere visibile il lavoro educativo per quello che è già oggi».

A Parma, le comunità educative per minori dell’Azienda di servizi alla persona hanno provato a rompere l’acquario, quello spazio chiuso tra le mura di una struttura scandito da turni e riunioni d’équipe. L’hanno fatto con una cena solidale. «Doveva essere la nostra risposta», racconta Alessandro Lupo, educatore professionale. «Un momento in cui la cittadinanza poteva vivere la nostra quotidianità e accorgersi che esistiamo. Volevamo mostrare quali sono le reali opportunità di questo lavoro: il benessere del minore, la spinta generativa per le famiglie d’origine, la prevenzione della marginalità e della devianza. E i nostri ragazzi, che vengono da culture lontane, avevano ricette da condividere, sapori da raccontare, un modo di stare intorno al focolare domestico che meritava di essere visto».

Nessuno può lasciare il segno sui ragazzi come un insegnante.

Il progetto non solo è riuscito, ma ha anche funzionato: «Mentirei se dicessi che non ho ingoiato qualche rospo lungo la strada, ma guardando le persone sedute ai tavoli ho capito che avevamo vinto noi. Quei ragazzi di 13 e 14 anni hanno preso per mano la città e l’hanno portata dentro il loro mondo. Se c’è una cosa che questa fatica lunga e bella mi lascia addosso, è la certezza che restare invisibili non ci salverà. Come scriveva un poeta contemporaneo che amo, il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio. Quel giorno, i nostri ragazzi se lo sono fatto il coraggio. E noi educatori con loro».

La chiusura la affidiamo a Salvatore Di Massa, educatore professionale originario di Ischia che oggi vive e lavora a Livorno: «Vedere un ragazzo straniero, in povertà educativa o con disabilità prendersi il proprio futuro nelle mani è la paga più importante che possiamo avere finché non cambierà davvero qualcosa e verrà dato il giusto valore a quello che facciamo ogni giorno».

Le illustrazioni sono di Ludovica Fantetti

L'articolo Dietro le quinte della cura: le storie di chi ci crede ancora proviene da Vita.it.

Pietro Segata, nuovo presidente di “Agci imprese sociali”: «Il benessere dei nostri lavoratori è una priorità»

28 Maggio 2026 ore 14:49

“Scenario attuale ed evoluzioni in corso: il ruolo della cooperazione sociale”, questo il titolo del congresso del settore sociale di Agci– Associazione Generale Cooperative Italiane che si è tenuto a Roma, presso Palazzo Merulana e ha visto l’elezione del bolognese Pietro Segata, presidente di Società Dolce al vertice di Agci imprese sociali. Segata raccoglie il testimone da Giuseppina Colosimo. Oltre a Segata la presidenza è così costituita: Marco Olivieri (vicepresidente vicario), Massimo Ramerino (vicepresidente), Antonella Cappadona, Pierandrea Costa, Giuseppe D’Anna, Emanuele Monaci, Federico Pericoli e Rocco Rota. 

Il settore imprese sociali di Agci nasce nel 1998 e oggi raggruppa 1.112 cooperative del settore sociale, per un totale di circa 212.777 soci,  53.633 occupati e un fatturato pari a 1.459.016.025 euro.


Quali gli obiettivi di mandato del neo presidente? Segata a colloquio con VITA ne individua quattro. Il primo è dare «piena cittadinanza alle imprese sociali». Già oggi le imprese sociali costituite in forma non cooperativa possono aderire al network senza però effettivo diritto di voto (se non in forma consultiva): «Proporrò al presidente nazionale Massimo Mota una modifica al nostro statuto affinché si avvii un processo in base al quale anche le imprese sociali a partecipazione cooperativa (ovvero possedute per almeno dal 51% da coop sociali) o che inseriscano nella governance il coinvolgimento dei dipendenti nella gestione e negli utili dell’azienda (sul modello tedesco in base alla riforma proposta dalla Cisl) possano godere del pieno diritto di voto».

Secondo punto: «L’estensione del contratto nazionale delle cooperative sociali come riferimento base per tutte le imprese sociali, anche non cooperative».

Terzo obiettivo: favorire la nascita di cooperative o consorzi di cooperative sociali a indirizzo plurimo, ovvero soggetti che gestiscono contemporaneamente i servizi socio-sanitari/educativi (tipo A) e le attività produttive finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B). «Un orizzonte», ragiona Segata, «che contribuirà a rafforzare la sostenibilità e la capacità innovativa delle nostre imprese».

Infine il capitolo sul lavoro di cura. Su questo Segata ha un’idea ben definita: «Rendere Agci imprese sociali, non solo un organo di rappresentanza delle imprese, ma anche dei lavoratori. Dagli educatori agli assistenti sociali, dobbiamo lavorare a fondo per rendere attrattive queste professioni». Come in concreto? «Stiamo discutendo del rinnovo del contratto nazionale, che, in linea con le indicazioni del Governo, in prima battuta recupererà tutta l’inflazione, dopo di che dobbiamo mettere in campo altri strumenti, lavorando sul welfare aziendale, sulla previdenza integrativa e sulle prestazioni mutualistiche di assistenza sanitaria. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito: oggi troppe nostre persone sono già o rischiano di finire nel perimetro dei lavoratori poveri. Invertire la rotta è una priorità». 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Segata è una delle voci che parlano nel numero di VITA magazine in distribuzione “Social worker, senza di loro perdiamo tutti”, all’interno del quale trovate il “Manifesto del lavoro sociale” che presenteremo il 4 giugno a Torino. 

Tornando a Roma, all’evento, moderato dalla giornalista Rai Simona Rolandi, ha inviato un videomessaggio Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità. Mentre hanno partecipato dal vivo Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale della Regione Lazio; Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro del Comune di Roma; Cristina Almici, deputata di Fdi; Silvio Lai, deputato del Pd; Maria Chiara Gadda, deputata di Italia Viva; Marco Lombardo, deputato di Azione; Gabriele Sepio, avvocato esperto di Terzo settore ed economia sociale; il direttore di VITA Stefano Arduini; il professor Stefano Zamagni; il presidente di Confcooperative Federsolidarietà Stefano Granata e Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali. A concludere  i lavori è stato il presidente di Agci nazionale Massimo Mota

La viceministro al Lavoro con delega al Terzo settore, Maria Teresa Bellucci con il presidente nazionale di Agci Massimo Moro

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