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Fed, prima prova per Warsh. La decisione è già prezzata, ma le dichiarazioni no

17 Giugno 2026 ore 12:51

La Fed deluderà Trump? Il commento

Si prevede che la Federal Reserve (Fed) mantenga invariati i tassi di riferimento nell’intervallo obiettivo del 3,50%-3,75%. L’elemento di sorpresa principale dovrebbe provenire dalla prima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) e dalla conferenza stampa di Kevin Warsh in qualità di presidente della Fed.

A prima vista, l’economia statunitense non sembra giustificare un ciclo di allentamento. Gli indicatori congiunturali indicano una crescita del PIL intorno al 3,3% nel trimestre in corso, suggerendo una possibile riaccelerazione dell’attività economica. Nel frattempo, l’inflazione complessiva si attesta al 4,2% su base annua, mentre l’inflazione di fondo è al 2,9% su base annua. Inoltre, sono passati più di cinque anni dall’ultima volta che l’inflazione ha raggiunto o è scesa al di sotto dell’obiettivo del 2% fissato dalla Fed. Il mercato del lavoro rimane resiliente, con una crescita dell’occupazione che negli ultimi tre mesi ha registrato una media di quasi 190.000 posti di lavoro al mese. Inoltre, l’indice ISM dei servizi si sta avvicinando a 55,4, un livello storicamente associato a periodi di solida espansione economica.

Eppure la crescita statunitense poggia sempre più su basi ristrette: gli investimenti nel settore tecnologico e l’ascesa dei mercati azionari (quest’ultima è un riflesso della corsa all’intelligenza artificiale). I due fattori sono strettamente interconnessi ed entrambi rimangono vulnerabili a rendimenti obbligazionari elevati (o in aumento), sia attraverso un aumento del costo del capitale sia attraverso pressioni sulle valutazioni azionarie già elevate.

In questo contesto, la prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz giunge in un momento opportuno (sebbene dall’inizio del conflitto sia stato affermato più di 15 volte in altrettante settimane che sarebbe stato riaperto a breve). Infatti, i prezzi del petrolio sono scesi di 44 dollari al barile (-35%) dall’ultima riunione del FOMC di aprile. Ciò offre un gradito sollievo, poiché i rischi legati all’energia hanno aumentato significativamente l’incertezza sull’inflazione. Inoltre, gli effetti indiretti sull’inflazione rimangono motivo di preoccupazione data la forza della domanda interna, e sia le indagini sull’inflazione tra le imprese che quelle tra le famiglie indicano un aumento delle aspettative di inflazione.

Alla luce di quanto sopra, dovrebbe prevalere lo status quo. I mercati si sono in gran parte adeguati a questa realtà. Dall’inizio del conflitto con l’Iran, le aspettative di tagli dei tassi sono state drasticamente ridimensionate. Gli investitori sono ora divisi quasi equamente tra la prospettiva di un ulteriore inasprimento e quella di un allentamento della politica monetaria, scontando di fatto una Fed stabile fino alla fine dell’anno. Con una crescita del PIL nominale attestata intorno al 6%, un simile esito potrebbe essere considerato, a ben vedere, accomodante. Il nuovo presidente della Fed si è dimostrato un critico schietto sia delle indicazioni prospettiche (forward guidance) che del «dot plot». Ciononostante, quest’ultimo dovrebbe assumere un tono meno accomodante, con la mediana delle proiezioni dei membri del FOMC che attualmente prevede un solo taglio dei tassi nel 2026 e due ulteriori tagli entro la fine del 2027.

In questo contesto, la conferenza stampa potrebbe rivestire maggiore importanza rispetto alla decisione di politica monetaria in sé. Al di là delle opinioni di Kevin Warsh sull’intelligenza artificiale, la produttività e il mercato del lavoro, gli investitori cercheranno indizi per capire se il nuovo presidente della Fed rimarrà ancorato alla sua storica linea da falco o si trasformerà in una colomba di stampo machiavellico nominata da Trump.

In questo scenario, il livello dei rendimenti statunitensi a lungo termine rimane piuttosto sconcertante. Nonostante la robusta crescita economica, l’inflazione persistente, gli ingenti disavanzi di bilancio e la perdurante incertezza sulla credibilità del prossimo presidente della Fed, i rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni continuano ad apparire sorprendentemente contenuti.

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