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Ceuta e la gestione delle frontiere esterne dell’Unione Europea

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro di una crisi migratoria senza precedenti, che ha sottoposto a forte pressione il sistema di controllo della frontiera e ha riportato al centro del dibattito europeo la questione della gestione dei confini esterni dell’Unione. Ceuta e Melilla costituiscono, infatti, gli unici territori dell’Unione Europea situati sul continente africano e, proprio per la loro peculiare posizione, sono considerate uno dei punti più sensibili della frontiera esterna europea.

Rimaste sotto amministrazione spagnola dopo l’indipendenza dal Marocco nel 1956, nonostante la sovranità di Madrid sia da sempre contestata da Rabat, le due città sono diventate uno dei simboli della progressiva fortificazione delle frontiere europee. A partire dagli anni Novanta, le autorità spagnole hanno rafforzato le recinzioni per contenere gli attraversamenti irregolari, inserendole in un sistema di controllo più ampio, fondato sul potenziamento della sorveglianza e sul progressivo coinvolgimento di Paesi terzi nella gestione dei flussi migratori. La crisi del 2026 ripropone così una questione che va oltre il solo confine spagnolo e riguarda la capacità dell’Unione di gestire in modo condiviso le proprie frontiere esterne.  

“La dimensione strutturale della crisi”

L’ingresso della Spagna nell’Unione Europea nel 1986 e la conseguente adesione allo spazio Schengen nel 1991 ha inserito Ceuta e Melilla nel sistema europeo di gestione delle frontiere, pur prevedendo un regime specifico. I confini con il Marocco costituiscono, infatti, frontiere esterne dello spazio Schengen, mentre sono previsti controlli sui collegamenti da Ceuta e Melilla verso la Spagna continentale. Nel corso degli anni si sono verificati svariati tentativi di attraversamento delle barriere, in particolare nel 2005 con episodi che portarono a un ulteriore rafforzamento dei controlli, rendendo Ceuta e Melilla tra i confini migratori più sorvegliati dell’UE. Tali situazioni, seppur spesso presentate come emergenziali, suggeriscono che si tratti invece di una dinamica strutturale: la pressione migratoria alle frontiere spagnole in Africa rappresenta una componente ricorrente del sistema migratorio euro-mediterraneo.

Pur non riconoscendo la sovranità spagnola su Ceuta, il Marocco ha assunto un ruolo centrale nel controllo delle frontiere migratorie verso la città. La posizione geografica dell’exclave rende infatti il controllo della frontiera fortemente dipendente dalla capacità delle autorità spagnole e marocchine di coordinare le rispettive attività di sorveglianza. Già la crisi di Ceuta del maggio 2021, in cui oltre 8000 persone attraversarono illegalmente la frontiera, mostrò l’importanza della collaborazione dei Paesi terzi nella gestione delle frontiere esterne dell’Unione.

Quanto accaduto questa estate ha, però, rappresentato un evento di portata nettamente maggiore rispetto alle ondate migratorie precedenti. Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro del più grande attraversamento irregolare mai registrato nella storia della città: circa 80.000 persone hanno superato la frontiera marocchina e circa 141 persone hanno perso la vita durante i tentativi di ingresso; nei giorni successivi la maggior parte degli individui sono stati riportati in Marocco. Questo episodio ha messo sotto pressione il sistema di controllo della frontiera, portando nuovamente al centro del dibattito europeo la gestione dei confini esterni dell’Unione.

Per di più, la crisi si è verificata poco dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il quale prevede che “l’UE disponga di frontiere esterne forti e sicure, che i diritti delle persone siano garantiti e che nessun paese dell’UE sia lasciato solo ad affrontare la pressione migratoria. Inoltre, integra saldamente la migrazione nei partenariati internazionali, contribuendo a prevenire le partenze irregolari e a contrastare il traffico di migranti.”. In questo senso, la crisi di Ceuta ha rappresentato un primo banco di prova per il nuovo patto e per la capacità dell’Unione di dare concreta attuazione al principio di solidarietà su cui si fonda.

“La gestione della crisi tra Madrid, Rabat e Bruxelles”

La risposta immediata di Madrid si è concentrata anzitutto sul ripristino del controllo della frontiera e sull’implementazione di misure necessarie a evitare ulteriori arrivi, tra cui anzitutto il rafforzamento della presenza delle autorità e il dispiegamento di ulteriori mezzi navali, elicotteri e droni. In questo contesto, è stata anche installata una barriera pneumatica di circa 500 metri nell’area del Tarajal, zona costiera in prossimità del principale valico di frontiera con il Marocco.

Parallelamente, Madrid ha intensificato il coordinamento con Rabat. Il Ministero dell’Interno spagnolo ha richiamato l’importanza del contributo delle forze di sicurezza marocchine nella gestione della crisi. Questi eventi hanno, infatti, nuovamente evidenziato l’ambivalenza della gestione europea delle frontiere, poiché pur trattandosi di un confine dell’Unione, la sua sicurezza dipende in larga misura dalla collaborazione con un Paese terzo.

La gestione della crisi a Ceuta non è rimasta confinata a livello bilaterale. Di fronte alla portata dell’emergenza, infatti, la Spagna si è rivolta alle istituzioni europee, chiedendo la solidarietà degli altri Paesi membri. Tuttavia, le reazioni dei vari Paesi europei non sono state unanimi, a partire dalla posizione dell’Italia, che ha deciso di sospendere temporaneamente e unilateralmente i viaggi di frontiera aperta con la Spagna, al fine di difendere i confini europei. È stato proprio il governo italiano, con l’appoggio di quello danese, a proporre la redazione di una lettera congiunta, firmata da 22 capi di Stato e di governo europei, indirizzata al presidente del Consiglio europeo António Costa, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al primo ministro irlandese Micheál Martin, che attualmente detiene la presidenza del Consiglio. I firmatari hanno sollecitato una risposta europea immediata e coordinata, chiedendo anche la convocazione di una videoconferenza straordinaria dei ministri degli Interni per valutare la situazione e discutere un ulteriore sostegno alla Spagna, nonché ulteriori misure a tutela delle frontiere esterne dell’UE.

Pertanto, il 4 agosto si è tenuta una videoconferenza informale tra i ministri degli interni dei Paesi membri dell’Unione Europea. Nel corso dell’incontro, Micheál Martin ha dichiarato: “L’UE è unita ed è pronta a sostenere la Spagna e a proteggere le nostre frontiere esterne dall’immigrazione clandestina. Le frontiere esterne dell’UE sono una nostra responsabilità condivisa e la migrazione richiede una risposta europea unita.” Successivamente, il commissario Magnus Brunner ha definito gli attraversamenti di massa un test per la resilienza europea e per la sicurezza delle frontiere esterne, sottolineando al contempo che la situazione è stata riportata sotto controllo e che lo spazio Schengen è rimasto invariato.

Il 24 agosto la Spagna ha chiesto all’UE un aiuto finanziario d’urgenza per rafforzare la capacità di accoglienza a Ceuta e le infrastrutture di sicurezza lungo il confine con il Marocco. Pochi giorni dopo, Madrid ha chiesto sostegno anche a Frontex, Europol e l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo, le quali hanno risposto positivamente. Nel frattempo, Sánchez ha escluso l’esistenza di prove di un coinvolgimento del Marocco negli attraversamenti di massa, attribuendo invece un ruolo nell’innesco della crisi alla disinformazione sui social media e sottolineando che le indagini proseguono. Il 1° settembre 2026, il governo spagnolo ha annunciato lo stanziamento di 309 milioni di euro per potenziare i servizi di sicurezza e le strutture di accoglienza a Ceuta e per sostenere l’economia locale.

Dopo la richiesta di Madrid alla Commissione Europea di istituire una presenza permanente di Frontex a Ceuta, il 9 settembre è arrivata una prima risposta concreta proprio da parte della Commissione, la quale ha concesso al Paese un aiuto d’urgenza pari a 114,7 milioni di euro, finalizzato a fronteggiare la crisi, ribadendo il proprio appoggio alla Spagna, anche attraverso la mobilitazione delle agenzie UE.

Nuove strategie e prospettive europee per la gestione delle frontiere

Nel discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso 16 settembre, Ursula von der Leyen ha espresso supporto al popolo spagnolo, ribadendo che “il confine di Ceuta è un confine europeo” e sottolineando, quindi, la necessità di una risposta comune alla crisi, anche alla luce del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. A riguardo, la presidente della Commissione europea ha sostenuto che c’è bisogno di migliorare, soprattutto nelle situazioni emergenziali ed ha per questo annunciato la proposta di un nuovo meccanismo di risposta alle emergenze.

In questa prospettiva, il principio della responsabilità condivisa per la protezione delle frontiere esterne dell’Unione si è tradotta nel piano pubblicato dalla Commissione europea il 29 settembre, articolato in cinque punti e volto a “rafforzare la resilienza e la sicurezza delle frontiere esterne dell’UE”. Il piano individua cinque direttrici principali: il rafforzamento della cooperazione con i paesi partner per prevenire la migrazione illegale; il potenziamento delle frontiere esterne dell’UE; il miglioramento del monitoraggio della situazione e dei sistemi di allarme rapido; il contrasto alle reti di traffico e tratta di migranti; e, infine, il rafforzamento delle procedure di rimpatrio.

Il piano è stato successivamente presentato dalla Commissione al Consiglio Giustizia e affari interni (GAI) il 1° ottobre e i ministri degli Affari interni degli Stati membri ne hanno discusso nel più ampio discorso sullo stato generale dello spazio Schengen. In questa occasione, il ministro spagnolo dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha fornito un aggiornamento sulla situazione a Ceuta, chiedendo ai partner europei “solidarietà operativa, finanziaria e politica” per fronteggiare le crisi migratorie. Madrid ha ribadito l’efficacia dei controlli alle frontiere, sottolineando che nessun migrante arrivato a Ceuta ha proseguito verso altri Stati membri e che gli arrivi sulle rotte verso la Spagna sono in forte calo. Infine, il ministro ha evidenziato la piena operatività del sistema europeo di ingressi e uscite (EES) e il ruolo di Frontex nel controllo delle frontiere, sollecitando nuove misure europee per accelerare i rimpatri e le procedure di protezione internazionale in situazioni di crisi.

I ministri hanno, inoltre, affrontato la politica dei visti e le proprietà del ciclo Schengen 2026-2027, con particolare attenzione al rafforzamento dello scambio di informazioni e all’impiego delle nuove tecnologie per individuare tempestivamente i rischi emergenti e rafforzare la sicurezza nell’UE.

La crisi di Ceuta ha riportato al centro del dibattito europeo la gestione delle frontiere esterne e la responsabilità condivisa tra gli Stati membri. Nonostante le diverse posizioni emerse, le istituzioni europee hanno fornito supporto politico, finanziario e operativo alla Spagna e adottato nuove misure per rafforzare la sicurezza delle frontiere. Come sottolineato dal commissario Magnus Brunner, la crisi ha messo alla prova l’Unione in termini di rapidità, solidarietà e resilienza, mostrando al contempo la necessità di una risposta comune alle emergenze future.

Lo que las invasiones bárbaras esconden – Por Juan Manuel de Prada

27 Settembre 2026 ore 05:37

Por Juan Manuel de Prada

La invasión bárbara de Ceuta nos ha dejado escenas propias de guerrilla urbana que hasta la fecha sólo habíamos visto cada vez que se desataba una revuelta en los barrios de la periferia parisina: incendios de automóviles, agresiones repetidas a militares y policías, ataques al transporte público, abusos sexuales, etcétera. Como a nadie se le escapa (o sólo a quienes viven encerrados en esas casposas jaulas del pensamiento llamadas ideologías), son acciones impropias de personas que vienen a ganarse el sustento a otro país, ni siquiera en esas situaciones desesperadas en las que cualquier persona puede perpetrar un crimen por puro instinto de supervivencia, o por proteger a los suyos, al estilo de Jean Valjean. Pero los brotes de delincuencia que han florecido en Ceuta nada tienen que ver con esta criminalidad desesperada a la que aludimos; son acciones programadas según la estrategia de conquista de territorios y expulsión de los autóctonos que se han utilizado (con frutos óptimos) en diversos países europeos, muy notoriamente en Francia.

Esa estrategia puede resumirse muy sucintamente: desde los arrabales de una ciudad, se crean ‘zonas sin ley’ o, como diría Foucault, «heterotopías» que funcionan al margen de las normas comunes de la sociedad y que se tornan inhabitables; y luego esa zona se va extendiendo poco a poco, como una mancha de aceite. Así ha ocurrido repetidamente en Francia, donde poblaciones musulmanas ‘colonizan’ un barrio y después organizan bandas especializadas en guerrilla urbana, a la vez que introducen diversas formas de intimidación civil más o menos subrepticia o descarada que los ‘petits blancs’ ni siquiera se atreven a denunciar, por temor a las represalias, para terminar emigrando a otros barrios o ciudades; y al desalojo de los autóctonos sucede tarde o temprano el colapso policial, pues patrullar estas ‘zonas sin ley’ obliga a asumir riesgos adicionales muy costosos (entre otras razones, porque las autoridades obligan a la policía a adoptar métodos irenistas, exactamente como ocurre en Ceuta).

No debemos confundir estas ‘zonas sin ley’ con los guetos, donde viven confinadas poblaciones que sufren marginación. Los pobladores de estas ‘zonas sin ley’ no están confinados, ni padecen marginación; por el contrario, han conquistado el territorio que habitan, han creado –mediante la violencia efectiva o soterrada– su propio espacio autónomo, expulsando a quienes antes residían en él. Y, por supuesto, en estas heterotopías o ‘zonas sin ley’ provocadas por las invasiones bárbaras no existe ese imaginario ‘mestizaje’ que tantos relatos míticos ha inspirado al progresismo biempensante. Puede haber, al principio, un remedo o pantomima de ‘mestizaje’, con mucho despliegue colorista de timbales y chirimías; pero se trata de un recurso al que se recurre por astucia y que pronto es sustituido por actitudes mucho más disuasorias cuando la dominación está asegurada.

Esta estrategia, recurrente en Francia, es la que se pretende realizar en Ceuta, de forma todavía más áspera y brutal. Por supuesto, a quienes la denunciaron en su día en Francia –casi siempre las clases populares que sufrían sus consecuencias– se les acusó de incurrir en exageraciones y tremendismos, de alimentar ‘fantasmas’ y paranoias racistas (exactamente el mismo argumento empleado por Marlaska, cuando calificó las lamentaciones de los ceutíes de «sensaciones» e «inseguridades subjetivas»). Las élites intelectuales francesas –que, como las españolas, viven en barrios pijos– abandonaron a su suerte a los ‘petits blancs’ que padecían estas invasiones, predicando las bondades del ‘mestizaje social’ y mareando la perdiz con inútiles y retóricas ‘políticas de inserción’, en la esperanza de que pronto el número creciente de invasores asegurase el triunfo electoral a piñón fijo del progresismo, bajo diversas máscaras (moderada o rampante, según conviniese a cada circunstancia). Así ha ocurrido repetidamente en Francia y en otros muchos países europeos, donde la parte de la población que sufre las invasiones bárbaras ya no puede formar mayorías contra las alianzas que el progresismo moderado y rampante entabla con las fuerzas invasoras. Y donde esas alianzas generan, a su vez, el florecimiento de partidos que se alimentan del miedo y de la rabia, pretendiendo grotescamente oponer a la colonización invasora el vacío civilizatorio que ha sido el principal causante de dicha colonización.

Habría que empezar por aceptar, si no deseamos renunciar a la honradez intelectual, que la integración de las poblaciones que pertenecen a civilizaciones distintas es consustancialmente imposible; y también recordar que las civilizaciones las fundan las religiones y desaparecen cuando declina la religión que las fundó. No existe una civilización laicista, ni democrática, ni republicana, ni constitucionalista, ni parecidas zarandajas; allá donde falta la religión sólo existe vacío civilizatorio, que es inevitablemente llenado por otra civilización invasora. Quienes vienen a llenar ese vacío no hacen sino cumplir con un –llamémoslo así– designio; mucho más maligna es la posición que adoptan esas élites –por supuesto, procedentes de clases sociales preservadas del contacto con las invasiones bárbaras– que niegan la realidad y siguen cantando las bondades de las avalanchas inmigratorias y aplaudiendo las ‘regularizaciones masivas’, a la vez que anatemizan a quienes denuncian esta nueva forma de suicidio colectivo.

Muchas veces me he preguntado la razón de su traición y desatino. No se me escapa que casi todos ellos son untados generosamente por organizaciones sufragadas por el mundialismo y sobornados por el progresismo hegemónico con multitud de prebendas y privilegios; pero su abyección esconde otra razón más tenebrosa y secreta que tampoco se puede explicar como cándida defensa de los llamados Derechos Humanos, ni como sumisión a la corrección política, ni como perversión masoquista del sentimiento, ni como filantropía alucinada, ni siquiera como fatalismo de pulsiones autodestructivas. Todos estos ingredientes –y también la pura imbecilidad– se agitan, desde luego, en la marmita de la abyección donde abrevan estas élites; pero existe otro ingrediente que actúa como emulsionante de todos ellos. En el meollo de esa abyección, explicando su más recóndita entraña, se esconde el odio a la religión que fundó nuestra civilización. No debemos olvidar que detrás de toda cuestión política se esconde siempre un problema teológico.

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