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Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?

di: admin
17 Agosto 2026 ore 11:04

Qualcuno, per tipo cinque minuti, è rimasto scioccato dalle notizie che arrivano dallo Stato statunitense del Massachussets, dove la governatrice – democratica, ovviamente, e cattolica, ovviamente –  Maura Healey ha firmato una legge che abbatte il limite temporale dell’aborto massimo a 24 settimane (con i soliti «paletti» cripto-hitleristi: per gravi anomalie del feto l’aborto è sempre consentito).

 

Ora il Prioritizing Patient Access to Care Act permette in pratica di uccidere il bambino in grembo fino al limite della nascita.

 

«Abbiamo ascoltato le storie strazianti di donne e famiglie che si preparavano ad accogliere un bambino e che, in fase avanzata di gravidanza, hanno ricevuto notizie devastanti» ha confidato alla stampa la Healey. «Costringerle a viaggiare per centinaia di miglia e a pagare di tasca propria in un momento di enorme dolore è inaccettabile. In Massachussetts crediamo che le decisioni sanitarie debbano essere prese esclusivamente tra le donne, le loro famiglie e i loro medici, non dai politici».

 

Nella foto finita su tutti i giornali la governatrice appare sorridente attorniata da un sabba di donne ghignanti. L’effetto dell’immagine è impressionante: sì, queste femmine stanno rivendicando, e con la ridarella, l’uccisione di bimbi pronti a venire al mondo.

As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.

You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5

— Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026

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Altrettanto impressionante è la foto della Healey che incontra papa Francesco. Anche quella sta circolando in rete. Così come circola la rabbia di quanti si chiedono perché nessuno, né dalla Conferenza Episcopale USA né dal Vaticano stesso, abbia detto qualcosa. Ecco che è stata avviata l’ennesima, inutile petizione per indurre il vescovo a scomunicare, come dovrebbe, la governatrice della legge feticida.

 

Invece, da Roma e dagli zucchetti è il silenzio. Il motivo, per chi davvero si stupisce ancora, è presto detto: il compromesso con l’aborto è stato fatto dalla Chiesa post-conciliare da un bel pezzo. Ricordiamo che in Italia la legge autogenocida 194/78, la firmò un governo democristiano. Tutte le successive mosse del papato wojtylano sembravano puntare ad un deciso compromesso sottocutaneo: in superficie proclami e soldoni dell’8 per mille ad enti pro-vita solo di nome, in profondità accettazione della legalizzazione dell’uccisione del bambino nel ventre materno – e questo in sprezzo assoluto della religione che, ai tempi del Credo della vecchia messa, ancora si inginocchiava al momento di dire Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine

 

L’unica religione che festeggia Dio che si fa feto, la gravidanza e la maternità), accettava di scendere a patti con l’impero della Morte. Così dobbiamo leggere l’appoggio dato dal Sacro Palazzo nel 1981 al referendum sull’«aborto minimale» (eccolo lì, il maleminorismo: uccidiamo pure i bambini, ma con moderazione) e poi alla resistenza simbolica offerta contro il feticidio legalizzato dai buffoni politici longa manus dei vescovini.

 

Allo stesso modo va letta l’altra grande, catastrofica legge bioetica del tardo papato polacco, la 40/2004, quella che sdoganava i bambini prodotti in laboratorio, e di conseguenza, il loro spreco, cioè un aborto moltiplicato per enne volte. La «legge cattolica» sulla provetta fa ora, il lettore di Renovatio 21, più morti dell’aborto chirurgico e pure chimico – e in più inganna la popolazione piazzandoci la maschera della vita, del massacro che sta dietro il bimbo sintetico in braccio non interessa nulla a nessuno (se non a noi, poveri scemi).

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Ora, va compreso che in America avanza da tempo questa cosa dell’aborto fino alla nascita, e oltre: non hanno un limite gestazionale legale sull’aborto Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, Nuovo Jersey, Nuovo Messico, Oregon e Vermont, più Washington DC. Se andiamo fuori dagli USA, notiamo uno strano riflesso, che può dire moltissimo: Canada, Cina, Vietnam e Corea del Nord sono tra quelli in cui la legge non indica un limite gestazionale fisso.

 

Bizzarra coincidenza: il capitalismo occidentale avanzato collima, ma guarda, con il comunismo asiatico. Chi ci segue conosce un pezzo in più della storia: sappiamo come la legge del figlio unico fu iniettata nel governo di Deng Xiaoping da agenti dell’antiumanismo antinatalista del Club di Roma di Aurelio Peccei. Tuttavia, questa è un’altra questione.

 

Chi ha figli potrebbe sapere che il feto è con certezza definito con un calco anglicista «viabile», cioè «a termine» una volta arrivato ai sette mesi. Un’operazione che riguarda il piccolo viene rinviata, per quanto possibile, oltre quella data, oltre la quale il bambino può sopravvivere tranquillamente fuori dal ventre materno. La situazione è conosciuta dallo scrivente: la secondogenita non voleva girarsi, era podalica, non si metteva a testa in giù.

 

Le (brave) ginecologhe dell’ospedale ci dissero di aspettare la 36ª settimana per fare la versione, cioè una manovra di pressione sul feto per metterlo a testa in giù – una pratica che un tempo le levatrici di paese lo facevano senza preoccupazioni prima del parto, oggi invece, che l’arte maieutica (quella vera, letterale) è sparita, si è ritornati a praticare la manovra in punta dei piedi, con equipe medica pronta ad estrarre il bambino in caso di rischio.

 

E quindi, chiunque sa che abortire poco prima della nascita significa abortire un bambino in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno da settimane. Questa semplice verità, conoscibile da qualsiasi donna, non sembra toccare nessuno.

 

Perché siamo andati molto oltre l’idea dell’aborto come rimozione di un «grumo di cellule» che non sarebbe in grado di vivere da sé (e quindi, sempre per la legge nazista del più forte, da eliminare a piacimento). Tale concezione, tipica della filosofia utilitarista, era già stata portata a conseguenze terrificanti dal celebratissimo filosofo animalista Peter Singer basandosi sul concetto, tutto goscista e abortista, dell’autonomia.

 

Definendo «persona» un essere capace di autocoscienza, di concepire se stesso come esistente nel tempo, di avere preferenze sul futuro (razionalità, autonomia), il Singer, ebreo australiano, aveva sostenuto che neonati umani (anche sani…) non hanno ancora queste capacità: non sono “persone” nel senso tecnico che usa lui.

 

Uccidere un neonato non è quindi moralmente equivalente a uccidere un adulto umano o, eccoci, un essere autocosciente – cuccioli di animale che sono più «autonomi» rispetto ai neonati non meritano di morire quanto i cuccioli umani. L’utilitarismo – filosofia che segretamente si è incistata nello Stato moderno tutto – con Singer era già andato oltre: dall’aborto si vola verso l’eutanasia.

 

Il Singer ha sostenuto che, in casi di gravi disabilità, i genitori dovrebbero poter scegliere di porre fine alla vita del neonato (anche in modo attivo), se ciò porta a maggiore benessere complessivo, il grande fine dell’utilitarismo, che vede la massimizzazione matematica del piacere contro il dolore come fine ultimo, anche a costo della morte di minoranze o maggioranze.

 

Ecco che il filosofo, che nei dibattiti accademici americani viene salutato da scroscianti applausi degli studenti vegani e non, aveva proposto un periodo di circa 28 giorni dopo la nascita prima di riconoscere pieno diritto alla vita. L’idea è contenuta nel libro Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (1985), cioè «Il bambino dovrebbe vivere? Il problema dei neonati disabili». Bel titolo: come vedete, ancora quaranta anni fa la finestra di Overton sull’infanticidio legalizzato si muoveva con scioltezza.

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Siamo giunti quindi alla questione dell’aborto post-natale, finito in bocca in queste ore ai tanti ebeti con canale Telegram o raccolte firme a pagamento.  Il termine (in inglese after-birth abortion) è un’espressione coniata in un articolo accademico del 2012, intitolato «After-birth abortion: why should the baby live?» («Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?»), pubblicato sul Journal of Medical Ethics dai bioeticisti italiani ma di stanza all’Estero Alberto Giubilini e Francesca Minerva, affiliati a centri australiani di bioetica fortemente legati alla tradizione utilitarista-singeriana.

 

Nel testo i due sostenevano che, dal punto di vista etico, non ci sia una differenza rilevante tra un feto e un neonato – nessuno dei due, secondo la loro tesi, possiederebbe ancora lo status morale di «persona», concetto legato, nel solco del Singer, a caratteristiche come autoconsapevolezza, capacità di attribuire valore alla propria esistenza, progettualità futura.

 

Di conseguenza, sostenevano che le stesse ragioni che possono giustificare moralmente l’aborto, ad esempio situazioni in cui il bambino comporterebbe un peso serio per la famiglia, anche non necessariamente per malformazioni dovrebbero poter giustificare, in linea di principio, anche la soppressione di un neonato appena nato — da qui il termine «aborto post-natale», cioè dopo la nascita anziché prima.

 

Ictu oculi, si tratta di pura e semplice sostituzione del termine «infanticidio», così da connetterlo al dibattito sull’aborto (stravinto nei decenni dai necrocultisti contro pavidi democristiani di ogni latitudine) e fargli quindi guadagnare terreno.

 

Mentre i sapientoni dibattono, e le verginelle strillano scandalizzate, il mondo moderno va avanti secondo la pista preparatagli dalla Necrocultura. Nel gennaio 2019, la questione dell’infanticidio legale arriva nelle cronache grazie alle dichiarazioni di un alto ufficiale del potere americano, il governatore della Virginia Ralph Northam, che parlò con una certa franchezza ad una trasmissione radio locale.

 

Commentando un disegno di legge proposto dalla delegata democratica Kathy Tran – che aveva detto che l’aborto sarebbe stato possibile anche se la donna fosse in travaglio –  atto ad allentare  le restrizioni sugli aborti nel secondo e terzo trimestre in Virginia, il governatore disse:

 

«La prima cosa che vorrei dire è che decisioni come questa dovrebbero essere prese dagli operatori sanitari, dai medici e dalle madri e dai padri coinvolti. Quando parliamo di aborti nel terzo trimestre, questi vengono eseguiti con il consenso, ovviamente, della madre e dei medici – più di un medico, tra l’altro. E vengono eseguiti in casi in cui potrebbero esserci gravi malformazioni. Potrebbe esserci un feto non vitale. Quindi, in questo particolare esempio, se una madre è in travaglio, posso dirvi esattamente cosa succederebbe. Il bambino verrebbe fatto nascere. Il neonato verrebbe tenuto in condizioni confortevoli. Il neonato verrebbe rianimato se questo fosse ciò che la madre e la famiglia desiderassero, e poi seguirebbe una discussione tra i medici e la madre».

 

Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl

— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026


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Se il bambino nato vivo può continuare a vivere lo decidono la madre e i dottori. Il potere di vita e di morte, come nemmeno in un lager, ce lo hanno i più forti. Tutto questo detto pacificamente da un progressista, un democratico – perché la democrazia, crediamo di capire, a questo porta, al suo esatto contrario, al democidio.

 

Siamo alla negazione non solo di Ippocrate, e degli istinti materni, della legge naturale. Siamo alla negazione della civiltà cristiana tutta – siamo all’instaurazione incipiente del Regno Sociale di Satana.

 

Tuttavia qui voglio spezzare una lancia a favore dei mostri – bisogna farlo, per la logica, e per rifiutare una volta per tutte il compromesso democristiano con essi, e chiamare la battaglia.

 

Gli utilitaristi, i servitori della Morte, filosofi o governatori, hanno ragione: che differenza c’è tra un neonato e un feto? Solo una questione di tempo, forse nemmeno quello (un neonato può essere settimino, o ancora più prematuro: ho visto bambini usciti tanto prima pesare un chilo e ora essere campioncini sportivi) e di spazio, cioè sei dentro o fuori il grembo materno.

 

Se per loro ciò indica che il bambino è continuativamente una non-persona, per noi vale l’esatto contrario: è una persona quanto lo è Dio stesso, è Imago Dei, è un essere perfettamente formato dal logos creatore, è figlio della Divinità , è fatto a sua immagine, è ciò che naturalmente è chiamato ad esistere, consistere e moltiplicarsi, è un pezzo unico e insostituibile del disegno dell’umanità e del cosmo.

 

E quindi no, non c’è differenza tra un uomo ed un feto, tra l’aborto e l’aborto post-natale.

 

Potete capire dove stiamo andando a parare: non lo chiamiamo «aborto», ma ogni procedimento della Necrocultura, che umilia e uccide l’essere umano, svolge la medesima funzione.

 

L’eutanasia è un aborto applicato in vecchiaia o in malattia.

 

La predazione degli organi è un aborto su chi ha avuto un incidente, ma il cuore gli batte ancora.

 

Il suicidio – magari con l’aiutino delle droghe psichiatriche – è l’aborto delle persone tristi.

 

La riproduzione artificiale è l’aborto di un numero immane di embrioni, morti nell’impianto o nella crioconservazione, oppure fusisi mostruosamente nelle chimere umane.

 

Spingiamoci fino a parlare delle bestie feroci scagliateci contro: lupi, orsi, orche lasciati liberi di assalirci sono strumenti della Necrocultura, agenti animali dell’aborto della specie.

 

E la guerra, cosa è se non il modo con cui si abortiscono le nazioni, con la guerra nucleare che si dà come aborto globale definitivo, come finale trionfo della morte sull’umanità.

 

Tutta l’umanità deve essere abortita: questo è quanto ci sta dicendo il progresso, questo è quanto lo Stato moderno si prepara a fare in modo meccanico: un sacrificio umano massivo, più grande e terrificante di quello che chiedevano gli dèi pagani.

 

E quindi, non facciamo gli sconvolti. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare.

 

L’aborto è solo una maschera di una lotta contro l’inferno che coinvolge ogni aspetto del nostro tempo. Fortunato chi ha capito, è uscito dal recinto pro-life (fatto dal potere politico-ecclesiastico per pastorizzare gli animi caldi) e medita sulle dimensioni spaventose della guerra spirituale necessaria oggi.

 

Questo è ciò che siamo chiamati a fare ora: combattere la Morte, combattere il Male che ha messo radici nel nostro mondo.

 

Se leggete queste pagine, è probabile che in cuor vostro abbiate già iniziato a farlo. Siete, lo vogliate o no, protagonista della battaglia contro le forze del Male – come in un film, solo sul serio.

 

Questo ruolo onora la vostra anima come niente altro.

 

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Bis per la Libertas Livorno agli europei di atletica: Andy Diaz d’oro nel triplo con il record italiano

15 Agosto 2026 ore 23:21

LIVORNO – Serata da incorniciare per l’Atletica Unicusano Libertas Livorno ai campionati europei di Birmingham. Il portacolori della sociertà Andy Diaz ha conquistato una straordinaria medaglia d’oro nella finale del salto triplo maschile, regalando una prestazione destinata a rimanere negli annali della disciplina.

L’atleta di punta del club livornese ha dominato la scena sin dai primi tentativi, dimostrando una netta superiorità nei confronti dei concorrenti. Diaz ha piazzato un incredibile balzo a 18,15 metri al secondo salto, misura che gli ha permesso di frantumare il record italiano – già di sua proprietà – e di stabilire la miglior prestazione mondiale dell’anno. Un salto d’autore con cui ha permesso di staccare nettamente il portoghese Pedro Pichardo, argento a quota 17,76 metri, mentre l’altro azzurro Andrea Dallavalle ha completato la festa italiana mettendosi al collo il bronzo con 17,37 metri.

Con questo ennesimo trionfo, il talento tesserato per la Libertas Livorno aggiunge l’oro continentale outdoor alla sua ricca bacheca, confermandosi tra i più grandi interpreti mondiali della specialità e portando ancora una volta i colori amaranto sul gradino più alto d’Europa.

È il secondo oro di giornata per la società livornese dopo quello nella maratona di marcia con Sofia Fiorini. 

Anche il comandante generale della Guardia di Finanza, generale di corpo d’armata Andrea De Gennaro, a nome di tutti i finanzieri, ha espesso le più vive congratulazioni al finanziere Andy Díaz Hernández per la straordinaria prestazione. Un risultato di eccezionale valore, che il comandante generale ha inteso sottolineare esprimendo ad Andy Díaz Hernández il proprio apprezzamento per un’impresa che testimonia talento, determinazione e costante dedizione e che porta ancora una volta le Fiamme Gialle ai vertici dello sport internazionale.

“A nome di tutti i finanzieri – ha sottolineato il generale De Gennaro – rivolgo ad Andy le più sentite congratulazioni per questo straordinario risultato. Il titolo europeo, accompagnato da una prestazione di tale valore, rappresenta un motivo di grande orgoglio per la Guardia di finanza e per le Fiamme Gialle. A lui il nostro più sincero plauso e l’augurio di poter raggiungere sempre nuovi, prestigiosi traguardi”.

Alla soddisfazione per l’oro di Díaz Hernández si aggiunge quella per il bronzo conquistato da Andrea Dallavalle, anch’egli atleta delle Fiamme Gialle. 

Sacro o sacrificabile

27 Luglio 2026 ore 07:15

L a Val d’Orcia è uno di quei luoghi che riconosciamo prima ancora di averli visti. Un’unica immagine: le file di cipressi sul crinale, le colline color pane, il casale isolato in fondo alla strada bianca. È l’icona per eccellenza della campagna toscana, quella che vende il Brunello e riempie i social media. Nel 2004 l’UNESCO l’ha iscritta nella Lista del Patrimonio mondiale come paesaggio culturale, per i criteri quarto e sesto: il ridisegno del paesaggio secondo gli ideali di buon governo e l’influenza sui pittori senesi del Rinascimento. Il testo attraverso il quale viene presentata contiene già la contraddizione che quel riconoscimento alimenta.

La Val d’Orcia è un eccezionale esempio del ridisegno del paesaggio nel Rinascimento, che illustra gli ideali di buon governo nei secoli XIV e XV della città-stato italiana e la ricerca estetica che ne ha guidato la concezione.

Ridisegno. La motivazione che consacra il territorio lo definisce esplicitamente un artefatto: un territorio “riscritto” dall’uomo per rappresentare un’idea politica, quella della città-stato senese e del suo governo.

La cartolina che non c’era
L’antropologo Mariano Fresta, in “La Val d’Orcia: ovvero l’invenzione di un paesaggio tipico toscano” uscito su Lares nel 2011, ha definito quelle motivazioni “arbitrarie e inventate”. La sua lettura poggia su una storia documentata. Fino agli anni Trenta del Novecento la Val d’Orcia era tutt’altro che il dolce paesaggio mezzadrile che conosciamo: una distesa argillosa di calanchi e biancane, quasi disabitata e improduttiva, un deserto di crete che i viaggiatori del Grand Tour attraversavano con sgomento. Nel 1739 il “Presidente” De Brosses vi vedeva scheletri di roccia calcinata senza un filo di verde; l’anno dopo il poeta Thomas Gray parlava di colline orrende e inutili. Ancora nel 1924 Iris Origo, arrivando alla Foce, trovava un paesaggio lunare e disumano, arido come un deserto.

Quella bellezza che oggi consideriamo eterna è un prodotto del Novecento. A partire dal 1929 il Consorzio per la trasformazione fondiaria della Val d’Orcia avviò l’opera, proseguita per tutto il secolo a colpi di mine e di ruspe: i calanchi vennero spianati, le biancane arrotondate, i corsi d’acqua imbrigliati, la valle resa finalmente coltivabile. Fu una bonifica guidata da grandi proprietari, il marchese Antonio Origo tra i primi, pensata per una conduzione mezzadrile. Il paesaggio ameno di oggi è giovanissimo: circa un secolo.

La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.
Persino l’immagine più fotografata della Toscana, la strada bianca che sale a tornanti fiancheggiata dai cipressi, appartiene a quella stagione. La compose, negli anni Venti e Trenta, la cerchia degli Origo con l’architetto inglese Cecil Pinsent, per collegare i poderi appena bonificati e per evocare deliberatamente la pittura senese del Trecento, gli affreschi del Buon governo che Ambrogio Lorenzetti dipinse nel 1338. La motivazione dell’UNESCO chiama “rinascimentale” quel ridisegno e colloca la Scuola senese “durante il Rinascimento”. Sbaglia l’epoca due volte: il ridisegno vero è del Novecento; la Scuola Senese di Lorenzetti è del Trecento, tardo Medioevo, un secolo prima del Rinascimento che semmai annuncia.

Il rapporto va dunque corretto: un artefatto del Novecento è stato disegnato per assomigliare a dipinti trecenteschi. Il “buon governo” citato nella motivazione è l’ispirazione per un diorama a grandezza naturale, la ricostruzione moderna di un affresco del 1338. Il vincolo del 2004 ha congelato questa immagine costruita e l’ha dichiarata natura originaria. La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.

Il paesaggio come sedimento di decisioni
Proviamo a partire da più lontano. L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. Anche i cacciatori-raccoglitori modellavano l’ambiente, soprattutto con il fuoco: le bruciature a mosaico aprivano radure, orientavano la fauna, ridisegnavano la vegetazione. In questo senso, non c’è un paesaggio vergine da difendere, perché il territorio porta impronte umane da molto prima dell’agricoltura.

L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, proprietà.
Ciò che cambia con l’agricoltura stanziale è, in realtà, la tipologia di impronta. Il foraggiatore riplasmava un ecosistema che restava “mobile” e ne regolava l’accesso in forme molto varie, da territori difesi a confini fluidi, spesso senza alcuna nozione di proprietà della terra. L’agricoltore sedentario recintava, misurava, possedeva e trasmetteva: imponeva al suolo una forma stabile, parcellizzata, ereditabile. Da allora, ogni paesaggio porta inscritta una divisione della terra e un rapporto di potere. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, forma della proprietà.

Che il paesaggio agrario sia storia sedimentata, stratificata, lo aveva argomentato Emilio Sereni nella sua Storia del paesaggio agrario italiano, del 1961. Per Sereni ogni configurazione del territorio coltivato è la traccia leggibile di un modo di produzione, di un regime di proprietà, di una divisione del lavoro. La disposizione dei filari, la forma dei campi, la rete dei sentieri raccontano chi possedeva la terra e chi la lavorava. Il paesaggio è pertanto un documento e va decifrato come tale, più che contemplato. Nello stesso anno, Lucio Gambi pubblicava la sua Critica ai concetti geografici di paesaggio umano, un testo radicale. Gambi contestava l’idea stessa di “paesaggio” come categoria scientifica neutra, perché quella parola tende a naturalizzare ciò che è sociale: trasforma i rapporti di potere e di classe in una forma estetica autoevidente, in un panorama.

La conseguenza è che chiamare paesaggio un assetto del territorio significa già sottrarlo alla domanda su chi lo ha voluto e a vantaggio di chi. Vent’anni dopo, Eric Hobsbawm e Terence Ranger davano un nome al meccanismo generale con The Invention of Tradition, del 1983. La loro tesi riguardava riti, bandiere e cerimonie presentati come antichissimi ma in realtà costruiti a tavolino nell’Ottocento industriale.

Nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.
Il procedimento che descrivono è valido, però, anche per i luoghi. Si sceglie un frammento del passato, lo si dichiara autentico e originario, lo si sottrae al tempo. La tradizione inventata infatti funziona anche perché nasconde la propria data di nascita.

Mettendo insieme le tre lezioni si ottiene una chiave interpretativa interessante: nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.

Attenzione: questa non è una raffinatezza da specialisti. È la premessa che rende comprensibile tutto ciò che accade oggi quando il territorio diventa terreno di scontro tra chi vuole tutelarlo e chi vuole trasformarlo. La stessa lettura circola in un fronte vivo di studi, le environmental humanities, che ha uno dei suoi centri nel Rachel Carson Center di Monaco. L’antropologo Paolo Gruppuso, sulle paludi pontine, mostra come perfino la tutela della natura possa diventare spossessamento. Con un’avvertenza: il territorio è oggetto delle nostre decisioni e insieme un soggetto che reagisce.

Lo stesso territorio, due sguardi
C’è un’inconscia simultaneità dei due atteggiamenti. Guardiamo la stessa area geografica in due modi opposti e li teniamo insieme senza avvertire la contraddizione. Da un lato il territorio è opera d’arte: intoccabile, sacro, da proteggere da qualsiasi intervento come si protegge un affresco. Dall’altro è supporto: materia grezza, superficie disponibile, riserva di risorse da mettere a reddito. La stessa collina può essere l’una o l’altra cosa a seconda dello sguardo e delle intenzioni.

Il dibattito italiano sulla transizione è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato.
La parola che tiene insieme i due punti di vista, permettendo di passare dall’uno all’altro senza dichiararlo, è “naturale”. Definire naturale un pezzo di mondo produce due effetti in un colpo solo. Se quel territorio è naturale nel senso di prezioso e incontaminato, ogni trasformazione diventa profanazione. Se è naturale nel senso di grezzo e non ancora valorizzato, ogni trasformazione diventa progresso e modernizzazione; una messa a frutto di ciò che altrimenti resterebbe inerte. In entrambi i casi la parola svolge la stessa funzione: elimina le domande su chi abbia stabilito la condizione di quel luogo e perché.

Al di là della curiosità intellettuale, l’ostacolo è concreto. Il dibattito italiano sulla transizione energetica è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Chi difende un crinale dalle pale eoliche invoca il paesaggio. Chi rivendica quelle pale come necessità energetico-climatica accetta implicitamente che il paesaggio sia un costo da pagare. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato, con confini stabiliti da qualcuno prima e altrove.

La domanda, invece, è un’altra e riguarda chi decide quale territorio è sacro e quale sacrificabile, con quali criteri e a beneficio di chi. Spostare la questione dal cosa al chi cambia la natura del problema: da estetica a politica o, più brutalmente, dalla contemplazione al potere.

Chi firma la sentenza
In Italia esiste una macchina amministrativa che decide materialmente quale suolo sia idoneo a ospitare un impianto e quale no. È la procedura di individuazione delle aree idonee e non idonee per le fonti rinnovabili, il cuore del permitting. È lì che si vede all’opera, in forma di norma, il meccanismo descritto finora. Il criterio con cui un’area viene dichiarata idonea continua a essere, dopo anni, geometrico prima ancora che qualitativo. La legge di conversione del decreto sulle aree idonee, la n. 4/2026, che ha riscritto la materia dentro il Testo unico sulle rinnovabili (d. lgs. 190/2024), impone alle Regioni fasce di rispetto misurate a compasso: tre chilometri dai beni tutelati per gli impianti eolici, cinquecento metri per il fotovoltaico. Fissa una quota massima di terreno agricolo utilizzabile. Esclude in blocco interi insiemi, come i siti UNESCO e i beni vincolati; dove l’area è idonea, invece, alleggerisce iter e controlli.

L’idoneità di un suolo non discende dalle sue caratteristiche reali, bensì dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio.
L’idoneità di un suolo non discende, dunque, dalle sue caratteristiche reali, dalla qualità agronomica, dal valore ecologico o storico di quel campo specifico. Discende dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio. L’instabilità di questi criteri ne dimostra l’arbitrarietà. Un decreto del giugno 2024 concedeva fasce di rispetto fino a sette chilometri; un anno dopo il TAR del Lazio le ha annullate. Sette chilometri o tre, cinquecento metri o mille: il confine tra idoneo e non idoneo si sposta a colpi di decreto e di sentenza, mentre il suolo su cui cade resta identico.

Le piste dell’aeroporto di Fiumicino pagano ancora oggi la storia ignorata di quel suolo: sorgono sul sedime dell’antico Stagno di Maccarese, il più grande del delta tiberino, prosciugato dalla bonifica novecentesca. Quei suoli torbosi e argillosi cedono di circa un centimetro e mezzo l’anno; da decenni le piste vanno riprofilate e ripavimentate per inseguire un terreno che sprofonda. La bonifica aveva cancellato lo stagno dalla carta ma il suolo continua a ricordarlo. Anche il territorio decide, a modo suo. Leggere la storia di un luogo prima di scegliere ha un prezzo concreto: chi salta quella lettura lo paga in cedimenti, denaro e manutenzione senza fine.

La partita giuridica degli ultimi due anni, combattuta soprattutto in Sardegna, dimostra che l’idoneità di un’area è un verdetto piuttosto che una lettura oggettiva della realtà. Nel luglio 2024 la Regione ha varato una legge che, fin dal titolo, invocava “la salvaguardia del paesaggio” per imporre diciotto mesi di moratoria a ogni nuovo impianto. Il paesaggio come scudo. La Corte costituzionale, con la sentenza 28/2025, l’ha dichiarata illegittima: una tutela che diventa divieto generalizzato contrasta con l’obbligo di diffondere le rinnovabili.

Poco dopo la moratoria, la Sardegna aveva approvato un’altra legge, la n. 20/2024, che individuava le aree idonee e non idonee classificando come non idonea la quasi totalità del proprio territorio. Anche questa è caduta. Con la sentenza n. 184/2025 la Corte costituzionale ha bocciato in gran parte quella legge, ribadendo un principio che vale ben oltre la Sardegna: la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un divieto aprioristico e assoluto di installare impianti.

La stessa logica geometrica produce un effetto analogo sul versante agricolo. Il “decreto agricoltura” del 2024 ha vietato il fotovoltaico a terra su tutti i terreni classificati agricoli, gran parte del Paese, senza distinguere il campo di pregio dal seminativo abbandonato. Il TAR del Lazio lo ha giudicato sproporzionato e lo ha rimesso alla Consulta, che si è espressa il 16 luglio dichiarandolo legittimo; nel frattempo il legislatore lo ha riproposto quasi identico. Categorie tracciate a priori, sempre indifferenti alla qualità del suolo che colpiscono. Il filo che tiene insieme la moratoria bocciata, la legge sarda sulle aree idonee, il divieto sul fotovoltaico agricolo è uno solo. In tutti questi casi “paesaggio” e “suolo agricolo” funzionano come categorie giuridiche buone a includere o escludere interi territori con un tratto di penna, prima e indipendentemente da qualsiasi esame del luogo.

La Val d’Orcia e i crinali della Basilicata
Torniamo ai due poli. Da un lato la Val d’Orcia: consacrata dal vincolo, monetizzata dal turismo e dal vino, protetta come opera d’arte e venduta come esperienza. Dall’altro i crinali della Basilicata, che i 1.567 megawatt di torri eoliche rendono la quarta regione d’Italia per potenza installata, dietro Puglia, Sicilia e Campania, secondo i dati raccolti da Legambiente nella guida Parchi del vento del giugno 2026. Un territorio consacrato e un territorio messo a reddito energetico. Occorre una concessione onesta: le pale sui crinali lucani trasformano il paesaggio davvero. Chi le difende, dicendo che non si vedono o che ci si abitua, mente o si illude. Un aerogeneratore alto come un palazzo di quaranta piani modifica lo skyline di una valle in modo irreversibile per la durata della sua vita. Il costo paesaggistico dell’eolico è reale e va ricordato.

La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.
Ma proprio qui appare l’ipocrisia del doppio sguardo. Anche la Val d’Orcia è stata trasformata dalla mano dell’uomo in modo altrettanto radicale, in tempi assai più recenti di quanto la sua aura lasci pensare. Spianare a mine e ruspe i calanchi di una valle o piantare aerogeneratori su un crinale sono due modi di “riscrivere” il territorio, entrambi novecenteschi, entrambi guidati da capitale e potere. La differenza, come spesso accade, sta tutta nel racconto: una trasformazione è stata consacrata, l’altra è additata come profanazione. Lo stesso gesto, il decidere quale forma imporre al territorio e chi ne pagherà il prezzo, può significare tutela o condanna.

Già uno studio della Fondazione Tagliolini con l’Università di Pisa, nel 2011, raccoglieva le voci di agricoltori della valle che, davanti a un grano duro sempre meno redditizio, avrebbero voluto installare pale e pannelli nei propri campi e si trovavano bloccati in un territorio che uno di loro definiva “ingessato”. La domanda di rinnovabili affiorava anche qui; a mancare era l’idoneità. La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.

Chi conosce la storia della bonifica dell’Agro Pontino ritrova qui lo stesso schema novecentesco. Le paludi a sud di Roma erano un latifondo di proprietà esclusiva. I pochi che vi abitavano vivevano di concessione ed elargizione dei padroni, lontano da qualsiasi Eden di beni comuni. La modernizzazione che le “riscrisse” fu prima un progetto dell’Italia liberale: l’intuizione elettrofinanziaria di un imprenditore lombardo, Gino Clerici, che molto prima del fascismo immaginò di prosciugare quelle terre e di fondarvi una città, proprio dove sarebbe poi sorta Littoria. Quel disegno divenne, in altre mani e con altra bandiera, la bonifica integrale del regime, che costruì le città nuove e si intestò la paternità dell’idea. In entrambe le stagioni la posta era la stessa: trasformare un territorio a vantaggio di chi ne aveva i mezzi, mentre a lavorarlo arrivavano operai e coloni-mezzadri da lontano, su terre non loro.

La rimozione funziona anche al contrario. Oggi quelle paludi vengono rimpiante in televisione come “la nostra Amazzonia”, foresta selvaggia cancellata dal cemento. Dietro quella natura perduta spariscono di nuovo il latifondo e i suoi concessionari. Con una beffa: neppure l’Amazzonia è natura vergine, plasmata com’è da millenni di presenza umana. Lo stesso vale per la wilderness americana: Yosemite e Yellowstone, icone della natura vergine, sono paesaggi costruiti espellendo le popolazioni native che li abitavano, come ha argomentato William Cronon. La bonifica pontina, la consacrazione della Val d’Orcia e il sacrificio dei crinali lucani sono, in questo quadro, una cosa sola.

Il paesaggio come alibi nella transizione
Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica. Perché il doppio sguardo rende “paesaggio” una parola-alibi: uno strumento retorico che seleziona ciò che merita indignazione e ciò che merita silenzio, secondo criteri mai dichiarati. Si invoca il paesaggio per fermare l’impianto che non si vuole vedere e lo si ignora davanti all’autostrada, al capannone, al villaggio turistico, al ponte che già occupano o occuperanno lo stesso orizzonte.

Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica.
Finché il dibattito resta impigliato nell’alternativa tra tutelare e trasformare, vince sempre chi ha ottenuto il vincolo o scritto la norma: il confine tra il sacro e il sacrificabile è tracciato a monte, da chi ha peso economico e culturale sufficiente per farlo. Restituire al tema il suo centro, ricordare che si tratta di una questione di potere sul suolo prima che di estetica, non risolve il conflitto tra energia e paesaggio. Lo sposta però sul terreno giusto. Prima di stabilire se un luogo sia intoccabile o sacrificabile andrebbe letto: ricostruite le trasformazioni che lo hanno reso ciò che è, riconosciuto chi le ha volute e a chi sono servite. Interpretare un territorio, prima di giudicarlo, è già togliergli la maschera della natura. Ed è allora che possiamo porre la domanda vera: quale interesse ha deciso che quella valle valesse più di un crinale, quando lo ha deciso e chi ci ha guadagnato.

Consacrare una valle e sacrificare un crinale sono lo stesso gesto, anche a un secolo di distanza.

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