Vista elenco

Mafia, al processo Baiardo Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta

17 Giugno 2026 ore 10:50

Al processo contro Salvatore Baiardo, in corso nell’aula 28 del Tribunale di Firenze, Paolo Berlusconi si è presentato a testimoniare declinando le sue generalità in collegamento in differita e accompagnato dal suo avvocato (autorizzato a presenziare senza poter interagire dalla presidente del collegio Anna Favi) e ha inviato prima dell’udienza una nota dei suoi difensori nella quale chiede di astenersi dalla testimonianza ex art. 199 codice procedura penale perché prossimo congiunto di Silvio Berlusconi, in passato indagato nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Poi stralciato mentre Marcello Dell’Utri è stato archiviato con decreto del Gip su richiesta dei pm. Il pm Lorenzo Gestri si è opposto sostenendo che non c’è nella norma questa possibilità perché Silvio Berlusconi non è imputato nel presente processo. E fu stralciato dall’indagine per morte nel 2023. Mentre il processo in corso nasce da un’ulteriore stralcio effettuato da quel procedimento per il solo Salvatore Baiardo. Il difensore si Baiardo, avvocato Ventrella ha chiesto che la richiesta sia accolta. Il tribunale si è riservato e ora è in corso la camera di consiglio per decidere. Paolo Berlusconi era stato chiamato a deporre sulle circostanze di un incontro nella sede del quotidiano Il Giornale a Milano avvenuto il 14 febbraio del 2011 proprio con Salvatore Baiardo. Il giudice alla fine ha però deciso perchè la testimonianza si debba fare. Il tribunale, infatti, ritenuto che l’articolo 199 prevede la facoltà di astensione dei soli prossimi congiunti dell’imputato e che il prossimo del teste in questione (cioè Silvio Berlusconi fratello di Paolo) è stato sì indagato nel procedimento principale dal quale è stato separato l’imputato Baiardo ma questa circostanza “non rileva” perché Silvio Berlusconi non è mai stato indagato per i reati oggetto di questo processo ed è stato invece indagato per altri reati per i quali è peraltro stato archiviato.

L'articolo Mafia, al processo Baiardo Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cosa è successo davvero a Bernardo Pace? C’è (ancora) una Italia che vuole la verità

16 Giugno 2026 ore 13:11

Tre mesi fa nel carcere di Torino veniva trovato morto, impiccato, Bernardo Pace: cosa è successo?
Bernardo Pace era un mafioso legato a Cosa Nostra trapanese, vicino a Errante Parrino e a Matteo Messina Denaro, operava a Milano all’interno di quel “consorzio” criminale che sta al centro del processo “Hydra” del quale si celebra il dibattimento in rito ordinario. Bernando Pace aveva sessante due anni, due figli, un tumore ed una condanna pesante già ricevuta nell’abbreviato di Hydra.

Bernardo Pace nel gennaio del 2026 aveva deciso di saltare il fosso e mettersi dalla parte dello Stato, diventando collaboratore di giustizia ed aveva già riempito un paio di verbali, depositati successivamente in dibattimento, carichi di riferimenti alla politica e per questo coperti da parecchi “omissis”, segno che le indagini segrete stanno proseguendo.

Bernardo Pace aveva paura di essere ucciso al punto che per un certo periodo aveva rifiutato il cibo in carcere temendo che potesse essere avvelenato. Anche i pm milanesi erano preoccupati per la sua incolumità, almeno quanto oggi tutti noi siamo preoccupati per la loro, così i titolari dell’accusa, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, avevano deciso di farlo spostare nel carcere di Torino, in attesa di introdurlo nello speciale programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.

Per quel che sappiamo Bernardo Pace aveva fatto la scelta di collaborare sostenuto dalla famiglia e con la speranza di poter vivere gli ultimi tempi insieme. Nel carcere di Torino era stato sistemato in una cella singola, incastonata tra l’infermeria del reparto e la cappella, una situazione di riguardo insomma, fatta di un isolamento che avrebbe dovuto essere tutelante. Pare che il 16 marzo Pace avesse consumato il pranzo, affidandosi quindi con più serenità all’amministrazione penitenziaria, pare che sia stato trovato impiccato poco dopo, nella sua stessa cella, con un cavo di quelli che si usano per stendere il bucato stretto attorno al collo. La Procura di Torino procede per “istigazione al suicidio”, la famiglia ha presentato un esposto non ritenendo credibile che un uomo in quelle condizioni abbia potuto decidere di togliersi la vita. Bernardo Pace è stato sepolto, col rigore che si riserva ai boss e l’ordine di non cremare il corpo, nella sua terra d’origine.

Il processo “Hydra” a Milano riguarda in ipotesi accusatoria le attività illecite poste in essere soprattutto per riciclare ingenti capitali ed intercettare i flussi di denaro pubblico legati al PNRR, riguarda i rapporti con la politica, dei quali stava parlando Pace e dei quali ha parlato l’altro “pentito” di questa storia, Gioacchino Amico, legato al clan Senese, lo stesso che ha Roma ricicla con la faccia di Mauro Caroccia, quello che per il tramite della figlia diciottenne ha fondato in Biella la società “Le cinque forchette” insieme ad Andrea Delmastro, deputato di FdI, già sotto segretario alla Giustizia con la delega alle carceri, non indagato (che si sappia), che in Commissione parlamentare antimafia se l’è cavata ammettendo soltanto l’imperdonabile leggerezza nel non aver verificato prima chi fossero i Caroccia (“Mi spiace: non ho googolato”).

Non scrivo per esercitarmi in inutili speculazioni sulla verità dei fatti, scrivo per mandare un messaggio: c’è (ancora!) una Italia che vuole la verità, anche quella più scomoda, perché non sopporta l’infantilismo delle facili ricostruzioni buone a ricomporre i quadri più scomposti ed a star tranquilli, alimentando impunità, corruzione, concentrazione illecita di potere e contribuendo alla liquefazione della democrazia. C’è chi non sopporta il revisionismo storico di una destra che in Commissione Antimafia fa di tutto per far sparire dalla scena del crimine degli ultimi trent’anni i grandi “mediatori” (nemmeno occulti) tra interessi mafiosi, imprenditoria e politica, piduisti mai pentiti, pezzi di apparati mai “bonificati”.

C’è chi non sopporta l’arretramento nella lettura del fenomeno mafioso, che purtroppo di scorge anche in un recente documento del CSM dedicato ai criteri di nomina dei ruoli dirigenziali, a fenomeno “etnico” legato soprattutto ad alcune aree del nostro Paese. C’è chi non sopporta una semplificazione puerile del fenomeno mafioso, quasi sovrapposto a quello delle “baby gang”. E sapete perché? Perché è rimasto fedele alla lezione di Pio La Torre: la mafia è una questione di classi dirigenti. Perché è rimasto fedele alla lezione di Giovanni Falcone che disse: il problema non è ammettere in generale che la mafia abbia rapporti con la politica, ma volerli individuare nello specifico, isolarli e colpirli. Perché è rimasto fedele alla lezione di Gian Carlo Caselli e dei magistrati che con lui costruirono la risposta dello Stato nel momento più cupo della storia repubblicana: cercando fino a Palazzo Chigi coperture ed alleanze e per questo pagando un prezzo altissimo, insieme alle loro famiglie.

A Torino si avvicina un altro anniversario, quello dell’assassinio del giudice Bruno Caccia il 26 giugno 1983, che indagava (come oggi fanno Cerreti e Ferracane) sul riciclaggio “altolocato” dei proventi illeciti della mafia, ecco sarebbe il caso che fosse occasione per ribadire insieme che la mafia la vogliamo sconfitta, non addomesticata e che per questo la vogliamo fuori dallo Stato.

L'articolo Cosa è successo davvero a Bernardo Pace? C’è (ancora) una Italia che vuole la verità proviene da Il Fatto Quotidiano.

Blitz antimafia a Palermo: arrestato Raffaele Galatolo, il boss ergastolano con i permessi premio

15 Giugno 2026 ore 11:05

Uno, un vecchio boss da tempo ormai in libertà. L’altro, ergastolano ma considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi premio grazie ai quali tornava a Palermo. Ma la loro vita, sostiene la Dda di Palermo, non era per nulla cambiata e stavano riorganizzando le famiglie dell’Acquasanta e dell’Arenella, due delle più importanti del mandamento di Resuttana. Così oggi Stefano Fidanzati e Raffaele Galatolo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza insieme ad altre undici persone in un’operazione antimafia che vede indagate 45 persone.

Fidanzati era tornato in libertà da tempo ma, secondo l’accusa, sarebbe ancora a capo della famiglia mafiosa dell’Arenella. Il boss ergastolano Raffaele Galatolo, in carcere a Napoli e considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi, riorganizzava la famiglia dell’Acquasanta: aveva ottenuto la possibilità di uscire dal carcere e lavorare in un’associazione di volontariato. Agli arrestati – 8 in carcere e cinque ai domiciliari – vengono contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, bancarotta fraudolenta, favoreggiamento personale, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo di attività di scommesse.

Le investigazioni hanno consentito di acquisire elementi utili a delineare gli assetti interni delle due famiglie. In particolare, è emerso come, anche grazie al supporto di una stabile rete di sodali e alla forza di intimidazione derivante dall’appartenenza all’associazione mafiosa, i capi famiglia avrebbero esercitato la propria influenza sui rispettivi territori di riferimento, mantenendo la capacità di orientare le attività illecite, dirimere controversie interne o con soggetti appartenenti ad altri mandamenti, nonché condizionare l’operatività economica e commerciale. Con riferimento alla famiglia mafiosa dell’Arenella, l’attività d’indagine ha permesso di ricostruire le modalità di imposizione mafiosa sul territorio da parte del capofamiglia, il quale, anche attraverso interazioni con altri esponenti di vertice di Cosa nostra, avrebbe esercitato la propria influenza anche rilevando società, fittiziamente intestate, a incensurati al fine di reimpiegare i capitali illeciti.

L'articolo Blitz antimafia a Palermo: arrestato Raffaele Galatolo, il boss ergastolano con i permessi premio proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌