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Elezioni Perù, il Paese è spaccato: la figlia di Fujimori avanti di meno di un punto percentuale. L’ultima parola alla Giuria speciale

13 Giugno 2026 ore 10:55

Lotta in Perù, fino all’ultimo voto. Ci è voluta una settimana per passare al setaccio gli ultimi 3mila verbali, provenienti dalle zone rurali e dall’estero. Il Perù resta tuttavia spaccato, anche nella geografia del voto. Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore e candidata ultraconservatrice, risulta eletta con il 50,012% dei voti, mentre il progressista Roberto Sánchez è arrivato secondo, con il 49,988%. La differenza è minima: meno di un punto percentuale, 4.519 voti.

I voti di Fujimori sono quasi tutti a Lima e nel Settentrione del Paese, dove si sogna uno Stato onnipresente – la famigerata “mano dura” – in termini di sicurezza, ma assente in economia. Altra linea di divisione importante riguarda lo scontro Usa-Cina, che si contendono i porti del Paese a suon di investimenti (anche militari, nel caso di Washington). Sánchez ha invece vinto a Sud, nelle regioni più povere del Paese, tra la gente delle Ande, di solito disprezzata nei grandi centri urbani.

Ora tocca alla giuria speciale

Ma per la proclamazione si dovrà ancora attendere, probabilmente metà luglio. I verbali, registrati dall’Onpe, l’autorità elettorale, saranno messi al setaccio dalla Giuria elettorale speciale: entità tenuta a verificare, entro trenta giorni, eventuali impugnazioni e irregolarità. In bilico oltre mille verbali, secondo lo stesso Onpe. “Si tratta di un processo nuovo, introdotto di recente, e consiste nel riconteggio dei voti”, spiega ai media la portavoce della Giuria, Grecia Reintería. L’invenzione è nata a seguito degli scandali e irregolarità che hanno travolto l’Onpe dopo il primo turno, con denunce su presunti favoritismi e contratti milionari. Dieci funzionari sono tuttora sotto inchiesta mentre Piero Corvetto, l’allora presidente dell’Onpe, è stato spinto alle dimissioni. La fiducia sull’ente è ai minimi. A tal punto che, alla chiusura dei seggi, l’Onpe ha voluto subito rassicurare gli elettori: “Niente brogli“. Almeno stavolta.

L’ombra di Fujimori e le ferite mai rimarginate

La frattura è profonda. E va oltre la singola puntata elettorale. Pesa, appunto, l’ombra dell’ex dittatore Alberto Fujimori (1938-2024) che, un po’ alla Kronos, ha divorato una generazione di politici e i tre poteri dello Stato, usando il pretesto dell’autogolpe perpetrato nel 1992. In seguito Fujimori è stato condannato a 25 anni nel 2009, ma la sua figura è stata riabilitata da un’assidua propaganda sostenuta dalle élites del Paese. “C’erano migliaia di persone ai suoi funerali“, ricorda il politologo Gonzalo Banda, ricercatore all’University College London, sottolineando che a Lima e nel Perù settentrionale “c’è un fujimorismo che resiste, con una base sociale e politica molto grande”.

Invece, nelle regioni meridionali – specie ad Apurimac e Ayacucho, dove Sánchez ha preso circa l’80% – brucia ancora la ferita lasciata dalla deposizione del presidente di sinistra Pedro Castillo, previa mozione di censura del Parlamento e scontri sociali che lasciarono decine di morti da quelle parti. Manca però un confronto autentico. “Qui si ricorre a ogni forma di discriminazione al fine di squalificare chi non vota diversamente”, dice l’analista Ana María Torres. Già in passato l’ex candidato ultraconservatore Rafael López Aliaga, chiamò quell’elettorato “gente spazzatura” e, alle elezioni precedenti, la stessa Keiko Fujimori chiese l’annullamento di alcuni verbali provenienti da sud, perché “inattendibili“. Si arrivò anche a dire – parole dell’ex presidente Pablo Kuczynski – che alla gente delle Ande “non arriva l’ossigeno al cervello”. E perciò “vota male“.

Usa e Cina si prendono i porti

Perù resta osservato speciale di Washington e Pechino. Di recente gli Stati Uniti hanno assicurato l’investimento di 7 miliardi nel Porto di Corío, situato nell’Arequipa meridionale. Il doppio di quanto investito dalla Cina nel Porto di Chancay, al centro di una spinosa controversia giudiziaria, che impedisce a Lima di controllare i movimenti di Pechino nell’Infrastruttura. Il Porto di Chancay – costruito da Cosco Shipping Ports e inaugurato nel 2024, durante una visita di Xi Jinping – resta al centro delle preoccupazioni del Dipartimento di Stato Usa, che lo reputa in mano a “proprietari cinesi predatori”.

L’influenza di Pechino sul Paese sudamericano si è palesata durante i governi di Dina Boluarte, caduto nell’ottobre 2025, e quello di José Jerí, che ha sostenuto riunioni segrete con imprenditori cinesi come Zhihua Yang, già noto ai circuiti di potere di Lima. Nel frattempo gli Usa giocano tutte le loro carte, attraverso il rinnovo del Trattato di libero scambio Lima-Washington, la designazione di Perù ad “alleato principale non membro della Nato”, l’investimento di 1,5 miliardi di dollari sulla Base navale de El Callao e alcune mosse coercitive per forzare Lima all’acquisto di una trentina di F-16 targati Lockheed Martin.

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Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”

13 Giugno 2026 ore 09:05

Spari a raffica, dall’alto. Provengono dagli elicotteri delle Forze armate bolivariane. Colpiscono minatori, i nuovi schiavi, e non solo. E ne uccidono almeno 21. Le cifre potrebbero essere più alte, ma Caracas tace. Hanno l’ordine di “liberare”, così dicono, Las Claritas e i chilometri 33 e 88, due zone estrattive situate nel meridione dello Stato Bolívar, nel cosiddetto Arco Minero, che detiene le più grandi riserve di oro, coltan e terre rare del Venezuela. Ufficialmente l’operazione, in corso da tre giorni, punta a colpire le mafie coinvolte nel business estrattivo. In particolar modo il Tren de Aragua, designata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti. Alcune fonti parlano dell’uccisione di Hector Guerrero Flores, alias Niño Guerrero, su cui il Dipartimento di Stato Usa aveva messo una taglia di 5 milioni di dollari. La sua uccisione è stata confermata questa notte dall’amministrazione Trump, che ha rivendicato un attacco diretto sul suolo venezuelano. Altro bersaglio: Johan José Romero, Petrica, leader del Sindicato, fazione del Tren de Aragua.

Tuttavia le gang vantano ancora degli appoggi all’interno dello Stato venezuelano, in particolare nella corrente del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che ha filtrato in anticipo la notizia sull’imminente operazione. Sfollate anche centinaia di famiglie, ma Caracas non fornisce stime ufficiali. Nelle ore precedenti i residenti de Las Claritas hanno chiuso i varchi di entrata alla località (Troncal 10) chiedendo la fine delle operazioni e delle violazioni dei diritti umani in corso. Per ragioni di sicurezza erano stati chiusi anche gli accessi al trasporto pubblico nel municipio di Caroní.

Altissime fonti a Ilfattoquotidiano.it sostengono che l’operazione su larga scala sia stata voluta da Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, recatosi a Caracas lo scorso 3 giugno, a cinque mesi dal golpe della Cia che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, su iniziativa di Donald Trump. Durante la sua visita Caine ha incontrato i vertici dell’amministrazione Rodríguez – assente la presidente in carica, che era in India – e ha ribadito il tema sicurezza come “priorità” dell’agenda Caracas-Washington, anche a nome delle Big Oil che chiedono ulteriori garanzie per sbarcare a pieno regime nel Paese.

Ergo: l’arrivo di Trafigura, Chevron e altre big, pronte a impossessarsi dell’Arco dell’Orinoco, non può coesistere con la presenza delle gang che, al momento, si spartiscono il territorio. Di qui l’improvvisa operazione, avvenuta in fretta e furia. Lo conferma il politologo Enderson Sequera: “Nessuna azienda investirebbe nel settore minerario in Venezuela senza garanzie di sicurezza. Gli Usa vogliono l’espulsione dei gruppi armati, tra cui l’Ejército de liberación nacional, e le mafie locali presenti nel territorio”. Per Sequera il tentativo è anche quello di recuperare “il monopolio della forza” nel meridione del Paese, poiché il vecchio equilibrio, garantito da Maduro, è ormai andato in frantumi.

L’operazione, che coinvolge diverse sigle militari, tra cui Guardia nazionale, Conas e le Forze speciali dell’esercito, è in continuità con l’approvazione della Legge organica delle Miniere, lo scorso 9 aprile, a Caracas, previa visita di Doug Burgum, segretario del Dipartimento degli Interni Usa. La normativa, in continuità con la riforma in materia di idrocarburi, elimina i vincoli statali posti durante i governi di Hugo Chávez e apre ai capitali stranieri in assenza di vincoli. “Stiamo parlando di una vernice di legalità per il saccheggio sistematico dell’Amazzonia e dello Scudo guyanese, aggravando danni umani e ambientali”, ha lamentato Cristina Volmer de Burelli, fondatrice dell’ong SosOrinoco. “La zona dello scontro, ricca di oro e rame, già al centro di sanguinose dispute territoriali, suggerisce forti pressioni politiche in atto”, ha aggiunto.

Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, il sociologo e attivista Emiliano Terán Mantovani osserva: “Siamo in presenza di un radicale mutamento nella governance mineraria della zona. Si vuole fare spazio agli Stati Uniti”. Però l’esito non è scontato. “Difficile eliminare tutte le strutture criminali radicate anzitempo – sottolinea – Legale o no, l’attività mineraria continuerà a colpire interi ecosistemi e comunità, ignorando le esigenze dell’Amazzonia”. C’è preoccupazione anche per le famiglie, specialmente donne e bambini, che di solito subiscono i danni maggiori dalle dispute minerarie. In pericolo anche i minatori artigianali, alcuni di loro spinti dalla crisi ad abbandonare altri impieghi per aderire al lavoro estrattivo. Tra loro Javier Méndez che racconta a Ilfattoquotidiano.it: “Facevo il maestro, ma guadagnavo 5 dollari al mese. Non sono un criminale. Ho semplicemente abbandonato il gessetto per il piccone. Ora posso arrivare anche a 500 dollari, coprendo quasi il paniere base”.

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