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L’offensiva dei droni di Kyiv porta la guerra nel cuore della Russia

17 Agosto 2026 ore 17:16

Gli attacchi tra Russia e Ucraina proseguono con una nuova ondata di raid dopo la notte tra sabato e domenica, quando Kyiv ha lanciato una delle più imponenti campagne di droni contro il territorio russo dall’inizio della guerra. Le nuove offensive mostrano come la spirale di attacchi aerei continui ad alimentarsi su entrambi i fronti, con obiettivi sempre più lontani dalla linea del fronte e un numero crescente di infrastrutture civili e industriali coinvolte. Secondo le autorità russe, nelle ultime 24 ore gli attacchi ucraini hanno provocato almeno nove morti e 23 feriti, tra cui un bambino. Otto persone sono state uccise nella regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina, mentre una donna è morta nella regione di Astrakhan, nel sud della Russia.

Gli episodi arrivano poche ore dopo quella che Mosca ha definito la più grande offensiva ucraina con droni del 2026. L’attacco della notte tra sabato e domenica aveva infatti portato l’Ucraina a lanciare circa 822 droni contro obiettivi russi, secondo le autorità di Mosca. Di questi, circa 600 sarebbero stati diretti verso la capitale. Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha parlato di una delle più massicce incursioni mai subite dalla città negli ultimi anni. Il bilancio di quella notte è stato particolarmente pesante. Cinque persone erano morte nella regione di Rostov, mentre un uomo di 83 anni era stato ucciso da un drone precipitato su una casa nella regione di Mosca, e una donna era rimasta vittima in un attacco contro un autobus civile nella regione di Belgorod. I raid avevano provocato incendi e danni anche a un magazzino di Wildberries, il principale operatore russo dell’e-commerce diventato uno degli obiettivi della campagna ucraina in profondità. Kyiv sostiene che i centri di distribuzione dell’azienda non siano soltanto infrastrutture commerciali, ma possano essere utilizzati per trasferire equipaggiamenti e componenti destinati alle forze armate russe. Secondo il ministero della Difesa ucraino, sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries sarebbero stati messi fuori uso dagli attacchi condotti dal mese di luglio.

A difendere la strategia ucraina è stato anche il generale Vadym Skibitski, vicecapo dell’intelligence militare di Kyiv, secondo cui le operazioni contro le infrastrutture logistiche russe sono destinate a proseguire. Skibitski ha sostenuto che la rete di distribuzione civile possa essere integrata nel sistema logistico utilizzato dalla Russia per sostenere lo sforzo bellico. Allo stesso tempo, ha negato che l’Ucraina prenda deliberatamente di mira i civili, sostenendo che parte delle vittime russe sia provocata dai sistemi di difesa aerea durante il tentativo di intercettare droni e missili.

Mentre Kyiv intensifica le operazioni contro la Russia, Mosca continua a colpire sistematicamente le infrastrutture ucraine. Nelle ultime ore due persone sono state uccise da attacchi russi nelle regioni di Donetsk e Sumy. A Sloviansk, nel Donetsk, gli attacchi hanno provocato un incendio che ha coinvolto 54 padiglioni di un mercato locale. A Kramatorsk è stata registrata un’altra vittima. Anche Odesa è stata colpita durante la notte da un attacco con droni che ha danneggiato una nave civile nel porto e provocato il ferimento di quattro persone. Il porto sul Mar Nero rappresenta uno degli snodi strategici dell’economia ucraina e da mesi è sottoposto a una crescente pressione da parte delle forze russe, nel tentativo di ostacolare le esportazioni e aumentare i costi delle attività commerciali internazionali legate all’Ucraina.

Con i droni continuano a dominare lo scontro tra Russia e Ucraina, anche Washington si prepara alla guerra unmanned. Pochi giorni fa il Central Command statunitense ha annunciato la creazione della Task Force Falcon Strike, una nuova unità multinazionale dedicata ai droni d’attacco multidominio. La struttura dovrebbe integrare sistemi senza pilota aerei, navali e subacquei e coinvolgere, oltre agli Stati Uniti, partner regionali del Medio Oriente. Il progetto nasce sulla scia della Task Force Scorpion Strike, istituita nel 2025, e punta a creare una capacità d’attacco con droni condivisa tra più Paesi.

Un anno dopo Anchorage, la pace in Ucraina resta un miraggio. Conversazione con Di Liddo (Cesi)

14 Agosto 2026 ore 17:24

Si celebra in queste ore l’anniversario dell’incontro di Anchorage tenutosi nel 2025, durante il quale il presidente statunitense Donald Trump e quello russo Vladimir Putin si sono incontrati faccia a faccia in un bilaterale che avrebbe dovuto permettere di affrontare diversi dossier sul tavolo. A partire, ovviamente, dalla guerra in Ucraina. Eppure, nonostante le speranze e le speculazioni, dodici mesi dopo al situazione nel Paese dell’Est Europa non sembra essere cambiata più di tanto, con il conflitto che continua a mietere vittime su base quotidiana. Cosa resta di quell’incontro? E che prospettive ci sono oggi per la guerra in Ucraina? Formiche.net lo ha chiesto a Marco Di Liddo, direttore del Cesi ed esperto di spazio post-sovietico.

Un anno fa Putin e Trump si incontravano in Alaska. A un anno di distanza cosa rimane di quell’incontro?

Resta davvero poco, ma qualcosa resta. A partire da una visione comune del mondo che hanno il presidente degli Stati Uniti e il presidente della Russia, una visione incentrata sulla preminenza, almeno formale, delle grandi potenze, e quindi una loro fiducia nella politica di potenza a livello globale. In generale resta un tentativo di sinergia su tutta una serie di dossier: a cominciare dal rifiuto delle politiche di resilienza contro il cambiamento climatico, arrivando a una vicinanza rispetto a imporre la politica delle rispettive capitali nei principali teatri regionali e in generale la ricerca di intese tra i grandi della terra che devono creare un nuovo sistema di norme, una nuova governance globale che poi deve essere imposta a tutti quanti, andando a negare quello che è l’assetto costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo il 1991. Oltre a questo però le grandi visioni sull’Africa, sull’Europa, sull’Asia restano soltanto carta a straccia.

Proprio di una “divisione del mondo in sfere di influenza” tra i due leader si era parlato nell’immediato. Anche lei crede che fosse plausibile?

Assolutamente. I due leader continuano a credere in un mondo diviso in sfere di influenza. Ma dei due quello che avrebbe una struttura economica e una potenza militare, almeno sulla carta, in grado di promuovere questo tipo di visione è soltanto Trump. Putin non può che sfruttare circostanze positive che si creano nelle pieghe delle crisi internazionali, ma non è in grado più di imporre in maniera unilaterale la visione e l’interesse della Russia a livello globale soltanto con l’uso della forza, quindi deve portare avanti una politica internazionale basata sostanzialmente sul principio del contropiede, reattiva e non proattiva, volta a sfruttare le occasioni. C’è da dire però che anche gli Stati Uniti, soprattutto con i pessimi risultati della campagna militare e politica in Medio Oriente per quanto riguarda il conflitto con l’Iran, hanno dimostrato che anche il loro ventaglio di capacità non è infinito, e che neppure una macchina bellica così preparata come quella americana può essere sempre vincente. Parafrasando Darth Vader in Guerre Stellari, non bisogna andare troppo fieri del terrore tecnologico che si è costruito, perché la capacità di distruggere un pianeta è insignificante rispetto alla potenza della forza. In questo caso la capacità di fare operazioni a lungo raggio, di avere la flotta più potente del mondo, di bombardare per settimane un avversario è insignificante di fronte alla resilienza di un sistema politico, in questo caso quello iraniano, che invece si è dimostrato molto più coriaceo di quella capacità militare americana e israeliana che li si oppone.

Per quel che riguarda la guerra in Ucraina, che prospettive abbiamo oggi? Quanto è lontana una sua fine?

La guerra in Ucraina è ancora lontana da una soluzione, sia che si tratti di una soluzione sbilanciata, sia ancora più lontana che una situazione concertata, nel senso non c’è margine oggi che Kyiv e Mosca possano sedersi al tavolo e trovare un accordo, perché gli interessi sono ancora divergenti. Gli ucraini, nonostante le difficoltà legate alla mancanza di personale e soprattutto alla coperta cortissima per quanto riguarda la difesa aerea, lotteranno fino alla fine per la propria indipendenza, per il ripristino della propria integrità territoriale e in ultima istanza per la propria dignità di popolo. Dall’altra parte i russi sanno che non possono scendere a un compromesso che non possa essere venduto internamente e internazionalmente come vittoria, perché altrimenti il loro sistema di potere potrebbe avere l’ennesima crepa e quindi andare incontro a tumulti, a scossoni dagli esiti imprevedibili dal punto di vista interno, mentre dal punto di vista internazionale ciò risulterebbe in un ridimensionamento ulteriore di Mosca. Quindi per motivi diversi siamo di fronte a una guerra di sopravvivenza, una guerra di sopravvivenza nazionale per Kyiv, una guerra di sopravvivenza di un sistema preciso di potere per Mosca, e quindi tutti e due andranno avanti fino ad esaurire l’ultima carta a disposizione. E di conseguenza questa guerra finirà soltanto finché uno dei due non avrà esaurito tutte le carte e non sarà più fisicamente dal punto di vista militare o dal punto di vista politico in grado di continuare a combattere.

La crisi dello stretto di Hormuz pesa sulle dinamiche diplomatiche relative al conflitto? E come?

Indubbiamente le dinamiche dello stretto e in generale la guerra ad Hormuz influenza in maniera diretta tutto il mondo dal punto di vista economico e politico, e quindi anche la guerra in Ucraina. Sia la Russia che l’Ucraina proiettano quelle che sono le proprie reti di influenza, le proprie necessità e le proprie capacità nel Golfo Persico. Ed è ovvio che Putin spalleggi l’Iran, perché ha bisogno che l’Iran entro certi limiti invii dei sistemi d’arma, e soprattutto perché aiutando l’Iran mette in difficoltà gli Stati Uniti, fornendo intelligence per aiutare il targeting iraniano contro obiettivi sensibili degli Stati Uniti o degli alleati degli Stati Uniti e quindi questo si trasforma in capitale politico che Putin può mettere sul tavolo del conflitto in Ucraina. Come riesce a farlo? Innanzitutto se aumenti la pressione sugli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, costringi inevitabilmente gli Stati Uniti a dover fare una scelta sulle forniture dei sistemi antiaerei, e quindi se devi proteggere in modo prioritario l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati,  Kyiv deve aspettare. E se Kyiv deve aspettare il ratio di successo dei bombardamenti russi aumenta perché l’Ucraina non ha Patriot a sufficienza. Naturalmente questo è il circolo materiale, poi c’è il circolo politico.

Cosa intende?

Putin può presentarsi agli Stati Uniti sostenendo che, se Washington vuole che Mosca eserciti la propria influenza sull’Iran per convincerlo ad assumere una posizione più moderata sullo Stretto di Hormuz, sul programma missilistico o su quello nucleare, allora gli Stati Uniti dovrebbero concedere alla Russia qualcosa sul dossier ucraino. In pratica, Washington dovrebbe lasciare a Mosca più margine di manovra su Kyiv, ad esempio spingendo gli ucraini a interrompere gli attacchi contro le infrastrutture critiche russe o ad accettare condizioni di pace più favorevoli al Cremlino. Questo è il tipo di scambio strategico che Mosca cerca di proporre. Tuttavia, non si tratta di un meccanismo automatico e non è affatto detto che gli altri attori siano disposti ad accettarlo. La grande lezione dell’ultimo decennio è che la politica dei blocchi funziona sempre meno, e che le grandi potenze non hanno più la capacità di imporre unilateralmente la propria volontà ai rispettivi alleati. Le medie potenze hanno acquisito maggiore peso politico e autonomia decisionale, dando vita a un multilateralismo frammentato, in cui i tradizionali punti di riferimento si indeboliscono e la gestione delle crisi diventa molto più complessa e imprevedibile.

L’Ungheria rivede il progetto nucleare firmato da Orbán. Ecco perché

14 Agosto 2026 ore 12:15

Il nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar apre un nuovo fronte nei rapporti con la Russia mettendo in discussione il Paks II, progetto di espansione della principale centrale nucleare del Paese affidata alla russa Rosatom e simbolo della lunga cooperazione tra Budapest e Mosca. La svolta arriva in un momento particolarmente delicato, con l’’ondata di caldo eccezionale che sta colpendo l’Europa ha ridotto il livello del Danubio ai minimi storici, limitando drasticamente la produzione della centrale di Paks, che normalmente copre circa un terzo del fabbisogno elettrico nazionale. In questi giorni l’impianto è sceso a poco più del 10% della capacità a causa della scarsità d’acqua necessaria al raffreddamento.

Secondo Magyar, proprio gli eventi climatici dimostrano i limiti del progetto ereditato dal precedente governo di Viktor Orbán. Il premier ha criticato la scelta di realizzare una centrale con un sistema di raffreddamento fortemente dipendente dal fiume, osservando che impianti di questo tipo sono ormai raramente costruiti a livello internazionale. Le dichiarazioni arrivano poche ore dopo l’intervento dell’amministratore delegato di Rosatom, Alexei Likhachev, che al contrario aveva assicurato come i lavori procedessero regolarmente nonostante il cambio di governo. Secondo il manager russo, la preparazione del sito del quinto reattore sarebbe completata per oltre l’80%, mentre sarebbero già in produzione componenti destinati al sesto reattore. Rosatom, ha aggiunto, non avrebbe ricevuto richieste di chiarimento dal nuovo esecutivo ungherese.

Magyar ha però contestato questa ricostruzione. Ricordando che il contratto originario prevedeva l’entrata in funzione di Paks II entro il 2024, il premier ha sottolineato come, dopo una spesa di circa 1.000 miliardi di fiorini (equivalenti a circa 2,8 miliardi di euro), sul sito siano presenti soprattutto infrastrutture preliminari e grandi scavi. Per questo il governo ha avviato una revisione completa del progetto, che riguarderà sia gli aspetti finanziari sia le soluzioni tecniche adottate per il raffreddamento dei futuri reattori.

La verifica potrebbe mettere in discussione una delle iniziative più rappresentative della politica estera di Orbán. L’accordo fu firmato nel 2014 direttamente a Mosca e prevedeva la costruzione di due nuovi reattori da parte di Rosatom, sostenuti da un finanziamento statale russo fino a 10 miliardi di euro. Due anni più tardi lo stesso Orbán definì l’intesa “l’affare del secolo”. Il progetto aveva resistito anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con Budapest che aveva continuato a difendere la cooperazione nucleare con Mosca, mantenendo Paks II al riparo dalle sanzioni europee e preservando uno dei principali canali di collaborazione energetica tra un Paese dell’Unione europea e il Cremlino.

La revisione annunciata da Magyar potrebbe quindi segnare una significativa discontinuità rispetto al passato. Pur senza annunciare la cancellazione dell’opera, il nuovo governo lascia intendere che tempi, costi e modalità di realizzazione saranno riesaminati alla luce delle mutate condizioni climatiche, economiche e geopolitiche. Una scelta che potrebbe incidere non solo sulla sicurezza energetica ungherese, ma anche sul futuro della presenza industriale russa nel settore nucleare europeo.

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