❌

Vista elenco

Lula-Bolsonaro, sfida per la presidenza tra riforme sociali e manipolazione digitale

17 Ottobre 2026 ore 06:47

Quando mancano pochi giorni alle elezioni più importanti del continente latinoamericano, destinate a definire l’inquilino del Palazzo del Planalto per i prossimi 4 anni, le rilevazioni demoscopiche (Quaest, PowerData, Nexus) indicano una situazione di estrema incertezza e pareggio tecnico, con il senatore Flávio Bolsonaro in leggero vantaggio sul presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores (PT). Lo scenario elettorale del Paese più grande e popoloso dell’America Latina, segnato di recente anche dalla battaglia legislativa sulla settimana lavorativa, appare dunque fortemente polarizzato e incerto, mentre si moltiplicano le prove di ingerenze elettorali — già emerse nel corso del primo turno —attraverso disinformazione e manipolazione delle piattaforme social, con un ruolo decisivo giocato da consulenti legati al mondo MAGA e a Israele.

Il paradosso di Lula

Nel corso del primo turno elettorale, celebrato lo scorso 4 ottobre e che ha registrato uno dei più alti tassi di astensione della storia recente, Bolsonaro si è piazzato in testa – contrariamente a tutti i pronostici – con il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% ottenuto da Lula. Quest’ultimo, all’indomani del risultato elettorale, ha definito il risultato «inatteso», dopo che i sondaggi di intenzione di voto avevano indicato in modo costante nel suo caso un vantaggio di circa 6 punti percentuali. Nonostante indicatori macroeconomici positivi — disoccupazione ai minimi storici dal 2012, inflazione contenuta, crescita media del PIL del 2,8% e aumento dei salari reali —, una parte dell’elettorato percepisce una discrepanza tra i risultati ottenuti nel corso di un mandato considerato come eccessivamente cauto e frenato da un Parlamento conservatore e i successi delle prime investiture di Lula (2003-2010).

Come ha, infatti, sottolineato il giornalista di Opera Mundi Breno Altman durante una puntata de La Base América Latina, «nei governi Lula 1 e 2 i progressi sociali furono molto più rapidi e molto più ampi; si generò nel paese uno scenario di ottimismo, quasi di euforia». Nel mandato che sta per terminare, Lula aveva la minoranza in Parlamento e questo fattore ha generato difficoltà concrete nella gestione del rapporto di forze, oltre ad aver imposto una strategia di forte gradualismo e moderazione politica.

Orario di lavoro, la bandiera di Lula passa al Senato

Tra i temi divenuti centrali a ridosso del ballottaggio presidenziale che si celebrerà il prossimo 25 ottobre, c’è la riforma dell’orario di lavoro. Lo scorso 14 ottobre, infatti, il Senato ha approvato la Proposta di emendamento costituzionale (PEC) che pone fine alla formula 6×1 — sei giorni di lavoro, uno di riposo — e che garantisce a lavoratori e lavoratrici due giorni di riposo a settimana senza riduzione dello stipendio. L’orario di lavoro massimo sancito dalla Costituzione scende così da 44 a 40 ore settimanali. La PEC è stata approvata con 75 voti a favore — compreso quello di Bolsonaro, il quale ha cambiato strumentalmente posizione sul provvedimento che godeva di un forte favore popolare — e un solo voto contrario in entrambi i turni di votazione, quello del senatore ed ex vicepresidente di Jair Bolsonaro, Hamilton Mourão.

Nonostante il voto favorevole di facciata, il coordinatore della campagna di Bolsonaro, Rogério Marinho, e i capigruppo del suo partito hanno annunciato che in un eventuale governo guidato dal candidato di destra punteranno a una controriforma basata sul modello dell’«ora lavorata, ora pagata», provvedimento che non prevederebbe salario minimo, orario minimo garantito né tutele come ferie retribuite e tredicesima.

A soli 11 giorni dal secondo turno, l’esito ha rappresentato una netta vittoria per la campagna di Lula, che aveva trasformato il superamento della settimana 6×1 in una delle sue bandiere elettorali. Ma a pesare sul ballottaggio ci sono altri fattori come le rivelazioni fatte da Nadia Beller, l’avvocata boliviana, ex compagna di Fernando Cerimedo, il “guru digitale” artefice dell’ascesa di molti leader di estrema destra in America Latina.

L’ombra di Cerimedo sul ballottaggio 

«Nei primi giorni di agosto, Fernando mi ha mandato una foto con uno dei Bolsonaros negli Stati Uniti. Non posso darvi la data esatta ora perché il mio cellulare è al Ministero Pubblico, ma dal 1 al 5 agosto, il periodo in cui era negli Stati Uniti, mi ha mandato una foto. Mi ha detto che si stavano occupando della questione della campagna elettorale, che stava cercando finanziamenti e che avrebbe partecipato a queste elezioni». Sono le parole di Beller, sopravvissuta a un tentato femminicidio di cui Cerimedo è il presunto mandante. Quest’ultimo si trova attualmente in carcere in Bolivia, dove è accusato anche di arricchimento illecito e narcotraffico.

La donna ha dichiarato che il consulente politico gestivala più grande bot farm della regione sudamericana, situata a Buenos Aires, ma le sue ultime rivelazioni sembrano aggiungere importanti tasselli al puzzle di dimensioni continentali che vede al centro colui che viene definito “l’uomo MAGA in America Latina”. Secondo la sua ex compagna, infatti, Cerimedo avrebbe avuto un accesso privilegiato agli strumenti di Meta, la società madre di Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads, piattaforme usate da centinaia di milioni di persone in America Latina e nel mondo. 

Guasti tecnici o favoritismi?

Beller, oltre ad aver confermato l’impiego da parte di Cerimedo di strutture automatizzate già nelle elezioni brasiliane del 2022, ha reso noto che l’uomo ha anche stretto accordi con la dirigenza di Meta, con cui ha contatti diretti, per ridurre artificialmente la visibilità online di Lula. Il suo team ha continuato a lavorare su questo fronte anche dopo l’arresto dello stratega politico. Secondo quanto riportato da Revista Forum, in un documento presentato lo scorso 12 ottobre alla Corte Elettorale Superiore del Brasile, Meta ha riconosciuto l’esistenza di guasti tecnici che hanno interessato gli annunci e le pubblicazioni della campagna di Lula — lo scorso settembre la sua pagina ufficiale con 7 milioni di follower era stata sospesa, con conseguente blocco dell’account pubblicitario —, ma ha respinto l’accusa principale del team del PT — che aveva presentato un reclamo al tribunale e all’Autorità Nazionale per la Protezione dei Dati —, secondo cui il colosso tecnologico avrebbe favorito la candidatura di Bolsonaro. L’azienda ha dichiarato che «i sistemi di distribuzione dei contenuti di Meta non operano secondo criteri ideologici» e che «Meta non utilizza i suoi sistemi per danneggiare o favorire i candidati».

Eppure, la Segreteria Nazionale della Comunicazione del PT ha condotto un sondaggio che evidenzia un dato significativo: la pagina di Bolsonaro ha registrato, in media, un coinvolgimento 2,96 volte superiore a quella di Lula, pur avendo il 17,2% di follower in meno. Il New York Times rivela che CTRL + Z — organizzazione no-profit brasiliana indipendente — ha pubblicato un rapporto in cui afferma di aver identificato1.088 casi di censura elettorale, blocco di account e restrizioni di accesso sulle piattaforme di Meta. Il gruppo sostiene che tali misure abbiano colpito in modo sproporzionato i contenuti a sostegno di Lula rispetto a quelli a sostegno di Bolsonaro.

Il quotidiano Folha de S.Paulo, sulla base di alcuni messaggi interni a Meta a cui la testata ha avuto accesso, riporta che la piattaforma ha favorito il profilo Instagram di Bolsonaro e il suo canale WhatsApp.
Il 16 ottobre un giudice ha stabilito che Meta deve intervenire per garantire la parità di trattamento tra i candidati alla presidenza. La società non ha rilasciato commenti immediati.

Il fronte israeliano nella corsa elettorale brasiliana

L’apparato di ingerenze elettorali non si limita alla sola costellazione trumpista. Nevo Cohen — stratega politico israeliano che ha lavorato per Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliano e figura di spicco dell’estrema destra del Paese, — ha ripetutamente affermato di essere coinvolto nella campagna elettorale in Brasile, ma non ha rivelato chi lo ha ingaggiato. A renderlo noto è il progetto di giornalismo indipendente Panamerican Dispatch sul quale si legge anche che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Cohen, il suo team aveva preparato una campagna direttamente legata ai Mondiali di calcio e l’eliminazione precoce del Brasile ha imposto modifiche rapide ai contenuti multimediali in fase di diffusione.

Sebbene il consulente israeliano non abbia dichiarato esplicitamente il nome del candidato per cui lavora, il clan Bolsonaro vanta legami consolidati con il governo di Benjamin Netanyahu, il quale ha peraltro espresso sostegno pubblico a Flávio. Al contrario, il presidente Lula è stato il primo leader brasiliano a recarsi in Palestina e ha ripetutamente accusato Tel Aviv di violazioni dei diritti umani a Gaza.

Fonti

https://g1.globo.com/politica/noticia/2026/10/14/senado-aprova-pec-do-fim-da-escala-6×1.ghtml

https://revistaforum.com.br/politica/cerimedo-flavio-bolsonaro-meta-lula

https://www.nytimes.com/2026/10/14/world/americas/brazil-president-lula-meta-bolsonaro.html

https://www.panamericandispatch.org/p/far-right-israeli-strategist-confirms

https://www1.folha.uol.com.br/poder/2026/10/em-mensagens-internas-meta-admite-que-contas-de-lula-foram-prejudicadas-por-restricoes-engenheiros-falam-em-falhas-tecnicas.shtml

L'articolo Lula-Bolsonaro, sfida per la presidenza tra riforme sociali e manipolazione digitale proviene da InsideOver.

❌