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La Tilde, propaganda pro Usa multilingue: l’ultimo grimaldello del Pentagono per l’America Latina

15 Giugno 2026 ore 11:54

«L’operazione perfetta: coordinamento, tempismo e precisione su una scala senza precedenti». E ancora: «L’arresto di Maduro fa nascere una speranza a lungo repressa tra milioni di venezuelani dentro e fuori dal Paese». È quanto si legge in riferimento al rapimento del presidente venezuelano — orchestrato dall’amministrazione Trump — sul canale di informazione La Tilde che, secondo un’inchiesta del media americano The Intercept, sarebbe in realtà una piattaforma creata dal Pentagono con l’obiettivo di diffondere in America Latina propaganda filo-statunitense,  attraverso contenuti creati con l’intelligenza artificiale, sollevando serie preoccupazioni circa la crescente influenza del governo di Washington nella regione.

Dal Medio Oriente all’America Latina: la rete di disinformazione

La Tilde ha iniziato a svilupparsi in sordina dalla fine dello scorso anno e sembra essere ancora in fase di realizzazione tanto che, analizzandolo con strumenti di stima del traffico come Ubersuggest, il risultato è che le visite sono ancora insufficienti per poter restituire dei dati precisi o anche solo delle stime. 

Il canale propone articoli destinati a un pubblico latinoamericano, pubblicati sia in spagnolo che in inglese. Molti sono incentrati su temi di finanza personale. Alcuni, focalizzati sulle operazioni statunitensi nell’area, hanno un tono smaccatamente celebrativo. Altri ancora sembrano rivolgere velate critiche ai governi progressisti della regione, come quello colombiano. In un pezzo dello scorso 5 maggio, per esempio, che analizza i temi dell’economia illegale e della criminalità organizzata, si legge testualmente: «La Colombia non sta perdendo solo foreste. Sta perdendo anche la capacità di governare su parti del suo territorio».

Un altro articolo intitolato Come gli investimenti nelle infrastrutture migliorano la vita di milioni di persone, si celebrano come esempi virtuosi progetti sostenuti dagli Stati Uniti o realizzati con finanziamenti erogati da Washington. Un testo presenta l’addestramento congiunto tra Stati Uniti e Panama, noto come Panamax 2026, come un baluardo contro l’influenza cinese, omettendo opportunamente che tali esercitazioni hanno scatenato proteste per violazioni della sovranità nazionale. Infine, un articolo sostiene che l’Ecuador sia un nodo cruciale del traffico internazionale di cocaina, riprendendo affermazioni che l’amministrazione Trump ha utilizzato per espandere l’Operazione Southern Spear, la campagna di attacchi aerei del SOUTHCOM nei Caraibi che ha causato finora la morte di oltre 200 civili e di cui avevamo scritto su InsideOver.

Nella sezione About us del sito, lo stesso viene descritto come il «prodotto di un’organizzazione mediatica internazionale finanziata con fondi pubblici del governo degli Stati Uniti», una formulazione identica a quella usata per altri siti web di notizie apparentemente indipendenti, come Al-Fassel e Pishtaz News, che pubblicano articoli filoamericani sulla guerra contro l’Iran e sul piano dell’amministrazione Trump per la ricostruzione di Gaza. In relazione a tali media, The Intercept ha rivelato che «fanno parte di una rete di siti web e account sui social media che si spacciano per testate giornalistiche mediorientali legittime, ma in realtà sono macchine di propaganda finanziate dal governo degli Stati Uniti». 

La Tilde publishes an unusual mix of personal finance guides and articles extolling American military efforts in Latin America. https://t.co/8yqVsYQetB

— The Intercept (@theintercept) June 2, 2026

Chi c’è dietro La Tilde

Secondo un funzionario della difesa a conoscenza delle operazioni di informazione statunitensi, La Tilde è gestita come piattaforma di messaggistica militare per il Comando delle Operazioni Speciali del Sud degli Stati Uniti, o SOCSOUTH, che svolge missioni delle forze speciali in tutto il Sud e Centro America e anche nei Caraibi. La natura di operazione governativa del sito è stata confermata dal portavoce dello stesso Comando, Trevor Wild. SOCSOUTH ha rifiutato di commentare ulteriormente, mentre il Comando Meridionale degli Stati Uniti ha negato completamente qualsiasi coinvolgimento.

La progettazione del sito web di La Tilde è stata subappaltata ad Antpack, un’agenzia di digital marketing e sviluppo software con sede a Bogotá, in Colombia.

A differenza della maggior parte dei siti di notizie, La Tilde non riporta firme o indicazioni circa un’eventuale redazione. Sebbene il media affermi di impiegare «decine di giornalisti freelance e creatori di contenuti», almeno una parte del sito sembra essere stata generata da un modello linguistico basato su IA. Per condurre un’analisi su questo aspetto, The Intercept ha anche utilizzato Pangram, un servizio di rilevamento AI. Il risultato è che molti testi in inglese e in spagnolo pubblicati da La Tilde sono parzialmente o interamente scritti da macchine. Anche le foto usate sembrano essere state generate con sistemi di intelligenza artificiale come Midjourney. E di sito «pieno di intelligenza artificiale» parla Emerson Brooking, ricercatore presso il Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council ed ex consulente del Pentagono in materia di politica informatica, interpellato da The Intercept in merito a La Tilde. 

L’indagine ha rivelato che, dopo le versioni indirizzate a pubblici in Colombia, Panama e Guyana, il sito si sta preparando a lanciare edizioni destinate a lettori in Ecuador, El Salvador, Honduras, Giamaica e Perù. 

Ancora secondo Brookings, «l’intento è probabilmente quello di riempire questi siti con materiale generico, crearsi un pubblico e poi inserire di nascosto altri pezzi di propaganda esplicita, come quel resoconto piuttosto dettagliato dell’attacco statunitense al Venezuela».

In base alle informazioni pubbliche attualmente disponibili, non ci sono elementi che colleghino in modo documentato La Tilde alla “unità di giornalismo digitale” o “cellula di informazione” descritta nei leak dell’Hondurasgate. Ma appare certo che il sito sia legato a infrastrutture mediatiche di soft power statunitense e che possa essere un tassello della decennale guerra psicologica condotta da Washington nella regione attraverso disinformazione, propaganda, fake news.

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Territori palestinesi: così FIFA e UEFA legittimano le squadre degli insediamenti israeliani illegali

14 Giugno 2026 ore 07:20

Ha da poco preso il via uno dei Mondiali più controversi della storia – segnato da prezzi inaccessibili, pratiche di esclusione, discriminazione razziale e violazioni dei diritti umani – e le polemiche attorno all’evento potrebbero non essere l’unica fonte di preoccupazione per le grandi federazioni calcistiche. Un’indagine squarcia infatti il velo di neutralità ostentato dai vertici del calcio mondiale, rivelando come FIFA e UEFA stiano attuando un’operazione di normalizzazione del furto – da parte di Israele – di terre palestinesi e siriane

Il rapporto, intitolato Beyond the green line. Israeli settlement clubs in Occupied Palestine, è stato redatto dall’organizzazione scozzese Scottish Sport for Palestine, un gruppo di pressione – nato all’inizio del 2024 – che si propone di contrastare l’influenza del sionismo nello sport scozzese, promuovendo azioni di sensibilizzazione, mobilitazione e advocacy a sostegno della causa palestinese. La denuncia che emerge dall’analisi è chiara: dietro la retorica dell’inclusività, si nasconde una strategia di sportswashing che trasforma i club degli insediamenti illegali e il calcio stesso in veri e propri strumenti politici per la cancellazione di un intero popolo.

Il motore dell’occupazione: gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi 

Dal 1967 Israele occupa illegalmente Gaza – per quanto formalmente abbia completato il ritiro dei coloni e delle forze di sicurezza dalla Striscia nel 2005 –, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e le alture siriane del Golan. L’obiettivo dichiarato è quello di dar vita al Grande Eretz Israel, la Grande Terra di Israele, a dispetto di quanto stabilito dal diritto internazionale. Secondo Michael Lynk – dal 2016 al 2022 Relatore Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati – il motore dell’occupazione è rappresentato dagli insediamenti, comunità civili – create o sostenute da autorità politiche e militari israeliane – che comprendono abitazioni, strutture economiche, infrastrutture di collegamento, terreni agricoli e spazi ricreativi, come gli impianti sportivi.

A sancire la loro natura contraria al diritto internazionale sono stati il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Corte internazionale di giustizia, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e l’Unione Europea che hanno ribadito con chiarezza come gli insediamenti israeliani costituiscano una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Nel tempo, il diritto internazionale umanitario e il diritto penale internazionale ne hanno ulteriormente qualificato l’illiceità, configurandoli come crimini di guerra. Eppure, nonostante le evidenze legali, gli insediamenti hanno continuato a moltiplicarsi e prosperare, in gran parte grazie all’impunità loro concessa dall’Europa e dal Nord America.

Stando agli ultimi dati disponibili, solo in Cisgiordania e Gerusalemme Est sarebbero circa 160 gli insediamenti ufficiali e almeno 196 gli avamposti, nuclei più piccoli, spesso nati come iniziative “dal basso” di gruppi di coloni, costruiti senza autorizzazione formale e in violazione della stessa legge israeliana. L’espansione coloniale prosegue con crescente intensità anche su pressione di ministri di estrema destra come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. Quello di Benjamin Netanyahu è infatti uno dei governi che ha approvatoil maggior numero di nuovi insediamenti e avamposti, a un ritmo senza precedenti negli ultimi anni.

Dai campi coltivati ai campi da calcio dei coloni 

Mentre la macchina di annientamento israeliana in azione a Gaza ha portato all’uccisione di più di mille atleti palestinesi, il calcio serve ad attirare nuovi coloni negli insediamenti illegali con la promessa di servizi ricreativi di alto livello, in palese violazione del diritto internazionale. Nella Cisgiordania occupata si contano dieci squadre israeliane che operano illegalmente all’interno degli insediamenti, oltre a tre club attivi nelle alture del Golan.

«Questa è la nostra terra. La usavamo per coltivare e guadagnarci da vivere. Se la sono presa, noi non possiamo usarla, e invece i coloni ci giocano a calcio», dichiarava nel 2016 Salah al-Qurt, membro di una delle due famiglie proprietarie del terreno su cui è stato illegalmente costruito il campo del Beitar Givat Ze’ev Football Club, in un’intervista al New York Times. Già in quell’anno Human Rights Watch aveva segnalato l’esistenza di nove club calcistici israeliani illegali situati su territorio palestinese oltre il confine dell’armistizio del 1949 – comunemente noto come “Linea Verde” – in Cisgiordania. 

Secondo il report dello Scottish Sport for Palestine, sotto la guida del presidente della FIFA Gianni Infantino e del presidente della UEFA Aleksander Čeferin – i cui mandati sono iniziati proprio nel 2016 –, tali club sono cresciuti in numero, dimensioni e prestigio. Questo ha contribuito a normalizzare l’occupazione e a implementare un sistema di apartheid contro i palestinesi attraverso strutture sportive costruite sulle loro terre e un’economia calcistica dalla quale i palestinesi non possono trarre alcun beneficio.

Da allora nessuna delle due federazioni internazionali ha agito in modo decisivo per bandire i club israeliani e sospendere Israel FA, ovvero la Federcalcio israeliana. Anzi, i club negli insediamenti illegali hanno continuato a svilupparsi, in linea con l’attuale e prevista espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Tra dicembre 2025 e febbraio 2026, il governo israeliano ha annunciato piani per annettere formalmente parti della regione, creando un corridoio di insediamenti tra Ma’ale Adumim e Gerusalemme Est, dove si trovano quattro dei club degli insediamenti illegali dell’Israel FA. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il piano di espansione dell’insediamento di Ma’ale Adumim conferma la sua convinzione che «non esisterà mai  uno Stato palestinese».

FIFA is supporting the Israeli occupation by legitimising clubs that play in illegal West Bank settlements https://t.co/7MBiZxK9Lw

— Scottish Sport for Palestine (@ScotSport4Pal) June 9, 2026

FIFA e UEFA finanziano e trasmettono il calcio dell’occupazione 

Se nell’ottobre del 2024, la FIFA aveva promesso di indagare sulle squadre radicate negli insediamenti e, dunque, accusate di violare le stesse norme della federazione – e quelle dell’UEFA – sull’integrità territoriale e contro il razzismo, da allora le uniche azioni messe in campo sono state una multa di poco più di 160 mila euro comminata all’Israel FA e una controversa dichiarazione in cui la FIFA stabiliva che le operazioni dei club israeliani potevano proseguire, accampando come scusa lo status giuridico della Cisgiordania, definito «una questione irrisolta e molto complessa nel diritto internazionale pubblico». 

Di fatto, FIFA e UEFA permettono alle squadre degli insediamenti illegali di partecipare ai campionati organizzati dalla Federazione calcistica israeliana e di ospitare partite sui terreni confiscati. Forniscono inoltre supporto finanziario – anche attraverso fondazioni benefiche collegate alle federazioni – e strutturale ai club degli insediamenti, alcuni dei quali hanno partecipato a competizioni organizzate dalla UEFA, e permettono che le partite disputate negli insediamenti illegali vengano filmate e poi trasmesse in streaming sulla sua piattaforma, FIFA+, – come avviene nell’avamposto di Har Homa, che domina Betlemme – generando potenzialmente ricavi per la stessa FIFA, che a sua volta valorizza i loro giocatori e normalizza la vita negli insediamenti. Uno dei club citati nel rapporto è arrivato fino alla Premier League israeliana e ha ricevuto milioni di dollari di finanziamenti dalla Fondazione UEFA e dal governo degli Stati Uniti.

Cartellino rosso per le federazioni

A febbraio, Infantino e Čeferin sono diventati i primi presidenti di federazioni sportive a essere accusati di complicità in crimini di guerra e crimini contro l’umanità in un documento presentato da un team di esperti legali alla Corte penale internazionale proprio a causa dell’inclusione nelle strutture FIFA e UEFA di squadre con sede negli insediamenti illegali. 

Mentre la UEFA ha reagito con rapidità insolita, definendo le accuse «tanto sensazionalistiche quanto infondate», la FIFA, che non ha rilasciato commenti, nel giro di pochi giorni, è corsa ai ripari con la promessa di Infantino di ricostruire le infrastrutture calcistiche di Gaza attraverso il famoso Board of Peace creato da Trump, al quale lo stesso presidente della FIFA ha consegnato il “Premio per la Pace” FIFA nel dicembre 2025.

Le numerose prove raccolte nel report di Scottish Sport for Palestine dimostrano che il calcio viene strumentalmente usato da Israele come fattore per rendere permanente un’occupazione illegale, escludendo e dispossessando la popolazione autoctona palestinese e siriana. Le grandi federazioni internazionali stanno abilitando tali dinamiche. Nell’enorme e brutale campo da gioco dei rapporti di potere internazionali meriterebbero quantomeno il cartellino rosso. 

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