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Terzi rilancia il coordinamento transatlantico contro le ingerenze cinesi

17 Giugno 2026 ore 13:11

Dopo l’incontro con una delegazione bipartisan di senior staffer del Congresso Usa, Giulio Terzi di Sant’Agata, senatore di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Politiche Ue di Palazzo Madama, rilancia il nodo delle attività cinesi di influenza in Europa e negli Stati Uniti, fronte meno evidente della competizione che avvolge parlamenti, diaspore, social, associazioni e tutto ciò che resta abbastanza opaco da non diventare un caso diplomatico, ma abbastanza incisivo da orientare il dibattito pubblico.

Questo il dossier finito al centro dell’incontro tra Terzi e una delegazione congressuale bipartisan della Commissione speciale sulla Cina della Camera dei Rappresentanti americana. Un confronto promosso, ha spiegato Terzi, su iniziativa dell’Ambasciata americana e volto a costruire risposte comuni verso le attività di influenza riconducibili a Pechino, quelle che Terzi definisce legate a “interessi, anche non dichiarati”, perseguiti da attori vicini alla Repubblica popolare cinese “sia in Europa che negli Stati Uniti”.

La delegazione americana, ha riferito l’ex ministro degli Esteri, ha illustrato il lavoro della Commissione speciale sulle “attività coercitive, sovversive e illecite” condotte all’estero da entità riconducibili al Partito comunista cinese. Dentro questo perimetro rientra anche il sistema del Fronte unito, una delle architetture più sensibili dell’apparato politico di Pechino, una macchina di influenza che gli Stati Uniti osservano da anni per la sua capacità di intrecciare pressione politica, accesso a reti economiche, mobilitazione associativa e proiezione narrativa.

L’incontro con gli interlocutori americani ha richiamato il Fara, il Foreign Agents Registration Act, la legge che obbliga chi agisce per conto di governi stranieri in attività politiche o di influenza a registrarsi e dichiarare pubblicamente il rapporto, consentendo così di avere chiarezza su chi parla, per conto di chi, con quali risorse e con quale mandato.

In Europa, invece, il tema resta più frammentato. Bruxelles ha iniziato a parlare con maggiore chiarezza di Fimi, Foreign Information Manipulation and Interference, cioè manipolazione informativa e interferenza straniera. Nonostante ciò, il passaggio da una diagnosi condivisa a strumenti omogenei rimane ancora incompleto, lasciando esposte le democrazie europee.

Qui, il caso delle stazioni di polizia clandestine cinesi all’estero è uno dei casi più delicati. Secondo Terzi, gli interlocutori americani hanno espresso “preoccupazione” per queste strutture, attraverso cui Pechino sorveglierebbe e intimidirebbe le comunità cinesi fuori dai propri confini, “riferendosi anche a quelle nei Paesi europei e in Italia”. Tema che, negli Stati Uniti, ha già avuto un seguito giudiziario, con procedimenti legati a una stazione non dichiarata a New York.

Terzi ha poi ricordato anche il lavoro svolto in Senato. Le Commissioni Affari esteri e Difesa e Politiche Ue hanno approvato una risoluzione sulle Fimi dopo un ciclo di audizioni con esperti e rappresentanti istituzionali. L’obiettivo, ha spiegato, è “prevenire e contrastare strategie di entità straniere di disinformazione e manipolazione cognitiva”, riconoscendo il peso dell’influenza straniera per la sicurezza nazionale, la tenuta democratica e la protezione dei processi decisionali.

Per questo Terzi parla di “attenzione comune” tra le due sponde dell’Atlantico. Stati Uniti ed Europa condividono una vulnerabilità comune, quella delle società aperte, pluraliste, permeabili. Sono proprio queste caratteristiche a renderle democratiche ma, allo stesso tempo, più esposte a chi usa la libertà degli altri come terreno operativo.

Il caso El Money e la strategia del sabotaggio usa e getta

17 Giugno 2026 ore 08:51

Poco dopo la mezzanotte del 13 maggio 2025, Roman Lavrynovych, cittadino ucraino di ventidue anni, scrisse a un interlocutore conosciuto soltanto come “El Money”, per ringraziarlo, dopo aver ricevuto l’incarico di compiere tre attacchi incendiari contro proprietà legate al primo ministro britannico Keir Starmer. Un’ora più tardi, gli agenti dell’antiterrorismo fecero irruzione nella sua abitazione londinese.

La vicenda di El Money è una delle molte dinamiche, ormai conosciute e consolidate, che vedono l’uso di soggetti marginali, spesso giovani, talvolta minorenni, reclutati attraverso piattaforme social, chat di lavoro o canali Telegram, per eseguire operazioni a basso costo e ad alto impatto psicologico: intermediari improvvisati, attratti da piccole somme di denaro, manipolati da figure difficili da identificare e, in molti casi, privi di reale consapevolezza politica dell’obiettivo.

Il ricorso ad agenti proxy, dai movimenti paramilitari alla criminalità locale, fino ai singoli individui isolati, è ormai al centro dei dossier europei: incendi contro magazzini collegati al sostegno britannico all’Ucraina, ricognizioni nei pressi dell’emittente Iran International, aggressioni contro oppositori o giornalisti critici di Teheran. Episodi spesso accomunati da uno schema ricorrente: committente schermato, un reclutamento online, promesse di pagamento, istruzioni operative e un obiettivo che spesso l’esecutore non comprende fino in fondo.

Secondo le valutazioni di Sir Richard Moore, già capo dell’MI6, intervistato da BBC Radio 4, Vladimir Putin starebbe cercando di “intimidire” il Regno Unito attraverso sabotaggi, incendi dolosi e operazioni cyber condotte anche per procura. L’ex vertice dell’intelligence britannica ha invitato Londra ad aprire una riflessione sul rapporto tra risorse destinate alla sicurezza interna e alla difesa, sottolineando come questi episodi vadano letti come tessere di un medesimo mosaico di pressione e sabotaggio ibrido contro il Paese.

D’altronde, dopo l’avvelenamento di Sergei e Yulia Skripal a Salisbury nel 2018 e l’espulsione di centinaia di funzionari russi dall’Europa, Mosca avrebbe avuto maggiore difficoltà a utilizzare apparati tradizionali sul territorio britannico. Da qui, secondo le autorità, il ricorso più frequente a figure esterne, non addestrate, ma sacrificabili.

Nel caso Lavrynovych, questo schema emerge in forma quasi elementare. Il giovane ha raccontato alla polizia di lavorare in un cantiere e di essere stato contattato da El Money in una chat Telegram usata da ucraini in cerca di occupazione. Gli erano state offerte 1.500 sterline per controllare due indirizzi, con promessa di pagamento via PayPal o criptovaluta. Denaro che, secondo la ricostruzione, non sarebbe mai arrivato. E non sempre le cifre sono così basse. Nel caso di Magomed-Husejn Dovtaev, cittadino austriaco condannato per aver sorvegliato dipendenti di Iran International, la cifra offerta sarebbe stata intorno ai 50mila euro.

Oltre alle offerte di denaro, è il metodo a interessare gli apparati di intelligence europei. È capire come attori statuali, reti criminali e individui fragili possano convergere in un’unica zona grigia, dove la violenza assume l’aspetto di un impiego trovato online. Forme di sabotaggio povere, a basso costo e che consentono al committente di esporsi il meno possibile, sfruttando negabilità plausibile e sabotaggio usa e getta.

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