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Sequestrate ciocche di capelli provenienti dall’Iran. E se fossero delle giovani manifestanti uccise?

13 Giugno 2026 ore 06:26

Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco, che costringono a guardare dritto negli occhi l’abisso della crudeltà umana. La notizia rimbalzata in queste ore è raggelante: la dogana armena, presso il valico di Agarak, ha intercettato e confiscato centinaia di chili di capelli naturali non dichiarati provenienti dall’Iran. Solo nell’ultimo gravissimo episodio, ben 26 chili di ciocche erano meticolosamente occultati nei cuscini della cabina di un camion.

Non si tratta di un caso isolato. I dati ufficiali tracciano un quadro sistematico e inquietante: tra gennaio e giugno si sono registrati 11 sequestri transfrontalieri, per un totale impressionante di 621 ciocche e oltre 135 chilogrammi di capelli umani.

La maschera della povertà e la fame in Iran

La spiegazione ufficiale e più immediata, ripresa dal Jerusalem Post, parla di una disperazione finanziaria assoluta. Ci dicono che l’inflazione alle stelle sta spingendo le donne iraniane a vendere le proprie chiome, e persino i propri organi, per sfamare i figli. Ma noi non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo credere che questa sia l’unica, mostruosa verità. Dietro questo contrabbando si nasconde un’ombra ben più sinistra, un grido d’allarme lanciato con forza dagli attivisti.

L’inferno dei sacchi neri a Kahrizak

A gennaio, l’Iran è stato travolto da una nuova, violentissima ondata di proteste nazionali. La risposta del regime teocratico è stata un massacro di massa: secondo le drammatiche denunce della fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi, migliaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze governative. I video agghiaccianti verificati da CNN e AFP mostrano il piazzale dell’obitorio di Kahrizak, a Teheran, trasformato in un inferno a cielo aperto: decine e decine di sacchi neri contenenti corpi umani allineati sul terreno sterrato. Dentro la struttura, i monitor scorrono le foto di almeno 250 giovani corpi in attesa di un nome. Fuori, le urla strazianti delle madri che cercano disperatamente i figli spariti nel nulla. Organizzazioni per i diritti umani come Iran Human Rights parlano apertamente di “crimini di immane gravità”.

A me viene un sospetto a chi appartengono davvero quelle ciocche sequestrate?

I corpi di moltissime di queste ragazze uccise o inghiottite dalle carceri non sono mai stati restituiti. Il regime nega i cadaveri, impone sepolture segrete e, attraverso i media di Stato come Tasnim, mette in scena farse televisive obbligando i parenti a dichiarare falsità.

Vedere camion carichi di quintali di capelli umani varcare clandestinamente i confini, nascosti nei cuscini proprio nei mesi successivi a questo massacro, mi fa sorgere una domanda legittima e spaventosa: e se quei capelli appartenessero a loro? Se quelle ciocche fossero state recise dai corpi senza vita delle ragazze violate, uccise e ammassate nei sacchi neri di Kahrizak e di tutte le altre città in cui ci sono state le manifestazioni? Il popolo iraniano conosce troppo bene la ferocia della Repubblica Islamica per credere a una semplice violazione doganale. In quel carico vede il macabro profanamento di chi ha osato sfidare il potere.

Il simbolo della rivoluzione: Donna, Vita, Libertà

In Iran il capello non è un dettaglio estetico. È il simbolo politico e spirituale di una rivoluzione nata dal sacrificio di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale perché una ciocca sfuggiva dal velo. Da quel giorno, tagliarsi i capelli in pubblico è diventato il più potente atto di sfida globale contro l’oppressione. Il grido “Donna, Vita, Libertà” ha fatto tremare la teocrazia attraverso la rivendicazione di quel corpo e di quella chioma.

Pensare che oggi il regime, o le reti criminali ad esso collegate, possano lucrare sul mercato nero vendendo i capelli delle stesse giovani che ha perseguitato, gassato nelle scuole, torturato e ucciso in nome dell’hijab obbligatorio, rappresenta un livello di perversione e barbarie intollerabile. Non possiamo girarci dall’altra parte. Non possiamo archiviare l’orrore del massacro di gennaio 2026, come un effetto collaterale della crisi. Dobbiamo continuare a essere la voce di quelle ragazze e di un popolo che non smette di lottare per la propria dignità.

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