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Un fondo pubblico per l’intelligenza artificiale

13 Giugno 2026 ore 00:46
di Igor G. Cantalini

Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.

Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.

Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.

La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.

I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.

Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.

Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.

 

 

L’AUTORE

Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su  vari temi.

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La strage invisibile nelle reti da pesca

13 Giugno 2026 ore 00:10

C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.

Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.

Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.

Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.

Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.

Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.

La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.

 

 

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Ombrelloni vietati a Villasimius

11 Giugno 2026 ore 11:50

A Punta Molentis, una tra le spiagge più famose della Sardegna, l’estate comincia con una regola che sta facendo assai polemica: il Comune di Villasimius ha deciso di rendere l’accesso a pagamento e contingentato, con prenotazione obbligatoria e un “biglietto d’ingresso” di 10 euro al giorno. La misura riguarda una delle spiagge colpite lo scorso anno da un incendio doloso che aveva minacciato l’arenile, gli habitat e la biodiversità della zona. Secondo il Comune, l’obiettivo è limitare la pressione turistica su un ecosistema fragile e ridurre il numero di presenze sulla spiaggia.

La decisione più contestata riguarda l’ombra. Dal 6 giugno al 31 ottobre sarà vietato installare ombrelloni, gazebo, tende e altri sistemi di ombreggio. L’eccezione vale soltanto per le famiglie con bambini sotto i 10 anni e per le persone dai 65 anni in su. Anche in questi casi sarà consentito un solo ombrellone per nucleo familiare che “rispetta le condizioni”.

Sui social c’è chi ha commentato con ironia, chiedendo: “Per aprire un ombrellone devo noleggiare un bambino?”. Un altro utente ha scritto: “Per venire in spiaggia con un ombrellone devo portare mio nonno o mettere al mondo un bambino da qui a domani?”. Altri hanno sollevato il tema della sicurezza sotto il sole estivo: “Si rischia un’insolazione, un colpo di calore!”.

Il Comune di Villasimius difende la scelta richiamando le condizioni ambientali dell’area. “L’ecosistema di Punta Molentis è tra i più preziosi del nostro territorio, ma anche tra i più fragili”, ha scritto l’amministrazione, ricordando che gli incendi e gli eventi meteomarini eccezionali hanno “ridotto la capacità dell’arenile e messo a dura prova habitat e biodiversità“. Per questo, secondo il Comune, è diventato “necessario limitare l’impatto antropico e garantire la tutela di questo patrimonio per le future generazioni”.

Le nuove regole prevedono anche limiti molto rigidi agli accessi. Via terra potranno entrare al massimo 70 veicoli al giorno e non più di 150 persone contemporaneamente sull’arenile. Gli ingressi saranno sospesi una volta raggiunta la capienza massima. Via mare potranno arrivare solo operatori autorizzati, con un massimo di 100 persone contemporaneamente e permanenza limitata a un’ora, al costo di 5 euro a persona. Sarà vietato sbarcare con zaini, borse termiche e attrezzature “non compatibili con la tutela ambientale del sito”.

L’accesso sarà consentito dalle 8 alle 20.30, con uscita obbligatoria entro le 21. Le persone con disabilità potranno accedere gratuitamente, fino a un massimo di tre persone contemporaneamente presenti oltre ai limiti ordinari di capienza, con accompagnatore.

Il caso Punta Molentis riapre una questione sempre più evidente sulle spiagge italiane, il diritto dei cittadini a vivere il mare pubblico con libertà come è giusto che sia. Si può chiedere alle persone di pagare per entrare in una spiaggia pubblica e poi impedire loro di ripararsi dal sole?

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La povertà è una scelta politica

11 Giugno 2026 ore 00:10

Viviamo nel mondo più ricco della storia, eppure miliardi di persone faticano ancora a mangiare, curarsi e avere un tetto sopra la testa. La povertà viene spesso raccontata come una disgrazia, un incidente, una conseguenza inevitabile della scarsità. Un collettivo di quasi 400 personalità internazionali, tra cui Olivier De Schutter, Thomas Piketty, Kate Raworth e Joseph Stiglitz, dice invece una cosa molto diversa: la povertà è una costruzione politica, nasce dalle regole con cui organizziamo il lavoro, la fiscalità, il debito, i servizi pubblici, il potere delle grandi ricchezze e il rapporto tra Nord e Sud del mondo.

La lettera che segue è la traduzione della tribuna-manifesto pubblicata su Le Monde. Il testo accompagna la “Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth”, promossa nell’ambito dell’iniziativa New Economies for Eradicating Poverty, guidata da Olivier De Schutter, ex Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani.

 

Viviamo nell’era della scarsità artificiale. In un mondo più ricco che mai, oltre un decimo della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non hanno i mezzi per nutrirsi, abitare o curarsi adeguatamente, mentre una minuscola minoranza accumula una ricchezza e un potere senza precedenti. Intanto siccità, mega-incendi, inondazioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.

Queste due crisi non sono separate. Entrambe sono sintomi di un modello economico ormai esaurito. La povertà e le disuguaglianze sono le conseguenze prevedibili di scelte politiche. Derivano dal modo in cui concepiamo i sistemi fiscali, regolamentiamo il mercato del lavoro, attribuiamo valore al lavoro di cura e organizziamo i servizi pubblici. Dipendono dal modo in cui il potere politico è distribuito e dall’importanza che accordiamo ai diversi interessi. Quando le persone vengono private dei mezzi per vivere con dignità e partecipare pienamente alla vita della propria società, i loro diritti fondamentali vengono violati.

Se i governi possono produrre la povertà, possono anche eliminarla. Per decenni la ricetta è stata semplice. Bastava far crescere l’economia e la povertà sarebbe gradualmente scomparsa. La promessa di una crescita economica a beneficio di tutti non è stata mantenuta. Mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari reali ristagnavano, i posti di lavoro diventavano più precari e i servizi pubblici venivano ridotti. Mentre i più ricchi si arricchivano in modo spettacolare, i più poveri si rivolgevano sempre più numerosi alle mense e ai banchi alimentari.

La crescita non si traduce più in una prosperità condivisa ed è diventata ecologicamente insostenibile. Gli scienziati mettono in guardia dal rischio che la Terra si trasformi in una fornace, nella quale l’aumento delle emissioni di gas serra e la distruzione della biodiversità destabilizzano le condizioni necessarie alla vita umana. Circa il 90% delle emissioni mondiali di carbonio in eccesso è attribuibile ai paesi del Nord e il 10% degli individui più ricchi è responsabile di quasi la metà delle emissioni mondiali, secondo l’economista Lucas Chancel in Nature nel 2022, mentre le popolazioni che vivono in povertà sono le prime a subire le conseguenze dei cattivi raccolti e dell’aumento dei prezzi alimentari. Un modello economico fondato su un’espansione senza fine su un pianeta dalle risorse limitate è ingiusto e pericoloso.

I paesi a basso reddito hanno ancora bisogno di crescita per costruire strade, ospedali e scuole, sviluppare le energie rinnovabili e creare posti di lavoro dignitosi. Il modello dominante di crescita si basa però sull’estrazione delle risorse, sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo, sulla dipendenza dalle esportazioni e su un indebitamento crescente. Questo modello ha aggravato le disuguaglianze e accelerato il collasso degli ecosistemi. La vera questione oggi riguarda il tipo di economie che stiamo costruendo, chi ne trae beneficio e se permettono a tutti di vivere con dignità nel rispetto dei limiti planetari.

Per questo abbiamo elaborato una Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, recentemente presentata a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sotto l’egida della Coalizione Globale per la Giustizia Sociale. Essa propone alternative per andare oltre l’approccio crescita, tasse e redistribuzione, attraverso il quale la lotta alla povertà è stata definita per decenni.

Per diciotto mesi, oltre 400 persone, tra agenzie delle Nazioni Unite, governi nazionali, esperti accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, attori dell’economia sociale e solidale, movimenti cittadini del Nord e del Sud del mondo, hanno lavorato per rispondere a una domanda semplice. Come porre fine alla povertà e ridurre le disuguaglianze senza fare della crescita del prodotto interno lordo la condizione principale del progresso?

I diritti umani forniscono il principio guida per misurare i progressi, definire le priorità e trovare compromessi tra obiettivi concorrenti. Garantire una protezione sociale universale fondata sui diritti e un accesso universale a servizi pubblici di qualità è una priorità assoluta. In molti paesi rimane l’urgenza più grande. Un’economia rispettosa dei diritti umani va però oltre la semplice redistribuzione e la compensazione successiva al mercato. La protezione sociale e i servizi pubblici sono essenziali, ma non possono costituire indefinitamente la stampella di economie che, per loro natura, generano salari da miseria, lavori precari e alloggi inaccessibili.

È necessario modificare le regole a monte. Questo significa proteggere il lavoro dignitoso, creare sistemi di garanzia dell’occupazione, rafforzare i sindacati e la democrazia sul luogo di lavoro, combattere le discriminazioni e valorizzare il lavoro di cura, retribuito o meno, dal quale dipendono le società. Significa investire nella prima infanzia, nell’edilizia abitativa, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti, elevandoli a servizi pubblici universali, per spezzare i circoli viziosi che perpetuano la povertà di generazione in generazione. Significa anche esercitare un controllo pubblico sugli asset strategici, orientare il credito verso priorità sociali ed ecologiche e sostenere lo sviluppo dell’economia sociale e solidale.

Realizzare questo programma implica anche trasformare le regole di un’economia mondiale che, ancora oggi, orienta le capacità produttive dei paesi a reddito basso e medio verso il consumo dei paesi del Nord, a scapito della soddisfazione dei bisogni locali. Oggi i governi dei paesi del Sud vengono criticati per la loro inattività di fronte alla povertà, mentre subiscono la pressione di sanzioni unilaterali, di accordi commerciali che li privano dei margini politici indispensabili e perpetuano uno scambio ineguale, insieme a un indebitamento ereditato da secoli di spoliazione coloniale. Così 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che destinano più risorse al servizio del debito che alla sanità o all’istruzione.

I paesi fortemente indebitati sono costretti dalle istituzioni finanziarie internazionali a ridurre la spesa sociale e a indebolire la tutela dei lavoratori in nome della competitività. Parallelamente, le catene globali di approvvigionamento consentono un trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud verso il Nord, su una scala tale che i redditi perduti dai paesi poveri sarebbero più che sufficienti a eliminare la povertà estrema in tutto il pianeta.

La solidarietà internazionale è un obbligo giuridico e morale che deriva da un dato storico. Molti paesi ricchi hanno costruito la propria ricchezza impoverendo i paesi del Sud attraverso modelli estrattivi che oggi continuano sotto nuove forme. Una transizione giusta, oltre la crescita, deve includere la giustizia sul debito, una maggiore cooperazione Sud-Sud, un finanziamento più robusto dell’azione climatica e un sostegno più consistente alla creazione di sistemi di protezione sociale di base, fondati sui principi di non dominazione e autodeterminazione. I paesi del Sud potrebbero così definire il proprio futuro economico in condizioni che rispettino la loro sovranità.

È altrettanto cruciale sapere chi avrà il potere di contribuire a questa transizione. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone che vivono in povertà vengono concepite senza di loro, o addirittura contro di loro. Quando i sistemi di protezione sociale si basano sul sospetto, sulla minaccia di sanzioni e sull’imposizione di condizioni umilianti, rafforzano la stigmatizzazione e scoraggiano le persone dal rivendicare i propri diritti. Quando le riforme agrarie o i programmi di edilizia sociale sono segnati da corruzione e favoritismi, oppure escludono gli abitanti delle baraccopoli, non vanno a beneficio di coloro che hanno il bisogno più urgente di tali sostegni. Le persone che vivono in povertà sanno meglio di chiunque altro come i dispositivi pensati per aiutarle possano fallire nella pratica. La loro esperienza deve guidare la progettazione, l’attuazione e il monitoraggio delle strategie di lotta alla povertà, dalle collettività locali ai parlamenti fino alle istituzioni internazionali.

Non partiamo da zero. In tutto il mondo, le lotte indigene, i movimenti femministi, i sindacati e i movimenti per la giustizia climatica difendono e costruiscono futuri alternativi fondati sulla solidarietà e sui diritti territoriali. Nuove coalizioni di Stati propongono altre visioni della governance economica globale e i governi sperimentano strategie di lotta alla povertà basate sui diritti, assemblee cittadine e modelli di creazione di ricchezza comunitaria.

La nostra roadmap si fonda su questi sforzi, li collega tra loro e li amplifica. La proponiamo ora come punto di riferimento comune per tutti coloro che rifiutano di accettare che la povertà e il collasso ecologico siano il prezzo da pagare per la nostra attuale definizione di successo economico.

In vista del vertice sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2027, i governi e le istituzioni multilaterali devono scegliere. Possono perseverare in un modello di crescita fallimentare oppure impegnarsi a eliminare la povertà trasformando le regole economiche che la producono. La povertà è una costruzione. Ciò che è stato costruito può essere smantellato. Il sistema che la perpetua può essere sostituito da qualcos’altro. Grazie alla Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, proponiamo soluzioni concrete.

 

Tra i primi firmatari figurano Olivier De Schutter, ex Relatore speciale dell’ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts Amherst, Jason Hickel, antropologo e professore presso l’Università Autonoma di Barcellona, Thomas Piketty, professore di economia alla Scuola di Economia di Parigi, Kate Raworth, economista presso l’Institute for Environmental Change dell’Università di Oxford, e Joseph Stiglitz, economista e premio Nobel per l’economia.

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Mangiamo sei volte più pollo dei nostri nonni

9 Giugno 2026 ore 08:05

La persona media mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto ai nostri nonni. A rivelarlo è un nuovo rapporto della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

La disponibilità mondiale di carne è cresciuta enormemente negli ultimi sessant’anni e continuerà a farlo anche nei prossimi anni.

L’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022, secondo i dati dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). La produzione di carne suina è raddoppiata a 15 kg a persona nello stesso periodo, mentre il manzo, l’alimento più inquinante, è rimasto stabile a 9 kg.

L’agricoltura è il secondo settore più inquinante dell’economia globale. Le emissioni che riscaldano il pianeta dovrebbero aumentare del 7,6% nel prossimo decennio, secondo la revisione scientifica della FAO sui fattori determinanti della domanda e dell’offerta di carne, con il bestiame responsabile di circa l’80% dell’aumento.

Il rapporto ha rilevato che la fornitura media globale di carne è aumentata da 25 kg per persona nel 1961 a 47 kg per persona nel 2022. Ha rilevato che circa il 14% della carne e del latte è stato perso durante la produzione o sprecato dopo aver raggiunto gli scaffali dei supermercati e dei ristoranti.

La FAO segnala nello studio anche una forte disuguaglianza, il Nord America resta l’area con la maggiore disponibilità pro capite di alimenti di origine animale. L’Asia è diventata il primo produttore mondiale, eppure la disponibilità per persona rimane più bassa. Nell’Africa subsahariana la crescita è stata molto limitata, con alcuni progressi solo in singoli Paesi e in specifici settori, come il latte in Kenya o il pollame in Sudafrica. Nei Paesi poveri, carne, latte e uova possono essere ancora troppo costosi rispetto al reddito delle famiglie e possono rappresentare una fonte importante di nutrienti. Nei Paesi ricchi, invece, il consumo resta alto e stabile, mentre medici e climatologi indicano da anni la necessità di ridurre l’eccesso di prodotti animali, soprattutto quelli con maggiore impatto ambientale.

La FAO ricorda che il settore zootecnico deve affrontare pressioni sempre più forti. Deforestazione, consumo di suolo, emissioni di gas serra, uso dell’acqua, inquinamento, antibiotico resistenza e rischi legati alle malattie trasmesse dagli animali sono parte della stessa catena. Il bestiame può contribuire all’alimentazione umana, soprattutto dove la sicurezza alimentare è fragile, però il modello attuale sta mostrando limiti sempre più evidenti.

In sessant’anni il mondo ha moltiplicato la carne disponibile, ha trasformato il pollo in una presenza quotidiana e ha costruito un sistema alimentare che produce sempre di più. Fino a quanto questo sistema può crescere ancora senza aumentare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute e sulle disuguaglianze globali?

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La fattoria dove adotti un albero e ricevi il raccolto a casa

8 Giugno 2026 ore 00:26

A Valencia c’è un’azienda agricola dove si può adottare un albero, dargli un nome e ricevere a casa i suoi frutti. Si chiama CrowdFarming ed è nata dall’esperienza di due fratelli spagnoli, Gonzalo e Gabriel Úrculo, che nel 2010 hanno ripreso in mano la fattoria di famiglia, Masia El Carmen, a Bétera, poco a nord di Valencia. Il terreno era stato lasciato fermo dopo la morte del nonno e così hanno deciso di riportarlo in vita passando all’agricoltura biologica rigenerativa.

Il meccanismo è semplice, l’utente entra sul sito, sceglie una fattoria, adotta un albero o un’altra coltivazione, segue la crescita attraverso foto e aggiornamenti e poi riceve il raccolto direttamente a casa. Nel caso degli aranci di Naranjas del Carmen, si può adottare un albero da 40 o 80 chili di arance a stagione, con consegne programmate tra novembre e aprile. L’azienda assegna l’albero, lo cura, appende una targhetta con il nome scelto dall’utente e permette anche di visitarlo di persona. La differenza rispetto alla normale vendita online sta nella produzione su richiesta. Il produttore sa in anticipo quante persone hanno prenotato il raccolto, organizza meglio il lavoro, riduce gli sprechi e vende senza passare dalla grande distribuzione. Il consumatore, dall’altra parte, conosce chi coltiva ciò che mangerà, vede da dove arriva il cibo e riceve prodotti raccolti in stagione. CrowdFarming presenta questo sistema come un modo per prevenire lo spreco alla fonte, sostenere la stabilità economica dei produttori e garantire prodotti stagionali a prezzo definito. Dopo aver testato il modello sulla loro fattoria, i fratelli Úrculo hanno lanciato CrowdFarming nel 2017. Oggi la piattaforma permette di acquistare frutta, verdura, olio d’oliva, frutta secca e altri prodotti direttamente da agricoltori partner in Europa. L’azienda ha più di 300.000 adozioni attive di alberi e lavora con oltre 300 produttori partner. Nel 2024 ha registrato ricavi per 65 milioni di euro. Dopo l’acquisizione della piattaforma francese La Ruche qui dit Oui!, il gruppo collega quasi 10.000 produttori con due milioni di utenti in circa trenta Paesi europei.

Adottare un albero non significa sempre ricevere esclusivamente i frutti di quel singolo albero; gli alberi non producono tutti allo stesso modo e l’azienda spiega che, per ragioni agricole, il raccolto può essere integrato con frutti di altri alberi dello stesso campo. Sul sito di CrowdFarming oggi si trovano avocado, mango, olivi, mirtilli, viti, campi di grano, miele, formaggi e altri prodotti agricoli. La piattaforma dichiara oltre 554.000 alberi adottati, più di 4,7 milioni di cassette spedite direttamente dagli agricoltori e 3.515 produttori in otto Paesi.

In un sistema alimentare dominato da intermediari, magazzini, celle frigorifere, imballaggi e prezzi compressi, questa formula prova a rimettere al centro il legame tra chi coltiva e chi mangia. Una famiglia in città può adottare un arancio a Valencia, un olivo in Spagna o un albero di mango, seguire il raccolto e ricevere a casa ciò che la terra produce davvero in quella stagione.

Un gesto piccolo, quasi simbolico, che racconta una trasformazione molto più grande.

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Non chiamatele morti bianche

8 Giugno 2026 ore 00:00

Caro Beppe, ti scrivo perché c’è qualcosa che non riesco più a ignorare. Ogni giorno si muore sul lavoro, e troppo spesso tutto passa in silenzio. Ma per qualcuno, in quel momento, tutto si ferma per sempre. La lettera che segue, nasce da questo: dal bisogno di non restare indifferenti e di ricordare che dietro ogni notizia ci sono persone, famiglie, vite spezzate. Se queste parole riuscissero a fermare anche una sola persona, avrebbero già un senso. Succede continuamente. Succede ogni giorno. Un titolo, poche righe, un nome che spesso nemmeno ricordiamo. Poi si volta pagina. Ma quella persona non era una notizia. Era qualcuno che quella mattina è uscito di casa senza sapere che non ci sarebbe mai tornato. Aveva una famiglia. Qualcuno che lo aspettava. Un figlio che avrebbe voluto raccontargli la sua giornata. Un compagno o una compagna con cui condividere la sera. Un genitore che contava di risentire la sua voce. E invece no. Chiamiamole con il loro nome: morti sul lavoro. Ma smettiamola, una volta per tutte, di chiamarle “morti bianche”. Non c’è niente di bianco. Non c’è niente di pulito. Non c’è niente che possa essere reso innocuo con una parola. In Italia si continua a morire lavorando, ogni giorno. Non per fatalità, non per destino. Si muore per mancanza di sicurezza, per leggerezza, per fretta, per risparmiare su ciò che dovrebbe essere sacro: la vita. E la cosa più dolorosa è l’abitudine. Ci stiamo abituando. Ai numeri. Alle statistiche. Ai servizi di pochi secondi. Ci stiamo abituando a un bollettino di guerra che non fa più rumore. Ma ogni volta che succede, non è solo una vita che si spegne. Sono vite che cambiano per sempre. È una sedia vuota a tavola. È un telefono che non squilla più. È un compleanno senza una voce. È un futuro che si spezza in silenzio. Il lavoro dovrebbe dare dignità, non togliere la vita. E invece oggi, per troppi, è ancora un rischio. Non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo. Non possiamo accettare che tutto questo venga considerato normale. Serve coscienza. Serve responsabilità. Serve memoria viva. Serve la volontà di cambiare davvero,prima che un altro nome si aggiunga alla lista. Perché ogni giorno che passa, qualcuno non torna a casa. E ogni volta, non muore solo un lavoratore. Muore un pezzo della nostra umanità. E questo dovrebbe riguardarci tutti.

Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze

 

 

03/01/2026 Romeo Spera operaio di 53 anni, morto dopo due settimane di agonia.Era rimasto gravemente ferito, in un infortunio avvenuto in un deposito nel rione Pozzillo ad Acerra, in provincia di Napoli il 18 Dicembre 2025.Lascia la moglie e una figlia.

05/01/2026 Fabrizio Braghetto, autotrasportatore di 65 anni, è morto schiacciato, per essere precipitato dentro al compattatore della carta a Borgoricco, in provincia di Padova.Lascia la moglie e due figli.

08/01/2026 Antonio Formato operaio di 69 anni è morto sul lavoro, per essere caduto da un’altezza di 4 metri a Valdina, in provincia di Messina.

08/01/2026 Pietro Zantonini, vigilante di 55 anni, ogni 2 ore usciva dal gabbiotto per fare la ricognizione al cantiere delle Olimpiadi a Cortina, dove la temperatura era a 15 gradi sotto lo zero.È morto sul lavoro per il freddo causato dalle temperature polari.Lascia la moglie e due figli

09/01/2026 Halili Xhevdet operaio di 59 anni, è morto schiacciato da una pressa negli impianti Sesa a Este in provincia di Padova.Lascia la moglie e due figlie.

10/01/2026 Dario Codeluppi perito industriale di 50 anni, è morto dopo oltre 6 anni, per un infortunio sul lavoro avvenuto il 20 Novembre 2019.Era rimasto coinvolto in un grave infortunio, mentre operava ad una macchina a controllo numerico nella sede della Vetromeccanica a Provazzano di Parma, riportando gravi lesioni neurologiche e cardiache.Lascia una moglie e 3 figli.

12/01/2026 Claudio Salamida operaio di 46 anni, è morto per essere precipitato dal quinto al quarto piano, durante un controllo alle valvole alla ex Ilva di Taranto.Lascia la moglie e un bimbo piccolo.

13/01/2026 Erri Talone operaio di 41 anni è morto schiacciato da un trasformatore di 50 quintali, in un capannone industriale a Piombinara (poco distante da Colleferro).Lascia la moglie e due figlie

14/01/2026 Danilo Bergagna boscaiolo di 35 anni è morto colpito da un grosso ramo, precipitato da un albero che un collega stava potando a San Francesco al Campo, in provincia di Torino.Lascia la moglie e due figli piccoli.

16/01/2026 Loris Buscaglia operaio di 55 anni è morto per essere caduto da una piattaforma, da un’altezza di 4 metri, alla Vetrotec di Vallefoglia in provincia di Pesaro e Urbino.Lascia la moglie e due figli.

20_01/2026 Said Fennouni operaio di 48 anni è morto dopo essere caduto dal un’altezza di 5 metri, dal tetto di un’azienda che produce attrezzatture e veicoli per la raccolta dei rifiuti a Frosinone.

21/01/2026 Josip Krizanec autotrasportatore di 30 anni è morto per essere stato travolto dal carico di mais che stava trasportando e che stava scaricando a Dovera in provincia di Cremona.

21/01/2026 Andrea Cricca agricoltore di 24 anni è morto schiacciato in un macchinario agricolo a Brusasco, in provincia di Torino.

23/01/2026 Alessio La Targia operaio di 40 anni è morto per essere caduto da un’impalcatura dal un’altezza di 5 metri a Palermo.Lascia la moglie e due figli.

23/01/2026 Federico Ricci operaio di 51 anni è morto schiacciato dalla benna della gru del camion, mentre stava scaricando materiale edile a Livorno.Lascia la moglie e un figlio.

23/01/2026 Florinel Croitoru operaio di 59 anni è morto per essere stato travolto da un mezzo meccanico a Petrella Liri, frazione del comune di Cappadocia in provincia dell’Aquila.

27/01/2026 Vincenzo Pitasi, operaio di 59 anni è morto qualche ora fa, in un’azienda agricola a Vicofertile, alle porte di Parma, per essere precipitato da 7 metri. Cadendo avrebbe battuto la testa su una macchina tagliafieno, che purtroppo gli è stato fatale.

02/02/2026 Diego Palladino operaio di 57 anni è morto travolto dal cemento durante la pulizia dei silos a Guidonia Montecelio, in provincia di Roma. Lascia la moglie e due figli.

05/02/2026 Craiu Dino Florian operaio di 57 anni è morto schiacciato da una lastra di metallo, mentre stava utilizzando un macchinario, che cadendo (la lastra), l’ha travolto alla Prismag di Cambiago, nel Milanese. Lascia la moglie e una figlia.

06/02/2026 Salvatore Tegas operaio di 72 anni è morto schiacciato da un furgone, mentre stava lavorando in un terreno, nelle campagne di Lanusei in Ogliastra, in Sardegna.Lascia la moglie e 3 figli.

06/02/2026 Stefano Vuolo operaio di 56 anni è morto schiacciato da una lastra metallica a Pennabilli, in provincia di Rimini.Lascia la moglie e 3 figlie.

07/02/2026 Abdelhak Zanboura operaio di 53 anni è morto per essere precipitato da un capannone in ristrutturazione a Castelletto di Serravalle in provincia di Bologna.Lascia la moglie e due figli.

13/02/2026 Giovanni Cosci tecnico di 79 anni è morto schiacciato da un letto antidecubito al quale stava lavorando per delle riparazioni in una Rsa a Pescia.Lascia la moglie e un figlio

16/02/2026 Catalin Moise Robu operaio di 55 anni è morto per essere precipitato da un’altezza di 10 metri, mentre stava verificando le condizioni di un tetto, su una piattaforma aerea a Cremona.Lascia la moglie e due figli.

18/02/2026 Christopher Ivare operaio di 32 anni è morto per essere rimasto incastrato in un macchinario, in un’azienda avicola.

20/02/2026 Marco Cacchiani operaio di 38 anni è morto per essere precipitato da un’altezza di 7 metri, per il cedimento della copertura del tetto della fabbrica in provincia di Arezzo.Lascia la moglie e un figlio piccolo.

23/02/2026 Carmine Albero operaio di 24 anni è morto.Secondo una prima ricostruzione tra due mezzi che erano in riparazione quando per cause ancora in corso di accertamento, una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sul ragazzo.L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio.L’operaio lavorava in una officina per riparazione camion a Nocera Inferiore.

24/02/2026 Niko Ulivieri 29 anni, pilota del corpo dei piloti del Porto di Livorno è morto per essere rimasto intrappolato nella pilotina (barca) ribaltata, in seguito allo scontro avvenuto a circa mezzo miglio dall’imbocco del porto.Lascia la moglie e un figlio (sarebbe diventato padre tra pochi giorni).

25/02/2026 Rocco Costantino operaio di 61 anni è morto per essere caduto da un’altezza di 5 metri, mentre stava lavorando al rifacimenti di un solaio a Cava De’Tirreni, in provincia di Salerno.Lascia la moglie e quattro figli.

25/02/2026 Tommaso Andreuzza operaio di 27 anni è morto per essere precipitato da un’altezza di 20 metri, nel cantiere navale di Fincantieri di Monfalcone.

26/02/2026 Nicola Iezza operaio di 68 anni è morto per essere caduto da un macchinario che spruzza cemento, in un cantiere in provincia di Benevento.Lascia la moglie e due figli.

28/02/2026 Antonio Russo operaio di 61 anni è morto per essere rimasto incastrato in un macchinario, in uno stabilimento di lavorazione di trasformazione degli agrumi, in provincia di Messina.Lascia la moglie e tre figli.

28/02/2026 Francesco Greco operaio di 50 anni è morto per essere precipitato da un edificio, mentre era impegnato in alcuni interventi tecnici a Mazara Del Vallo, in provincia di Trapani.Lascia la moglie e due figli.

02/03/2026 Loris Costantino operaio di 36 anni è morto per essere precipitato da una passarella, da un’altezza di 10 metri all’ex Ilva di Taranto.È il secondo operaio morto in poche settimane.Lascia la moglie e due figli.

02/03/2026 Saveria Doldo, 42 anni, titolare di una ditta di trasporti è morta, travolta da un camion in manovra, nel piazzale di un’azienda a Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza.Lascia due figli.

04/03/2026 Stefano Contiero imprenditore di 51 anni è morto per essere caduto da un tetto da un’altezza di metri, mentre installava dei pannelli fotovoltaici a Saonara in provincia di Padova.Lascia la moglie e due figli.

05/03/2026 Marco Turra operaio di 58 anni è morto per essere stato schiacciato dall’escavatore a Brescia.Lascia la moglie e due figli.

05/03/2026 Dorel Ciobanu operaio di 51 anni è morto per essere stato schiacciato da una pala meccanica, in una cava di Riano in provincia di Roma.Lascia la moglie e due figli.

09/03/2026 Paolo Gaggero operaio di 61 anni è morto per essere stato schiacciato da una pressa di 5 tonnellate alla Sva di Genova. Lascia la moglie e un figlio.

12/03/2026 Abdellah Rahali operaio di 37 anni è morto per essere caduto da un’altezza di circa 10 metri, in un cantiere a San Marcellino in provincia di Caserta.

19/03/2026 Murat Tafciu operaio di 53 anni è morto per essere caduto da un ponteggio, mentre era impegnato nel cantiere per la ristrutturazione dell’ex Banca d’Italia, a Modena.Lascia la moglie e 4 figli.

21/03/2026 Enrico Matera operaio di 29 anni è morto per una caduta da un tetto di un capannone industriale, da un’altezza di 6 metri, a Modugno, in provincia di Bari. Lascia la moglie e una figlia piccola.

23/03/2026 Domenico Minadeo operaio di 62 anni, è morto a San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, dopo 7 mesi in ospedale, per un infortunio sul lavoro nel quale era rimasto gravemente ferito. Lascia la moglie e due figli.

23/03/2026 Mamour Mbow Pape operaio di 22 anni è morto per essere rimasto incastrato all’interno di un macchinario, in un capannone a Selvazzano Dentro, in provincia di Padova.

27/03/2026 Silvia Berton addetta alle pulizie di 60 anni è morta investita da un treno nella stazione di Ceriale.Lavorava in appalto per Fs, per una ditta che si occupa della pulizia in diverse stazioni.

30/03/2026 Ciro Di Martino di 49 anni è morto schiacciato da un macchinario, in uno stabilimento per la produzione di ovatta a Bellizzi, in provincia di Salerno.Lascia la moglie e due figli.

01/04/2026 Vincenzo Romano, operaio di 39 anni è morto per essere stato colpito da una pesante lamiera, in un cantiere a Sicignano, in provincia di Salerno.Lascia la compagna e una figlia piccola.

03/04/2026 Riaz Ahmed operaio di 55 anni è morto dopo un agonia di 24 giorni all’Ospedale Maggiore di Parma.Era caduto in una vasca di acqua bollente a oltre 90 gradi, in un’azienda della Bassa Reggiana.Le ustioni, purtroppo erano troppo gravi.L’operaio aveva riportato ustioni sul 50% del corpo.

03/04/2026 Sergiu Sirbu operaio di 52 anni è morto per essere caduto da un’altezza di 10 metri da un silos, mentre smontava un ponteggio, all’ex zuccherificio di Porto Viro, in provincia di Rovigo.

04/04/2026 Roberto Gavioli operaio di 73 anni è morto stamani a San Felice, provincia di Modena, per il cedimento della gru, che secondo le prime indiscrezioni si sarebbe staccata dal furgone. Sullo stesso furgone anche il figlio di 39 anni, ricoverato in terapia intensiva e in prognosi riservata.

06/04/2026 Eolo Monelletta, imprenditore agricolo di 60 anni, è morto schiacciato dal trattore a Perugia.Lascia la moglie e due figli.

07/04/2026 Italo Carpi operaio di 54 anni, morto in un serbatoio di alcol etilico, alle porte di Udine. Lascia due figlie.

10/04/2026 Daniluc Tiberi Un Mihai operaio di 50 anni e Najahi Jaleleddine operaio di 41 anni, sono morti per il cedimento della gru a Palermo.

13/04/2026 Domenico Di Ponzio operaio di 38 anni, è morto per essere stato colpito da un palo della luce che si è staccato, nel cimitero di Taranto.

13/04/2026 Nicolae Oprea operaio di 54 anni è morto schiacciato da un furgone che stava caricando.

16/04/2026 Vittorio Tino operaio di 66 anni è morto per essere caduto da un’impalcatura all’interno del depuratore di Casale (Vicenza).

16/04/2026 Massimiliano Lauro operaio di 46 anni è morto cadendo dal tetto, da un’altezza di 10 metri, mentre puliva una canna fumaria a Ospitaletto, in provincia di Brescia.Lascia la moglie e 6 figli.

17/04/2026 Ciro Mennella operaio di 46 anni è morto nella ristrutturazione di una gioielleria a Napoli.Lascia la moglie e un figlio piccolo.

22/04/2026 Antonio Pizzuti 55 anni, stava riparando un’auto (all’interno di un officina meccanica).quando – per cause da accertare – il cric che sosteneva il veicolo ha ceduto crollando rovinosamente.Immediati i soccorsi, ma purtroppo per Antonio non c’era già niente da fare. Il 55enne è morto sul colpo.

24/04/2026 Nicolaie Ciur operaio di 51 anni è morto precipitando in un dirupo per circa 50 metri, mentre stava svolgendo lavori di manutenzione delle canaline di scolo, nei pressi del ristoro di Frasso, frazione del paese della Valsesia.Lascia la moglie e due figli.

29/04/2026 Pasquale Perna operaio di 37 anni è morto in fabbrica ad Acerra, in cause ancora da chiarire, si parla di una possibile caduta o di un infortunio con il muletto.Lascia la moglie e due figli piccoli.

29/04/2026 Un operaio di 51 anni è morto in ospedale, per un infortunio mortale sul lavoro.Era stato travolto da una betoniera a Castelfiorentino.

30/04/2026 Danilo Trentin imprenditore di 63 anni è morto per un infortunio avvenuto in un cantiere a Borgo Valsugana il 15 Aprile 2026.Stavo lavorando sul balcone di una casa in costruzione, quando era precipitato da diversi metri, che gli aveva causato diverse ferite.Lascia la moglie e due figlie.

30/04/2026 Rocco Retucci operaio di 67 anni è morto all’Ospedale di Benevento.Era rimasto gravemente ferito in un infortunio sul lavoro accaduto ieri.Era impegnato in lavori di manutenzione sulla copertura di un tetto, quando per cause ancora in accertamento, parte del tetto ha ceduto sotto il suo peso e l’operaio è precipitato da diversi metri.

04/05/2026 Marco Rocchini, operaio di 48 anni è morto travolto da un muletto all’Aquila.Lascia la moglie e una figlia piccola.

07/05/2026 Driss Najem operaio di 51 anni è morto per essere caduto dal tetto del supermercato in costruzione, in un cantiere a Maerne, frazione del comune di Martellago, in provincia di Venezia

08/05/2026 Fabio Cananzi operaio di 46 anni è morto per essere precipitato dal terzo piano di un edificio, mentre stava eseguendo alcuni lavori edili ad Anoia in provincia di Reggio Calabria.Lascia la moglie e due figli piccoli.

12/05/2026 Raffaele Settembre operaio di 47 anni è morto per essere stato travolto da un bancale nello stabilimento della Centrale del Latte di Torino.Lascia la moglie e un figlio.

14/05/2026 Massimo Pinna imprenditore edile di 54 anni è morto dopo 6 giorni di agonia all’Ospedale di Cagliari. Il 9 Maggio era precipitato da una piattaforma mobile, mentre operava in un cantiere.Lascia la moglie e due figli.

15/05/2026 Asmir Slomic operaio di 51 anni è morto per essere stato schiacciato da un muletto in Alto Adige.Lascia la moglie e due figli.

15/05/2026 Vasile Comaschi, operaio di 52 anni è morto per essere stato travolto dal tronco di una pianta, durante le operazioni di taglio di potatura, in Alta Valle Camonica, nel Bresciano.Lascia la moglie e due figli.

16/05/2026 Andrea Scalambra operaio comunale di 59 anni è morto dopo 18 giorni di agonia.Era rimasto gravemente ferito il 29 Aprile, in un infortunio sul lavoro.Venne travolto dal suo stesso trattore mentre stava tagliando l’argine

19/05/2026 Raffaele Sacchitelli imprenditore agricolo di 34 anni è morto per essere stato schiacciato a seguito del ribaltamento del muletto, in agro di Orta Nova, nella sua azienda agricola.A breve si sarebbe sposato.

20/05/2026 Rudi Simaneta operaio di 60 anni è morto dopo la caduta da un muletto elevatore da circa 3 metri di altezza, in un capannone a Lungavilla, in provincia di Pavia.

21/05/2026 Franco Vescio operaio di 51 anni è morto nell’ospedale di Catanzaro, dove era stato ricoverato in gravi condizioni, dopo l’infortunio sul lavoro avvenuto il 14 Maggio.Era precipitato nel vuoto dal tetto di un edificio, mentre stava effettuando alcuni interventi di manutenzione sui cavi di telecomunicazione. Lascia la moglie e due figli.

21/05/2026 Michele Amelia operaio di 41 anni è stato travolto sull’A1 Milano-Napoli, da un auto.L’operaio era impegnato nella manutenzione del verde, è morto mentre investito da un auto, mentre stava predisponendo un cantiere mobile, in carreggiata.

21/05/2026 Rosario Pulerà operano sessantenne è morto per essere stato colpito da un ramo, mentre era impegnato a tagliare un albero nei boschi di Monterosso Calabro.Lavorava per una ditta di legnami.Lascia la moglie e 3 figli

22/05/2026 Viorel Ciocan operaio di 35 anni è morto all’ospedale Santa Chiara di Trento, dove era ricoverato dal 22 Aprile, dopo un infortunio sul lavoro.Era stato travolto da un camion che stava effettuando retromarci all’interno di un cantiere forestale.Lascia la moglie e un figlio piccolo.

26/05/2026 Giacomo Pucci, operaio di 30 anni, è morto schiacciato da una pressa, ad Altopascio (Lucca).

26/05/2026 Simone Dallai, operaio di 47 anni è morto, schiacciato da un muletto a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia.

26/05/2026 Francesco Cannone, operaio di 31 anni è morto schiacciato da un muletto, in un’azienda di logistica, nella zona industriale di Catania.Lascia la moglie e due figli piccoli.

27/05/2026 Un operaio di 35 anni è morto schiacciato da un pallet nel Siracusano.

27/05/2026 Gianluigi Piaccia operaio di 35 anni è morto per essere stato investito dall’esplosione di una bombola.È morto agli Ospedali Riuniti Torrette di Ancona, dove era ricoverato da alcuni giorni, dopo essere stato investito da una pesante bombola (100kg) alla Tecno Collaudi di Fano.

28/05/2026 Massimo Daniele Desideri imprenditore di 65 anni , titolare della Utilplastic e di un’azienda agricola è morto sotto ad un trattore nella stessa azienda agricola a Larciano, in provincia di Pistoia.

29/05/2026 Nando Cursio operaio di 55 anni, addetto alla segnaletica è morto per essere stato travolto sull’A21, all’uscita del casello di Alessandria Ovest in direzione Piacenza.

29/05/2026 Sakil Hosseini operaio di 26 anni è morto dopo 5 giorni di agonia all’ospedale.5 giorni prima era stato colpito alla testa da un’altalena, mentre stava lavorando al luna park a Lioni, in provincia di Avellino.Tra pochi giorni sarebbe diventato papà.

01/06/2026 Raffaele Magri operaio di 58 anni è morto per le esalazioni di gas per la pulizia di un pozzo nero a Ercolano, in provincia di Napoli.A quanto pare lavorava in nero per un’azienda di Afragola, specializzata nel settore degli spurghi.Lascia la moglie e un figlio.

02/06/2026 Mohammed Gannaoui operaio di 27 anni è morto per essere rimasto schiacciato dal trattore che si è ribaltato in un allevamento di polli a Soprazocco di Gavardo, in provincia di Brescia.

03/06/2026 Fauzi Marwen operaio di 33 anni è morto per essere precipitato da un tetto, da un’altezza di 6/7 metri, per il cedimento della struttura dove stava lavorando, in una ditta di Rosignano, in provincia di Livorno.

04/06/2026 Salvatore Consolatevi meccanico di 53 anni è morto stamattina al Civico di Palermo, dove si trovava ricoverato da ieri sera, dopo essere rimasto schiacciato da un camion, sotto il quale stava lavorando.Lascia la moglie e due figli.

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Prima diventa virale, poi viene prodotto

7 Giugno 2026 ore 00:50

Un costume da bagno da 15 dollari compare online, diventa virale sui social, viene salvato, cercato e commentato e a quel punto parte la produzione. La sequenza è questa, e racconta uno dei cambiamenti più profondi della moda globale: prima il desiderio diventa visibile, poi la fabbrica si mette in moto.

Il modello che sta emergendo in Cina non funziona più solo come il fast fashion tradizionale, quello che produce enormi quantità di capi in anticipo e poi li spinge sul mercato, ora il meccanismo è più rapido e più reattivo, un capo esplode sui social, i dati mostrano che il pubblico lo vuole, i produttori realizzano i primi lotti, le piattaforme misurano le vendite e la produzione cresce solo se il prodotto continua a funzionare.

Uno dei luoghi simbolo di questa trasformazione è Xingcheng, una città costiera del Liaoning, nel nord est della Cina, ha meno di 500.000 abitanti ed è diventata una delle capitali mondiali dei costumi da bagno. Secondo Xinhua, produce circa 170 milioni di pezzi all’anno, cioè un costume da bagno su quattro venduto nel mondo. China Daily stima il valore della filiera locale in circa 15 miliardi di yuan, pari a 2,13 miliardi di dollari. La forza di Xingcheng non sta in una sola megafabbrica, sta in una rete, perchè nel suo territorio convivono aziende strutturate, laboratori più piccoli, fornitori, modellisti, confezionatori, venditori online e operatori della logistica. People’s Daily parla di oltre 1.300 produttori e di circa un terzo della popolazione locale coinvolta nella produzione o nelle attività collegate ai costumi da bagno. Il sistema nasce negli anni Ottanta da laboratori familiari e piccole attività locali. All’inizio erano case trasformate in punti di cucito, macchine domestiche, produzione semplice per il mercato turistico. In quarant’anni quel modello si è trasformato in un distretto industriale collegato alle piattaforme globali. Xinhua indicava già nel 2019 oltre 35.000 imprese e-commerce legate ai costumi da bagno nell’area di Huludao, con esportazioni in più di 140 Paesi attraverso piattaforme come AliExpress e Amazon.

Per molto tempo la moda ha funzionato partendo dall’offerta, i marchi progettavano, producevano, distribuivano e poi aspettavano la risposta del pubblico,  ora, in questi distretti, il segnale arriva prima dal mercato. Un video virale può diventare un’indicazione commerciale, una ricerca improvvisa può attivare un produttore, un aumento dei click può trasformarsi in un primo lotto. E questo rende la produzione molto diversa dal fast fashion classico, è una moda quindi reattiva, quasi in tempo reale, produce meno alla cieca e misura di più, che parte da quantità contenute, osserva la risposta e aumenta se il prodotto vende. La fabbrica diventa un sistema distribuito senza alcuno spreco.

La fabbrica segue l’algoritmo, legge il comportamento del pubblico e reagisce.

Questa capacità riduce in parte il rischio dei magazzini pieni di capi invenduti, perché la produzione può partire da segnali reali. Allo stesso tempo accelera ancora di più il ciclo del consumo. Un capo nasce online, viene desiderato, copiato, prodotto, venduto e sostituito in tempi brevissimi.

La storia di Xingcheng è quindi una nuova fase della produzione globale, simbolo di un’economia che non aspetta più le stagioni, né i cataloghi  né le collezioni, aspetta che qualcosa esploda online.

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La pipì che diventa fertilizzante

7 Giugno 2026 ore 00:31

La pipì è una delle risorse più sprecate delle nostre città, la produciamo continuamente e la mandiamo negli scarichi usando acqua pulita per eliminarla. Dentro quel liquido, però, ci sono azoto, fosforo e potassio, gli stessi nutrienti che servono alle piante per crescere e che l’agricoltura acquista sotto forma di fertilizzanti.

Alla sede dell’Agenzia Spaziale Europea di Parigi questa risorsa viene recuperata. Quando il personale va in bagno, l’urina viene separata alla fonte, prima di essere diluita con l’acqua di scarico, e viene inviata attraverso tubature dedicate a un piccolo impianto di trattamento nel seminterrato dell’edificio. I servizi igienici sembrano bagni normali, ma funzionano in modo diverso; raccolgono il liquido separatamente e lo portano in un sistema che filtra, concentra e sanifica l’urina. Il processo rimuove microinquinanti come residui di farmaci e antibiotici, recupera i nutrienti utili alla crescita delle piante e pastorizza il liquido a 90 gradi, eliminando virus e altri patogeni. Alla fine restano acqua distillata, che può essere riutilizzata nel sistema di lavaggio, e un fertilizzante liquido chiamato Aurin.

Dietro questa tecnologia c’è VunaNexus, una startup svizzera che lavora sul recupero dei nutrienti dall’urina umana. Il suo fertilizzante è approvato in Svizzera e in Francia per l’uso su tutte le piante, viene venduto ad agricoltori, giardinieri e privati, ed è già in fase di test in città come Parigi, Losanna e Zurigo. Per anni un’idea del genere è stata considerata quasi eccentrica, ma oggi lo scenario è cambiato, la guerra, l’aumento dei prezzi dell’energia e le tensioni sulle rotte commerciali hanno mostrato quanto il mercato dei fertilizzanti sia fragile. Gran parte della produzione dipende da gas fossile, materie prime importate e filiere lunghe; quando questi equilibri saltano, aumenta il costo del cibo e cresce il rischio per i paesi più poveri.

Separare l’urina alla fonte rende il trattamento molto più semplice. È lo stesso principio che usiamo quando ricicliamo batterie, metalli o componenti elettronici. Una materia ricca di elementi utili viene raccolta prima che si mescoli con tutto il resto. In questo modo diventa più facile recuperarla e trasformarla in qualcosa di nuovo. Il sistema VunaNexus è già installato in diversi grandi edifici commerciali e residenziali, tra cui una grande banca privata svizzera a Ginevra. Oggi ricicla circa 3 milioni di litri di urina all’anno. La tecnologia sarà utilizzata anche in un nuovo ecoquartiere di Parigi, destinato a diventare uno dei più grandi progetti europei di questo tipo.

Secondo VunaNexus, se tutta l’urina prodotta in Europa venisse recuperata, potrebbe coprire circa il 30% del fabbisogno di azoto. Una quota significativa, capace di ridurre la dipendenza dai fertilizzanti sintetici, alleggerire i depuratori e rendere le città più resilienti.

Ma il nodo principale resta il costo: nei piccoli impianti produrre azoto dall’urina è ancora molto più caro rispetto ai fertilizzanti industriali. Per rendere il sistema competitivo servono impianti più grandi, una raccolta più efficiente e un riconoscimento economico del servizio ambientale svolto. Recuperare urina significa anche trattare meglio le acque reflue, ridurre l’inquinamento e chiudere un ciclo che oggi resta aperto.

Il progetto originario si chiamava Vuna, sigla di Valorisation of Urine Nutrients in Africa, e in isiZulu significa “raccolto”. Più di dieci anni fa, nell’area di Durban, in Sudafrica, furono installati oltre 80.000 bagni secchi capaci di separare l’urina. Il fertilizzante prodotto venne testato anche sulle colture di mais, dimostrando che il sistema funzionava. La difficoltà maggiore era logistica, perché raccogliere, trasportare e trattare grandi quantità di urina richiedeva costi troppo alti. Oggi a Durban ricercatori e organizzazioni locali stanno riprendendo quel lavoro, cercando sistemi più semplici per raccogliere urina da orinatoi pubblici e trasformarla in fertilizzante per gli agricoltori della zona. L’idea è creare un circuito locale, dove una sostanza considerata scarto urbano diventa nutrimento per i campi, infrastruttura sanitaria e possibile lavoro.

La pipì è sempre stata trattata come un rifiuto da far sparire in fretta. In realtà contiene una parte della fertilità che sottraiamo ai campi e poi ricompriamo sotto forma di prodotti industriali. Recuperarla significa guardare diversamente il metabolismo delle città. Il futuro dell’economia circolare passa anche da qui. Da un bagno, una tubatura, un piccolo impianto nel seminterrato, da qualcosa insomma che abbiamo sempre considerato uno scarico e che può tornare a essere una risorsa.

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Un mondo vivibile è possibile, il problema sono i miliardari

6 Giugno 2026 ore 00:10

Il futuro è sempre visto come una condanna già scritta: più caldo, più disuguaglianza, più lavoro, più ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi; un pianeta sempre più difficile da abitare e una società sempre più difficile da tenere insieme. Ma il Global Justice Report del World Inequality Lab ribalta questa narrazione.

Secondo il rapporto, un mondo più uguale e ancora vivibile è materialmente possibile, l’umanità potrebbe aumentare il tenore di vita, ridurre le disuguaglianze e mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi entro la fine del secolo. La felicità di una società non si misura soltanto con il PIL, si misura con il tempo libero, la salute, l’istruzione, la sicurezza economica e la qualità dell’ambiente in cui si vive. Una buona vita può richiedere meno consumo materiale e più servizi essenziali, meno estrazione e meno spreco.

Il rapporto indica una riduzione drastica dell’orario di lavoro, fino a circa 1.000 ore l’anno, l’equivalente di una settimana di due giorni e mezzo; chiede di spostare gli investimenti dai settori più pesanti, come industria e miniere, verso istruzione e sanità, attività che consumano molta meno energia e molti meno materiali; prevede anche una riduzione del consumo di carne rossa, tra i fattori legati alla deforestazione e alla distruzione degli ecosistemi.

Secondo il rapporto i redditi dell’89% della popolazione mondiale raddoppierebbero entro il 2100. La quota di ricchezza detenuta dai miliardari, oggi pari a circa il 6% della ricchezza globale, scenderebbe allo 0,05%. Il 50% più povero dell’umanità passerebbe invece dal 2% al 30% della ricchezza globale. Per finanziare questa trasformazione, il rapporto immagina un Fondo globale per la giustizia, alimentato da una forte tassazione dei patrimoni più grandi e da una nuova architettura finanziaria internazionale. Le risorse servirebbero a sostenere la transizione energetica, la sanità, l’istruzione e l’adattamento climatico, soprattutto nei Paesi del Sud globale.

Thomas Piketty, tra i coordinatori del progetto, sostiene che la strada attuale porta verso più combustibili fossili, più ricchezza concentrata, più rabbia sociale e più instabilità politica. Il rapporto usa una parola quasi dimenticata nell’economia contemporanea: “sufficienza”.  Significa vivere bene senza trasformare ogni bisogno in consumo e ogni consumo in distruzione.

Il rapporto mette insieme crisi climatica e disuguaglianza. Una transizione ecologica pagata dai lavoratori fallisce, una politica sociale che ignora i limiti del pianeta fallisce, lq giustizia climatica funziona quando diventa anche giustizia economica.

Un mondo vivibile dunque è possibile, serve decidere per chi vogliamo costruirlo, per l’umanità o per quello 0,001% che oggi concentra una quota enorme della ricchezza globale, parliamo di meno di 60.000 persone, una élite capace di possedere tre volte la ricchezza della metà più povera del pianeta, in cima a questa piramide ci sono nomi noti, Elon Musk, Larry Page, Larry Ellison, Sergey Brin, Jeff Bezos, Michael Dell, Mark Zuckerberg, Jensen Huang, Bernard Arnault e Warren Buffett.

Secondo il rapporto, la quota di ricchezza globale detenuta dai miliardari dovrebbe scendere dal 6% allo 0,05%, mentre il 50% più povero dell’umanità dovrebbe salire dal 2% al 30%. In mezzo c’è la scelta politica del secolo, lasciare che la crisi climatica venga pagata da chi ha meno, oppure usare la ricchezza accumulata in cima alla piramide per finanziare sanità, istruzione, transizione energetica e una vita più libera dal lavoro inutile.

A noi la scelta.

 

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Il “campo largo” sbaglia sulle rinnovabili, soprattutto in Sardegna

4 Giugno 2026 ore 07:49
di Marco Bella

Il cosiddetto “campo largo” (Partito di Oz, PD, AVS, e soprattutto Matteo Renzi, non scordiamolo) critica giustamente il Governo sul nucleare ma poi blocca di fatto le rinnovabili, con il caso emblematico della Sardegna.

Pannelli fotovoltaici e pale eoliche sono brutte? Diciamocelo serenamente: sì, posso capire che alcune persone non le vogliano vedere. Ma le rinnovabili sono indispensabili per la transizione energetica.

Le pale eoliche su piattaforma galleggiante in mezzo al mare (25-50 km dalla costa, eolico cosiddetto “offshore”) sfruttano venti molto più costanti e prevedibili e non hanno impatto visivo (se non un puntino all’orizzonte) visto che la terra è rotonda e non piatta.

Le rinnovabili non consumano suolo, se non quello del basamento della pala eolica a terra. Le rinnovabili occupano il terreno in modo reversibile, e anzi, l’impatto del fotovoltaico sull’ambiente e sulla tutela della biodiversità è decisamente inferiore a quello di un campo coltivato mediante agricoltura industriale, che sfrutta monocoltura e un eccesso di fertilizzanti e fitofarmaci, per non parlare del confronto con serre e allevamenti intensivi.

Le pale eoliche non “trinciano” gli uccelli come in un film horror, perché gli uccelli sono più intelligenti dei criminali che sabotano i cantieri delle pale eoliche e danno fuoco ai pannelli fotovoltaici: infatti, gli uccelli non ci vanno mica a sbattere. Quello che uccide più uccelli ogni anno sono gli attacchi dei gatti.

Le rinnovabili sono assolutamente indispensabili per abbassare le bollette, e nel giro di pochi anni non hanno più bisogno di incentivi. In Spagna le bollette si sono abbassate NON grazie al nucleare (l’ultimo reattore lo hanno avviato nel lontano 1988) ma proprio grazie allo sviluppo delle rinnovabili negli ultimi anni.

Le rinnovabili permettono di ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero, evitandoci di finanziare guerre e dittature.

Le rinnovabili non hanno necessità di chissà quante terre rare: i pannelli fotovoltaici sono fatti essenzialmente di silicio, uno degli elementi più abbondanti della crosta terrestre. Le terre rare come neodimio (Nd), praseodimio (Pr) e disprosio (Dy), invece, si utilizzano nei magneti permanenti e motori elettrici e non si consumano, quindi, si possono riciclare.

Alla luce di questo quadro, che cosa fanno le regioni amministrate dal campo largo? Bloccano le rinnovabili. E secondo Il Sole 24 Ore, la regione più indietro di tutte sugli obiettivi (-461 MW) è, guarda caso, la Sardegna, seguita da Calabria (-383), Toscana (-225) e Puglia (-211). Tre su quattro amministrate dal centrosinistra.

Non è difficile capire perché la Sardegna conduca questa poco invidiabile classifica. Il primo atto della nuova giunta regionale non è stato di occuparsi di lavoro e salute, ma di predisporre una moratoria di 18 mesi contro le “pericolossissime” rinnovabili. Successivamente, è stata varata una legge regionale (che speriamo possa essere presto abolita) che impedisce l’installazione dei grandi impianti rinnovabili sul 99% del territorio sardo. Una cosa è regolamentare le pale eoliche, che non possono giustamente essere costruite troppo vicino alle case, e le domande di connessione, visto che la rete non può accoglierle tutte; un’altra è “tutelare” una quota sproporzionata come addirittura il 99% del territorio. Qualcuno sostiene che l’area rimanente (circa 240 kmq) potrebbe essere sufficiente, ma in realtà le rinnovabili non si possono installare ovunque; quindi, quella legge rappresenta un colpo mortale alla possibilità di raggiungere gli obbiettivi 2030. Ma soprattutto: che senso ha “tutelare” il 99% del territorio sardo solo dalle rinnovabili? In quel 99% è possibile costruire strade, tralicci dell’alta tensione, abitazioni, serre, fabbriche di armi e altre attività umane, ma guarda caso no, non installare un “pericolosissimo” campo di pannelli fotovoltaici.

Teniamo presente che la Sardegna è un sito ideale per le rinnovabili non solo perché ha sole e vento in abbondanza, che ci sono in tante regioni del sud Italia, ma proprio perché ha una bassa densità di popolazione (65 abitanti/kmq, meno c’è solo la Valle d’Aosta). Che succederebbe se tutte le regioni italiane “tutelassero” dalle rinnovabili il 99% del proprio territorio?

La guerra alle rinnovabili non è solo insensata, ma anche direttamente dannosa per la Sardegna, perché rinunciare alle rinnovabili significa perdere un’opportunità senza precedenti. Infatti, secondo uno studio del Politecnico di Milano insieme alle università di Padova e Cagliari, la Sardegna potrebbe produrre a bassissimo costo elettricità, idrogeno verde ed e-fuel, decarbonizzando non solo il sistema elettrico, ma anche l’industria pesante e i trasporti dell’isola. Secondo questa ricerca, uno scenario di decarbonizzazione accelerata potrebbe non solo far calare le bollette, ma generare dal qui al 2050 quasi nove miliardi di euro di valore per l’isola, con ben 143.000 ULA (Unità di Lavoro Annue) aggiuntive. Le sole attività permanenti di gestione e manutenzione degli impianti porterebbero 12.400 posti di lavoro stabili. Tutto questo è riassunto in un bellissimo articolo di Luigi Moccia, dirigente di ricerca del CNR.

Perché allora bloccare le rinnovabili? Esclusivamente per un miope e abietto calcolo elettorale, al fine di raccattare qualche voto dalle persone con la mente chiusa. Quello che per le destre è la lotta contro i migranti, per le sinistre è la lotta contro le rinnovabili, presuntamente “a difesa del territorio” ma in realtà direttamente togliendo importanti opportunità di lavoro e sviluppo ai cittadini e cittadine delle regioni da loro amministrate.

Quindi, se si dice di no all’allucinazione nucleare, non si possono poi bloccare le rinnovabili, perché si fa la figura dei cialtroni. Se questa è l’alternativa al governo delle destre, povera Italia!

 

 

L’AUTORE

Marco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.

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Google vuole liberare 32 milioni di zanzare in California e Florida

3 Giugno 2026 ore 09:50

La zanzara è l’animale più letale al mondo, uccide più persone di qualsiasi altra creatura, diffondendo malattie che colpiscono centinaia di milioni di persone ogni anno. E ora Google vuole combattere le zanzare usando le zanzare stesse. L’azienda ha presentato una richiesta formale all’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti (EPA) per liberare fino a 64 milioni di insetti maschi sterili in California e Florida nell’arco di due anni, fino a 32 milioni per stato. Il programma si chiama “Debug”, ed esiste da quasi un decennio, ma è solo ora che raggiunge questa scala.

Il meccanismo è semplice quanto ingegnoso e funziona così: i maschi di zanzara non pungono mai, sono le femmine a mordere, perché hanno bisogno di sangue per deporre le uova; Google alleva maschi di Aedes aegypti, la specie responsabile della maggior parte dei casi di dengue, Zika, febbre gialla e chikungunya, infettandoli con un batterio naturale chiamato wolbachia, quando questi maschi si accoppiano con femmine selvatiche, le uova risultano sterili e non si schiudono mai e con ogni generazione, la popolazione cala. Google spiega che gli approcci tradizionali non bastano più; i pesticidi diventano meno efficaci col tempo, sono tossici per altri insetti e per l’ambiente, e non è realisticamente possibile eliminare tutti i ristagni d’acqua in cui le zanzare si riproducono. Il metodo degli insetti sterili, invece, è selettivo, colpisce solo la specie bersaglio e non lascia residui chimici. La tecnica in sé non è nuova, viene usata su vari insetti parassiti da almeno 15 anni, ma Google usa la propria competenza tecnologica, visione artificiale basata sull’intelligenza artificiale per separare con precisione maschi da femmine, sensori e analisi dei dati per decidere dove e quanti insetti rilasciare.

Debug è nato come progetto “moonshot” (progetto faraonico nel gergo della Silicon Valley) all’interno di Google X, poi è passato sotto Verily, la sussidiaria di Alphabet dedicata alla salute e all’intelligenza artificiale, e infine, a dicembre 2024, è tornato direttamente in mano a Google. L’EPA sta ora valutando la richiesta; il periodo di commento pubblico si chiuderà il 5 giugno 2026, dopodiché l’agenzia deciderà se concedere il permesso sperimentale. Se approvato, sarà uno degli esperimenti di controllo biologico più grandi mai tentati negli Stati Uniti, e un caso raro in cui una grande azienda tecnologica entra concretamente nella lotta contro una delle minacce sanitarie più antiche e letali dell’umanità.

La domanda sorge dunque spontanea: cosa ci guadagna Google da tutto ciò?

L’azienda non vende zanzare, né abbonamenti anti-dengue. La risposta è probabilmente più d’una, ogni rilascio genera una quantità enorme di dati biologici e ambientali, su popolazioni di insetti, condizioni climatiche, efficacia del trattamento, che alimentano i sistemi di intelligenza artificiale di Google. C’è poi il valore d’immagine, un’azienda spesso criticata per il suo potere si presenta come attore capace di risolvere problemi globali concreti, ben al di là del mondo digitale, e infine c’è una scommessa a lungo termine, ovvero la tecnologia sviluppata, i sistemi automatizzati di allevamento, la visione artificiale, i modelli predittivi, potrebbe insomma un giorno diventare un servizio venduto a governi e agenzie sanitarie di tutto il mondo. Per ora è un investimento, il tipo di investimento che solo un’azienda con i margini di Google può permettersi di fare.

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